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(Intervista a Sara Baker di Servane Mouazan per ForWomanity, settembre 2015, trad. Maria G. Di Rienzo. Sara è la coordinatrice globale di “Take Back the Tech! – Riprenditi la tecnologia!”, una campagna organizzata dall’Association for Progressive Communications, in sigla APC.)

baker

In che modo “Take Back the Tech!” ha avuto inizio e quale è stata la sua evoluzione?

Sara Baker (SB): L’APC ha un programma per i diritti delle donne che si concentra su molte aree differenti correlate a tecnologia e genere, e “Take Back the Tech!” è una di queste. E’ scaturita dai risultati delle ricerche dell’APC sull’accesso alla tecnologia e le esperienze con la tecnologia. E’ venuto fuori che c’era un problema reale, la violenza di genere veicolata dalla tecnologia che non veniva affrontata, in special modo a livello globale. “Take Back the Tech!” ha avuto inizio per incoraggiare donne e ragazze a riprendersi la tecnologia, a farla propria, a dire: “Ehi, anche noi abbiamo diritto di stare in questo spazio.” E’ cominciata come una campagna di collaborazione con persone di differenti paesi e da allora è cresciuta sino a contarne oltre 30. Noi vogliamo sul serio fomentare la discussione sull’accesso, sulla libertà d’espressione e la violenza contro le donne in tutto il mondo, ma un pochino di più nel sud globale, dove l’istanza è più urgente.

E’ straordinario vedere quant’è cresciuta la campagna e quanta attenzione ha ricevuto. L’anno scorso ci siamo concentrate sul settore privato, includendo piattaforme come Facebook e Twitter, tentando di far loro davvero capire le esperienze che le donne fanno sui loro siti. Ciò ha avuto un mucchio di attenzione dai media e a livello internazionale. Il soggetto è sul tavolo ora – è grandioso vedere gente, ai livelli più alti, che comincia a discuterne.

Dove si intersecano i mondi online e quelli offline quando si tratta di violenza di genere?

SB: Penso che la gente abbia questa idea in testa, che internet sia un mondo totalmente diverso da quello offline e ciò che accade online sia separato dal resto. Questo, semplicemente, non è vero. La linea di confine è spesso invisibile, non esistente o offuscata. Noi abbiamo il problema di far capire alle persone che la violenza online è violenza, non qualcosa di separato. Le norme di genere e le dinamiche derivate da potere diseguale che conducono alla violenza offline sono identiche, e a volte persino amplificate, online. Le persone possono subire violenza dallo stesso individuo online e offline. La tecnologia gioca un grosso ruolo nella violenza sulla partner intima tramite webcams, social media, il controllo dei cellulari – ci sono molti più sistemi di una volta.

Noi abbiamo una mappa a “Take Back the Tech!” dove le persone possono segnalare le violenze e là si vede come la linea fra online e offline si dissolve. La violenza online è solo un’altra forma di violenza psicologica. Influisce sulle vite quotidiane delle persone. Noi stiamo cercando di far capire come ciò che accade alle donne online è una parte del continuum della violenza.

Sembra che spesso coloro che hanno meno accesso alla tecnologia siano i più marginalizzati. Come l’accesso (o la mancanza dello stesso) entra in gioco negli sforzi per l’uso della tecnologia nell’aiutare più vittime?

SB: A confronto con gli uomini ci sono duecento milioni in meno di donne online. Anche quando le vittime di violenza non hanno accesso alla tecnologia possono diventare vittime tramite la tecnologia. Questo si vede di frequente con i cellulare usati per filmare o fotografare donne senza il loro consenso. “Take Back the Tech!” cerca di istruire le donne sulla sicurezza digitale affinché siano al sicuro quando hanno un accesso. Gestiamo anche FTX – Lo Scambio Tecnologico Femminista. Un mucchio di informatici possono non comprendere quanto impatto hanno gli elementi di genere sulla tecnologia e le attiviste per i diritti delle donne stanno facendo cose enormi, ma possono non sapere molto di come usare la tecnologia: questa iniziativa li fa incontrare affinché lavorino insieme.

take back the tech

Take Back the Tech!” è diventato un fulcro attorno a cui le persone si collegano e creano in modo inclusivo: come questo ha generato soluzioni?

SB: Le donne sono state escluse e discriminate nel mondo della tecnologia per molto tempo e coloro che ci si trovavano provavano una mancanza reale di sostegno. Io penso che quando fai in modo si mettano insieme ciò crei un sistema di sostegno, ci sono persone che stanno dando riconoscimento e nutrendo le loro idee, celebrando il ruolo delle donne nella tecnologia.

Molta gente vede la tecnologia come una cosa “mascolina” e quando noi stiamo insieme sfidiamo questo. E quando sfidiamo questo, sfidiamo anche le dinamiche che creano la violenza contro le donne. Tutte queste istanze sono interconnesse. Non possiamo affrontare la violenza contro le donne senza affrontare l’accesso o il ruolo delle donne nella tecnologia, o problemi con la governance di internet.

Che impatto ha avuto questo lavoro sul tuo personale viaggio come femminista?

SB: Quando ho cominciato a lavorare con l’APC, il mio retroscena era occuparmi di violenza di genere e sino a un certo punto capivo il ruolo che la tecnologia stava cominciando a giocare, ma non ero davvero una che sapeva tanto. Lavorare su “Take Back the Tech!” è stata un’esperienza straordinaria per me. Ho una conoscenza molto più profonda della tecnologia e dei suoi aspetti di genere. La tecnologia è parte delle nostre vite quotidiane – praticamente ogni minuto – e ora io comprendo come le questioni su cui lavoravo si manifestano online.

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Campagna “La violenza non è la nostra cultura” – 29 novembre, giorno internazionale delle difensore dei diritti umani. Campagna “Riprendiamoci la tecnologia”. (Trad. Maria G. Di Rienzo)

Oggi, 29 novembre 2010, uniamo le mani in solidarietà e chiediamo ad attiviste ed alleate nelle differenti parti del mondo di sostenere il lavoro delle difensore dei diritti umani che chiedono di mettere fine alla violenza giustificata in nome della “cultura”, della “religione” o della “tradizione”.

La Campagna “La violenza non è la nostra cultura” definisce tale violenza come: atti di violenza contro le donne giustificati e condonati tramite la politicizzazione e l’abuso delle credenze, dei valori e delle pratiche culturali, religiose o tradizionali al fine di imporre controllo su donne e bambine.

Ciò può includere il controllo sul corpo di lei, sulla sua sessualità, su chi lei ama, su chi lei sposa, su come esprime se stessa, su ciò che lei sa, su ciò che lei crede e sull’esercizio del suo libero arbitrio. La Campagna fu lanciata nel 2007 come “Campagna globale per metter fine all’assassino ed alla lapidazione di donne” per fermare l’insistente abuso di religione e cultura per giustificare gli omicidi, le mutilazioni e la tortura delle donne come punizione per la violazione di “norme” imposte, in special modo quelle che riguardano i ruoli di genere ed il comportamento sessuale.

La capacità di donne e ragazze di esercitare la loro libertà di espressione è cruciale per contrastare la continua disseminazione di messaggi culturali usati per giustificare la violenza contro le donne. Ciò include il diritto per donne e ragazze di formare liberamente e liberamente esprimere le loro opinioni e di cercare, ricevere e fornire informazioni e idee liberamente tramite ogni media, al di là delle frontiere (Art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani). Include anche il diritto di associarsi e di tenere assemblee (Art. 20 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani).

Le tecnologie informatiche e di comunicazione come internet hanno grande potenziale nel permettere alle donne di partecipare allo sviluppo delle società in cui vivono e nel fare evolvere una cultura che onori e rispetti la dignità umana e i diritti umani.

 

 

La Campagna “Riprendiamoci la tecnologia” (“Take Back The Tech!”) chiama donne e ragazze a creare i propri media, a sfidare e contrastare le repressive nozioni vigenti di “cultura” e “identità” che pretendono di dettare, anziché di rispettare, il diritto base di ogni donna a definire se stessa. Promuovendo l’uso creativo della tecnologia da parte di donne e ragazze stiamo sostenendo il loro potere di documentare ed esprimere le loro diverse realtà, la loro auto-rappresentazione e la loro contestazione delle credenze, delle attitudini e delle pratiche che perpetuano e scusano gli atti di violenza contro le donne.

Da quando la campagna “Riprendiamoci la tecnologia” cominciò, nel 2006, centinaia di attiviste e difensore dei diritti umani, in più di trenta paesi, hanno usato internet, i cellulari, le radio per organizzare azioni contro la violenza di genere.

Le due Campagne sono unite come parte dei 16 giorni di attivismo contro la violenza di genere. Potete vedere le azioni comuni su:

http://www.takebackthetech.net/take-action

http://www.stop-stoning.org/16_Days_2010

Difendete i diritti umani delle donne. Dichiarate la nostra cultura libera dalla violenza contro le donne!

Quest’anno, “Riprendiamoci la tecnologia” chiede di difendere il nostro diritto di donne di esprimerci e di essere informate: le fondamenta per essere in grado di stare insieme, organizzarci per il cambiamento, intervenire nel dibattito pubblico, definire la cultura, costruire spazi sicuri e mettere fine alla violenza contro le donne.

Video su You Tube: http://www.youtube.com/watch?v=DCwK8Y1Unr4

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