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Lasciala leggere

(“Poet as Housewife”, di Elisabeth Eybers – in immagine, 26 febbraio 1915 / 1° dicembre 2007 – poeta e giornalista sudafricana, ha scritto principalmente in afrikaans. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Elisabeth Eybers

LA POETA COME CASALINGA

Una scopa sempre appoggiata alla parete,

pasti mai in orario, se mai arrivano del tutto.

Giorni senza appuntamenti attraverso i quali lei si muove

vuota e ostinata, leggermente confusa.

La roba da stirare pende sconsolata da una sedia,

gesti che arrivano da non si sa dove.

Vecchie lettere senza risposta, ammassate insieme,

carte e pillole stipate profondamente in un cassetto.

Grata di essere parte del grande tutto del tuo cuore

eppure devota ai limiti del suo piccolo cranio.

O bipede ordinario, fa’ attenzione,

lasciala in pace – lasciala leggere.

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Le donne sudafricane stanno in questi giorni condividendo su Twitter le loro esperienze di violenza subita con l’hashgtag #AmINext (Sono io la prossima). A innescare il flusso è stato l’ennesimo stupro seguito da femicidio: a perdere la vita una giovane universitaria di Cape Town, Uyinene Mrwetyana – in immagine – che era uscita per andare a ritirare un pacco all’ufficio postale ed è stata ritrovata cadavere (il presunto stupratore – assassino, 42enne, è stato arrestato).

uyinene mrwetyana

Il Sudafrica è uno dei luoghi peggiori al mondo per viverci da donna: il tasso di femicidi nel paese è cinque volte tanto la media globale – una tendenza costante dall’anno 2000 – e l’80% delle aggressioni sessuali denunciate negli anni 2016/2017 erano stupri.

I messaggi al riguardo delle donne su Twitter sono strazianti, una valanga di dolore e coraggio a cui il paese dovrebbe dare una risposta a livello politico e sociale. Eccone alcuni:

Sihle Bolani, 2 settembre 2019:

Mia figlia ha 14 anni. Alla sua età, io ero già stata stuprata. La guardo ogni giorno e vedo semplicemente una bambina. Oggi, sto pensando a quanto giovane ero e a come anch’io avevo l’aspetto della bambina che ero. Ma gli uomini sono feroci, violenti, distruttivi e pieni di odio.

Dakalo, 2 settembre 2019:

Il mese scorso, una collega ha dato soldi alla sua figlia adolescente perché andasse in città, a comprarsi un vestito nuovo per il ballo d’esame della scuola. Non ha mai fatto ritorno. Il suo corpo è stato trovato in una siepe non distante dall’ospedale.

Niki, 2 settembre 2019:

Le mie nipotine hanno 4 anni. Quando avevo quell’età, il mio stupratore aveva già cominciato ad addestrarmi. Aveva già messo le mani nelle mie mutande e mi aveva già infilato la lingua in bocca. Avevo – quattro – anni.

Mahlodi Makobe, 3 settembre 2019:

Il mese scorso volevo fare denuncia per le molestie sessuali, la poliziotta che mi “assisteva” mi ha detto che non dovrei essere sorpresa se gli uomini non riescono a tenere le mani distanti da me perché “ke pakile” (ndt. “sei formosa”). Mi sono sentita così sconfitta. Siamo proprio sole.

Avere leggi che puniscono la violenza sessuale è importantissimo, ma non sufficiente. Formare all’eguaglianza di genere legislatori, magistrati e membri delle forze dell’ordine è indispensabile. Aprire una stagione di discussione pubblica su diritti umani, dignità e rispetto per ogni essere umano altrettanto. Altrimenti, ovunque, il risultato è quello che avete appena letto.

Maria G. Di Rienzo

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(“Why I Resigned from the South African “Sex Work” Movement”, di Mickey Meji – in immagine – per Voice 360, 12 giugno 2018, trad. Maria G. Di Rienzo. Mickey Meji è una delle principali attiviste di “Embrace Dignity” – “Abbraccia la dignità”, un’organizzazione che lavora per mettere fine allo sfruttamento commercializzato del sesso e al traffico di esseri umani a scopo sessuale in Sudafrica.)

Mickey Meji

Come molte donne in Sudafrica con esperienza personale nel commercio di sesso, quando inizialmente mi sono unita al “Sisonke Movement of Sex Workers” avevo la falsa impressione che esso esistesse per rappresentarmi nella mia richiesta di diritti umani come donna che stava vendendo sesso. Ho poi scoperto che non è per nulla questo ciò che il movimento vuole.

Non sono più associata ad esso da molti anni, ma sono stata informata la scorsa settimana che devo “dare ufficialmente le dimissioni” perché non mi si conti più come membro del gruppo. Venerdì scorso ho fatto esattamente così – come hanno fatto molte altre donne che conosco e che hanno esperienza diretta nella prostituzione.

Personalmente sono entrata nel commercio sessuale per disperazione. Il passato coloniale del Sudafrica, l’apartheid, la povertà, i trascorsi abusi sessuali e fisici e altre diseguaglianze erano il contesto per questo.

La prostituzione non è mai una libera “scelta”. La maggioranza delle donne che vi entrano qui sono donne nere povere con retroscena svantaggiati. Lo fanno in primo luogo a causa della mancanza di scelte. E la stragrande maggioranza delle donne nella prostituzione non la vedono come “lavoro”, ma piuttosto come un tormentato mezzo di sopravvivenza. In pratica ognuna non vede l’ora di uscirne al più presto possibile.

Invece di riconoscere questa dura realtà, Sisonke promuove, sostiene e chiede la totale decriminalizzazione del commercio di sesso e il suo riconoscimento come lavoro. Ciò significa non solo decriminalizzare le persone che vendono sesso, ma anche quelli che ci comprano e ci sfruttano e quelli che ci vendono per il loro tornaconto economico. Questo modello è fallito in Nuova Zelanda dove il traffico di esseri umani continua a prosperare e dove la violenza contro donne e ragazze nella prostituzione è nascosta dal considerarla “un lavoro come un altro”.

Ciò ignora le prove sempre crescenti che le donne nella prostituzione fanno esperienza di enormi violazioni dei loro diritti umani, incluso lo stupro, la violenza fisica, la disumanizzazione e l’omicidio perpetrati dagli uomini che ci comprano. Poi siamo ulteriormente vittimizzate dai magnaccia e dai proprietari dei bordelli che ci vendono per proprio beneficio finanziario e dalla polizia, giacché le persone che sono vendute per il sesso sono ancora considerate criminali per la legge sudafricana.

Il movimento per la completa decriminalizzazione del commercio sessuale non riconosce la tendenza globale che va in direzione differente. Nonostante la schiacciante evidenza che si tratta dell’unico approccio che dimostra di ridurre la violenza e ci porta più vicini all’eguaglianza di genere, Sisonke non sostiene il modello nordico che decriminalizza, sostiene e fornisce servizi d’uscita a coloro che vendono sesso, ma simultaneamente criminalizza gli elementi di sfruttamento – proprietari di bordelli, magnaccia e compratori.

Durante gli ultimi vent’anni nazioni che includono Svezia, Islanda, Norvegia, Canada, Irlanda del Nord, Francia e Irlanda hanno tutte adottato la politica “modello egualitario” per il commercio sessuale. Ciò è accaduto in gran parte come risposta agli sforzi delle sopravvissute al commercio sessuale, sostenute da gruppi di donne nazionali e internazionali.

Una delle più grosse bugie del movimento “sex work” di cui Sisonke fa parte è che loro rappresenterebbero in tutto e per tutto i migliori interessi delle donne nella prostituzione. “Sex work” è una denominazione fuorviante che le persone nella prostituzione non usano. E’ anche un termine dall’ampio significato e include non solo chi vende o è venduta per il sesso, ma anche ogni singola persona abbia connessioni al commercio sessuale – fra cui chi fa il pappone e chi dirige bordelli. Il fatto che Sisonke proponga la decriminalizzazione completa mostra che dà priorità ai desideri di questi perpetratori di abusi piuttosto che a quelli di chi direttamente li subisce.

Questa tendenza preoccupante non è solo sudafricana. Ha alzato la sua brutta testa in vari luoghi. Gruppi che pretendono di agire in nome delle donne nella prostituzione, ma in realtà sostengono magnaccia, proprietari di bordelli e compratori, sono aumentati in giro per il mondo. Si sono collegati tramite rapporti ufficiali a Unaids e all’Organizzazione Mondiale per la Sanità e hanno influenza diretta sulle politiche relative ai diritti umani di organizzazioni come Amnesty International.

Come qualcuna che continua a lottare per i diritti delle donne incastrate nel commercio di sesso è devastante, per me, vedere come le nostre vite, la nostra sicurezza e il nostro benessere siano compromessi da quegli stessi gruppi che pretendono di rappresentarci.

Le sopravvissute al commercio sessuale sanno quale approccio funziona meglio – il “modello egualitario” o nordico, che ha anche costituito una delle raccomandazioni del rapporto della Commissione sudafricana per la riforma legislativa, pubblicato lo scorso giugno.

Non accetteremo più che altre persone parlino per noi e usino le nostre sventure per trarne beneficio. Stiamo costruendo il nostro proprio movimento globale e non ci azzittiranno più.

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(“A Sex Trafficking And Prostitution Survivor Testifies”, di Taina Bien-Aimé, avvocata e laureata in scienze politiche, giornalista indipendente, direttrice della “Coalizione contro il traffico di donne”, la prima organizzazione non governativa nata con l’impegno di mettere fine al traffico di donne e bambine e alle forme correlate di sfruttamento commerciale sessuale quali atti di violenza di genere. Questa sua intervista a Grizelda Grootboom – in immagine – è del 1° agosto 2016. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

grizelda

Di recente, Grizelda Grootboom ha pubblicato “Exit” – “Uscita”, un libro sulla sua infanzia piena di violenza e vissuta da senzatetto, sul traffico sessuale che ha subito, sulla sua fuga dalla prostituzione e la sua trasformazione in una delle più attive leader sopravvissute decise a eliminare il commercio sessuale. Grizelda è sudafricana e vive a Cape Town con il suo figlioletto.

Come sono stati i primi 18 anni del viaggio della tua vita?

Sono nata nella parte occidentale di Cape Town, nell’area di colore di Woodstock. I miei primi anni sono stati felici, mentre vivevo con mio padre e mia nonna. Quando avevo 8 anni, il governo dell’apartheid ci fece traslocare di forza per scopi di sviluppo dell’area, così mio padre ed io finimmo a vivere per strada. Senza lavoro e senza casa divenne un alcolizzato e infine mi mandò da mia madre a Khayelitsha, un distretto per neri sempre a Cape Town. Il nuovo ambiente era difficile per me, perché mia madre aveva la sua propria famiglia e io dovevo imparare un’altra lingua. Un giorno, mentre raccoglievo acqua per strada, quattro ragazzi adolescenti mi puntarono un coltello alla gola e mi trascinarono in una baracca dove mi stuprarono in gruppo. E’ un rituale culturale maschile chiamato “ifoli”, simile al “jack-rolling” (ndt: lo stupro di gruppo quale punizione per un’azione percepita come “affronto” dai perpetratori). Avevo 9 anni. Tutto quel che ho provato era dolore e rabbia, perciò me ne andai dalla casa di mia madre e passai l’infanzia fra i rifugi e le strade.

Fu allora che fosti venduta per la prima volta per la prostituzione?

No. Ero semplicemente una ragazzina di strada che fumava, prendeva droghe, rubava per mangiare. Quando ci arrestavano, i poliziotti chiedevano pompini, ma niente altro. Era solo qualcosa che dovevamo fare se volevamo uscire di prigione.

Sulle strade, conoscevo persone che consideravo la mia famiglia. Quando divenni diciottenne, il rifugio mi buttò fuori in modo permanente così una mia amica, una ragazza più grande che comprava droghe da noi e passava del tempo sotto il nostro ponte, mi disse che poteva trovarmi un lavoro a Johannesburg. Una volta arrivate, mi portò in una stanza nel sobborgo di Yeoville, disse che andava a comprare da mangiare e da allora, sino a oggi, non l’ho vista più.

Mi addormentai e fui svegliata da un pugno in faccia. Gli uomini mi spogliarono, mi legarono, mi iniettarono stupefacenti e cominciarono a vendermi. Per 12 giorni, dalle dieci di mattina a tarda notte, uomini entravano nella stanza mentre io ero bendata. I miei sensi dell’olfatto e del tatto si svilupparono intensamente; potevo individuare chi era in pausa pranzo dal lavoro, chi era ubriaco, chi si profumava con acqua di colonia costosa. Io, per due settimane, ho puzzato di preservativi, sperma e droghe. Dopo quel periodo, mi misero in strada.

Per quanto tempo sei stata prostituita e trafficata?

Sino a che ebbi 26 anni. Nei primi mesi, avevo imparato velocemente come comportarmi “bene” per andare negli strip-club piuttosto che in strada, cambiare magnaccia, farmi spostare da una provincia a un’altra. Se non eri una “brava ragazza” ti mandavano alle stazioni di servizio per camionisti. Il governo era coinvolto: molti dei miei clienti erano funzionari, legislatori, ministri. Non c’era via di fuga.

Quando sei uscita dalla prostituzione?

Quando ho capito di essere incinta di sei mesi, ho pensato che mi avrebbero lasciata libera. Invece, i miei magnaccia dissero che non era parte del contratto e mi costrinsero ad abortire. Dopo tre ore dall’operazione volevano ributtarmi in strada a lavorare e io mi rifiutai. Mi picchiarono così tanto che mi svegliai dal coma in ospedale un mese dopo. Quello è stato il momento. Ho potuto andare in riabilitazione e sopravvivere.

C’è chi dice che la prostituzione sia un lavoro come un altro. Tu sei d’accordo?

Un certo numero di gruppi in Sudafrica, incluso S.W.E.A.T. (acronimo di Sex Workers Education and Advocacy Taskforce) la vedono in questo modo e chiedono leggi che decriminalizzino il commercio di sesso. S.W.E.A.T. è un gruppo fondato da un uomo bianco gay e la maggioranza del suo staff è composta da bianchi, specialmente a Cape Town. Spesso mi chiedo cosa intendono con il termine “sex worker”: la sedicenne venduta per strada? La spogliarellista stuprata in gruppo quando era bambina? La donna bianca privilegiata che si diletta dell’essere una escort? In Sudafrica le cosiddette “sex workers” non sono donne a caso: sono donne nere. Nella prostituzione ci strappano via la dignità e spesso ci lasciano morire. Come può essere un lavoro, questo?

E rispetto all’affermazione che se il commercio di sesso fosse decriminalizzato le donne prostituite avrebbero miglior accesso alla cura della propria salute e alla giustizia, che dici?

Per quel che riguarda la salute, i gruppi pro-legalizzazione o decriminalizzazione sanno molto bene che noi non possiamo negoziare sui preservativi. I clienti non vogliono pagare di più per metterli e ritarda i loro orgasmi, così se hai una quota da raggiungere e il tempo è denaro, i condom sono fuori discussione. Ad ogni modo, solo un cliente su un milione accetta di usare i preservativi, perciò le tue possibilità di contrarre l’Hiv/Aids sono del 99%.

Questi gruppi sanno anche che le medicine antiretrovirali non sono distribuite equamente in Sudafrica. Tutto questo accade al di là di ogni legge sulla prostituzione. Se poi parliamo di giustizia, loro stanno promuovendo una cultura dello stupro dicendo alle ragazze che questo è un lavoro e un modo per fuggire dalla povertà. Una ragazza dovrebbe ringraziarli per ciò?

Qualcuno dei tuoi “compratori” ti ha mai chiesto se eri stata trafficata o se avevi un magnaccia?

Ai clienti non gliene frega niente di questo. Qualcuno mi ha chiesto da dove venivo e se mi stavo godendo il nuovo lavoro qualora non mi avessero vista prima in quel club. Se rispondevo di odiarlo, mi dicevano che “questa è la vita” e “buona fortuna”. Inoltre, le domande le facevano solo dopo essersi soddisfatti.

Che ruolo pensi le sopravvissute possano avere nel suscitare consapevolezza?

Le voci delle sopravvissute sono criticamente importanti. A volte è difficile bilanciarsi nei gruppi con cui si lavora. Come sopravvissuta, vuoi disperatamente e hai disperatamente bisogno che qualcuno ti dia sostegno, ma noi dobbiamo anche sedere al tavolo ed essere rispettate. Non siamo sfuggite al dolore e alla violenza per stare in seconda fila e raccontare unicamente le nostre storie. Le ong devono usarci in modo intelligente: noi conosciamo le reti del commercio sessuale, i club, i magnaccia, la comunità, come nessun altro. Devono istruirci a parlare di questi orrori.

Leggi e politiche?

Quando ho testimoniato davanti al Parlamento, ho visto alcuni dei miei ex clienti sul podio. Non riuscivano a credere che io fossi ancora viva!

Se il governo legalizza la prostituzione o decriminalizza il commercio sessuale, ciò significherà che le donne sono ufficialmente oggetti di proprietà. Il Sudafrica deve chiamare a rispondere davanti alla legge compratori di sesso e magnaccia. Il magnaccia è il mediatore che conosce i due pilastri della tratta: compratori di sesso e vulnerabilità. Magnaccia e proprietari di bordelli, in Sudafrica, sono chiamati “quelli delle benedizioni”: ciò significa che qualcuno in alto, un funzionario di governo, sta dando loro la sua benedizione per gli affari che fanno. La grossa sfida, qui, è la nostra cultura.

Cosa ti ha ispirata a scrivere la tua autobiografia?

E’ fondamentale per me parlare pubblicamente come sopravvissuta, usare la mia voce per aprire gli occhi al mio paese sulla realtà del commercio sessuale. A me e alle mie sorelle sopravvissute viene spesso chiesto di parlare delle nostre esperienze durante eventi o sui media, ma a volte la cosa ci fa sentire sfruttate a livello emotivo.

I giornalisti ti chiedono della tua vita e continuano a rivolgersi a te in modi che ti traumatizzano di nuovo o ti identificano come “sex worker”, il che è molto avvilente. Ciò che è accaduto a me e a innumerevoli altre non è “lavoro”.

Tu ne parli apertamente per riprenderti dignità e autostima, ma quando questo non accade fa davvero male. Io ho scritto “Exit” perché più sopravvissute testimoniano, più governi dovranno prenderci seriamente. Se vuoi cambiare la legge, hai bisogno della donna che è uscita viva da quell’inferno che è la prostituzione. Io sono una sopravvissuta per un motivo doloroso, ma devo aiutare a impedire che la prossima generazione di ragazze sia comprata e venduta. La mia responsabilità è dire la verità.

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zulaikha-patel

Zulaikha Patel (in immagine) è una studente sudafricana di 13 anni che è stata oggetto di bullismo e costretta a cambiare scuola già tre volte perché vuole tenere i propri capelli al naturale.

Anche il liceo di Pretoria che ora frequenta – e che era un istituto per ragazze bianche ai tempi dell’apartheid – sta creando problemi a Zulaikha, perché nel suo codice di condotta non permette “capigliature con stili estremi, che distraggono o attirano l’attenzione”. La ragazzina si è chiusa in camera per due settimane a studiare detto codice mettendolo in relazione ai trattati internazionali sui diritti umani e nello specifico sui diritti dei più piccoli: da due mesi, sostenuta da altre compagne di scuola, sta protestando affinché le politiche razziste del liceo cambino.

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Egypt Ufele, detta “Ify” è ancora più giovane: fa la quinta elementare. Il suo corpo è stato bersaglio dei bulli fin dove la sua memoria riesce a arrivare, in special modo a scuola: “Mi hanno affibbiato ogni genere di insulti. Una volta mi hanno infilzata con le matite.”

Nell’immagine qui sopra la vedete al lavoro: su sua richiesta, la nonna ha cominciato a insegnarle a cucire quando aveva cinque anni. Ify ha di recente debuttato con la sua linea di abbigliamento alla Settimana della moda di New York, una dei rari designer che hanno presentato vestiti di taglie diverse. La sua preferenza va ai “disegni stampati africani con un tocco urbano” e ama moltissimo quel che fa perché vuole che i suoi abiti abbiano “la capacità di far sentire bene chi li indossa”.

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Dietro Zulaikha Patel e Egypt Ufele ci sono madri e sorelle maggiori che le incoraggiano. Della loro determinazione, impegno e creatività hanno ovviamente tutto il merito, ma le loro storie avrebbero potuto essere diverse se non ci fossero donne più grandi in cui possono rispecchiarsi e che alimentano la loro autostima.

Per cui, nella Giornata mondiale delle Nazioni Unite per bambine e ragazze (11 ottobre) in cui sappiamo che dei 5.080 minori italiani vittime di violenza nel 2015 sei su dieci sono femmine (Dossier Indifesa di Terre des Hommes); che le bambine sono state il 91% delle vittime della produzione di pornografia minorile e l’87% delle vittime di violenza sessuale, io vi dico questo: ascoltate le bambine e le ragazze che fanno parte a qualsiasi titolo della vostra vita, riconoscete e favorite i loro talenti, rincuoratele, apprezzatele. Ne guadagneremo tutte/i. Maria G. Di Rienzo

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kiara nirghin

Complimenti a Kiara Nirghin, 16enne sudafricana nella foto, che ha da poco vinto il “Google Science Fair’s Community Impact Award”: premio per un’applicazione della scienza che benefici la comunità. Il paese di Kiara sta soffrendo per la peggior siccità della sua storia (8 delle 9 province del Sudafrica sono in stato di calamità naturale) e la ragazza ha pensato a come affrontare questo con il suo prodotto, che ha chiamato “Mai più colture assetate”.

Si tratta di un polimero super assorbente, creato con bucce di arancia e avocado, in grado di immagazzinare riserve d’acqua equivalenti a centinaia di volte il proprio peso, formando riserve che permetterebbero ai contadini di mantenere idratate le loro coltivazioni. Il costo di produzione è minimo, la soluzione è ecosostenibile (usa degli scarti umidi) e Kiara è meravigliosa.

Sono andata per tentativi. – ha detto alla stampa – Ho fatto un sacco di esperimenti prima di trovare la formula giusta. Ho cominciato con lo studiare i polimeri super assorbenti e ciò che tutti avevano in comune era la catena molecolare polisaccaride. Ho scoperto che la buccia d’arancia ha il 64% di polisaccaride e inoltre l’agente gelificante pectina, per cui mi è sembrata una buona opzione. La pelle di avocado l’ho usata principalmente per l’olio.” Le bucce combinate, lasciate al sole, hanno reagito formando il polimero desiderato. Il dott. Jinwen Zhang, docente all’Università di Washington che sta proprio producendo idrogel contro la siccità si è detto sicuro che la ricetta funzionerà: “Inoltre, usare prodotti di scarto per un grande volume di materie prime è definitivamente degno di ulteriori ricerche.”

In futuro, Kiara Nirghin vorrebbe studiare “scienze della salute o ingegneria. Qualcosa che mi aiuti a migliorare il mondo.” Vedete? Ogni volta che la mia speranza tocca un minimo storico arriva una sorella a sollevarla. Grazie, Kiara. Maria G. Di Rienzo

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Mphatheleni Makaulule

Mphatheleni (detta Mphathe) Makaulule, sudafricana, è la fondatrice della “Mupo Foundation” e l’organizzatrice chiave delle donne riunite sotto la sigla “Dzomo la Mupo – La Voce della Terra”: come spiega lei stessa, il significato di mupo (che si traduce come “Terra”) è “la naturale creazione dell’universo che dà spazio a ogni essere sul pianeta”.

Da anni, nella provincia di Limpopo, queste donne organizzano campagne per la protezione del loro ambiente, che vanno dall’opposizione alle attività della compagnia mineraria australiana “Coal of Africa” alla registrazione legale delle foreste come aree protette. Il gruppo fa parte della Rete Africana per la Biodiversità.

Mphathe crede che la distruzione delle foreste sia inestricabilmente legata alla distruzione di valori, cultura e futuro. Ecco perché: “Il sapere indigeno è nelle mie vene. Mio padre, mia madre, mia nonna, mi hanno insegnato condividendo le loro storie anche mentre lavoravamo insieme nei campi. Lavorando la terra ho appreso la conoscenza dei semi e dei sistemi alimentari e ho così tanti anziani e anziane attorno me a istruirmi, io li chiamo le mie “librerie viventi”, sono i miei migliori amici. Quando ho cominciato a difendere la spiritualità indigena, le donne e l’ambiente tramite la Fondazione Mupo ho incontrato anziane/i della Colombia, dell’Etiopia, del Kenya e ho imparato molto anche da loro. Se la conoscenza non ha agganci con le generazioni più giovani, si dissipa.

Ognuna e ognuno di noi si origina nella via della Madre Terra. In questa via, le donne sono i veri semi. Sono le donne che raccolgono, selezionano, immagazzinano e piantano semi. I nostri semi vengono dalle nostre madri e dalle nostre nonne. Per noi, il seme è il simbolo della continuità della vita. I semi non hanno a che fare solo con i raccolti. Il seme concerne il suolo, l’acqua, la foresta.

Quando piantiamo i nostri semi, non lo facciamo comunque e dovunque. I nostri anziani ci hanno insegnato il calendario ecologico. Il seme segue il suo naturale flusso ecologico. Quando crea un altro seme, questo viene piantato e il ciclo continua. Se tagli il ciclo del seme, tagli il ciclo della vita. Noi non riusciamo a capire come qualcosa di geneticamente modificato o trattato chimicamente possa essere chiamato “seme” se non è in grado di dar continuità al ciclo della vita.

seed woman di pawel-jonka

Io vivo in un ambiente fatto di montagne, fitte foreste e terra fertile. Le attività minerarie stanno minacciando ingiustamente la nostra acqua, il nostro suolo, le montagne, i semi e la sovranità alimentare. Il governo sta permettendo scavi sul nostro territorio e nelle montagne, incluse aree tropicali con buona terra e acqua pulita. E l’agricoltura commerciale ha contribuito a cacciare l’agricoltura tradizionale, perché guarda solo al denaro come prodotto finale: i semi dipendono da sostanze chimiche e non crescono secondo il ritmo ecologico naturale. Semi “chimici” e fertilizzanti rendono il suolo secco come una crosta. Il nostro terreno è danneggiato e inaridito. I nostri semi naturali non riescono a crescere in questo terreno.

Quando il suolo è danneggiato e la foresta non porta più frutti, le prime a soffrirne sono le donne. In Africa, la maggioranza delle donne non ha un impiego. Il nostro guadagno viene dalla terra dove possiamo far crescere il cibo, dalla foresta dove raccogliamo frutti organici, dal rivo e dal fiume dove raccogliamo acqua pulita e pura. A livello globale, le donne che non hanno un impiego e non sono istruite stanno sperimentando il problema del non poter più crescere il cibo che mangiano, come avevano fatto da generazioni.

Ora, le persone dipendono solo dai mercati, per il cibo che mangiano, perché i campi non producono più cibo naturale e loro devono comprare tutto, semi inclusi, il che dà come risultato fame e povertà. La gente non tocca più la terra per avere cibo: trovano lo stesso pacchetto congelato sullo stesso scaffale in ogni stagione. Noi donne che seguiamo la conoscenza indigena sappiamo bene che il cibo ha effetti sulla salute. Abbiamo bisogno di varietà in quel che mangiamo. Non poter trovare i nostri cibi naturali, stagionali, peggiora la salute delle nostre famiglie.

Quando i bambini e i familiari sono malati, le prime a soffrirne sono le donne. Le donne non trovano più le erbe medicinali nella foresta, perché gli alberi sono stati tagliati e il terreno non fa crescere i semi da cui dovrebbero germogliare le piante che ci servono per guarire.

L’alternativa è riportare il ruolo di semi alle donne. Le giovani e le bambine devono ricollegarsi al suolo e ai campi delle nostre nonne, alle foreste vicine alle nostre case e ai semi locali indigeni. Le donne sono l’alternativa. Dobbiamo rivitalizzare i nostri metodi e le nostre tecniche tramite la permacultura o l’agroecologia. Anche se il terreno è stato danneggiato da fertilizzanti e semi geneticamente modificati, c’è l’opportunità di ricostruire, compostare e lavorare il terreno sino a che divenga vivo di nuovo.

Le donne di “Dzomo la Mupo” si stanno portando a casa la sovranità alimentare. Nei nostri orti e nei nostri campi, noi insegniamo ai bambini che il cibo viene dal suolo, non dagli scaffali del supermercato. Le donne conoscono il calendario ecologico e le stagioni per piantare, quando selezionare i semi e quali semi produrranno cibo. Questo è sapere di donne in tutto il mondo. Quale futuro può esserci, se noi ci arrendiamo? Se non parliamo di questo noi donne, chi capirà?

Noi siamo quelle che difenderanno le restanti foreste indigene dalla distruzione.” (trad. Maria G. Di Rienzo)

Dzomo la Mupo

Le donne di “Dzomo la Mupo” riunite prima di una marcia di protesta.

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(“Sometimes When it Rains”, di Gcina Elsie Mhlophe, poeta sudafricana contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo. Gcina è anche attivista, attrice, drammaturga, regista, scrittrice e cantastorie in quattro lingue: inglese, afrikaans, zulu e xhosa. Ha circa 55 anni – non so dirlo con esattezza perché i documenti non vanno d’accordo l’uno con l’altro e in essi la sua data di nascita spazia fra il 1958 e il 1960.)

gcina

A volte quando piove

sorrido fra me

e penso a quelle volte in cui da bambina

stavo seduta da sola

a riflettere sul perché la gente aveva bisogno di vestiti

A volte quando piove

penso ai tempi

in cui correvo sotto la pioggia

gridando “Nkce – nkce mlanjana

Quando crescerò?

Crescerò domani!”

A volte quando piove

penso al periodo

in cui sorvegliavo le capre

e correvo via così veloce dalla pioggia

mentre le capre sembravano godersela

A volte quando piove

penso a quelle volte

in cui dovevamo spogliarci

reggere i piccoli fagotti di uniformi

e libri

sulle nostre teste

e attraversare il fiume dopo la scuola.

A volte quando piove

ricordo i momenti

in cui pioveva a dirotto per ore

e il nostro fusto si riempiva

così non dovevamo andare a raccogliere acqua

dal fiume per un giorno o due

A volte quando piove

piove per molte ore senza interruzione

Io penso alle persone

che non hanno nessun luogo dove andare

nessuna casa che sia loro

e nessun cibo da mangiare

Solo acqua di pioggia da bere

A volte quando piove

piove per giorni senza fermarsi

Io penso alle madri

che partoriscono nei campi occupati

sotto ripari di plastica

alla mercé di freddi venti rabbiosi

A volte quando piove

penso agli “illegali” in cerca di lavoro

nelle grandi città

mentre scansano i furgoni della polizia nella pioggia

sperando che arrivi l’oscurità

così da poter trovare qualche angolo bagnato

in cui nascondersi

A volte quando piove

piove così forte che porta anche grandine

Io penso ai prigionieri a vita

in tutte le galere del mondo

e mi chiedo se ancora amano

vedere l’arcobaleno alla fine della pioggia

A volte quando piove

con i chicchi di grandine che mordono l’erba

non posso fare a meno di pensare che sembrano denti

molti denti di amici che sorridono

Allora mi auguro che chiunque altro

abbia qualcosa per cui sorridere.

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(“There is a me that I could be”, di Lebo Mashile, trad. Maria G. Di Rienzo. Lebogang Mashile è nata negli Usa nel 1979, da genitori sudafricani in esilio. E’ tornata nel suo paese quando aveva 16 anni. E’ poeta, attrice teatrale, presentatrice televisiva (conduce da anni un programma su gravidanza e genitorialità), produttrice, attivista per i diritti umani particolarmente impegnata contro la pornografia infantile. Vive a Johannesburg con suo figlio.)

lebo mashile

C’è una me che potrei essere

se solo la lasciassi respirare all’esterno.

Una canzone di tuono che potrei cantare

se solo la lasciassi respirare all’esterno.

C’è una me che vive non vista.

Passeggia nei corridoi interni.

E’ fatta dei sogni che fluiscono nel mezzo

di queste mura nella mia mente.

Lei è un’ombra interiore che attraversa il tempo,

la speranza inesorabile che lentamente trasuda dai miei occhi.

Come il sole drappeggiato dell’alba,

non chiede mai perché è suo lavoro incendiarmi,

il suo scopo l’essere la mia guida

alla me che potrei essere

se solo la lasciassi respirare all’esterno,

alla canzone di tuono che potrei cantare

se solo la lasciassi respirare all’esterno.

La trasformazione è l’ingranaggio spirito del cambiamento.

Gli elementi dell’essere di qualcuno diventano consci

che il futuro è sempre distante

quando i piedi sono fermamente piantati qui

attaccati al presente

radicati nella paura.

Il cambiamento è il battito pulsante della possibilità

che si spinge dalla periferia all’adesso.

E’ le domande senza risposte.

E’ il viaggio tra i perché e i come.

E’ il soggiorno attraverso l’oscurità con una fiamma solitaria come guida.

E’ l’unica destinazione, il navigatore e il percorso.

E’ la rivelazione di luce blu che si manifesta quando il mattino erompe.

E’ l’abbondanza quando hai saputo come ci si sente a vivere nella scarsità.

E’ la gara, l’auto, l’arbitro, la tabella del punteggio e la traccia.

E’ occhi fissi all’orizzonte con angeli alle spalle.

E’ lo scopo mantenuto con reverenza che torna indietro quando il dubbio assale.

E’ un’incertezza che dà energia e non lascia opzioni di ritorno.

Sempre in mutamento,

sempre presente,

a chiederci di essere di più di come noi vediamo noi stessi,

di quello che eravamo prima.

Il domani è un portale infinito senza soffitto e pavimento.

C’è solo un orlo che ci fa cenno

e ali disegnate affinché noi ci si alzi in volo.

C’è una me che potrei essere

se solo la lasciassi respirare all’esterno.

Una canzone di tuono che potrei cantare

se solo la lasciassi respirare all’esterno.

C’è una me che vive non vista.

Passeggia nei corridoi interni.

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La scorsa settimana, in 24 paesi le attiviste anti-molestie hanno organizzato simultaneamente azioni di protesta e proposta: marce, presidi, teatro di strada, poster e volantini, eccetera. In Belgio hanno ad esempio circondato un’università con tre grandi striscioni diretti ai testimoni delle molestie in strada; quello dell’immagine dice: “Se piovono parole meschine, puoi metterti di mezzo”.

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Jolien Voorspoels, co-direttrice del gruppo “Hollaback” locale ha spiegato: “L’ombrello simboleggia il piccolo gesto di un passante, che tiene distanti le parole offensive. Vogliamo che i possibili testimoni delle molestie sappiano come un piccolo gesto possa avere un grande impatto.”
Un’azione di questo tipo è importante e benemerita, poiché trasforma il luogo in cui è compiuta: esso diventa simbolicamente uno spazio in cui comportamenti violenti contro le donne non sono ammessi e scusati. Un passo in più potrebbe essere rendere la trasformazione permanente, perché manifesti e striscioni hanno una durata limitata (dalle leggi vigenti e dal vandalismo).
Come forse qualcuna/o di voi ricorderà, la città in cui vivo ha avuto un momento di orrenda notorietà, nel passato, a causa delle panchine nel parco antistante la stazione ferroviaria. L’allora sindaco-sceriffo le fece asportare affinché non vi si sedessero gli individui “neri-gialli-marroni” che erano per lui e il suo partito – la Lega – l’incarnazione di ogni male possibile, e cioè i cittadini immigrati. Durante la manifestazione di protesta che organizzammo all’epoca ne ripiantammo una, su cui sedetti assieme ad una donna di colore sentendomi finalmente meglio, con la sensazione che l’incubo era destinato a svanire.
Le panchine restano nei luoghi pubblici per un periodo di tempo molto più lungo di un poster. Se costruite in materiali adeguati, sono anche meno vulnerabili ai danneggiamenti volontari. Mettendo insieme gruppi comunitari e artisti a crearle, si può ottenere quello che ha ottenuto “Rock Girl” in Sudafrica. L’organizzazione è stata ispirata dall’iniziativa spontanea di alcune studenti di una scuola media di Manenberg: costoro hanno deciso che volevano fare della loro scuola un posto più sicuro e più bello per le ragazze e, assecondate da insegnanti e genitori, hanno creato una panchina. Le attiviste di “Rock Girl” hanno diffuso l’idea in tutto il paese.

rock-girls

“Rock Girl crede che il desiderio di creare spazi sicuri spezzi barriere culturali, razziali, economiche e sociali. E’ questo il fondamento del nostro impegno. Non imponiamo il tipo di panchina, ma incoraggiamo membri della comunità e designer a lavorare insieme verso una visione condivisa.”

Colpisci una donna e colpisci una roccia

Colpisci una donna e colpisci una roccia

safe space

Parlare di quello che vedi crea spazi sicuri

Devo dirvi che a me piacciono davvero molto. E che potrei lanciare urla di gioia se qualsiasi associazione antiviolenza italiana prendesse in prestito l’idea. Dovesse accadere, vi prego di fare abbastanza rumore affinché io venga a sapere cosa state combinando e lo rilanci ad altre persone, ok? Maria G. Di Rienzo
(P.S. Continuo ad avere problemi con la gestione di WordPress. Ritardi e grafica balenga non dipendono da me, ma mi scuso con voi lettrici/lettori.)

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