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Posts Tagged ‘sicurezza alimentare’

Helen CFS-44 Rome 2017

“Cari Delegati,

grazie per avermi dato l’opportunità di parlarvi. Io sono Helen Hakena dell’Agenzia per lo Sviluppo delle Donne Leitana Nehan, con sede a Bougainville in Papua Nuova Guinea (PNG).

Voglio raccontarvi la storia della mia comunità a Bougainville. Per quelli di voi che non hanno familiarità con il Pacifico, Bougainville è un’isola, un po’ più larga di Cipro, ed è una regione autonoma della PNG. La nostra cultura è matrilineare – il che significa che la nostra terra si eredita tramite le donne. Ma questo non significa che le donne governino, gli uomini restano i capi e i decisori. Tuttavia la nostra terra è cruciale per le donne poiché, assieme ai nostri oceani, ci fornisce quasi tutto il cibo e le risorse da cui dipendiamo, oltre a essere centrale per la nostra vita culturale e comunitaria.

La nostra isola è fertile e sarebbe in grado di provvedere alla sicurezza alimentare e ai nostri bisogni nutrizionali, ma abbiamo dovuto affrontare numerose difficoltà che hanno avuto impatto particolare su donne e bambine. Bougainville ha sofferto una guerra ventennale quando una delle più grandi miniere aperte del mondo, Panguna, ha distrutto i nostri fiumi, il nostro terreno e ambiente, distruggendo pure le nostre comunità.

Sebbene le miniere e i disboscamenti sulla nostra isola abbiano prodotto centinaia di milioni di dollari di profitto, la nostra isola non è diventata prospera. Meno dell’1% dei guadagni sono andati alle comunità locali. La miniera ha un impatto enorme sulla nostra capacità di produrre cibo e di aver accesso all’acqua potabile. La miniera ha contaminato la nostra acqua e ha ridirezionato la nostra economia al servizio della miniera stessa e dei suoi proprietari stranieri.

Persino ora, molta popolazione è esposta al mercurio, usato dai minatori artigianali – incluse donne incinte – per arrivare all’oro e come risultato abbiamo un alto tasso di complicazioni durante i parti e nascite di bambini deformi.

La guerra ci ha reso impossibile curare in sicurezza i nostri orti, ove ognuna di noi coltiva gli alimenti base, e ci ha reso impossibile vendere o scambiare i nostri prodotti. Insieme, la miniera e la guerra, hanno dato esiti terribili per la salute di madri e bambini. Io stessa ho partorito in un edificio abbandonato assieme ad altre donne, una delle quali è morta.

La guerra ha anche portato con sé un embargo che ha impedito ogni importazione di carburante, medicine o tecnologia. L’embargo, tuttavia, ha provato l’intraprendenza degli abitanti di Bougainville e la capacità di produrre da soli tutta l’energia e il cibo di cui avevamo bisogno. Abbiamo prodotto energia dai maiali (ndt. dalla trasformazione di deiezioni e scarti negli allevamenti) e abbiamo usato l’olio di cocco come carburante per i motori.

La contaminazione proveniente dalla miniera e il conflitto messi assieme hanno creato gravi problemi di salute, educativi e sociali. Ciò ha dato come risultato una delle percentuali più alte al mondo di violenza contro le donne, con il 62% degli uomini che ammette di aver stuprato una donna.

Ora, dopo aver negoziato la pace e fatto passi verso il miglioramento delle conseguenze dello sviluppo, abbiamo di fronte un’altra enorme minaccia: il cambiamento climatico.

La mia organizzazione ha condotto un’Azione di ricerca partecipata femminista sulle isole Carteret di Bougainville, per documentare l’impatto del cambiamento climatico sulle vite degli abitanti e intraprendere iniziative per costruire un movimento locale per la giustizia climatica.

La nostra ricerca ha scoperto le cose seguenti:

La popolazione degli atolli che circondano Bougainville è già stata spostata altrove – sono i primi rifugiati climatici del mondo. Gente che ha vissuto senza elettricità, senza aver contribuito alle emissioni climatiche sta ora soffrendo le conseguenze dell’avidità e della distruzione mondiali.

Il cambiamento climatico ha impatto negativo sulla sicurezza alimentare in diversi modi, inclusa la diminuita accessibilità al cibo locale tramite la riduzione dei raccolti agricoli, della disponibilità di terra coltivabile, dell’acqua pura, del pesce e della vita marina in genere. Stiamo facendo esperienza di cambiamenti nei cicli delle piogge, di inondazioni, dell’innalzamento del livello del mare e di salinizzazione. Ciò rende più difficile per le comunità vivere di agricoltura – le donne non riescono a coltivare abbastanza per nutrire se stesse e le loro famiglie.

Donne e uomini sperimentano impatti diversi derivati dal cambiamento climatico, in particolare relativi al loro ruolo nella produzione del cibo. Quando la terra è matrilineare, la perdita della terra è devastante per le donne. Molte delle donne sfollate sono state abbandonate dai loro marito e hanno davanti un cupo futuro. I ruoli e i saperi differenti che donne e uomini hanno nella produzione di cibo e raccolti, così come nella pesca, devono essere accuratamente pianificati altrimenti la discriminazione può solo peggiorare.

Le donne devono avere potere collettivo per sviluppare soluzioni a lungo termine. Noi ora lavoriamo con le amministrazione degli atolli per assicurarci che le donne abbiano un ruolo nel definire il proprio futuro. Noi donne abbiamo guidato il processo di pace e io credo che possiamo guidare il processo per lo sviluppo sostenibile se ce ne viene data l’opportunità.

Ora i governi e le corporazioni stanno parlando di riaprire la miniera. La ragione che ci danno per questo è che non c’è altra via per il benessere, che abbiamo bisogno di più soldi per maneggiare un futuro di cambiamenti climatici, che abbiamo bisogno di valuta estera per importare più cibo e più energia.

Dobbiamo chiederlo a noi stessi: il nostro pianeta ha bisogno di più benessere o solo di un benessere più giusto?

Questo pianeta e le nostre risorse sono il nostro bene comune, appartengono a tutti noi e alle generazioni future. La Papua Nuova Guinea è uno dei paesi della Terra che ha più bio-diversità e ha la terza più grande foresta pluviale del mondo. Di sicuro, questo deve valere di più dell’oro e del rame.

Io so che ci vorrebbero governi coraggiosi e delle differenti Nazioni Unite per resistere al peso del potere delle corporazioni e dei ricchi. Io so quando sarebbe duro cooperare per raccogliere più tasse, mettere una moratoria a nuove miniere di carbone, proteggere tutti i nostri fiumi e la nostra terra dall’inquinamento, garantire alle donne potere decisionali su terreni e risorse, mettersi d’accordo su un minimo vitale ragionevole, garantire a ogni persona assistenza sanitaria gratuita e protezione sociale durante la sua intera vita, inclusa la sicurezza alimentare.

Creare giustizia nello sviluppo. Sarebbe possibile. Abbiamo la ricchezza per farlo. Ci serve solo la volontà politica. Grazie.”

Helen Hakena (in immagine – FAO Flickr Feed) ha tenuto questo discorso a Roma, il 12 ottobre scorso, durante la 44^ sessione plenaria del Comitato sulla Sicurezza Alimentare delle Nazioni Unite.

La sua organizzazione femminista è stata centrale nel porre fine alla guerra civile. Helen continua a promuovere i diritti umani delle donne nel suo paese, in cui fare ciò equivale all’essere attaccate come streghe – e spesso assassinate come tali. Maria G. Di Rienzo

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Prima ancora dell’attuale crisi globale relativa al cibo, tre quarti della popolazione della costa nordatlantica del Nicaragua soffriva di denutrizione. Povertà estrema, un tasso di disoccupazione del 90%, scarsità di elettricità e di acqua potabile: la miseria e la disintegrazione sociale del luogo sono in relazione diretta al degrado ambientale. La costa è più vulnerabile che mai grazie al “caos climatico” (per citare Vandana Shiva) e risente dell’aumento della temperatura del mare. Nel 2007, l’uragano “Felix” ha distrutto le case e i raccolti di centinaia di famiglie lungo il fiume Coco. Nel frattempo, lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali della regione da parte delle compagnie minerarie e delle corporazioni di pescatori sta distruggendo la biodiversità da cui dipende la sopravvivenza dei popoli indigeni.

MADRE è un’organizzazione femminista internazionale il cui straordinario lavoro è visibile sul sito:  www.madre.org/

Collegandosi con gruppi di donne in varie parti del mondo MADRE fornisce partnership, aiuto e sostegno a persone che si trovano in situazioni davvero terribili: ed è ciò che ha fatto in Nicaragua, tramite l’organizzazione “sorella” locale Wangki Tangni. Il progetto si chiama “Harvesting Hope” (potremmo tradurlo come “Il raccolto della speranza”) e coinvolge le donne del gruppo indigeno Miskito. Il primo passo è stato fornire alle donne sementi e animali da fattoria, il secondo l’addestrarle alla coltivazione organica ed all’allevamento sostenibile del bestiame, il terzo è stato creare una “banca dei semi” grazie alla quale le donne immagazzinano e condividono le sementi derivate dalle coltivazioni organiche, una stagione dopo l’altra. Il programma, oltre ad enfatizzare le metodologie rispettose della terra, usa la conoscenza tradizionale indigena sul maneggio delle risorse.

Le donne di Wangki Tangni hanno organizzato mercati in cui le donne possono vendere ciò che dei loro raccolti non serve al mantenimento delle famiglie. I mercati si sono trasformati in men che non si dica in un punto focale per la coesione della comunità, con giochi e musica e gare di cucina. Tramite i mercati, l’organizzazione distribuisce materiali educativi sui diritti e sulla salute delle donne, e sui diritti delle popolazioni indigene.

I risultati sino ad ora sono davvero incoraggianti: la comunità Miskito si sta nutrendo di cibi organici prodotti in loco ed abbandona sempre più l’importazione di cibi industriali; le donne stanno mantenendo economicamente le loro famiglie: così ci sono i soldi per le scarpe e i libri ed i bimbi stanno tornando a scuola; le donne hanno guadagnato nel processo fiducia in se stesse ed autostima e non temono di assumere ruoli guida nella comunità; più di 2.000 donne hanno finora beneficiato del progetto e vi hanno aggiunto del loro: espandono spontaneamente i circoli delle partecipanti, muovendosi per insegnare ad altre donne ciò che loro stesse hanno appreso.

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(di Zainab Salbi, 29 marzo 2010, trad. M.G. Di Rienzo)

Oggi stiamo fronteggiando una crisi globale relativa al cibo, alla nutrizione e al clima. Negli ultimi pochi anni, circa 100 milioni di persone si sono aggiunte al conto mondiale di quelle cronicamente affamate. I prezzi del cibo sono aumentati anche dell’80%, spingendo migliaia di famiglie nella povertà. Pratiche agricole dannose per l’ambiente come la deforestazione, le emissioni di CO2 che causano l’effetto serra, i fertilizzanti chimici, stanno contaminando il suolo e spogliando la Terra degli elementi nutritivi che le sono necessari.

Non possiamo costruire democrazie o economie sostenibili, ne’ trovare soluzioni al cambiamento climatico ed alla mancanza di cibo se non incorporiamo pienamente le donne nei responsi politici. Non c’è storia migliore, per illustrare la sconnessione fra la realtà che le donne vivono e le teorie politiche, della presente crisi alimentare e delle strategie agricole che mirano a risolverla.

Si disegnano politiche agricole senza considerare fattori quali la nutrizione, la sicurezza alimentare, il cambiamento del clima e l’assai significativo ma spesso non riconosciuto fatto che il 70% degli agricoltori sul pianeta sono donne. Le donne producono il 90% del riso e del grano: i raccolti che danno da mangiare al mondo intero.

E sono le donne a preparare questi raccolti per il consumo casalingo e comunitario, mangiando per ultime, o non mangiando affatto se il cibo è scarso. E sono le donne a svolgere la maggioranza dei compiti che prevedono una stretta vicinanza all’ambiente, come il coltivare ed il procurare acqua, e perciò sopportano uno sproporzionato carico di pericoli connessi all’inquinamento ed al cambiamento di clima.

Il dare forza alle donne in agricoltura è la prossima frontiera del movimento globale delle donne. Quando le donne producono la maggior parte del cibo al mondo ma possiedono meno del 2% della terra, questa diventa una questione di giustizia economica e di genere. Le donne hanno il diritto di godere i profitti del loro lavoro, e di godere la tranquillità del sapere che le loro figlie potranno ereditare la terra che loro coltivano. Le donne hanno il diritto di consumare pasti completi e bilanciati, e di lavorare in un ambiente non avvelenato da tossici chimici. E noi abbiamo la capacità di realizzare questa visione.

Ci sono numerosi programmi in corso che possono compiere il salto necessario a dare inizio alla rivoluzione. Per esempio, noi di “Women for Women” stiamo insegnando alle donne tecniche agricole che massimizzano i valori nutritivi ed i profitti preservando l’ambiente, incentivando l’agricoltura comunitaria e lo sviluppo economico. Le donne apprendono a coltivare diverse specie di piante alimentari che serviranno ugualmente per il consumo casalingo e la vendita, e vengono fornite di tecniche che permettono di esaltare il naturale bilanciamento degli ecosistemi.

In Ruanda e Sudan, ottenendo la collaborazione dei governi locali, abbiamo assicurato alle donne un “affitto a lungo termine” delle terre che coltivano, di modo che possano controllare autonomamente il proprio lavoro ed averne il massimo ritorno possibile. Le contadine sudanesi hanno raddoppiato il loro guadagno pro-capite in soli sei mesi.

In Ruanda, dove la terra è poca, le donne imparano a costruire orti verticali, che massimizzano l’efficienza del suolo ed hanno un impatto significativo sulla sicurezza alimentare di ciò che si consuma per uso domestico. Le donne usano i sacchi di grano e altre stoffe come appezzamenti verticali e li fertilizzano in modo naturale con il letame degli animali che allevano.

Nel mio lavoro con le agricoltrici ho visto questo, così come l’ho visto in molti altri settori: le donne sono la chiave del nostro successo nelle politiche agricole ed ambientali. Le donne stanno integrando pratiche amiche dell’ambiente alla produzione agricola. Stanno coltivando le piante che combattono la crisi alimentare, e stanno stimolando i mercati locali in un momento di crisi economica.

Ho sentito tante chiacchiere sulla “rivoluzione verde”, ma raramente le voci delle donne vengono prese in considerazione per definire il concetto stesso di questa rivoluzione. Credo sia venuto il momento di ascoltare, e di fare in modo che le politiche agricole ed ambientali riflettano le voci di coloro che ne subiscono il maggior impatto. La rivoluzione verde è la rivoluzione delle donne.

 

Zainab Salbi (nella foto) è la fondatrice e la presidente di “Women for Women International”, un’organizzazione che fornisce sostegno finanziario ed emotivo alle sopravvissute di guerra. Per saperne di più: www.womenforwomen.org

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Min Yi Shi Wei Tian: La questione del cibo è grande come il cielo.

Intervista a Cai Yiping, femminista cinese, direttrice esecutiva di Isis International http://www.isiswomen.org/

Traduzione e adattamento M.G. Di Rienzo

Come descriveresti gli sforzi della Cina in riferimento alla sicurezza alimentare?

Non riesco neanche ad enfatizzare quanto importante è la sicurezza alimentare per la Cina, un paese che ha la maggior popolazione al mondo. In cinese, c’è un vecchio detto: Min Yi Shi Wei Tian, che letteralmente significa “La questione del cibo è grande come il cielo”. C’è qualcosa di più vasto del cielo? Non c’è. Perciò non vi è altra istanza grande quanto quella relativa al cibo. Questo è il motivo per cui, durante la storia cinese, come produrre abbastanza cibo per nutrire la popolazione è sempre stata la questione primaria dell’agenda politica. Ha a che fare con le vite delle persone, con la stabilità dello stato, così come con la crescita economica, giacché l’agricoltura provvede i materiali che lo sviluppo e l’industrializzazione chiedono.

Nel contesto sociale e politico cinese, vi sono due obiettivi che necessitano di essere raggiunti per avere sicurezza alimentare: l’autosufficienza per il grano, e incentivi che migliorino i guadagni delle comunità rurali. Questo nonostante i rischi e le sfide che la Cina incontra da quando si è unita alla World Trade Organisation (WTO) nel novembre 2001, con degli impegni che la legano in modo molto duro. Oggi come oggi, la maggioranza dei poveri in Cina consiste di agricoltori che vivono in campagna, in special modo donne che vivono nelle aree interne occidentali. La Cina deve modernizzare la sua campagna. Per modernizzare non mi sto riferendo solo al miglioramento della produttività, ma anche delle infrastrutture, di un sistema di sicurezza sociale che copra tutti, incluse le donne, le bambine ed i gruppi marginalizzati.

La crisi alimentare e la crisi finanziaria, in che modo hanno colpito la Cina?

Penso che queste crisi siano nuovi avvertimenti per i Cinesi, su come mantenere sostenibili l’agricoltura e l’economia. Se vogliamo nutrire la Cina dobbiamo garantire un certo ammontare di terra coltivabile: 1,8 miliardi di ettari. Questa è la “linea rossa”. La Cina dovrebbe recuperare i terreni agricoli persi per l’urbanizzazione, rendendo fertile la terra abbandonata ad un ritmo di 300.000 ettari l’anno. Il problema è che l’idea di incrementare l’economia cinese viene tradotto con terreni agricoli convertiti in zone industriali. Noi abbiamo un proverbio che dice “Non importa quanto alto un albero può crescere, le foglie cadute torneranno sempre alle sue radici”. C’è un legame fra la tua terra e la tua identità.

Nel momento in cui la crisi finanziaria si è diffusa a livello mondiale, si stima che circa 20 milioni dei 130 milioni di lavoratori migranti (i contadini che sono andati nelle città a cercare lavoro) hanno perso i loro impieghi. Molti di essi non sanno più come coltivare la terra quando tornano nelle aree rurali, perché hanno lavorato in città per un periodo molto lungo. Ogni anno, tu vedi migranti che tornano a casa e ci passano le vacanze. Ma dopo il capodanno cinese tornano di nuovo in città a cercare un impiego. A causa delle crisi di cui sopra si devono confrontare con due domande: Come riuscire a trovare un lavoro in città? E: Cosa faranno se decidono di tornare definitivamente al villaggio?

 La crisi fornisce opportunità per la Cina?

Io penso ve ne sia una dovuta alla crisi alimentare. Lo sviluppo della Cina si è fino ad ora orientato verso l’esportazione. Ma la Cina non può essere per sempre manodopera a basso costo o schiavitù nei laboratori per fornire un servizio alle compagnie economiche transnazionali. Perciò, qui c’è l’opportunità di mettere in regola le industrie, di ricostruire l’economia.

Poi ci sono i lavoratori migranti di ritorno, uomini e donne, che generalmente sono meglio istruiti e più consapevoli di leggi e diritti, nonché più abili nella mobilitazione sociale. Possono essere il motore del cambiamento. La crisi può rivelarsi una chance per modernizzare la campagna, democratizzare le comunità rurali e migliorare l’agricoltura.

 Come descriveresti il ruolo delle donne cinesi rispetto alla sicurezza alimentare?

Se vai in campagna è usuale notare che le donne sono assai più numerose degli uomini. Una volta che si sposino ed abbiano bimbi, sono di solito lasciate indietro a curarsi dei figli e degli anziani, e del terreno coltivabile, mentre gli uomini vanno nelle città in cerca di lavoro. Questa “femminizzazione” dell’agricoltura sta andando avanti da vent’anni. Poiché l’agricoltura non è un’industria fiorente e dagli alti profitti, la gente che lavora nei campi ha di norma a disposizione scarsa tecnologia e reddito basso. In molti modi, l’agricoltura resta svalutata e le donne restano discriminate. Per cui essere una contadina è essere svalutata due volte. Le donne delle comunità rurali non solo producono, ma riproducono. Hanno cura di bambini e vecchi. Questo ed altri ruoli all’interno delle case non sono mai stati pienamente riconosciuti da chi decide in politica, dalle comunità, e neppure dalle stesse famiglie. Alle donne devono essere fornite maggiori risorse, di modo che possano destreggiarsi meglio e avere eguaglianza di benefici.

 Quali sono le prospettive per l’accesso delle donne alla proprietà della terra?

E’ una questione che è diventato imperativo risolvere, perché tocca davvero tantissime donne. Il loro accesso ai diritti sulla terra viene reso insicuro dai matrimoni e dalle migrazioni. Anche se sono membri della comunità a pieno titolo, il loro diritto alla loro terra non è mai completamente riconosciuto. Ora un mucchio di terreno viene venduto ad investitori o al governo, e chi vende deve ricevere un compenso, per cui stanno girando un mucchio di soldi su questa storia. Ma non si tratta solo di un problema economico. E’ una questione di diritti umani, di discriminazione di genere. Per esempio, anche se una donna non è sposata, si presume che si sposerà e se ne andrà dal villaggio in cui è registrata. Per cui non ha diritti sulla terra. E se si sposa, entra nella famiglia e nella comunità del marito, dove dovrebbe avere quei diritti, e non li acquista neppure lì. Questa “eteronorma” è profondamente iscritta nella cultura, ma è rinforzata da interessi economici e politici. Si tratta di privare di diritti i gruppi marginalizzati. In effetti sono i parenti delle donne, i padri, i fratelli, che rifiutano di intitolare loro la proprietà della terra, perché i loro interessi economici sono legati a tale sistema familiare patriarcale. Questo spiega in buona parte le ragioni della preferenza per i figli maschi, gli aborti selettivi, eccetera.

Non è ironico? Tutte queste pratiche discriminatorie possono essere fatte passare per “democrazia”. Poiché lo status delle donne è basso, esse non possono parlare per se stesse. Non hanno rappresentanti, o ne hanno pochissime, nei comitati di villaggio, dove le dispute vengono risolte con la “regola della maggioranza” e dove le idee patriarcali sono dominanti. Ma io credo che questo circolo vizioso possa essere interrotto dall’istruzione, dal rinforzarsi della consapevolezza, dall’uso delle leggi e dalla promozione della partecipazione femminile.

Dobbiamo avere il coraggio di dire che vi è discriminazione di genere e violazione dei diritti umani delle donne. Cambiare una cultura patriarcale dalle radici profonde è la più grande sfida che abbiamo di fronte in Cina. E’ la nostra rivoluzione non finita.

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