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Posts Tagged ‘shakespeare’

Quando ricevo richieste di incontri pubblici, il 99% delle volte il tema che mi si chiede di trattare è (ovviamente) la violenza contro le donne: il restante 1% riguarda il concetto di violenza in sé, o storia e pratica della nonviolenza. Dopotutto, sono una trainer alla nonviolenza e anche questo è logico. Ogni volta, che io acconsenta o meno per le più svariate ragioni, mi salta in mente la stessa identica battuta: “Mai nessuno che mi chieda di parlare di Shakespeare!”

will

Sarei in grado di farlo, vi state chiedendo? Direi di sì. Al Bardo io riconosco di dovere molto: la lettura delle sue opere mi ha accompagnata sin da quando ero poco più che decenne – e oggi la mia biblioteca le contiene al completo (molti libri sono di terza mano a dir poco e sono stati acquistati su bancarelle, ma chi se ne frega, le parole ci sono tutte). Lavorando in passato per un paio di riviste sono riuscita a scrivere qualche articolo sul prediletto autore, e in questo blog l’ho nominato/citato abbastanza spesso, ma oggi è una nuova serie tv di produzione statunitense che mi fornisce l’opportunità di farlo: “Will”, la cui prima puntata è stata trasmessa dalla rete TNT il 10 luglio scorso.

A livello di immagine televisiva, William Shakespeare è da quasi quarant’anni – per me – l’attore Tim Curry, ovvero colui che lo impersonò splendidamente nello sceneggiato storico “Vita di Shakespeare” (1978 – l’anno successivo fu trasmesso dalla tv italiana). Perciò, mi sono avvicinata a “Will” in maniera curiosa ma segnata da un certo grado di scetticismo: probabilmente, pensavo, lo avrei giudicato inferiore all’ideale già presente nella mia testa. Sia detto per inciso che le recensioni di matrice britannica da me lette sino a questo momento lo stroncano (c’è un po’ di “veleno” nazionalista che trapela da ciascuna, avviluppato in frasi cesellate tutte traducibili con: Come osano questi americani del menga fare un simile scempio del NOSTRO Shakespeare?), quelle made in Usa sono ambivalenti e caute, “attendiste” nel migliore dei casi.

tim curry as shakespeare

Parte dell’imbarazzo è dovuto al fatto che lo sceneggiato non è una ricostruzione storica e non si preoccupa di essere strettamente fedele ai pochi dati noti sulla vita del drammaturgo, sebbene li usi, è vera e propria “fiction” o meglio: è Shakespeare visto attraverso la prima ondata punk (seconda metà anni settanta, prima metà anni ottanta). Il punk non è stato, e non è, solo musica. Politica, critica sociale, nuove forme in ogni tipo di arte grafica (fumetti, manifesti, volantini, murales), emozioni crudamente autentiche e rivolta contro gli standard “estetici”… quest’ultima espressa sino al punto di cercare di far apparire se stessi rivoltanti agli occhi altrui: poiché sappiamo già di farvi schifo, era uno dei significati, (perché giovani, perché privi di prospettive/aspettative dal vostro punto di vista, perché i nostri sogni vi sembrano patetici, perché siamo situati al fondo della scala gerarchica, perché non ci adattiamo, ecc.) ecco qua, siamo vestiti di stracci e abbiamo i capelli tinti in colori scioccanti e tenuti incollati per aria dal sapone, dozzine di orecchini persino sul naso e portiamo i tampax al collo come pendenti di collane, vi basta? E’ in tutto questo che lo sceneggiato immerge la storia del Bardo.

La scena iniziale vede Will (l’attore Laurie Davidson, nella foto all’inizio di questo articolo) salutare la sua famiglia – che non è proprio concorde e felice riguardo alla sua partenza – e dirigersi a Londra per mettere a frutto le sue capacità di attore e scrittore di teatro; mentre la scena si allarga al paesaggio esplode il giro iniziale di “London Calling” (The Clash): Londra sta chiamando le città più distanti / Ora la guerra è dichiarata e la battaglia sta arrivando / Londra sta chiamando il mondo sotterraneo / Uscite dagli armadietti, voi ragazzi e ragazze.

Similmente, The Jam (uno dei miei gruppi preferiti) segneranno la panoramica su Londra con “In the City” e l’approccio alla zona dei teatri con “That’s Entertainment”: Un’auto della polizia e una sirena urlante / Un martello pneumatico e cemento che va in pezzi / Un neonato che piange e un cane randagio che ulula / Lo stridore dei freni e la luce di un lampione che va a intermittenza / Questo è intrattenimento, questo è intrattenimento

Aver preso tali canzoni piuttosto che altre non è un caso. Sono specchi per la realtà delle cose e quando qualcuno chiede a Will “cosa fa” (cioè qual è il suo mestiere) lui risponde: Tengo uno specchio davanti alla natura.

Naturalmente siamo e restiamo alla fine del 1500: gli edifici, le piazze, gli attrezzi di scena e i costumi – a parte le tinte clamorose e un paio di braghe in pelle un po’ strano per l’epoca – non dicono niente di diverso, ma per esempio i poster che annunciano le rappresentazioni teatrali hanno lo stesso stile di quelli che annunciavano i concerti punk e il pubblico a teatro indossa simboli e colori che ne fanno l’audience “tipo” dei concerti suddetti. A un certo punto, l’attore-impresario Richard Burbage (Mattias Inwood) si lancia persino su di loro dal palco, come un perfetto punk rocker durante il “pogo”.

Vi dirò: non solo le modalità narrative scelte non mi disturbano per niente, le trovo al contrario intriganti e piacevoli. Recitazione e ritmo sono buoni e in alcune scene volano anche un po’ più in alto, come accade nella taverna in cui il novellino William è sfidato a un “duello di ingegni” dall’acclamato e dotto drammaturgo e scrittore Robert Greene: in pratica una sfida poetica in cui i due si insultano reciprocamente in versi. Nella realtà storica Greene si lamentò per iscritto in un pamphlet (postumo, per cui alcuni dubitano della sua autenticità) del “corvo parvenu che si fa bello con le nostre penne” e “crede di essere l’unico scuotiscena del paese” (gioco di parole fra Shakescene e Shakespeare – “scuotilancia”) rendendolo riconoscibile al lettore pur senza nominarlo direttamente. Nello sceneggiato Greene non è identificato in modo chiaro – e il personaggio storico era di sicuro troppo snob per attaccare qualcuno in una bettola dopo aver alzato il gomito – ma la cascata di rime con cui spara su Shakespeare, che proprio per le rime gli risponde azzittendolo, è composta dalla suddetta invettiva e i due attori rendono la scena assolutamente brillante.

Tuttavia non c’è solo luce all’intorno, nel momento in cui William Shakespeare va a vivere a Londra dalla natia e campagnola Stratford. Scelta rara e inaspettata per una serie televisiva di questo tipo, “Will” ha scelto di mostrare in modo verosimile la portata della persecuzione religiosa nell’Inghilterra elisabettiana. Shakespeare era di famiglia cattolica e l’essere cattolici in quel momento era illegale: il prezzo del reato si concretizzava più spesso che no nell’essere sbudellati vivi in piena piazza, sul palco pubblico delle esecuzioni. Per cui, alla fine della prima puntata abbiamo lasciato il nostro personaggio con una serie di problemi e minacce che gli pendono addosso e vanno dall’infatuazione per la figlia di Burbage (Will è sposato, ha tre figli e non si sente bene all’idea) alla possibilità di essere denunciato per la sua fede.

La cosa migliore di lui fino a questo momento è, come già citato, il modo in cui risponde alle domande: Chi sei? – Nessuno, per ora. Impagabile.

Maria G. Di Rienzo

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vecchio, che ancora contieni simili genti!

Miranda, "La Tempesta" di Shakespeare

Miranda, “La Tempesta” di Shakespeare

Miranda probabilmente oggi direbbe così la sua battuta più famosa. Perché se ad esempio fosse una brasiliana di San Paolo, alla domanda per insegnare nelle scuole del suo stato dovrebbe allegare i risultati di un Pap test o una dichiarazione medica che accerti il suo “non essere sessualmente attiva”. Ma le va bene, sapete, sino a un paio di anni fa doveva allegare alla domanda anche i risultati di una colposcopia (esame della cervice uterina). Niente di simile è ovviamente richiesto agli uomini che vogliono insegnare. A loro basta il normale certificato di “sana costituzione” ecc.

Be’, Miranda mica deve fare l’insegnante per forza: potrebbe spostarsi nello stato di Bahia o persino emigrare in Indonesia e, che so, cercare di entrare nelle forze dell’ordine: ma ops, in entrambe le località per fare la poliziotta deve avere l’imene in ordine, “non lacerato”. Questo è sempre importante, nevvero, ma diventa essenziale in una professione che ha (ok, avrebbe) come scopo la difesa dei cittadini e delle leggi, non si vorrà mica affidare tale onorevole compito ad una sgualdrina che l’ha già data via. I poliziotti maschi? Che domanda insulsa, sono maschi, quindi sono perfetti a priori e non ci sogneremmo mai di violare la loro privacy in questo modo; inoltre, si sa che gli uomini sono diversi e più fanno sesso più sono veri uomini e la morale sessuale la dettano ma non sono tenuti a osservarla.

D’altronde, Miranda potrebbe cercare di svolgere mestieri più ladylike, come il partecipare seminuda a comparsate televisive (gli uomini partecipano vestiti, vedete quanti privilegi hanno le donne al giorno d’oggi!) ed ottenere perciò il massimo rispetto. Certo, ci sono piccoli incidenti come quello accaduto durante uno show russo (“Tocca l’auto” – 7.12.2014) dove la concorrente in bikini è stata presa a cazzotti dal concorrente maschio che le ha rotto il setto nasale. E persino diventando una “star” qualche minuscola difficoltà può sempre occorrere, come ben sa l’attrice di Bollywood – l’Hollywood indiano – Gauahar Khan che è stata presa a schiaffi da un giovane signore dal pubblico (Concorso canoro “Stella grezza”, Mumbai, 2.12.2014). Il 24enne si è scagliato sulla donna perché, come ha spiegato in seguito alla polizia, lei “Essendo una musulmana non avrebbe dovuto indossare un abito così corto.”

Qualunque cosa faccia, Miranda dovrebbe sempre dare la massima attenzione al suo vestiario rispondendo a questa domanda fondamentale: ciò che indosso piace agli uomini? Perché se la risposta è “no”, gli uomini si arrabbieranno e potrebbero insegnarle ad essere più educata con qualche rudezza – sono maschi, dopotutto, è la natura che vuol così. E se la risposta è “sì”, potrebbe accadere che gli uomini compiaciuti si compiacciano al punto da premiarla con molestie e stupri… insomma, l’importante è che Miranda si renda conto che è sempre colpa sua. Kenya, situazione esemplare: il mese scorso, a Nairobi, dozzine di uomini hanno trascinato giù dall’autobus una donna perché indossava una gonna a loro giudizio troppo corta. Indecente. Svergognata. Porca. Allora cosa hanno fatto? Hanno spogliato la donna completamente (trionfo della logica) e l’hanno bastonata in strada (trionfo della cura, della sensibilità e della civiltà mascolina).

Sì, penso anch’io che Miranda abbia bisogno di prendersi una pausa a questo punto. Allontanarsi da ricerche di impieghi e mezzi pubblici, fare qualcosa da sola per lei sola. Magari concedendosi un pranzo al ristorante? Certo, purché non in Arabia Saudita. I ristoranti non accettano più donne sole, hanno i relativi cartelli affissi fuori, identici a quelli che bandiscono l’ingresso ai cani oggi e bandivano l’ingresso ai non ariani ieri. Ci vuole “un guardiano maschio”, spiegano i gestori degli esercizi, perché le donne sono “mentalmente instabili” e se sono da sole “fumano, usano telefoni cellulari e flirtano causando incredibile imbarazzo”. Giusto, una donna non accompagnata cercherà per forza un uomo che le faccia compagnia – strizzatina d’occhio -, una donna senza un uomo non è niente, non può voler stare per i fatti suoi e ridere al telefono con la sua migliore amica, la sua amata o il suo fidanzato. Da sola in un locale “flirterà” certamente.

Ma anche quando le donne sono accompagnate risultano problematiche, continuano i ristoratori: “Parlano a voce troppo alta, è davvero insopportabile e irrispettoso, e può avere un effetto negativo sui nostri affari.” Forse sarebbe meglio non farle entrare del tutto, maschio di guardia presente o meno.

Imporre alle donne un codice di abbigliamento – e niente di simile per gli uomini; bandirle dalla guida di automezzi; permettere loro di andare in bicicletta solo in presenza del “guardiano” suddetto e non fissare per loro un’età legale minima per il matrimonio, invece, sono cose sopportabilissime e rivelatrici del massimo rispetto. E oggi non ti parlo dell’Italia, Miranda, perché ne ho abbastanza. Maria G. Di Rienzo

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Scoop! La stella del fiero e indipendente giornalismo d’indagine, l’infallibile detector di “tessuti adiposi”, il giudice supremo e inappellabile del tasso di scopabilità delle donne italiane, e cioè Mr. Scanzi, ci ha svelato che Matteo Renzi indossa “una taglia di camicie molto più inferiore” di quel che dovrebbe. Nello stesso coraggiosissimo pezzo ci informa che il suddetto Renzi assomiglia a “Bombolo” o a “un bombolone”: chi altri avrebbe messo a repentaglio la lingua italiana e rischiato raffiche di “chissenefrega”, se non il bellissimo, perfetto, adorabile e ardito Scanzi?

Ma, in omaggio alla libertà di opinione e alla par condicio e all’ultima gran cagata di moda (non sua, ma ripetuta a pappagallo da un paio di giorni: “La bellezza è un valore in politica”), credo sia doveroso sentire un altro parere. Uno autorevole, certo, non il miserabile mio. Perciò, Shakespeare:

Grützner - Falstaff

Enrico IV, parte prima – Atto secondo, scena quarta.

Falstaff risponde a Hal (il Principe Harry) che continua a chiamarlo “schiacciamaterassi”, “enorme monte di ciccia”, eccetera.

“Sangue di Dio, morto di fame che non sei altro, pelle di anguilla, lingua di manzo secca, nerbo di bue, stoccafisso – avessi il fiato per dire quel che ti assomiglia! Tu, canna di sarto, tu, guaina di spada, astuccio d’archetto, vile lama stemprata!”

E questo è tributare al sig. Scanzi molta più cortesia di quanta lui mostri e meriti. Maria G. Di Rienzo

P.S. “Forse non tutti/e sanno che…”, e in special modo forse non lo sa Scanzi, suscitare erezioni nei fieri e indipendenti giornalisti de “Il Fatto Quotidiano” non costitituisce di per sé una patente di “bellezza”, ne’ è indispensabile per esistere, avere valore e diritti, fare politica, fare sesso, costruire i propri sogni o prendere il sole in costume da bagno.

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Viaggiatrice, viaggiatore, dunque vuoi leggere un articolo? Ebbene, le tradizioni del mio regno impongono che tu risolva tre indovinelli: su, ti sfido!

“Porto sulla schiena tutto il mio possedimento: pure, camminando, lascio tracce d’argento.”

Facilino, eh? No, non sono io che vago con uno zainetto scuotendo dietro di me la cenere della sigaretta… E’ la lumaca, ok.

“Nel bosco l’ho presa e come l’ho avuta che io sia dannata se l’avevo voluta. Così l’ho cercata, trovata poi no e finisce che a casa me la porterò.”

Questo è un po’ più duro, ma nessuna fatina dei boschi è stata presa prigioniera, ve lo giuro. Spremete le meningi… Ci siamo? La scheggia.

“Se te danno una ne hai almeno due, o nessuna.”

Vi arrendete? No? La risposta è proprio la scelta, brave/i. Adesso devo mantenere la promessa, che è quella di raccontarvi una storia.

I tre indovinelli, o i tre scrigni protetti da un indovinello, o anche l’indovinello singolo, sono un artificio narrativo assai antico e diffuso. Principesse e principi e nobildonne e gentiluomini e poveracci purché arguti sembrano particolarmente inclini a farne uso nelle fiabe e nel folklore prima di convolare a (giuste?) nozze: in realtà, nella maggioranza dei casi solo uno dei due futuri sposi, quello di sesso maschile, vuole il matrimonio. La donzella rigetta l’eroe ma lo accetterà dopo che egli abbia dimostrato il suo valore di enigmista, oppure è vincolata da un regale diktat paterno a prendere marito in questo modo e deve dare indizi al suo amato affinché la testa di costui non finisca ad ornare le mura esterne del palazzo. Non sempre, ma pure qui nella maggioranza dei casi, perdere la gara degli indovinelli significa infatti la morte del pretendente. La Figlia di Antioco con il suo indovinello in “Pericle, principe di Tiro” e Portia con i suoi tre scrigni ne “Il mercante di Venezia”, solo per stare nel canone scespiriano, sono due egregi esempi di come la faccenda funziona.

scena degli scrigni

Un nome che però deve esservi saltato subito in mente è Turandot.

Nel 1710, lo storico francese François Pétis de la Croix si imbatte per caso in svariate menzioni di una discendente di Gengis Khan mentre fa ricerche su quest’ultimo. La vicenda così com’è però non deve piacergli abbastanza, perché cambia il nome della principessa in una parola persiana, “Turandokht” = “Figlia dell’Asia Centrale” da cui deriverà poi Turandot, e la include in un suo libro su fiabe e leggende asiatiche narrando di come imponga ai suoi spasimanti la soluzione di tre indovinelli: se non riescono nella prova li mette a morte. In realtà, la nostra eroina si chiamava Khutulun (1260 circa – 1306 circa), che significa “luce lunare”, era la assai famosa figlia di Kaidu, il più potente dei leader mongoli dell’epoca, e nipote di Kublai Khan. Di lei hanno scritto sia Marco Polo sia alcuni viaggiatori musulmani, fra cui lo statista, storico e medico persiano Rashid al-Din (1247–1318). Ed è vero che non voleva sposarsi, per quante offerte ricevesse e per quante pressioni le venissero fatte, però il suo metodo di tenere a bada gli aspiranti mariti era un po’ diverso. Chiedeva loro di scommettere 100 cavalli e poi di batterla in un incontro di lotta libera. Il mito vuole che finisse in questo modo per possedere una mandria di oltre 10.000 cavalli…

Khutulun era una guerriera, un’eccezionale guerriera se dobbiamo dar credito alle descrizioni di chi la vide in azione, cavallerizza ed arciera eccellente, molto apprezzata dal padre al cui fianco combatteva e la sua posizione non era troppo inusuale fra la sua gente (numerosi resoconti medievali riportano donne combattenti nelle “orde” mongole).

arciera ulan batorIn una cultura in cui l’abilità fisica era altamente apprezzata, sino al punto da incorporare una componente spirituale, la presenza di Khutulun fra i guerrieri diventava una protezione divina e un talismano che assicurava la vittoria. Ad ogni modo, nessuno riuscì a sposarla battendola in un incontro di lotta. Scelse un marito fra i seguaci di suo padre, senza scommessa, solo per proteggere quest’ultimo dai pettegolezzi che i suoi nemici interni fomentavano: e cioè che Khutulun rifiutava il matrimonio perché aveva una relazione incestuosa con lui. La principessa restò la preferita fra i figli del Khan Kaidu (aveva qualcosa come 14 fratelli nati prima di lei), che ne stimava anche i consigli strategici e politici. Secondo alcune fonti, avrebbe voluto farne la sua successora, progetto su cui non riuscì, ovviamente, ad ottenere il completo consenso di figliolanza e membri influenti della tribù. Kaidu morì nel 1301. I fratelli si divisero e Khutulun, non accettando il partito che aveva preso il potere, fu sfidata e dovette combattere contro alcuni di essi. Con quelli che la sostenevano protesse la tomba del padre sino alla propria, di dipartita, che avvenne non molto più tardi.

Cinquant’anni dopo la prima manipolazione di François Pétis de la Croix, il nostro Carlo Gozzi fa di Khutulun, ormai diventata Turandot in pianta stabile, una donna-tigre feroce e crudele che rifiuta gli uomini per smisurato orgoglio. La cosa piace a Friedrich von Schiller che traduce la “fiaba teatrale” in tedesco come “Turandot, Prinzessin von China” (1801) e Johann Wolfgang von Goethe la dirige sul palcoscenico a Weimar nel 1802. Quest’ultima versione fu usata come base per il libretto dell’opera lirica di Puccini, “Turandot”, che morì nel 1924 mentre ancora ci lavorava. La figura della principessa resta invariata: ove la cultura mongola la ricorda come atleta e difensora della propria tribù, l’adattamento artistico occidentale ne fa un’insensibile e arrogante torturatrice che infine “soccombe all’amore” e si scusa per aver odiato gli uomini. L’opera lirica ci dà anche una spiegazione pseudo-psicologica dell’atteggiamento della principessa, che sarebbe derivato dalla paura di fare la fine di una sua zia, “conquistata” (è un eufemismo) da uno straniero.

Ora: “Turandot” ha una bellissima musica e io sono solita canticchiare “Nessun dorma” come migliaia di altre persone in tutto il mondo, ma la storia non è così intrigante, per me, quanto quella vera. Credo che la vita di Khutulun potrebbe dare origine a trasposizioni teatrali, cinematografiche, ecc. senza dover necessariamente passare per l’equivalenza “se non vuole sposarsi allora odia gli uomini” e il suo derivato “li odia perché ne ha paura, ma poi arriva il virile eroe che la mette a posto”. Inoltre, se proprio vogliamo romanzare un po’ la faccenda, la principessa non potrebbe innamorarsi (compatriota o straniero che sia) di un eroe differente? Uno che non eccelle come guerriero o enigmista, ma che suscita il suo interesse perché sa curare i cavalli, studia i moti delle stelle e le proprietà delle erbe medicinali e tenta di inventare un nuovo alfabeto? Credo che Khutulun potrebbe definitivamente sbirciarlo con stupefatto cipiglio e poi con piacere, da dietro la palizzata dove ha appena steso nella polvere l’ennesimo sbruffone. Maria G. Di Rienzo

fumetto

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