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Parla, dicono

(“Speak No Longer”, di Neala Bhagwansingh, trad. Maria G. Di Rienzo. Neala è una giovane poeta e scrittrice di Trinidad, nei Caraibi.)

Neala Bhagwansingh

Parla, dicono

c’è così tanto da sapere

Raccontaci le tue storie

chiuse nelle scatole

della tua mente turbata

e del cuore timoroso

nella tua anima

piena di lividi e grave di pesi

Ma vedete

io vedo

Io non ho più paura

di essere

qualcosa di più

Ero solita pensare di essere già stata aperta

gentilmente

dalla promessa dell’interezza

e rudemente

dai colpi ai gusci costruiti dall’ego

Ma capite

nessuno può trovare

la chiave universale che conduce a me

se non io stessa

perciò ho girato la chiave nei lucchetti arrugginiti

di tutte quelle scatole sparpagliate

Ho posato un palmo

sui coperchi un tempo macchiati di lacrime

e li ho sollevati

con respiri sicuri e costanti

non lo immaginate

solo amore

si è rovesciato all’esterno in un’inondazione

amore in occhi verso occhi

invece che in occhi verso labbra

gentili orecchie verso cuori

invece di orecchie che aspettano

segnali per parlare

Perciò vedete

non ci sono lividi e fardelli

di cui parlare ora

perché non ci sono più ombre

da cercare

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(tratto da un più ampio testo di Sherna Alexander Benjamin, attivista per i diritti umani di Trinidad e Tobago, 2014. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Sherna

Ho vissuto attraverso caos, trauma, violenza estrema ed abuso. Sopravvivo con le cicatrici dovute a questa guerra, con ferite che vengono da ogni battaglia e ricordi di dolore che basteranno a migliaia di generazioni. Sono sopravvissuta con i demoni di quel periodo sempre presenti, in piena e chiara vista di fronte a me. Sono cresciuta in un periodo in cui le frasi seguenti erano costantemente ripetute dalle famiglie, dai professionisti, dalla società e dai governi: “Quel che accade dietro porte chiuse deve restare là”; “La privacy di una famiglia è appunto privata”; “Le ragazze devono essere viste, non ascoltate”; “I ragazzi non devono piangere, devono essere forti”; “Se vuoi continuare a vivere continua a stare zitta” e, infine, “Il silenzio è d’oro”.

Sfortunatamente, nonostante progressi siano stati compiuti, il silenzio è ancora molto incoraggiato. Troppe donne hanno vissuto nella paura e nella privazione; troppe sono state abusate sessualmente, violate, si sono rifiutati loro i diritti umani di base, le si è vendute come pezzi di carne al miglior offerente nel mercato del traffico di esseri umani; troppe sono state picchiate e maltrattate e sfigurate.

Le nostre sorelle sono costrette a sopportare le violazioni più orrende durante e dopo le guerre, diventando schiave sessuali dei soldati, essendo stuprate ripetutamente e persino da coloro che hanno giurato di proteggerle durante i conflitti. Devono sopportare la tortura mentale dell’essere testimoni dello stupro delle loro figlie e le loro voci sono state imprigionate. Non c’è uomo che possa fermare le loro lacrime: nelle loro lacrime, nelle nostre lacrime, c’è solidarietà e libertà di espressione.

Il mondo onora come eroi i sopravvissuti di guerra che si ergono contro tutte le difficoltà e rischiano la propria vita per salvarne altre. Anche noi siamo eroine, eroine che sono andate all’inferno e sono tornate da esso. Abbiamo perso così tante sorelle. Ma ne abbiamo salvate altrettante perché abbiamo infranto il nostro silenzio e abbiamo parlato contro l’abuso dei bambini, la violenza domestica, l’aggressione sessuale. Io sono diventata un’attivista perché la mia innocenza mi è stata rubata con violenza alla tenera età di sette anni. La mia voce è stata portata via, la mia vita danneggiata. E’ stata una scelta consapevole e difficile, rompere il mio silenzio; l’ho fatto perché era ed è la cosa giusta da fare.

Non è mai troppo tardi per difendere una donna, perché nel fare ciò si difendono tutte le donne. Non è mai troppo tardi per istruirne una, perché nel farlo si istruiscono tutte le donne. Ne liberi una, le liberi tutte. Ne rispetti una, le rispetti tutte. Perché divise siamo spezzate e deboli, ma insieme le donne sono una forza senza paragoni. Noi traiamo forza dal lottare per una causa che ci unisce e quella causa è l’eliminazione della violenza contro le donne e le bambine.

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“Sono un’artista che canta le proprie poesie, scrivo e dipingo il mondo così come lo vedo. Essendo una femminista da vent’anni sono impegnata nel produrre cambiamenti nelle vite delle donne, lavorando per giungere al giorno in cui abbracceremo le differenze in ogni altro individuo. Perseguo il cambiamento attraverso il dialogo, l’apprendere, il condividere, il diventare di nuovo umani. Sono appassionata di istanze politiche, sociali e di genere; dei diritti delle donne e della lotta all’omofobia.” Paula Obe

Questo è il ritmo della condivisione

che vuole piegarsi

e sussurrare alcune cose dolci

nel profondo della tua mente.

Ma non è sempre la tua mente

che cattura questa direzione.

A volte è il tuo cuore

a volte è la tua anima

a volte è la dolcezza

dal sapore così temerario:

come miele sulla mia lingua,

come acqua quando ho sete

nel sole di mezzogiorno.

(tratto dal poema “Sweetness”, Paula Obe, 1999)

Paula è nata a Trinidad e Tobago il 15 febbraio 1969. Ha al suo attivo libri di poesia (fra cui “Passages”, 1999 e “Walking a Thin Line”, 2001) e cd di poesia (“Afterbirth”, “Not so Soft”). Si è esibita con la sua chitarra e la sua voce, oltre che nel suo paese, in Canada, Barbados, Venezuela, Repubblica dominicana, Guyana. Assieme ad un’altra poeta, Annessa Baksh, ha creato la “Fishink Press”, casa editrice e di produzione che promuove le artiste di Trinidad e Tobago.

Potete ascoltarla su: http://www.youtube.com/watch?v=9tSbWds4his

O cercare la sua pagina da musicista su MySpace.

Maria G. Di Rienzo

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(estratto di un articolo di Holly Kearl per The Women International Perspective, 15.4.2011, trad. e adattamento di Maria G. Di Rienzo. Holly Kearl lavora per l’Associazione americana delle donne universitarie a Washington, DC. E’ autrice del libro “Street Harassment: Making Public Places Safe and Welcoming for Women” (Praeger Publisher, 2010), e la fondatrice del sito www.stopstreetharassment.com

Ha scritto articoli per The Huffington Post, The Guardian, AOL, Forbes e Ms.)

 

 

 

Cos’hanno in comune una donna di Bangalore, India, che aspetta un autobus ad un angolo di una strada affollata, un’adolescente del Queens di New York, vestita della sua uniforme scolastica, che aspetta il treno della metropolitana, e una ventenne di Drammen, Norvegia, che infagottata nel suo cappotto invernale torna a casa da sola dopo aver fatto visita ad un’amica?

Per tre anni, donne come queste, da trenta diversi paesi, hanno condiviso le storie delle molestie da loro subite sul mio blog “Stop Street Harassment” (Mettiamo fine alle molestie in strada). Nei loro interventi riferiscono dettagliatamente gli espliciti commenti sessuali, i rimarchi sessisti, i toccamenti, i gesti volgari, i fischi e le masturbazioni pubbliche che gli uomini impongono loro sulle strade, sui trasporti pubblici e nei negozi: solo perché sono femmine e si trovano in uno spazio pubblico.

Dopo aver scritto la mia tesi di laurea sulle molestie di strada quale studente della “George Washington University”, ho deciso che volevo fare di più rispetto a questo problema. Attraverso il blog, fornisco uno spazio dove persone da tutto il mondo possono condividere le loro esperienze ed aumentare la consapevolezza su quest’istanza globale. “Stop Street Harassment” è una piattaforma dove scambiare idee su come maneggiare la questione, che si sia fatto esperienza delle molestie o che si sia testimoni di esse.

I pochi studi a disposizione mostrano che la prevalenza delle molestie di strada è davvero alta. Più dell’80% delle donne ne hanno fatto esperienza in Canada ed Egitto; India e Yemen portano la cifra al 90%. E in solo due indagini condotte ad Indianapolis (Indiana) e nella Bay Area della California la cifra sale al 100%.

Mi sento oltraggiata da questa faccenda perché, a differenza di altre forme di aggressione, le molestie di strada sono riportate come complimenti, o seccature minori, o colpa delle donne stesse. Le molestie in strada sono un’istanza seria: impediscono alla donne di avere lo stesso accesso degli uomini agli spazi pubblici, o del sentirsi in essi benvenute e a proprio agio quanto gli uomini. Le molestie costringono le donne a stare costantemente in guardia, a controllare i dintorni, a nascondersi, ad evitare i contatti tramite sguardo e ad avere il cellulare sempre pronto in caso di bisogno.

E questi sono i dati delle mie ricerche: su base mensile, il 45% delle donne evita di trovarsi in spazi pubblici la sera, ed il 40% evita di trovarvisi da sola. Una su cinque ha cambiato casa per evitare le molestie e una su dieci ha cambiato impiego perché i molestatori le seguivano lungo il percorso casa-lavoro.

A volte mi sento disperata per la vastità della questione. Lo scorso anno, ho avuto l’idea di organizzare un giorno internazionale d’azione per far conoscere la pervasività delle molestie in strada e per contribuire a rompere il silenzio che le circonda. Ho pensato di dichiarare il 20 marzo, giorno dell’equinozio di primavera, Giorno contro le molestie in strada. Speravo di trovare 500 persone che volessero fare qualcosa il 20 marzo: condividere le loro esperienze, parlare ai membri delle loro famiglie della questione, e magari organizzare un evento o una manifestazione. Mi è stato subito chiaro che avevo toccato un nervo scoperto, perché gente da tutto il mondo sembrava aver atteso proprio quest’occasione per mettersi insieme e affrontare la cosa. Sono rimasta stupefatta dal numero di azioni organizzate, e dalle oltre 1700 persone che mi hanno risposto su Facebook dicendomi che si sarebbero impegnate.

Il 20 marzo non sono quasi riuscita a staccarmi dal computer tanti erano i messaggi, i post, le foto inviate dalle attiviste e dagli attivisti: Praga, Città del Messico, Il Cairo, Sudafrica, Canada, Trinidad e Tobago, Nuova Delhi. L’incredibile successo del Giorno contro le molestie in strada, ed il continuo flusso di persone che mi contatta dicendo: “Se l’avessi saputo avrei partecipato anch’io.”, significa che vi saranno altri Giorni simili negli anni a venire. E io so che ogni anno gli eventi saranno più vasti, con ancora maggior partecipazione, perché collettivamente ci rifiutiamo di restare in silenzio rispetto a questo problema e decidiamo di agire, di condividere le nostre storie, di chiedere che le aggressioni finiscano.

 

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