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Posts Tagged ‘tanzania’

In Tanzania, una ricerca governativa del 2013 riportò che almeno il 50% delle donne erano state vittime di abusi domestici. Uno dei modi in cui le donne stanno reagendo alla violenza è rifiutare il matrimonio con un uomo e mettere su casa con una o più amiche.

Il matrimonio fra persone omosessuali è illegale nel paese, ma c’è una vecchia tradizione tribale chiamata nyumba ntobhu (“casa di donne”) che permette alle donne di sposarsi l’una con l’altra per sostenersi reciprocamente a livello economico – e non dubito che molte lesbiche la stiano usando comunque. Quale che sia il loro orientamento sessuale, è certo che sempre più donne in Tanzania stiano scegliendo questa opzione.

Dinna Maningo, una giornalista locale, ha spiegato a Stéphanie Thomson del World Economic Forum che: “Violenza domestica, matrimoni di bambine e mutilazioni genitali femminili abbondano nella nostra società. Le donne più giovani sono più consapevoli attualmente e rifiutano di tollerare trattamenti simili. Capiscono che questo arrangiamento (la “casa di donne”) dà loro più potere e più libertà.”

mugosi-veronica-e-paulina

E’ il caso di Paulina Mukosa (l’ultima da sinistra nell’immagine, particolare di una foto di Charlie Shoemaker) che ha respinto un bel po’ di pretendenti di sesso maschile prima di decidersi a sposare due donne più anziane di lei, Mugosi Isombe e Veronica Nyagochera:

“Sposare altre donne mi ha dato il controllo sul mio corpo e sui miei affari.”, ha detto alla stampa.

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: Tanzania – Tales of a Child Bride: “My Father Sold Me for 12 Cows”, di Marc Ellison per UN Women, 12 luglio 2016, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Il rapimento, lo stupro e il matrimonio forzato di ragazzine sono così comuni nella Tanzania del nord, che una singola parola viene usata per incapsularle tutte: kupura. Il termine è usato dalla tribù Sukuma per descrivere la cattura di ragazze in piena luce del giorno, mentre vanno a scuola: un eufemismo di tre sillabe che minimizza il loro abuso fisico e sessuale a lungo termine. Eppure qui, nella regione di Shinyanga, la pratica del kupura è convalidata dal motto che gli uomini Sukuma recitano a ogni piè sospinto: alcool, carne e vagina.

Queste sono tre cose cui sentono di aver diritto come maschi.”, dice Revocatus Itendelebanya, che si occupa di diritto e genere per l’ong locale, “Agape”. Tale atteggiamento, in una società perennemente patriarcale, spiega anche perché i passanti non intervengono quando testimoniano un rapimento. “Quando un uomo Sukuma è attratto da una ragazza comincia a chiedere alla gente dove vive e quali sono le sue abitudini. – continua Itendelebanya – Una volta che ha scoperto questi dettagli la può aspettare al pozzo, o in qualsiasi altro luogo lui pensa sia il migliore per catturarla, e poi la rapisce.”

La cosa è così comune nella regione che quando una ragazza scompare i suoi genitori sospettano subito ciò che è accaduto. Ma invece di chiamare la polizia, cercano il rapitore: non per soccorrere la figlia, ma per negoziare la dote in bestiame. E se c’è una figura simbolo per gli effetti nocivi del matrimonio infantile, questa è Grace Masanja.

Grace e suo figlio Mathias

Grace e suo figlio Mathias

L’amarezza mi riempie ancora il cuore quando le guardo.”, dice indicando le mucche che pascolano sul retro del campo recintato della sua famiglia. Per Grace, sono il promemoria giornaliero del modo in cui è stata trattata da bestiame, una merce da comprare e vendere. “Ma considerato quel che ho passato, qualche volta preferirei essere nata mucca.”, sussurra.

Suo padre aveva barattato una dozzina di mucche per la figlia ma, nonostante la picchiasse ogni giorno con bastone o cinghia, lei continuava a rifiutarsi di sposare quell’uomo molto più vecchio di lei. Tuttavia un patto era stato fatto, una dote era stata pagata. E così Grace fu rapita una mattina presto dal “promesso sposo” in motocicletta, con la complicità di suo padre.

Quella notte, e ogni notte successiva per 11 mesi, Grace è stata stuprata e bastonata. Aveva solo 12 anni. (…)

Solo attraverso la morte Grace Masanja ha recuperato qualcosa che assomiglia a una vita: dopo aver abusato di lei per 11 mesi, suo marito è morto in un incidente con la motocicletta. Grace, ora 13enne, non l’ha considerato un sollievo: l’uomo che la stuprava e che la batteva era morto, ma ora lei aveva un figlio e nessun reddito. Grace e suo figlio Mathias vivono oggi presso la famiglia di lei, dove Grace e suo padre hanno stabilito una tregua inquieta.

Dopo aver sentito gli annunci alla radio, Grace si è iscritta ai corsi di formazione professionale di “Agape”. Ogni anno, l’ong fornisce a dozzine di ragazze l’opportunità di apprendere un mestiere, di modo che possano mantenersi da sole. La maggioranza delle ragazze opta per i corsi di sartoria, ma altre vogliono diventare saldatrici ed elettriciste, professioni con cui sfidare gli stereotipi patriarcali di genere così radicati nella comunità in Tanzania. Si spera anche che la lusinga di questi introiti addizionali attenui, per i genitori, l’attrattiva a breve termine della dote.

Il padre di Grace, Kurwa Masanja, ora dice di rimpiangere quel che ha fatto alla figlia: “E’ stata la tradizione Sukuma che mi ha forzato a far sposare Grace non appena terminate le scuole elementari. Quando è tornata mi sono scusato e spero che ora potremo lentamente diventare padre e figlia di nuovo. Non posso ripetere un errore del genere, perché quando Grace è tornata ci ha raccontato cosa le era successo.”

Ma Grace ha i suoi dubbi e teme per la sua sorellina di quattro anni, Birha. “A mio padre restano solo sei delle mucche della mia dote. Ha venduto le altre per comprare una seconda casa. Cosa pensate farà, quando avrà dato via le altre e sarà povero di nuovo?”

N.B. Il governo della Tanzania ha messo esplicitamente fuorilegge i matrimoni precoci in questo mese, luglio 2016. Nulla però è stato fatto per risolvere il conflitto con altre leggi, tipo quella sui “Costumi locali” del 1963 che viene usata per coprire rapimenti e stupri con “le nostre tradizioni”, ne’ per arginare le dimensioni della corruzione all’interno di un corpo di polizia che preferisce accettare mazzette dai perpetratori di violenza o dai loro familiari piuttosto che soccorrere le vittime.

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“Ora non sono solo una donna, una nonna o una madre. Sono un’ingegnera solare. Quel che gli uomini possono fare, io posso farlo e persino farlo meglio di loro.” Questa è stata la dichiarazione di Evelyn Clemente, filippina, al suo ritorno in patria nel marzo scorso.

nonne ingegnere solari

(da sinistra Evelyn Clemente, Magda Salvador, Cita Diaz e Sharon Flores – 16 marzo 2015)

Assieme alle altre tre nonne dell’immagine, Evelyn ha passato 6 mesi nel nord dell’India a studiare, frequentando il Collegio Piediscalzi di cui vi ho già parlato

(https://lunanuvola.wordpress.com/2011/07/12/donne-del-sole/),

un luogo in cui si addestrano donne rurali da ogni parte del mondo, più spesso che no analfabete e anziane, come ingegnere solari, ma anche a far le dentiste o a lavorare i metalli.

Le quattro donne filippine hanno appreso a costruire e riparare lampade e pannelli ad energia solare: questi ultimi saranno da loro installati gratuitamente in 200 case delle loro comunità con il sostegno, fra gli altri, del gruppo femminista “Diwata”. In cambio, i villaggi costituiranno fondi per pagare le nonne per il lavoro di installazione e manutenzione, il che consentirà loro di avere degli introiti con cui già pensano di pagare l’istruzione delle loro e dei loro nipoti.

Duecento può non sembrare un grosso numero, ma portare dell’elettricità “pulita” (e sostenibile come costi) nelle comunità rurali cambia completamente le esistenze di chi ne fa parte. In Tanzania, i villaggi delle “nonne solari” hanno investito i soldi risparmiati in questo modo nei campi della sanità e della comunicazione. In Botswana, le donne di un’intera cittadina agricola hanno ridotto sensibilmente, grazie ai pannelli solari, il tempo speso nelle faccende domestiche (fra cui la raccolta di materiale combustibile ecc.) e la loro prole usa le lampade solari per studiare dopo il tramonto. “Il mondo per noi e i nostri figli è cambiato.”, dicono con orgoglio e sollievo.

Le Filippine, nonostante la recente crescita economica, hanno un quarto della popolazione in stato di povertà. Una persistente mancanza di energia elettrica nell’intera nazione causa disagi e danni in ogni settore della vita civile, dal commercio al lavoro produttivo, ma è fonte di particolari sofferenze e fatiche nelle aree rurali. Mandare le quattro nonne all’estero affinché diventassero ingegnere solari si è rivelato anche un messaggio di speranza per i settori più fragili economicamente e socialmente: i popoli indigeni, le comunità agricole, le donne.

“L’eguaglianza di genere (…) è una precondizione per l’avanzamento dello sviluppo e per la riduzione della povertà.” – United Nations Population Fund.

Evelyn Clemente questo lo sa: la sua intenzione è passare ad altre donne la conoscenza acquisita. “Voglio che abbiano la stessa opportunità di dar potere a se stesse e creare impiego per se stesse ed altri. La gran cosa che noi abbiamo imparato è il costruire lanterne solari. Adesso dobbiamo raccogliere abbastanza fondi per migliorare le nostre nozioni e trasmetterle ad altre madri.” E allora vi auguro buona Festa della Mamma, Evelyn e Magda e Cita e Sharon: consideratemi una figlia adottata virtualmente e molto, molto orgogliosa di voi. Maria G. Di Rienzo

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“Il sogno della mia mamma,” raccontò Hadiya, una donna yemenita, “era che io non mi sposassi ad 11 anni come lei e non diventassi come lei madre a 14.” Joanna, ascoltandola, pensò in quel momento che non aveva proprio importanza da dove venisse una donna, quale fosse il suo aspetto, come preferisse vestirsi: tutte sognavano un domani migliore.

Joanna Vestey, inglese, è una rinomata fotografa, nonché membro della White Ribbon Alliance (Alleanza del Nastro Bianco) che lavora a livello globale perché ogni donna, ovunque, sia al sicuro durante la gravidanza e il parto e le venga fornito tutto il sostegno di cui ha bisogno. Così, ha pensato di unire la sua abilità professionale al suo attivismo e ha creato la mostra “Dreams for my daughter” – “Sogni per mia figlia”: ecco di seguito alcune delle sue protagoniste.

angela

Angela Nguku vive in Kenya ed è la leader locale di White Ribbon Alliance: I miei sogni per mia figlia sono che passi il quinto compleanno, che vada a scuola, che sia in grado di fare scelte libere per la sua vita. Sogno che avrà la sua propria famiglia e che vivrà a lungo.

leyla

Leyla Hussein vive in Gran Bretagna ed è co-fondatrice di “Daughters of Eve” – “Figlie di Eva”, un’ong che lavora per proteggere bambine e giovani donne a rischio di mutilazione genitale: Il mio sogno per mia figlia è che si senta al sicuro nel suo ambiente e che non vi siano barriere in esso. Vorrei che capisse e riconoscesse la sua forza interiore. Ma più di tutto, voglio che sia felice e soddisfatta, qualsiasi sia il sentiero da lei scelto. Vorrei che fosse gentile con gli altri, in special modo con coloro che non hanno mai sperimentato alcuna gentilezza: tramite la restituzione, spero, riconoscerà che la sua presenza fa del mondo un posto migliore.

sue

Anche Sue Jacob vive in Gran Bretagna. E’ una levatrice ed un’attivista per la salute materna: Il mio grande sogno per ogni bimba che nasce in questo mondo è che sia amata, nutrita, protetta da ogni tipo di abuso e che sia in grado di realizzare il suo potenziale. Che sia libera da fardelli e tristezze durante l’infanzia. Che abbia accesso all’istruzione, opportunità di impiego e viva in una società in cui il suo contributo è apprezzato e non discriminato a causa del suo genere. Il mio sogno per mia figlia è che sia amata per ciò che è e non per ciò che gli altri vorrebbero lei fosse.

anna

Anna Christopher, invece, è della Tanzania: Ho un maschietto. Quando il momento verrà e sarò benedetta da una femminuccia, mi assicurerò che non faccia mai esperienza di diritti separati per maschi e femmine. Io credo nell’eguaglianza.

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Se si parla di vedove la prima immagine che si genera nelle nostre menti è quella di donne anziane, o comunque adulte, ma milioni di vedove, al mondo, sono bambine. A volte non hanno più di otto anni. Non viste, non contate nei rapporti internazionali, vivono per lo più in remote aree rurali dell’Africa e dell’Asia del sud, ma dire che “vivono” è quasi un’esagerazione. Generalmente, per il loro status di vedove, è decretata la “morte sociale”. Sposate a forza in età infantile ad uomini adulti e anziani, private dei loro diritti umani alla salute, all’istruzione, alla protezione dalla violenza sessuale e dallo sfruttamento economico; prematuramente incinte, ben prima che i loro corpi siano pronti a tale esperienza; se sopravvivono alle lesioni dovute ai rapporti sessuali, ai parti prematuri, alle fistole, alle botte, all’Aids, si rimprovera loro di essere così sfacciate da sopravvivere anche ai mariti. Se hanno figlie, la loro “disgrazia” si trasmette ad esse senza scampo: una vedova povera, senza diritti ereditari su terra o beni, può essere facilmente costretta a vendere la sua bimba in un matrimonio precoce. Nel frattempo, per mantenerla, di solito vende se stessa per strada o in qualche bordello. Naturalmente, nel caso “fortunato” in cui i parenti del marito non l’abbiano buttata per strada, la piccola vedova può fare la serva in casa propria immersa nel disprezzo più totale.

E’ difficile avere statistiche precise, stante gli scarsi sforzi dei governi e della comunità internazionale nell’occuparsi del problema, ma è ormai accertato che Yemen, Tanzania, Afghanistan ed Etiopia sono fra i paesi con la più alta incidenza di vedove bambine. La nazione che si situa in cima alla lista è il Nepal, ma forse, dicono i ricercatori, è solo perché il gruppo “Women for Human Rights – Single Women’s Group” (WHR SWG), un’associazione di vedove, si è presa la briga non solo di cercare di contarle, ma di cercare di fornir loro soccorso, protezione, alloggi, cibo, cure sanitarie, istruzione e lavoro. Il compito che le donne di WHR SWG si sono assunte, reso ancora più arduo dallo stigma sociale posto sulle giovanissime vedove, ha avuto un’insperata e felice mano d’aiuto un paio d’anni fa, grazie alla giornalista Yemi Ipaye ed alla regista Katherine Chrucher, che sulle piccole vedove hanno girato per la BBC il documentario “Nepal: le morte viventi”. “La mia più grande preoccupazione era il timore di mettere queste ragazze a rischio di ulteriori abusi.”, dice Ipaye, “Già era difficile farle parlare delle loro esperienze. Se descrivevano apertamente ciò che stava accadendo loro era inevitabile che accusassero le famiglie dei loro mariti di violenza e sfruttamento, e queste famiglie avrebbero potuto vendicarsi dopo che la telecamera se n’era andata.”

Può sembrare strano che le “bekalayas”, come le giovani vedove nepalesi sono chiamate, debbano essere perseguitate dalla loro stessa comunità per un fatto, la morte del marito loro imposto, di cui non hanno responsabilità alcuna, ma come spiegò ad Ipaye un influente sacerdote Hindu, molti credono che queste creature abbiano fatto qualcosa di così orrendo nella loro vita precedente da meritare la maledizione della presente miserabile esistenza come vedove bambine. Le femministe del Nepal aggiungono che questa è la vernice, assai appiccicosa, con cui la questione dei diritti umani delle donne e delle bambine viene coperta, una questione che ha che fare con il possesso della terra ed in genere con il potere: su una bimba si può averne di assoluto.

“Il mio primo shock fu l’incontro con Gita.”, dice ancora Ipaye, “Aveva 13 anni ed era diventata una vedova a 10: più esattamente, era diventata la schiava domestica dei suoi parenti acquisiti. Poi ho incontrato Bobita, che di anni ne aveva 14 ed aveva un figlio neonato fra le braccia: era pateticamente rassegnata a vivere in un limbo, con la sola speranza che crescendo il figlio l’avrebbe protetta e riscattata. Manu, vedova di guerra a Kathmandu, viveva fra le ombre come un fantasma: è stato difficile per me venire a patti con la sua storia, aveva dovuto fare cose inimmaginabili per sopravvivere.”

La vita delle vedove bambine è anche regolata da restrizioni formali: non possono indossare abiti colorati o chincaglieria e devono portare solo vesti bianche; è loro proibito presenziare a feste o celebrazioni familiari come i matrimoni; non devono mangiare pesce o carne. Insomma, devono scomparire a livello sociale. Le donne di WHR-SWG hanno sfidato queste consuetudini istruendo le vedove ed insegnando un mestiere alle più grandi: le ragazze si sono entusiasticamente cimentate in corsi per lavori non tradizionali e oggi riparano biciclette e telefoni cellulari, o guidano taxi. Per di più, tendono a formare cooperative ed il fatto di essere insieme fornisce loro un’attitudine del tutto diversa. Non solo molte hanno preso a vestirsi come vogliono ecc., ma hanno anche inscenato una clamorosa protesta contro il governo che intendeva pagare degli uomini per sposarle di nuovo. “E’ stato un momento di vera ispirazione. Una marcia senza precedenti per il paese.”, ricorda Ipaye, “Ma fu subito chiaro che la lotta era seria: il Ministro responsabile di questa proposta mi disse personalmente che non l’avrebbe ritirata.” Per questo, chiedendo che i loro diritti umani siano riconosciuti e garantiti, bimbe e ragazze e donne vedove, in Nepal, stanno continuando a protestare.  Maria G. Di Rienzo

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(“Life’s Precious Trio: Women, Water and Health”, di Elayne Clift per Ontheissuesmagazine,  http://www.ontheissuesmagazine.com/ – Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

La sua giornata comincia prima dell’alba. Cammina per oltre quattro miglia su sentieri dissestati per raggiungere un buco scavato a mano, dal quale raccoglie il fabbisogno d’acqua giornaliero per la sua famiglia. L’acqua è inquinata da moscerini, feci e animali. Nella stagione secca il percorso è periglioso, perché le pareti scoscese di fango collassano e feriscono le donne e le bambine che vengono a prendere la preziosa acqua anche due volte al giorno. Quando arriva a casa, portando sulla testa un orcio che pesa quanto un cucciolo di giraffa, è esausta. La notte cammina fino alla latrina, al buio, e rischia aggressioni sessuali.

Questa è la vita quotidiana di molte donne, come lo era per la tanzanese Nakwetikya prima che un’ong con base in Gran Bretagna, Water Aid, installasse un pozzo nel suo villaggio. “La situazione era tremenda.”, dice Nakwetikya, “Non c’era acqua e scavavamo buchi per trovarne un po’. Le mie gambe cominciavano a tremare dalla paura prima ancora che mi calassi in quei buchi. Ma non c’era scelta. Se non trovavo l’acqua la mia famiglia non poteva mangiare, lavarsi e neppure bere un sorso.”

La mancanza di acqua e di impianti sanitari ha un impatto enorme sulle vite di milioni di donne nel mondo. In un solo giorno, più di 200 milioni di ore sono spese collettivamente dalle donne nel raccogliere acqua per uso domestico. E più di 600 milioni di donne vivono senza acqua sicuramente potabile e senza le necessità igieniche di base. L’accesso all’acqua influisce sulla salute delle donne in svariati modi. Soffrono dolori alla schiena, spine dorsali ricurve e deformità pelviche date dal trasportare grossi contenitori d’acqua sulla testa. Ironicamente, sono spessissimo disidratate. Sono soggette a contrarre malaria, diarrea e parassiti. Tutte malattie che hanno a che fare con il loro ruolo di cura, e che possono essere prevenute migliorando l’accesso all’acqua ed agli impianti sanitari, e maneggiando meglio le risorse.

Per far questo, le donne devono sedere al tavolo decisionale: sono loro a sapere di cosa c’è bisogno per rendere l’acqua sicura ed accessibile. I progetti che sono stati realizzati con la piena partecipazione delle donne si sono dimostrati i più sostenibili ed i più efficaci. “Poiché sono le principali utilizzatrici dei futuri pozzi, le donne sono in grado di decidere meglio la posizione di una fonte d’acqua, ed hanno una conoscenza cruciale nel pianificare gli stadi dei lavori, perché sanno dove l’acqua è più vicina, dove è più pulita, e dove le fonti si stanno esaurendo.”, spiegano a “Water Aid”, “A loro noi indichiamo misure igieniche, come il coprire l’acqua immagazzinata e l’usare rastrelliere per tenere piatti e utensili sollevati dal terreno.”

Lo status economico e sociale delle donne è in relazione anche all’accesso all’acqua pulita, in modi che sono d’importanza vitale in una prospettiva di genere. Se le bambine non devono più andare a prendere acqua possono andare a scuola, e se la scuola ha toilette decenti le ragazzine mestruate possono restarci. Le donne che hanno famiglie non oppresse da malattie correlate all’acqua possono lavorare al mercato e nei campi, migliorando il reddito familiare. Inoltre, possono assumere maggiori responsabilità all’interno della comunità, come Nakwetikya stessa testimonia: “Da quando abbiamo questa nuova fonte d’acqua la vita è cambiata in modo straordinario. Il mio status come donna ha avuto finalmente un riconoscimento (perché fa parte del “comitato acqua”, nda). Prima, gli uomini ci consideravano alla stregua di pipistrelli che svolazzano in giro. Nessuno ci permetteva di parlare o ascoltava quel che dicevamo. Adesso, quando mi alzo per parlare non sono un animale. Sono qualcuno che ha un’opinione valida.”

Le Nazioni Unite stimano che, entro il 2025, 48 paesi per una popolazione di 2 miliardi e 800.000 persone soffriranno per scarsità di acqua potabile. In questo momento, meno dell’1% dell’acqua corrente e potabile è accessibile all’uso umano diretto. La tendenza alla privatizzazione dell’acqua è pure preoccupante, perché ne innalza i prezzi e ne peggiora la distribuzione. Le donne restano nel quadro il segmento più vulnerabile, sia perché spesso lavorano in settori informali e non hanno le risorse per comprare acqua in mercati competitivi, sia perché appunto la privatizzazione rende l’acqua accessibile ancora più scarsa. Inoltre, sino a che i paesi industrializzati continuano ad inquinare fiumi ed altre fonti d’acqua con pesticidi e rifiuti tossici, le persone più povere del mondo – le donne – soffrono le conseguenze delle loro azioni mentre tentano di aver cura delle proprie famiglie. E’ per questo che ascoltare le loro voci, a tutti i livelli di governance, è così importante.

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(dal rapporto dello Speciale Inviato NU Philip Alston sulle esecuzioni extragiudiziarie, sommario dell’Alto Commissariato NU per i Rifugiati, trad. Maria G. Di Rienzo)

Storicamente, le persone classificate come streghe sono state perseguitate, torturate e uccise: la pratica continua a tutt’oggi. Ogni anno, migliaia di persone, in maggioranza donne anziane e bambini, sono accusate di essere streghe, soffrono abusi, vengono gettate fuori dalle loro famiglie e comunità ed in molti casi assassinate.

Philip Alston, nel suo più recente rapporto al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha detto: “In troppe situazioni, essere classificata come strega equivale a ricevere una condanna a morte.”

I bambini, in particolare, sono sempre di più un bersaglio. L’abuso dei bimbi accusati di stregoneria è comune nei paesi che hanno sofferto anni di conflitto, dove le tradizionali strutture sociali si sono dissolte e dove i bambini-soldati sono emersi come una minaccia. E nei paesi dove le morti dovute all’AIDS sono comuni, dove vi sono poche o nessuna prospettiva di una vita migliore, e dove le chiese confermano l’esistenza della stregoneria, i bambini sono spesso accusati di avere poteri sovrannaturali e quindi perseguitati.

Alston ha concluso che: “La persecuzione e l’uccisione di individui accusati della pratica detta “stregoneria”, la cui stragrande maggioranza è composta da donne e bambini, è un fenomeno significativo in numerose parti del mondo. La risposta alla stregoneria frequentemente comporta forme sistematiche di discriminazione basate sul genere, sull’età e sulla disabilità. Le famiglie delle “streghe” sono spesso soggette a gravi violazioni dei diritti umani.”

Nel suo rapporto, Alston offre una visuale della vastità del problema e della sua diffusione geografica:

Nella Repubblica democratica del Congo, la maggioranza dei circa 50.000 bambini che vivono nelle strade della capitale Kinshasa vi si trovano perché accusati di stregoneria e rifiutati dalle loro famiglie. Molti bimbi sono imprigionati in strutture religiose, dove sperimentato tortura e maltrattamenti, e persino sono uccisi con il pretesto di esorcizzarli.

In India, Nepal e Sudafrica sono in atto vere e proprie cacce alle streghe. In Nepal, in particolare, le donne anziane e le vedove subiscono abusi durante cerimonie di esorcismo.

In Ghana, circa 2.000 persone accusate di stregoneria sono detenute in cinque differenti campi di prigionia. La maggioranza dei prigionieri sono donne anziane e in miseria: alcune sono forzate a vivere in questo modo da decenni.

In Tanzania circa un migliaio di persone, in maggioranza donne anziane, sono assassinate ogni anno perché ritenute streghe.

In Angola, il Comitato per i diritti del bambino ha chiesto “azioni immediate per eliminare il maltrattamento dei bimbi accusati di stregoneria”.

In Papua Nuova Guinea, sono stati riportati ufficialmente circa 50 omicidi l’anno relativi alla stregoneria, ma altre fonti suggeriscono che le cifre siano assai più alte.

In Nigeria, sta crescendo il numero dei bambini abbandonati o perseguitati come streghe.

Nel considerare i modi di affrontare il problema, lo Speciale Inviato NU ha detto che rendere illegale il credere nella stregoneria non è una soluzione: il rispetto per gli usi e costumi, tuttavia, non include la persecuzione e l’omicidio. Alston raccomanda, nel suo rapporto, che tutti gli omicidi di streghe siano legalmente trattati come tali, investigati e puniti. E i governi, aggiunge, devono fare la loro parte, compiendo tutti i passi disponibili per prevenire tali crimini e perseguire i loro perpetratori.

Alston desidera qualcosa di più dei programmi sociali atti a suscitare consapevolezza: crede che debba essere offerta protezione immediata a coloro le cui vite sono messe in pericolo e danneggiate dall’accusa di stregoneria.

P.S. – Un filmato sulle “streghe” del Ghana è visibile all’indirizzo:

http://www.guardian.co.uk/global-development/video/2010/nov/25/witches-gambaga-ghana

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