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Posts Tagged ‘sociologia’

Questo è uno dei vantaggi dell’essere vecchi: sai e vedi e puoi provare che non tutto è già stato fatto, ma moltissimo sì. Una situazione che si ripete, per esempio, è l’usare i successi elettorali delle destre per spiegare con sufficienza a chi non si genuflette a essi che sono dovuti a profonda comprensione del tessuto sociale, alla capacità di rispondere ai bisogni e ai timori dei cittadini, ad un’acuta vicinanza agli strati più vulnerabili della società. La pseudo-analisi prosegue invariabilmente spargendo a piene mani nei confronti dei dissidenti accuse di cecità (“Non cogliete il disagio relativo all’Europa e all’immigrazione”), snobismo (“Fate le pulci sul linguaggio che però è quello che la gente comune usa”), moralismo (“Non avete il diritto di giudicare perché chi li vota è il proletariato che vi ha abbandonati e come disse Pasolini… ecc.”) e collaborazionismo involontario (“Andate in televisione a fare semplice testimonianza e siete funzionali agli avversari”).

Il dato principale di tali pistolotti è una mancanza: chi li produce non ha mai in mente un tipo d’azione politica alternativa, ne’ una chiara visione politica complessiva a cui tendere – in pratica, ci dice solo quanto bravi sono quelli che hanno vinto, e che hanno vinto proprio perché sono bravi, e noi avremmo dovuto fare le stesse cose che fanno loro. Gli autori di queste banalità superficiali nel 2019 credono, magari, di essere speciali, “fuori dal coro”, portatori di un pensiero innovatore illuminante e coraggioso: purtroppo si sbagliano. Si sbagliano perché climi e tendenze sociali possono – accade continuamente – essere creati ad arte dalla propaganda: qualsiasi disagio è convogliato a mirare ad un meta-bersaglio unico indicato come motore primario di ciascuno di essi.

* I primi successi elettorali della Lega (allora gli aderenti al partito non si vergognavano di chiamarla con il suo nome completo – Lega Nord Per l’Indipendenza della Padania) risalgono agli anni 1991-1994. All’epoca i temi della profonda comprensione, della capacità di rispondere e della vicinanza e quant’altro erano questi: le buche sulle strade del nord, i “terroni” che avevano invaso tutti i posti statali (insegnanti, impiegati) rubando il lavoro ai “padani”, le regioni del nord rappresentate come galline dalle uova d’oro di cui si nutriva a sbafo un sud nullafacente e criminale, la sbandierata superiorità economica del “modello nord-est”, la richiesta di secessione dall’Italia e poi di mutare quest’ultima in una repubblica federale.

A coloro che chiedevano ai partiti politici di opposizione di demistificare questo scenario fasullo, di considerare le condizioni dei lavoratori dipendenti e degli strati sociali più vulnerabili e di costruire un sogno diverso per l’Italia si rispose con continui convegni sul federalismo di cui nessuno sentiva il bisogno, con l’invito ad asfaltare le strade (quelle in cui i leghisti affiggevano a pali della luce i cartelli “Questa strada va bene per i carretti siciliani”) e con una pletora di sgravi, agevolazioni e finanziamenti ai geniali imprenditori del nord-est: i cui capannoni tirati su in fretta e furia su terreni agricoli o che avrebbero potuto essere impiegati altrimenti sono oggi, in maggioranza, abbandonati e vuoti. Cioè: l’opposizione ha creduto alle sirene che cantavano “ciò che vince è ciò che è giusto” e si è inutilmente impegnata a fare le stesse cose, però con i propri distinguo e filtri. E perché chi quelle cose le aveva votate avrebbe dovuto rivolgersi agli imitatori, quando aveva di esse la forma più puramente brutale a disposizione?

* I trionfi elettorali di Berlusconi (il suo secondo governo è stato il più duraturo nella storia della repubblica italiana: quasi quattro anni) ci furono spiegati nella stessa maniera descritta all’inizio: “Non cogliete il disagio verso la vecchia politica”, “Fate le pulci sulle escort ma perché siete invidiosi e vorreste essere anche voi circondati da strafighe”, “Non avete il diritto di giudicare perché chi lo vota è il proletariato ecc. ecc.”, “Andate in televisione ma fate il suo gioco perché lui è un grande comunicatore”. Identico fu anche l’atteggiamento di subordinazione verso temi chiave e parole d’ordine: quando Berlusconi urlava al complotto comunista come motore primario di ogni male passato e presente e (sia mai!) futuro dell’Italia, i suoi oppositori erano assai impegnati a smarcarsi dall’infamante accusa o a razionalizzarla con pastoni storici, a favorire imprenditori e ceti abbienti per dimostrare la propria lungimiranza e magnanimità, a scaricare i sindacati e conseguentemente – di nuovo – i lavoratori dipendenti e i settori sociali più vulnerabili; inoltre, quando ci fu la parentesi del primo governo Prodi, che avrebbe potuto dare inizio a una svolta positiva nel rapporto dei cittadini italiani con la politica, la resero brevissima.

Devo continuare, nobili ammonitori? Il resto è storia recente, il grande comunicatore Grillo e il suo lumpenproletariat di onesti analfabeti complottisti con stampante 3-D, il grande comunicatore Salvini e le sue schiere di odiatori seriali parimenti analfabeti… entrambi hanno puntualmente creato i meta-bersagli per ingiustizie e disagi senza avere la più pallida idea di come risolvere dette questioni e persino aggravandole: per quale motivo io non sarei autorizzata a giudicare le azioni di questi individui e le loro nefaste conseguenze? Io sono una cittadina italiana e qualsiasi cosa decidano nel governo del mio paese mi riguarda e ha impatto su di me, anche quando concerne specifici segmenti di popolazione in cui io non rientro.

foto di maurizio tomassini

Se per voi fustigatori una donna oggettivata e un ministro da avanspettacolo costituiscono l’immagine dell’unico futuro possibile e “ciò che i proletari vogliono”, ciò dimostra solo che avete ben poca immaginazione, scarsa coscienza civile, esigua comprensione dei processi culturali, sociali ed economici – e i “proletari” li avete visti solo al cinema (io, per contro, appartengo alla categoria).

Maria G. Di Rienzo

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(Tratto da: “Why You Should Shut Up When Poor People Buy New Nikes”, di Lisa Wade, 2 gennaio 2015, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Lisa Wade è sociologa, docente, ricercatrice universitaria, conferenziera, autrice di numerosi articoli e saggi accademici.)

Rispetto al formarsi un’opinione sulla povertà, alcune persone sembrano non riuscire a capire perché i poveri non smettono semplicemente di essere poveri. Una delle idee che viene di continuo riproposta è che i poveri spendono danaro in cose frivole: qualcuno crede che se i poveri rinunciano al cellulare o alle Nikes faranno di colpo la loro comparsa nella classe media.

Ciò che non si comprende è sino a che punto l’essere poveri sia il vivere una vita di negazione del sé. Essere poveri è essere costretti a negare se stessi costantemente. Chi è povero deve rinunciare alla maggior parte degli “ornamenti” relativi a:

– una vita adulta (appartamento proprio, mezzo di trasporto proprio, piatti che combaciano)

– una vita confortevole (un materasso nuovo, una poltrona comoda, buone scarpe non consumate)

– una vita autodiretta (un lavoro che ti piace, tempo libero, hobby, soldi per la babysitter)

– una vita in cui esistono piccoli piaceri (frullati, dessert, fiori freschi, sauna, vino)

– una vita sana (frutta fresca e verdura fresca, assistenza sanitaria, tempo per l’esercizio fine a se stesso)

e molte, molte altre cose che non rientrano nelle categorie suddette (attrezzi tecnologici, cibo organico, viaggi, vestiti e accessori di un certo prezzo)

I poveri devono attivamente negare a se stessi tutto questo ogni giorno. E, poiché la maggior parte dei poveri resta tale per l’intera vita, i poveri devono essere preparati a negare a se stessi (e ai membri delle proprie famiglie) queste cose, probabilmente, per il resto della loro esistenza.

Quando qualcuno vede un’altra persona che (lui/lei) pensa sia povera camminare per strada con un paio di scarpe nuove, forse quel che sta vedendo è qualcuno che ha deciso di non negarsi almeno una cosa; forse, sta vedendo qualcuno che tenta di aggrapparsi ad un senso di normalità; forse, sta vedendo una persona che per una volta ha deciso che avrebbe avuto quel che voleva.

Inoltre, per la maggioranza della povera gente speranza, assenza di paura e assenza di preoccupazione sono pure lussi di cui le loro vite sono prive.

Bag Lady

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(Estratto dall’intervista radiofonica a Gail Dines, docente di sociologia, attivista femminista, scrittrice, autrice fra l’altro di “Pornland: How Porn Has Hijacked our Sexuality” (1). L’intervista, realizzata da Sonali Kolhatkar per Uprising Radio, è di quasi quattro anni fa. Dopo aver letto, anche oggi, l’ennesima elegia della pornografia e della prostituzione come attività “fuori dal coro” – e niente di diverso da questo coro-dei-fuori-dal-coro – ho deciso che il testo era meravigliosamente attuale, abbastanza da fare lo sforzo di tradurne e adattarne un brano. Se il linguaggio della pornografia vi disturba, smettete di leggere ora. Maria G. Di Rienzo.)

Gail

Sonali Kolhatkar (SK): “Sapete cosa diciamo alle cose tipo romanticismo e preliminari? Diciamo andate affanculo! Questo non è il solito sito di frignoni con mezze erezioni che tentano di impressionare troie sfacciate. Noi prendiamo splendide giovani cagne e facciamo quel che ogni uomo vuole VERAMENTE fare. Gli riempiamo le bocche sino a che il loro trucco comincia a colare e poi tutti i loro buchi diventano doloranti – vaginale, anale, doppia penetrazione, qualsiasi cosa brutale comporti un uccello e un orifizio. E poi facciamo loro il bagno appiccicoso.”
Questo è il testo introduttivo di un sito porno online, che tu citi nel tuo libro (1). Devo dirti che mi è stato davvero difficile leggerlo e che ho dovuto saltare le parti in cui descrivi la pornografia mainstream attuale. Come sei riuscita a maneggiarla, durante la tua ricerca?
Gail Dines (GD): Be’, la cosa interessante è che io, come i consumatori di pornografia, mi sono un po’ desensibilizzata con il tempo. Non avevo più, com’è ovvio, la reazione altamente viscerale dell’inizio. Ma ho dovuto mettere tali descrizioni nel libro, giacché la gente continua a dirmi: Perché sei così seccata dalle immagini di donne nude? E quel che voglio la gente capisca è che la pornografia attuale è violenta e crudele, e del tutto basata sulla degradazione delle donne. Per questo il libro conduce le persone con me attraverso l’industria del porno. Spesso, le femministe che si oppongono ad essa sono anche accusate di selezionare il “peggio” della pornografia: allora, vi faccio vedere cosa un bambino di 11 anni – l’età media per la prima visione di pornografia – ottiene quando digita la parola “porno” su Google. E non si tratta della copia di “Playboy” che guardava suo padre, e nemmeno di una copia di “Hustler”, che faceva pornografia hardcore, ma di un mondo di brutalità. Con quello che vedi oggi nella pornografia mainstream, “Hustler” diventa una barzelletta. Perciò, quel che mi chiedo è: quali sono gli effetti a lungo termine del crescere i ragazzi con immagini violente, quando la pornografia è la principale forma di “educazione sessuale” nella nostra società?
SK: E io voglio arrivare a questo, ma parliamo un attimo degli effetti sulle donne. Poiché l’industria è cambiata, le donne che vi partecipano sono passate dall’essere fotografate nude all’essere letteralmente brutalizzate, fisicamente.
GD: Quel che vedi nella pornografia è una donna penetrata con violenza: vagina, ano e oralmente. E mentre questo accade – con tre o quattro uomini addosso per volta – viene insultata, a volte schiaffeggiata, tirata per i capelli… Anche i proprietari dell’industria dicono che la maggior parte delle donne non riesce a resistere per più di tre mesi. Inoltre, ho intervistato chi si occupa della salute delle attrici porno e mi hanno detto cosa succede ai corpi di queste donne. Per esempio, il prolasso anale. I loro ani letteralmente cadono fuori dai loro corpi e devono essere ricuciti. Mi hanno anche parlato della “gonorrea dell’occhio”: i peni introdotti nell’ano sono introdotti in bocca senza essere lavati, e le donne contraggono infezioni alla bocca e alla gola dovute ai batteri fecali.
Voglio dire, c’è un’intera serie di questioni che queste donne devono maneggiare nell’industria del porno, e la verità è che queste donne non interessano a nessuno. Invece, ci propinano documentari ridicoli dove si dice che è una scelta, che alle donne piace moltissimo… Assolutamente no. Dal di fuori tu puoi pensare di sapere cos’è la pornografia e dire che diventerai la prossima star del porno, ma la star è una su 10.000.
SK: Gli studi cosa dicono degli effetti a lungo termine della pornografia sulla sessualità di uomini e donne?
GD: L’argomento è stato studiato per trent’anni – rispetto agli uomini, principalmente – e quel che gli studi hanno scoperto, e quel che ho scoperto io nelle mie interviste, è che gli uomini più pornografia guardano meno diventano capaci di sviluppare relazioni intime. Perdono interesse nelle donne “reali” perché la pornografia è così hardcore che tutto il resto sembra blando e noioso. Inoltre, gli uomini pensano che le loro performance debbano adeguarsi a quelle degli uomini che fanno pornografia; pensano che i loro peni devono essere come quelli, che devono fare sesso per ore ecc. Quello che non capiscono è che un bel mucchio degli uomini nella pornografia sono “su di Viagra” o di altre sostanze. E poi cominciano a vedere le donne come semplici oggetti. Non qualcuno con cui avere una relazione, qualcuno a cui fare qualcosa. Il sesso diventa qualcosa del tipo “fare all’odio” con il corpo di una donna. Non fanno all’amore, nella pornografia, fanno all’odio.
SK: Questo aspetto è dibattuto di continuo. Per esempio, dicendo che quel che vedi nel video porno è una fantasia, e che noi esseri umani siamo capaci di distinguere fra fantasia e realtà, e non portiamo quella fantasia nelle nostre vite reali.
GD: Ma queste stesse persone, quando analizzano il resto dei media, non dicono che è una fantasia. Non ti dicono ad esempio: “Guarda, non ti preoccupare di quel che fa o dice il tal politico, la gente sa distinguere.” Perché sanno che i media contribuiscono a dar forma al modo in cui pensiamo. A dar forma alla nostra realtà, alla nostra percezione del mondo. La pornografia è una forma specifica di media: molto potente, tra l’altro, perché manda messaggi ai cervelli degli uomini tramite i loro peni, che è un sistema assai efficace di mandarli. L’idea che si tratti solo di una fantasia non è corroborata dagli studi in materia, da quello che sappiamo su come le immagini hanno impatto sulla visione del mondo da parte delle persone.
SK: Il motivo del profitto com’è cambiato?
GD: Be’, è sempre stata un’industria capitalista. Voglio dire, questa è un’altra cosa a cui non vogliamo pensare: che la pornografia, in realtà, è mossa dal profitto. Non si tratta di fantasia, di gioco, di divertimento. Si tratta di denaro. Ho intervistato un bel po’ di pornografi. Ciò che li interessa è il denaro: parlano di pubblicità via mail, di raggiungere masse, ecc. Quel che dimentichiamo quando parliamo di pornografia è che queste non sono fantasie create dal nulla, che cascano dal cielo: sono prodotti tipici del mercato capitalista. C’è la necessità di mantenere la domanda. Sempre più uomini usano pornografia, se ne annoiano e si desensibilizzano, perciò la cosa deve diventare più estrema, e poi più estrema ancora. La cosa interessante è che i pornografi non sanno più cosa inventarsi. Si sono spinti alla maggior crudeltà possibile. Hanno fatto tutto ai corpi delle donne, salvo ucciderle. Cosa possono fare per mantenere interessato il pubblico?
Ci sono ancora alcune nicchie da sfruttare, il cosiddetto “porno inter-razziale”, uomini neri e donne bianche, e la pornografia “pseudo-infantile”, in cui vi sono donne diciottenni – ma che appaiono più giovani e si atteggiano a tali. Quel che hai in quest’ultimo caso sono uomini che si sono stancati delle donne adulte e cercano pornografia infantile, per quanto pseudo. Alcuni degli stupratori di bambine che ho intervistato hanno cominciato così: all’inizio non volevano andare su siti illegali e allora guardavano questo tipo di pornografia, e poi passavano comunque alla pornografia infantile. Per alcuni di loro, fra l’usufruire di pornografia infantile e stuprare una bambina non passavano mai più di sei mesi.
SK: Quali sono gli effetti a lungo termine sulla società in generale? Come la pornografia ha “pornificato” la nostra cultura?
GD: Sono le immagini e i messaggi e le ideologie del porno che sono filtrate nei media del mainstream. Voglio dire, non hai che da accendere la televisione, sfogliare una rivista, andare al cinema e quel che vedi è una versione pornificata del mondo. Persino le riviste “per donne” hanno sovente articoli che suggeriscono la pornografia come ingrediente per “mettere pepe” nella tua vita sessuale: perciò, vedi, i pornografi hanno praticamente preso il controllo del discorso sulla sessualità. Non c’è nessun altro che abbia voce. Nessuno che possa farsi avanti a dire: “Guarda, questo è il tipo di sesso che la pornografia rappresenta, è brutale e si basa sul disprezzo delle donne. Ci sono modi alternativi di essere sessuali nella nostra società che non sono basati su questo.” Hai mai sentito niente del genere, sui media? No, perché i media sono sempre più pornificati e sono i pornografi e i loro agganci nei media a definire cosa la nostra sessualità dovrebbe essere.
SK: Sto pensando ai ragazzini e alle ragazzine, all’effetto che le immagini pornificate in tv e su internet e sulle riviste hanno su di loro.
GD: Stiamo distorcendo la loro sessualità. Li stiamo forzando in una sessualità precoce e stiamo trasformando la loro sessualità in una merce da vendere: la rendiamo una merce e gliela rivendiamo. Le ragazze e le giovani donne hanno relazioni con maschi la cui visione è stata formata dalla pornografia. Molti di loro vogliono “giocare” al sesso porno con i loro corpi, vogliono tutte le cose che hanno visto nella pornografia. E un mucchio di donne non hanno voglia di farlo, ma non hanno neppure il vocabolario per dire i motivi per cui non vogliono farlo, perché tutto quel che la società ha detto loro è: “Se non vuoi farlo sei una bigotta, sei una moralista, sei una frigida.” E quale adolescente o quale giovane donna vuol sentirsi definire così? I ragazzi le spingono, le tormentano e le allettano al tempo stesso affinché facciano sesso al modo del porno.

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