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(“Meet Nimalka Fernando, Sri Lanka” – Nobel’s Women Initiative, luglio 2017 – Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Nimalka

“Le donne hanno portato il fardello della guerra, hanno lottato attraverso le loro intere vite, e hanno tenuto insieme il tessuto sociale. Devono avere voce nel disegnare il nuovo futuro per lo Sri Lanka.”

Nimalka Fernando è un’avvocata e un’attivista sociale. E’ la presidente del “Movimento Internazionale contro tutte le forme di discriminazione e razzismo” e del Forum delle Donne per la Pace in Sri Lanka. Nimalka è anche membro attivo di “Madri e figlie di Lanka”, una coalizione di differenti organizzazioni di donne del paese. Costoro hanno lanciato molte campagne contro la violenza politica e violenza diretta alle donne. Di recente, stanno lavorando verso l’aumento della rappresentazione politica delle donne per portare le loro voci e l’idea dell’eguaglianza di genere nella sfera pubblica.

Puoi descrive il tipo di lavoro che fai in Sri Lanka?

Negli ultimi trent’anni ho lavorato per la pace in Sri Lanka. Sebbene il conflitto sia presentato soprattutto come politico, noi come donne tentiamo di far luce sulle violazioni dei diritti umani. Il lavoro sui diritti delle donne e la costruzione di pace posa sul facilitare interazioni e conversazioni fra le principali comunità in conflitto, quella Tamil e quella Singalese.

Qual è stata la sfida più grande che hai incontrato durante il tuo lavoro?

Venendo dalla comunità che è in maggioranza, il lavoro sulla pace diventa molto una questione di accettazione da parte della minoranza e del fare in modo che si fidino di te per lavorare tutti insieme alla riconciliazione in Sri Lanka.

E come si costruisce la fiducia?

Questa è la questione maggiore. La guerra ha lasciato nelle menti dei Tamil un senso di sconfitta, mentre l’idea comune nel sud è una di vittoria. I cuori e i pensieri dei Tamil sono stati distrutti dalla guerra, mentre la maggioranza Singalese ha celebrato ciò come una vittoria. Perciò parlare di riconciliazione a partire da queste basi è molto difficile; dobbiamo sconfiggere l’intera cultura dell’eroismo che fa riferimento alla guerra. Non sono ancora state presentate scuse, da parte dello stato, per la devastazione causata dalla guerra e nessun leader politico ha ammesso che dobbiamo occuparci di tale devastazione in modo umano. Per la maggior parte dei leader politici è una schermaglia politica – ma quando incontri le persone sul territorio è vero dolore. Perciò, come porti quel dolore in uno spazio politico, e come porti la risoluzione politica a una madre in lutto?

Quale strategia consideri più efficace nella costruzione di pace?

A livello politico, per ottenere la pace, è il facilitare la condivisione del potere con la comunità Tamil. A livello personale, è il costruire fiducia fra le donne. Facciamo questo portando le donne Tamil al sud e le donne Singalesi che non hanno fatto esperienza delle violenze estreme della guerra al nord.

Cosa può fare la gente in Sri Lanka?

All’interno dello Sri Lanka le persone devono superare la paura che hanno le une delle altre. Dobbiamo combattere tutti gli elementi di estremismo religioso, estremismo etnico e sciovinismo nazionalista. Al momento sono concentrata sul parlare alle donne singalesi e sull’alzare il livello di consapevolezza politica nella nostra comunità di maggioranza, di modo da non essere sconfitte quando arriveremo al referendum in Sri Lanka. La maggioranza Singalese deve ricevere il messaggio di pace, riconoscere la dura realtà e portare entrambe le cose all’interno della propria comunità, così i Tamil sapranno che siamo con loro.

Cosa ti piacerebbe vedere dalla comunità internazionale?

Ho ricevuto moltissima solidarietà durante gli ultimi dieci anni, quando la mia vita è stata in pericolo a causa del mio attivismo, dai gruppi di donne e dai gruppi pro diritti umani. Siamo sopravvissute con questo tipo di solidarietà. E’ la solidarietà che costruirà in tutto il mondo una cultura di pace.

La comunità internazionale deve anche comprendere che pace e stabilità in una parte del mondo influenzano la pace ovunque. Senza smilitarizzazione e disarmo, noi continueremo solo a curare le ferite della violenza.

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Il 23 gennaio scorso, AWID – Association for Women’s Rights in Development, ha chiesto a un bel mucchio di femministe in giro per il mondo cosa si augurano per il 2015, quali sono le loro speranze, i loro sogni e le loro aspirazioni. Le risposte sono state raccolte da Nana Darkoa Sekyiamah e Mégane Ghorbani. Quella che segue è una mia piccola selezione (perché dieci pagine non le avreste mai lette, lo so). Maria G. Di Rienzo

Be Loud Be Proud di Lori Portka

YEWANDE OMOTOSO, 34enne, Barbados/Nigeria/Sudafrica, Scrittrice e Architetta.

Sarebbe grandioso svegliarsi in mondo dove i corpi delle donne non sono merci; dove ovunque io guardi non sono oppressa da immagini sui media che mi dicono come dovrei apparire per essere una vera donna o per essere davvero bella; dove bambine e bambini non siano dominati da quest’immaginario che normalizza qualcosa di profondamente problematico.

CRISTINA PALABAY, 35enne, Filippine, Segretaria generale di Karatapan – Alleanza per l’avanzamento dei diritti delle persone.

Nel 2015, mi auguro il rilascio di tutte le prigioniere politiche. Con rinnovata speranza, aspiro ad un più forte movimento delle donne che sfidi le strutture e le filosofie al centro dell’oppressione delle donne – patriarcato, globalizzazione, militarizzazione e fondamentalismo.

MORENA HERRERA, 54enne, El Salvador, Direttrice Colectiva Feminista para el Desarrollo Local.

Sogno una società che prenda passi concreti nella lotta per la libertà delle donne e la loro autonomia sui loro corpi e le loro vite. Sogno movimenti femministi coesi e più interazioni creative con altri movimenti sociali che mettono in questione i modelli capitalisti, patriarcali e omofobici, di società.

MINNA SALAMI, 36enne, Nigeria/Finlandia, Scrittrice e Direttrice di Ms Afropolitan.

Spero quest’anno di vedere più donne che prendano spazio e diano forma ad agende nella sfera geo-politica, in quella socio-economica e nelle nostre vite private. Abbiamo bisogno di più donne nella comunicazione e nel dar forma alla narrazione anche per il bene delle generazioni future. E’ importante che le ragazze e le bambine vedano donne che non hanno paura di dire come la pensano.

JULIETTE MAUGHAN, 33enne, Barbados, Consulente sul genere – Fondatrice di Ev-O!-lution e Co-editrice di Senseisha – Memorie dai Caraibi.

Ho in mente un anno in cui concentrarsi sul fornire alle donne lo spazio per definire e dar forma alla propria sessualità, sul creare una società che sia libera da ogni forma di violenza e in cui le donne abbiamo accesso a prodotti e servizi per le loro necessità di salute sessuale e riproduttiva.

SHEWAGA GEBRE-MICHAEL, 25enne, Etiopia, Coordinatrice comunicazione e raccolta fondi di RECFAM – Fondazione ricerca e consulenza per i migranti africani.

La mia speranza, il mio sogno e la mia aspirazione sono che chiunque comprenda davvero come i diritti delle donne concernano tutti. Dobbiamo tutti capire che non possiamo progredire come persone, come cittadini del mondo mentre neghiamo alle donne la loro umanità e minacciamo il loro diritto ad esistere.

YESICA TRINIDAD, 37enne, Honduras, Coordinatrice Rete Nazionale delle Difensore dei diritti umani.

Sogno il giorno in cui le donne potranno camminare per le strade senza temere per la propria vita. Sogno il giorno in cui le femministe e le difensore dei diritti umani saranno di più di una manciata e diventeranno una forza che si confronta con il patriarcato. Sogno che le donne disimparino i modi in cui la società ci ha insegnato ad avere relazioni l’una con l’altra e che noi si lasci da parte le competizioni che ci consumano.

AXELA ROMERO, 47enne, Messico, Segretaria Iniziativa Donne Mesoamericane Difensore dei diritti umani e Coordinatrice Gruppo di Lavoro per l’Inclusione Sociale.

Auguro a tutte noi donne la riconciliazione con i nostri corpi, così che noi si sia svelte a rispondere quando i nostri corpi chiedono riposo e lentezza e il godere di qualcosa. Mi auguro che noi si abbia cura di noi stesse senza provare sensi di colpa o doverlo giustificare. E mi auguro che nessuna di noi perda la capacità di lasciar sbrigliata la sua immaginazione, perché anche nelle peggiori condizioni il mondo è pieno di bellezza, potenziale e risorse sufficienti per rendere ognuna di noi felice e di valore.

MEGHANA BAHAR, 34enne, Sri Lanka, Specialista Comunicazioni di MUSAWAH.

Nel 2015 vorrei che i movimenti per i diritti delle donne incorporassero pienamente i principi per cui lottano: ciò significa allontanarsi da quelle strutture e sistemi che sostengono il patriarcato e disimparare il condizionamento patriarcale che mantiene le donne bloccate e le rende senza voce.

KHIRA ARAB, 55enne, Marocco, Giornalista – Famille Actuelle Magazine.

La bacchetta magica non ci aiuterà, ma la mobilitazione e la solidarietà lo faranno. Condivido con altre donne marocchine dei sogni per quest’anno: il vedere finalmente l’Agenzia per la parità e la lotta ad ogni forma di discriminazione prevista dalla Costituzione; piena ed eguale partecipazione delle donne alla vita politica ed economica; più uguaglianza in termini di diritti e giustizia; la fine di stupri e assalti di cui le donne soffrono; l’effettiva implementazione di una legge che protegga le donne da ogni forma di violenza e che la lotta contro la violenza di genere sia dichiarata nel 2015 Grande Causa Nazionale.

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(“Are Women Really Peaceful?”, di Sanam Naraghi Anderlini, 2014, trad. Maria G. Di Rienzo. Sanam Naraghi Anderlini è la co-fondatrice di International Civil Society Action Network (ICAN) – http://www.icanpeacework.org -, una rete internazionale della società civile. Esperta di genere e conflitto, Sanam fu una dei membri della società civile che parteciparono alla stesura della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su donne, pace e sicurezza.)

sanam

Sono davvero pacifiche, le donne?

Questa è la domanda che inevitabilmente sorge durante ogni discussione sull’inclusione o il contributo femminile alla costruzione di pace.

Per alcune donne occidentali l’assunto che le donne siano orientate alla pace implica l’essere troppo “soffici”. E’ spiacevole, perché il dialogo, la diplomazia e il compromesso sono faccende molto più dure e complesse dell’affidarsi alle opzioni militari.

Le persone mettono in discussione l’essere orientate alla pace delle donne puntando il dito su leader come Margaret Thatcher, Golda Meir ed altre che hanno guidato i loro paesi in guerra. Indicano le donne che si uniscono a ISIS o i membri femmine nei movimenti di ribelli armati, come Farc in Colombia o i maoisti in Nepal, per provare che le donne non sono pacifiche.

Questi esempi raccontano solo una piccola parte della storia. Metà dell’umanità non può essere omogenea nelle sue azioni. Anche il contesto va preso in considerazione.

Ci sono tre modi di rispondere alla domanda. Il primo potrebbe essere: no, le donne non sono pacifiche. Come individui, le donne possono essere violente o sostenere la violenza. Molte si uniscono ad eserciti, gruppi armati o altri movimenti che predicano e perpetrano violenza.

Per alcune donne il servizio militare è la strada verso l’eguaglianza, l’empowerment e fuori dall’oppressione. Numerose donne nepalesi nel movimento maoista si sono unite alla lotta per i principi di eguaglianza e giustizia sociale asseriti dal movimento. Si uniscono dopo aver testimoniato l’uccisione dei propri padri, mariti o fratelli da parte dell’esercito. Alcune fuggono dalla violenza nelle loro case o per vendicare il proprio stupro. Alcune sono forzate.

Ci sono situazioni in cui donne spingono i loro parenti maschi alla vendetta o a cercare retribuzione per la violenza da loro subita, ma globalmente le donne sono ancora una minoranza nei gruppi armati o negli eserciti.

Il secondo modo di rispondere alla domanda è: sì, se le azioni collettive delle donne, come movimenti organizzati per lottare per i propri diritti di base e l’autodeterminazione, sono prese in considerazione. Attraverso la Storia e il mondo, l’organizzarsi collettivo delle donne ha le sue radici nella nonviolenza e usa la resistenza civile e altre tattiche simili per arrivare ai suoi scopi.

Il movimento delle donne afgane è uno di questi casi. Nonostante trent’anni di guerra e di oppressione diretta, nonostante minacce di morte e aggressioni, le donne afgane continuano la loro lotta per i diritti e la pace in modo nonviolento.

Vi è inerente ironia e contraddizione, in questo. Martin Luther King e il Mahatma Gandhi sono onorati per la loro aderenza alla nonviolenza. Ma la maggior parte delle leader e delle attiviste nei movimenti per i diritti delle donne sono tipicamente ne’ celebrate ne’ onorate, mentre quelle che hanno usato violenza sono spesso ricordate nelle narrazioni storiche.

La risposta finale è considerare come le donne, collettivamente e individualmente, contribuiscono a metter fine alla violenza e alla costruzione di pace, durante le guerre e nei contesti interessati da conflitti.

Sovente, le esperienze personali hanno spinto le donne come singoli individui a sollevarsi come attiviste per la pace. In Sri Lanka, Visaka Dharmadasa ha incanalato il dolore seguito alla sparizione del figlio (che era nell’esercito) verso il cercare il leader dei ribelli e l’iniziare con lui un dialogo che ha contributo a un “cessate il fuoco”. Lei scelse di pensare ai ribelli, in maggioranza giovani uomini, attraverso la lente di una madre, anche se costoro erano responsabili della sua perdita.

Allo stesso modo negli Usa, donne che avevano perso figli e mariti l’11 settembre non solo istigarono la Commissione 11/9, ma stabilirono organizzazioni umanitarie che promuovono l’empatia per le vittime di violenza e celebrano la diversità religiosa.

Questa capacità di lavorare su un dolore profondo volgendolo in positivo è una qualità straordinaria.

In Somalia, un gruppo di donne anziane appartenenti all’elite usarono il proprio status per interagire con i clan guerreggianti e incoraggiarono la loro partecipazione ai colloqui di pace, e negoziarono la riapertura dell’aeroporto e dell’ospedale con i ribelli di al-Shabaab.

Non tutte le donne in un movimento per i diritti umani delle donne fanno attivismo pacifista.

Non tutte le donne pacifiste emergono dai movimenti per i diritti umani.

Sebbene siano una minoranza, le donne che combinano l’attivismo per la pace con l’attivismo per i diritti gettano ponti sui divari e attirano sostenitori da ambo le parti. I loro successi sono basati su tecniche che esse stesse hanno ideato, spesso specifiche per un dato contesto culturale, e radicate nel loro invisibile potere.

In molti paesi, le donne hanno usato scioperi del sesso come tattica all’interno del loro più ampio sforzo per metter fine agli scontri.

In Sierra Leone, donne anziane appartenenti alla chiesa chiesero un incontro con un leader del movimento ribelle. Furono insultate e come risposta si sfilarono le vesti e rimasero nude, conoscendo alla perfezione le conseguenze. La loro azione accese la mobilitazione degli uomini appartenenti alla chiesa e ciò portò alla fine della violenza.

In Liberia, donne si interposero direttamente durante le resistenze al processo di disarmo e convinsero i giovani uomini a consegnare loro le armi.

In numerosi scenari, le donne hanno portato informazioni e prospettive importanti ai processi di pace su istanze quali sicurezza, giustizia, governance e recupero economico. Mentre i belligeranti sono spesso concentrati sulla propria quota di potere, le donne sono concentrate sulle responsabilità verso le loro comunità, famiglie e bambini.

Persino donne anziane dei movimenti ribelli del Salvador e del Guatemala, che entravano nelle negoziazioni come combattenti stagionate e rappresentanti dei loro gruppi, diventarono subito consapevoli dei gruppi marginalizzati, fra cui le donne – e parlarono in loro favore.

Invariabilmente, la loro comprensione della pace e della proverbiale “tavola della pace” ha più sfumature ed è più complessa di quella dei partiti in guerra o dei mediatori. Le donne sanno che metter fine alla violenza è una priorità, ma riconoscono anche che ciò non può essere fatto in modo efficace senza affrontare le cause profonde della guerra ed articolare una visione condivisa di pace e società.

In nessun altro luogo questo è tanto visibile quanto nell’odierno Medio Oriente. Nella lotta contro gli estremismi insorgenti e il militarismo di stato, le donne in Siria, Libia, Iraq, Egitto ecc. osano contrapporsi e intervenire. Sono le prime a rispondere con soccorso, cura e “normalità” nel bel mezzo del caos. E nonostante tutta la violenza e le minacce di morte, sanno che le risposte militari non metteranno mai fine alla crisi. Si basano sulla loro propria storia e difendono diritti umani, pluralismo e pace. Esse sono l’unico movimento transnazionale che sta offrendo una visione condivisa e dei valori condivisi, in alternativa a visione e valori degli estremisti.

“Chiediamo al mondo: perché ci aiutate ad ucciderci l’un l’altro? – ha detto un’attivista siriana – Perché non ci aiutate a parlare l’uno all’altro?”

Le donne sono gli assetti chiave per la pace, eppure la comunità internazionale persiste nell’ignorarle o marginalizzarle. Forse è il momento di girare sottosopra la domanda iniziale.

Perché il mondo continua ad ignorare o indebolire donne che sono abbastanza coraggiose da lottare per la pace, pacificamente?

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(The International Labour Organization (ILO) News, 3.7.2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Rania

Sahab, Giordania. Due volte la settimana, la trainer specializzata Rania Shanti visita una fabbrica di indumenti nella città industriale di Sahab, e parla a piccoli gruppi di lavoratrici delle molestie sessuali. Tenta di creare un’atmosfera confortevole e confidenziale (è cruciale) che incoraggerà le partecipanti a parlare liberamente. Una di esse è Indrani, una donna dello Sri Lanka che lavora in fabbrica dal 2009: “Ho sempre pensato che parlare di molestie sessuali, per le donne, significasse che erano state stuprate. Adesso ho compreso che le molestie possono prendere molte forme diverse.”

Come Indrani, numerose sue colleghe operaie sono straniere: vengono principalmente dallo Sri Lanka, dall’India e dal Bangladesh. Perciò Shanti, nel portare avanti il programma “Lavoro Migliore” per l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, spesso comunica tramite una traduttrice. “E’ difficile definire le molestie sessuali in queste fabbriche, per via della natura “sensibile” della questione e del timore di rappresaglie da parte delle lavoratrici.”, spiega, “Non è affatto garantito che le operaie escano allo scoperto come vittime di molestie.”

Due anni fa, giravano notizie di stupri diffusi commessi contro le lavoratrici di una delle fabbriche di indumenti più grandi di Giordania. Anche se le accuse non sono state sostanziate, i rapporti sulle molestie sessuali nei confronti delle operaie sono comuni nel settore globale della manifattura dei tessuti. Il lavoro d’indagine del programma “Lavoro Migliore” per la Giordania ha scoperto che molte delle lavoratrici non avevano una chiara comprensione di cosa fosse rubricato come molestia sessuale, anche se erano assai preoccupate al proposito. Il programma ha quindi lanciato un progetto pilota sulla prevenzione e la consapevolezza in materia con il datore di lavoro di Indrani, la “Jerash Garment and Fashion Manufacturing Company”. Il progetto mira ad insegnare alle lavoratrici, ai manager e ai supervisori come identificare, prevenire e denunciare le molestie sessuali.

Durante una sessione tenutasi a metà giugno, Indrani si è unita ad un gruppo di donne che timidamente e a voce bassa hanno raccontato alle colleghe dei palpeggiamenti, delle gonne sollevate e degli assalti da parte dei tassisti. Priyadorshani, un’altra lavoratrice dello Sri Lanka presente in questa fabbrica, dice che il progetto l’ha aiutata a capire meglio le leggi e i regolamenti della Giordania che fanno riferimento alle molestie sul luogo di lavoro: “Noi siamo straniere, per cui non sappiamo molto di leggi, regole e procedure. Grazie al training, adesso ho un’idea migliore di come maneggiare la situazione se accade qualcosa.”

Rania Shanti fa notare che sebbene alcune leggi di rilievo esistano, gli interventi più efficaci sono le politiche create e adottate all’interno delle fabbriche, che riguardano tutte le forme di molestia sessuale. “Parte del training consiste nell’aiutare le fabbriche a creare il proprio modello di prevenzione delle molestie. Noi condividiamo il nostro, che loro possono adattare se lo desiderano. – spiega Rania – Questo ha un grande impatto sull’andamento della fabbrica, perché fornisce un alto senso di responsabilità: ora sentono che maneggiare la situazione spetta a loro e che possono prenderne il controllo.”

Sanil Kumar, uno dei dirigenti della compagnia, è d’accordo. “Il training ha aiutato i manager e i supervisori su questioni che non conoscevano prima, come certe forme di molestia sessuale e come prevenirle o maneggiarle. Seguendo i consigli del team “Lavoro Migliore” abbiamo sviluppato la nostra politica interna di prevenzione delle molestie in fabbrica, che è stata ratificata dalla direzione.” Anche i sindacati stanno provando a giocare un ruolo in questo senso, dice Mervat Abdel Kareem al-Jamhawi, del sindacato tessile: “Tentiamo di suscitare consapevolezza sulla questione con le operaie nelle fabbriche, ma il farlo comporta diverse sfide, quali le barriere culturali e linguistiche. E’ però definitivamente un’alta priorità, per noi, ed abbiamo bisogno di maggior sostegno dai progetti come “Lavoro Migliore” per condurre più programmi in una serie di fabbriche.”

“Lavoro Migliore” per la Giordania intende creare sistemi di riferimento indipendenti per le lavoratrici che subiscono molestie sessuali o che sono minacciate. Il progetto pilota sarà esteso a numerose altre fabbriche il prossimo anno; alcune di esse impiegano sino a 7.000 lavoratrici provenienti da otto differenti paesi. “Continueremo il nostro training.”, dice Rania Shanti, “Continueremo a diffondere il messaggio, in special modo alle lavoratrici migranti, dicendo loro che non sono vittime, non sono deboli: sono venute dallo Sri Lanka e dal Bangladesh e da altre parti del mondo a lavorare qui, sono donne forti per aver fatto questo. Hanno bisogno di sapere che è possibile intraprendere azioni. Se non vogliono parlare ai loro capi delle molestie sessuali, possono parlarne con noi.”

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Sebbene persino la Commissione asiatica per i diritti umani avesse attestato che le accuse nei suoi confronti non erano state provate, nonostante le innumerevoli petizioni e gli appelli che chiedevano la revisione del processo o la sua liberazione, Rizana Nafeek – nata il 4 febbraio 1988 – è stata decapitata in Arabia Saudita il 9 gennaio 2013.

Rizana aveva 17 anni, nel 2005, quando i suoi datori di lavoro l’accusarono di aver soffocato uno dei loro figli, dopo che la madre di questi l’aveva rimproverata. Rizana ha sempre sostenuto che il piccolo si è strozzato bevendo da una bottiglia.

Prima dell’esecuzione, la famiglia della giovane aveva accettato di incontrare i reporter di “World Socialist Website”. Quello che segue è un estratto dell’articolo di costoro, S. Ajithan e Panini Wijesiriwardena:

Safi Nagar, dove Rizana viveva, è uno dei villaggi musulmani estremamente impoveriti del distretto di Muttur in Sri Lanka. In pratica tutti i residenti abitano piccole capanne di fango o mattoni con il tetto di paglia. La ragazza accettò un impiego in Arabia Saudita perché aveva il disperato bisogno di guadagnare qualcosa per se stessa e la sua famiglia. Poiché non hanno altra via per uscire dalla povertà, molte giovani cercano lavoro in Medio Oriente, anche se sanno quali condizioni terribili le aspettino come lavoratrici straniere. (…) La madre di Rizana, Refeena Nafeek, è triste ed esausta dall’aver aspettato ormai cinque anni il rilascio della sua figlia maggiore. All’inizio era riluttante a parlare, ma più tardi ha spiegato: “Ho rilasciato numerose interviste, ma la mia povera figlia è ancora in prigione, sulla soglia della morte. Aveva queste grandi speranze di aiutare la famiglia, perché viviamo in povertà. Desiderava una casa decente e una buona istruzione per i suoi fratelli e sorelle. Poco tempo dopo la sua partenza, nel 2005, ricevemmo una lettera da lei, in cui diceva di dover badare a dieci bambini. Non era felice, e voleva cambiare datore di lavoro. Era sovraccarica di lavoro. Doveva alzarsi alle tre del mattino e stare in piedi sino a tardi.” Poi la famiglia Nafeek fu informata che Rizana era stata arrestata dalla polizia saudita con l’accusa di omicidio. Nel 2007, dopo che era stata condannata a morte, i suoi genitori furono portati nella prigione di Riyadh in cui era tenuta la figlia: “Rizana piangeva. Ci disse: Non sono un’assassina.” (…) Mohamed Jihad, che è stato uno degli insegnanti di Rizana a scuola, condanna il governo dello Sri Lanka e la sua Ambasciata in Arabia Saudita: “Abbiamo sentito dire che il Presidente [Mahinda Rajapakse] ha mandato una lettera al re saudita chiedendo il perdono per questa povera ragazza. E’ solo una farsa. Tutto quel che importa alle autorità sono le rimesse di danaro straniero. L’Ambasciata non sta prendendo misure adeguate a proteggere le vite dei lavoratori immigrati dello Sri Lanka. Per quel che riguarda Rizana Nafeek, non hanno neppure seguito il caso da vicino, non sapevano nemmeno della condanna a morte sino a che non è stata confermata dalla Corte Suprema.”

La madre di Rizana è la donna a destra

La madre di Rizana è la donna a destra

Cosa posso dire? E’ un’altra giornata schifosa per l’umanità intera. Riesco solo a pensare di abbracciare la madre di Rizana e piangere con lei. Ma sulla pena di morte lascio parlare un’altra madre:

Per quel che riguarda la “giustizia” per i familiari della vittima, io dico che non c’è ammontare di morti per rappresaglia che possa compensarmi per l’inestimabile valore della vita di mia figlia, ne’ esso potrebbe riportarla fra le mie braccia. Dire che la morte di un’altra persona sarebbe il giusto compenso è insultare l’immenso valore delle vittime che erano nostri cari. Non possiamo mettere un prezzo sulle loro vite. Questo tipo di “giustizia” non farebbe che disumanizzarci e degradarci, perché legittima una vendetta viscerale assetata di sangue. Nel mio caso, mia figlia era un tale dono di gioia e dolcezza e bellezza che uccidere qualcuno in nome suo significherebbe violare e profanare la bontà della sua vita: l’idea stessa mi offende e la trovo ripugnante. Marietta Jaeger, la cui figlia di sette anni fu rapita e assassinata nel 1973.

Maria G. Di Rienzo

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(testimonianza di Visaka Dharmadasa, 20.9.2012, trad. Maria G. Di Rienzo)

 

Noi, le donne dello Sri Lanka, crediamo insieme di poter riportare l’età dell’oro di questo paese, quando le donne dello Sri Lanka potevano viaggiare da sole dall’estremità nord a quella sud in perfetta sicurezza, persino se coperte di gioielli.” Association of War Affected Women, Sri Lanka.

Il 27 settembre 1998 fu il giorno il cui la guerra bussò alla mia porta. Ricevetti la notizia che il mio secondo figlio, ufficiale dell’esercito dello Sri Lanka, era stato dato per disperso sul campo di battaglia. Da quel giorno in poi non ho più guardato indietro. Volevo vedere la fine del conflitto armato che aveva inghiottito il mio paese.

Spinta dal mio dolore di madre, contattai altre donne che avevano perso i loro figli e mariti durante il conflitto. Appresi che non ero sola ne’ nella mia ricerca, ne’ nella mia afflizione. Noi, come madri, volevamo mettere fine alla guerra e sapevamo che c’era un unico modo per farlo: dovevamo lavorare assieme alle madri che stavano dall’altra parte della linea di divisione. Il nostro richiamo ad esse fu: “Diritto alla vita per tutti”.

Dapprima, chiedemmo al nostro governo di aprire un dialogo con le Tigri di liberazione del Tamil, affinché si accordasse con esse sul mutuo rispetto dell’identificazione delle vittime. Da allora favorimmo altri simili accordi di base, chiedendo ad ambo le parti di rispettare la legge internazionale umanitaria e la Convenzione di Ginevra, ma le nostre ambizioni andavano oltre, verso il più grande scopo di raggiungere la pace nella nostra nazione. Chiamammo tale lavoro “costruzione di pace dal cuore del conflitto”.

Decidemmo di affrontare le sfide che fare questo comportava, non solo i pericoli fisici dello stare nel mezzo di una battaglia, ma il contrastare lo stereotipo che vuole le donne unicamente vittime passive durante un conflitto. Sì, eravamo vittime della guerra, ma eravamo anche costruttrici di pace. Mentre i combattimenti infuriavano io ed altre sette donne riuscimmo ad entrare nella zona controllata dalle Tigri, con lo scopo di conoscere il destino dei nostri figli dispersi. Fu l’essere donne che ci permise di compiere il viaggio e di tornare sane e salve: fummo in grado di entrare in relazione con la gioventù delle Tigri assai facilmente. Al di là degli anni di lotte e sofferenze, li vedevamo come figli nostri, avevano la stessa età e noi riuscimmo a capire i loro sentimenti e a guadagnarci la loro fiducia. Quando ci imbarcammo nella missione le nostre intenzioni non andavano al di là del sapere che ne era stato dei dispersi, ma una volta raggiunta la zona delle Tigri fummo in grado di capire la loro parte della storia. Questa comprensione e la condivisione di esperienze aprirono la via al cessate il fuoco. Noi, le donne dello Sri Lanka, siamo state il fulcro di questo processo. Raccogliemmo oltre 70.000 firme di madri di ambo le parti che chiedevano la fine delle ostilità e le inviammo al governo norvegese, chiedendo che facilitasse come terza parte un processo di costruzione di pace.

Il giorno in cui andai in cerca di mio figlio non sapevo che la mia lotta non sarebbe finita là, che il raggiungere la pace sarebbe diventata una costante nella mia vita, ed il mio lavoro di ogni giorno. Oggi ho l’onore di presiedere l’Association of War Affected Women. Essa è di certo uno spazio per le donne, specialmente madri e mogli, che hanno perso figli e mariti durante il conflitto, ma il nostro lavoro concerne la salvaguardia dei diritti del popolo ed il rafforzamento della democrazia. Il nostro lavoro, oggi, va molto al di là delle parole. Abbiamo addestrato donne alla partecipazione politica, stiamo tenendo seminari ovunque per sensibilizzare le persone rispetto alla Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle NU (quella che, in soldoni, chiede la partecipazione delle donne ai negoziati di pace, ndt.), abbiamo redatto “L’Agenda delle donne per la pace, la sicurezza e lo sviluppo e l’abbiamo consegnata al nostro governo. E, in senso più ampio, abbiamo imparato a collaborare con settori diversi della nostra società per il benessere dell’intera nazione.

Come ho già detto, sapevo ben poco all’inizio della mia lotta, ma adesso so che non mi fermerò, sino a che non avremo ottenuto uno Sri Lanka pacifico, una terra in cui tutte le genti siano in grado di vivere dignitosamente e di godere eguali diritti.

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(di Pamela Philipose per Women’s Feature Service – http://www.wfsnews.org/ Trad. Maria G. Di Rienzo. Sunila Abeysekera, dello Sri Lanka, ha 60 anni e da oltre 25 è un’attivista per i diritti umani e l’eguaglianza di genere.)

In parte intellettuale, in parte attivista: tu come definiresti te stessa?

Mi vedo principalmente come un’attivista per i diritti umani. Dal 1990 faccio parte di “Informa”, che è un centro di documentazione sui diritti umani. Monitoriamo le diverse situazioni e registriamo e documentiamo gli abusi. Nel corso degli anni abbiamo creato una rete di difensori dei diritti umani a livello locale e comunitario. A questi gruppi forniamo addestramento e li sosteniamo nelle loro azioni. Al terzo livello, lavoriamo con le donne nelle arene locali, nazionali ed internazionali. Abbiamo lavorato con le sex worker, con le donne omosessuali e transgender, con le sieropositive, e abbiamo lavorato sulla questione dei diritti sulla terra con le comunità contadine e di pescatori. Lavoriamo anche con gli studenti svantaggiati in diverse aree.

Lo Sri Lanka sembra aver vissuto una massiccia erosione dei diritti democratici negli ultimi anni.

C’è sicuramente un clima di impunità nel paese. Si sono date numerose violazioni dei diritti umani, rapimenti ed omicidi, ma niente di tutto questo è stato soggetto ad indagini o perseguito per legge. La nostra Costituzione garantisce eguaglianza alle donne ed alle minoranze, incluso il popolo Tamil, ma tale garanzia non si traduce in pratica e nessuno può negare che ciò è dovuto alle strutture antidemocratiche che sono state create.

Quali sono le esperienze specifiche delle donne al proposito?

Ci sono due cose che è necessario dire su come le donne fanno esperienza delle conseguenze del conflitto nello Sri Lanka. Una è relativa all’intero paese, ed è la crescita della violenza nei loro confronti. Donne (e membri delle loro famiglie) sono assassinate a causa di conflitti personali dai loro compagni, fidanzati e mariti. Gli assassini sono invariabilmente uomini che sono stati nell’esercito o hanno disertato dall’esercito. Qui, come ovunque, c’è un chiaro nesso tra l’aumentare di questi casi e la militarizzazione, la disponibilità di fucili e pistole, la violenza come mezzo di risoluzione di faide tra le comunità e la cultura generale di impunità. Questi ex combattenti dell’esercito e delle forze di sicurezza sono abituati a poter fare praticamente tutto quel che vogliono senza doverne rispondere. La maggior parte delle donne uccise erano singalesi del sud, perché i soldati sono del sud. La situazione nel nord e nell’est è diversa. Essendo in maggioranza Tamil e musulmane, le donne stanno sopravvivendo in una situazione dove il conflitto ha distrutto in modo intensivo infrastrutture e istituzioni, inclusi gli ospedali. Quelli che sono stati messi in piedi dopo la fine del conflitto nel 2009 mancano di personale e attrezzature. In queste aree non c’è un’amministrazione civile, sono completamente controllate dall’esercito. Per cui le donne, che hanno sperimentato anni di insicurezza a causa della militarizzazione, non hanno scelta diversa e devono servirsi di strutture controllate da uomini in uniforme – e non è una cosa facile. Anche per questo motivo stiamo chiedendo il ritorno delle amministrazioni civili in queste zone.

L’altra conseguenza diretta della guerra in Sri Lanka è l’alto numero di nuclei familiari in cui il principale provveditore di reddito è una donna. Solo nel distretto di Jafna ci sono 20.000 di queste famiglie. Al momento non abbiamo dati precisi, ma nel 2009 si stimava che circa 300.000 persone vivessero in campi profughi. Il governo continuava a negare che ci fossero così tanti rifugiati interni e non ha mai intrapreso i passi necessari ad occuparsi di loro. Nel 2010, a causa dello scandalo internazionale relativo a tali campi profughi, che alcuni cominciarono a chiamare “campi di concentramento”, il governo disperse i rifugiati. Il problema è che queste persone sono tornate dove risiedevano in precedenza o si sono sistemate in altri luoghi senza alcun sostegno: e ancora oggi vivono in baracche che hanno costruito da soli, senza un soldo, senza i mezzi per ricominciare un’esistenza decente. Per le donne che provvedono a queste famiglie non avere neppure una stanza che abbia una porta da chiudere è un enorme problema. Chiunque può entrare. E la violenza sessuale è in aumento.

La questione ha due livelli: primo, le donne non hanno abbastanza risorse e non abbastanza risorse sono dirette a loro. Il governo aveva promesso 50.000 case tre anni fa e di quest’intervento si sta ancora dibattendo. Nessuna casa è stata costruita sino ad ora, in gran parte a causa degli ostacoli burocratici che il governo dello Sri Lanka sta mettendo ai suoi stessi proponimenti. Secondo, il sistema patriarcale opera contro le donne. Se le donne vanno negli uffici provinciali per cercare di ottenere gli aiuti che sono stati loro promessi sono soggette ad aggressioni sessuali e fisiche. A volte devono garantire favori sessuali perché un funzionario firmi un documento, o devono vendersi agli uomini mandati ad arare le loro terre.

Tu sei d’accordo sul fatto che le donne portano qualcosa di differente alla risoluzione dei conflitti?

Sin dagli anni ’80, specialmente dopo le terribili sommosse anti-Tamil del 1983, le donne dello Sri Lanka hanno tentato di creare spazi ed organizzazioni che sostenessero l’interazione e l’impegno fra donne singalesi, musulmane e tamil. A mio avviso questo è un aspetto significativo dello Sri Lanka che non si trova in altri paesi. Attraverso tutti i lunghi anni del conflitto i gruppi di donne hanno mantenuto una forte relazione. E’ per questo, credo, che c’è un senso molto profondo di solidarietà, sorellanza ed amicizia fra le donne dello Sri Lanka, e questo permette loro di continuare a dialogare.

Le donne hanno un’idea diversa di chi è il nemico e di come interagire con il nemico. Quando parliamo con loro di riconciliazione – una conversazione che il governo non sta tenendo con nessuno, al momento – le donne mi dicono sempre che se le condizioni materiali della loro esistenza fossero migliori ciò comporterebbe una gran differenza. Inerente a tali dichiarazioni è la sensazione che sia tempo di muoversi in avanti. Ma la tragedia è che, sebbene sarebbe facilissimo per il governo migliorare le condizioni del popolo Tamil, esso non lo sta facendo. Continua a trattare i Tamil come ostili e nemici, specialmente nel nord. Continua ad arrestarli, a tenerli prigionieri, a torturarli. I Tamil continuano ad essere rapiti e a sparire. Le Tigri (l’esercito Tamil, ndt.) possono non esistere più nella forma in cui sono esistite, ma questo non significa che la guerra sia davvero finita: in effetti, per troppe persone, non è finita affatto.

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