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Posts Tagged ‘schiavitù’

Il brano che segue proviene da un articolo più lungo e dettagliato di Anna Zobnina: “WOMEN, MIGRATION, AND PROSTITUTION IN EUROPE: NOT A SEX WORK STORY”, pubblicato da Dignity – Vol. 2 – Issue 1 – 2017, che potete leggere integralmente qui:

http://digitalcommons.uri.edu/dignity/vol2/iss1/1/

Anna Zobnina (in immagine) è la presidente della Rete Europea delle Donne Migranti, nonché una delle esperte dell’Istituto Europeo dell’Eguaglianza di Genere. E’ nata a San Pietroburgo in Russia e ha lavorato in precedenza come ricercatrice e analista per l’Istituto Mediterraneo degli Studi di Genere. (Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Anna Zobnina

Sin dall’inizio della più recente crisi umanitaria, a circa un milione di rifugiati è stato garantito asilo in Europa. Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, nel 2016 oltre 360.000 profughi sono arrivati alle spiagge europee cercando rifugio. Di questa cifra, almeno 115.000 sono donne e bambine, incluse minori non accompagnate. Ciò che alcuni descrivono come una “crisi dei rifugiati” è, in molti modi, un fenomeno femminista: donne e le loro famiglie che scelgono la vita, la libertà e il benessere, opponendosi alla morte, all’oppressione e alla distruzione.

Tuttavia, l’Europa non è mai stata un luogo sicuro per le donne, in particolare per quelle che sono sole, povere e senza documenti. I campi profughi dominati dagli uomini, gestiti da personale dell’esercito e non equipaggiati con spazi divisi per sesso o materiale igienico di base per le donne, diventano velocemente ambienti altamente mascolinizzati dove la violenza sessuale e l’intimidazione delle donne proliferano. Di frequente le donne scompaiono dai campi profughi.

Come le appartenenti alla nostra rete riportano – ovvero le donne rifugiate stesse, che forniscono servizi nei campi – le richiedenti asilo hanno legittimamente paura di fare la doccia nelle strutture per ambo i sessi. Temono di essere molestate sessualmente e quando estranei che si fingono volontari dell’aiuto umanitario offrono loro di accedere a bagni in località “sicure” esterne al campo, le donne non tornano più. Sino a che una donna mancante non è stata identificata ufficialmente, è impossibile sapere se è stata trasportata altrove, se è riuscita a fuggire o se è morta. Ciò che noi, la Rete Europea delle Donne Migranti, sappiamo è che le donne della nostra comunità finiscono regolarmente in situazioni di sfruttamento, di cui matrimoni forzati, schiavitù domestica e prostituzione sono le forme più gravi.

Per capire ciò non è necessario consultare la polizia; tutto quel che dovete fare è camminare per le strade di Madrid, Berlino o Bruxelles. Bruxelles, la capitale dell’Europa, ove la Rete Europea delle Donne Migranti ha la propria sede principale, è una delle molte città europee dove la prostituzione è legalizzata. Se partendo dal suo “quartiere europeo”, l’area di lusso che ospita la clientela internazionale delle “escort di alto livello, andate verso Molenbeek – il famigerato “quartiere terrorista” dove vivono i migranti impoveriti e segregati per etnia – passerete per il distretto chiamato Alhambra. Là noterete gli uomini che si affrettano per le strade, tenendo bassi i volti. Evitano il contatto con gli occhi degli altri per non tradire la ragione per cui frequentano Alhambra: l’accesso alle donne che si prostituiscono. Molte di queste donne provengono delle ex colonie europee, da ciò che spesso è chiamato Terzo Mondo, o dalle più povere regioni dell’Europa stessa. Le donne che vengono dalla Russia, come me, sono pure abbondanti. Nel mentre le latino-americane, le africane e le asiatiche del sud-est sono facili da individuare sulle strade, le donne dell’est europeo sono difficili da raggiungere, poiché i loro “manager” le sorvegliano strettamente e le tengono distanti dagli spazi pubblici.

Si suppone che noi chiamiamo queste donne “sex workers”, ma la maggioranza di esse sarebbe sorpresa da tale descrizione occidentale e neoliberista di ciò che fanno. Questo perché la maggioranza delle donne migranti sopravvive alla prostituzione nel modo in cui si sopravvive a una carestia, a un disastro naturale o a una guerra. Non lavorano in situazioni simili. Un gran numero di queste donne possiede diplomi e abilità che vorrebbe usare in quelle che l’Unione Europea chiama “economie competenti”, ma le politiche restrittive delle leggi europee sul lavoro e la discriminazione etnica e sessuale nei confronti delle donne non permettono loro di accedere a questi impieghi. Il commercio di sesso, perciò, non è un luogo inusuale per trovare le donne migranti in Europa. Nel mentre alcune di esse sono identificate come vittime di traffico o di sfruttamento sessuale, la maggior parte no. Sulle strade e fuori dalle strade – nei club di spogliarello, nelle saune, nei locali per massaggi, negli alberghi e in appartamenti privati – ci sono migranti femmine che non soddisfano i criteri ufficialmente accettati e non hanno diritto ad alcun sostegno.

Nel 2015, la Commissione Europea riportò che delle 30.000 vittime registrate del traffico nell’Unione Europea in soli tre anni, dal 2010 al 2012, circa il 70% erano vittime di sfruttamento sessuale, con le donne e le minorenni che componevano il 95% di tale cifra. Oltre il 60% delle vittime erano state trafficate internamente da paesi come Romania, Bulgaria e Polonia. Le vittime dall’esterno dell’Unione Europea venivano per lo più da Nigeria, Brasile, Cina, Vietnam e Russia.

Questi sono i numeri ufficiali ottenuti tramite istituzioni ufficiali. Le definizioni del traffico di esseri umani sono notoriamente difficili da applicare e coloro che in prima linea forniscono servizi sanno che gli indicatori del traffico a stento riescono a coprire la gamma di casi in cui si imbattono, tanto le pratiche di sfruttamento, prostituzione e traffico sono radicate. Le grandi organizzazioni pro-diritti umani, inclusa Amnesty International, questo lo sanno bene. Pure, nel maggio 2016, Amnesty ha dato inizio alla sua politica internazionale che sostiene la decriminalizzazione della prostituzione. Tale politica patrocina tenutari di bordelli, magnaccia e compratori di sesso affinché diventino liberi attori nel libero mercato chiamato “lavoro sessuale”. Amnesty dichiara di aver basato la politica di decriminalizzazione su una “estesa consultazione in tutto il mondo”, ma non ha consultato i gruppi per i diritti umani quale è il nostro e che si sarebbe opposto. (…)

Secondo Amnesty, quel che proteggerebbe i “diritti lavorativi delle sex workers” è il garantire, per legge, il diritto dei maschi europei ad essere serviti sessualmente su basi commerciali, senza timore di azione giudiziaria. Amnesty precisa che la loro politica si applica solo a “adulti consenzienti”. Amnesty è contraria alla prostituzione di minori, che definisce stupro. Quel che Amnesty omette è che una volta la ragazza rifugiata sia istruita alla prostituzione, è improbabile arrivi ad avere risorse materiali e psicologiche per fuggire e denunciare i suoi sfruttatori. E’ molto più probabile che sarà condizionata ad accettare il “sex work”: e cioè l’etichetta che l’industria del sesso le ha assegnato. Il “lavoro sessuale” diverrà una parte inevitabile della sua sopravvivenza in Europa. In realtà, la linea netta che la politica di Amnesty traccia tra adulti consenzienti e minori sfruttate non esiste. Quel che esiste è la traiettoria di un individuo vulnerabile in cui l’abuso sessuale diventa normalizzato e si consente alla violenza sessuale.

L’invito di Amnesty alle donne più vulnerabili a acconsentire alla violenza e all’abuso della prostituzione è diventato possibile solo perché molti professionisti l’hanno abilitato. E’ diventato un truismo (Ndt: una cosa assolutamente palese e ovvia), ripetuto da accademici e ong, che la prostituzione sia una forma di impiego. Che il commercio di sesso sia chiamato la più antica professione del mondo è ora non solo politicamente corretto, ma la prospettiva obbligatoria da sostenere se ti curi dei diritti umani. Amnesty e i suoi alleati rassicurano anche tutti dicendo che la prostituzione è una scelta. Ammettono che non si tratta della prima scelta per chi ne ha altre, ma per i più marginalizzati e svantaggiati gruppi di donne è proposta come una via accettabile per uscire dalla povertà. In linea con questa posizione Kenneth Roth, il direttore esecutivo di Human Rights Watch ha dichiarato nel 2015: “Tutti vogliono mettere fine alla povertà, ma nel frattempo perché negare alle donne povere l’opzione del lavoro sessuale volontario?”

E’ anche divenuto largamente accettato dal settore dei diritti umani che a danneggiare le donne nella prostituzione è lo stigma. Anche se sappiamo tutti che è il trauma di sospendere la tua autonomia sessuale che occorre in ogni atto di prostituzione a danneggiare e che è il cliente maschio violento a uccidere. Se cercate fra le donne migranti una “sex worker” uccisa dallo stigma non la troverete mai: ciò che troverete è il compratore di sesso che l’ha assassinata, l’industria del sesso che ha creato l’ambiente atto a far accadere questo e i sostenitori dei diritti umani, come Amnesty, che hanno chiuso un occhio.

Le donne arrivano in Europa a causa di disperato bisogno economico e, in numero sempre crescente, temono per le loro vite. Se lasci la scrivania dove fai le ricerche e parli con le donne migranti – le donne arabe, le donne africane, le donne indiane, le donne che vengono da Filippine, Cina e Russia – la possibilità di trovarne una che descriva la prostituzione come “lavoro” è estremamente bassa. Questo perché il concetto di “sex work” non esiste nelle culture da cui noi proveniamo. Proprio come il resto del vocabolario neoliberista, è stato importato nel resto del mondo dalle economie occidentali capitaliste e spesso incanalato tramite l’aiuto umanitario, la riduzione del danno e i programmi di prevenzione per l’AIDS.

Una di queste economie capitaliste in Europa è la Germania, dove la soddisfazione sessuale maschile, proprio come le cure odontoiatriche, può essere apertamente acquistata. Il modello con cui la Germania regola la prostituzione è derivato dalla decriminalizzazione del commercio di sesso nella sua interezza, seguita dall’implementazione di alcune regole. In questo aperto mercato, i compratori di sesso e i magnaccia non sono riconosciuti ne’ come perpetratori ne’ come sfruttatori. Nel periodo fra il 6 e l’11 novembre 2016 quattro prostitute sono state assassinate in Germania. Sono state assassinate in sex club privati, appartamenti-bordello e in ciò che i tedeschi eufemisticamente chiamano “semoventi dell’amore”, cioè roulotte situate in località remote e non protette, gestite da magnaccia e visitate dai compratori di sesso. Almeno tre delle vittime sono state identificate come donne migranti (da Santo Domingo e dall’Ungheria) e per tutte e quattro i sospetti dell’omicidio sono i loro “clienti” maschi.

Stante l’evidenza schiacciante che la completa decriminalizzazione del commercio di sesso non protegge nessuno eccetto i compratori e i magnaccia, si potrebbe concludere che Amnesty, nel prendere la sua posizione, ha trovato l’analisi politica della discriminazione sessista, razzista e di classe che sostiene la prostituzione troppo difficile da affrontare. Ma la domanda che implora una risposta è questa: non sanno nemmeno cosa il sesso è? E’ improbabile che tutti i membri del consiglio direttivo di Amnesty siano casti; di sicuro, almeno alcuni di loro hanno fatto sesso e in tal caso devono sapere che il sesso accade quando ambo le parti coinvolte lo vogliono. Quando una delle due parti non vuole fare sesso, ciò che accade si chiama “esperienza sessuale indesiderata” il che, in termini legali, è molestia sessuale, abuso sessuale e stupro.

Questa violenza sessuale è ciò che la prostituzione è, e non fa alcuna differenza se lei “acconsente”. Il consenso, secondo le leggi europee, dev’essere dato volontariamente come risultato del libero arbitrio di una persona valutato nel contesto delle circostanze in cui si trova (Consiglio d’Europa, 2011). Il consenso non dovrebbe essere il risultato del privilegio sessuale maschile, che è parte delle norme patriarcali. Un atto sessuale non desiderato non diventa un’esperienza accettabile perché l’industria del sesso dice che è così. Non c’è alcun principio morale che lo rende tollerabile per chi è povera, disoccupata, priva di documenti, per chi fugge da una guerra o da un partner violento. (…)

Decriminalizzare la prostituzione normalizza le diseguaglianze di sesso, etnia e classe già incancrenite profondamente nelle società europee e di cui le donne soffrono già in maniera sproporzionata. Aumenta le barriere legali per ottenere impieghi dignitosi che la maggioranza delle donne migranti deve già affrontare, ignorando i loro talenti e derubandole di opportunità economiche. Quel che è peggio, strappa via ciò che persino le più povere e le più svantaggiate donne migranti portano con sé quando si imbarcano in viaggi pericolosi diretti in Europa: il nostro convincimento che una vita libera dalla violenza è possibile e la nostra determinazione a lottare per essa.

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Juliet

Quando chiesero a Juliet Sargeant – giardiniera e presentatrice televisiva inglese – se avrebbe disegnato un giardino ispirato all’istanza della schiavitù moderna, per la Mostra dei Fiori di Chelsea, la donna ne restò sorpresa: “Non avevo compreso davvero che la schiavitù è anche qui, nel Regno Unito, oggi.” L’Home Office (che equivale al nostro Ministero degli Interni) stima vi siano circa 13.000 persone vittime di schiavitù in Gran Bretagna: al lavoro forzato nelle fabbriche e nelle fattorie, vendute per il sesso nei bordelli, tenute in servitù dietro porte chiuse. L’anno scorso il paese si è dotato di una legislazione apposita, il Modern Slavery Act, per contrastare meglio i trafficanti e per fornire misure di protezione alle persone a rischio di essere ridotte in schiavitù.

Dopo essersi informata meglio, Juliet si è sentita in dovere di esporre la questione a un pubblico che, come lei in precedenza, può conoscerla poco: “E’ un’opportunità unica perché la Mostra dei Fiori di Chelsea è un grande evento in Gran Bretagna, a cui partecipano moltissime persone. Il soggetto è uno di quelli difficili da trattare e usando un approccio creativo si riesce a introdurlo in modo accessibile anche alle persone che non ne sanno assolutamente nulla.”

progetto giardinoIl progetto

Al Giardino che è risultato dal suo impegno, hanno collaborato sopravvissute/i al traffico di esseri umani e alla schiavitù che oggi vivono in una casa protetta: “Usano il giardinaggio come modo per allontanarsi dai problemi, per stare insieme, divertirsi un po’, coltivare del cibo. Perciò sono state/i veramente felici di essere coinvolte/i nel creare il Giardino.”

particolare del giardino

Particolare del Giardino

Juliet e la sua squadra hanno tentato di assicurarsi che tutte le piante e le sementi da loro usate fossero intoccate dalla schiavitù, chiamando ogni fornitore e controllando la relativa filiera: “Persino avendo le migliori intenzioni, a volte è difficile per le ditte sapere se i loro prodotti sono in effetti liberi dall’impiego di schiavi, quando si risale ai materiali grezzi.”

Intanto il Giardino fiorisce di speranza e, come desideravano i suoi ideatori e i suoi creatori, incoraggia chi vi passeggia a pensare: I prodotti e i servizi che acquisto hanno a che fare con la schiavitù? Ci sono schiavi nella mia città, nel mio quartiere? Non sono domande oziose, perché la consapevolezza dei comuni cittadini gioca un ruolo davvero importante nell’identificare e smantellare le reti del traffico.

rosa contro lo schiavismo

Rosa che è stata dedicata alla lotta contro la schiavitù

http://www.modernslaverygarden.com/

Maria G. Di Rienzo

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(brano tratto da: “Sex Slave Legacy: The Children of Islamic State”, un lungo e dettagliato articolo di Katrin Kuntz e Maria Feck per Der Spiegel del 19 aprile 2016. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

dipinto di arthur kalaher

La notte, quando Khaula è a letto e riesce finalmente ad addormentarsi, spesso sogna di sua figlia. Ogni volta, le appare la stessa immagine. Vede le sue mani, unite l’una all’altra davanti al petto a formare una cavità. Quando alza la mano che sta sopra, nell’altra sta seduto un uccellino. Vede il suo corpo e le piume, ma l’uccellino non la guarda e dalla sua gola non viene alcuna canzone: la piccola testa manca.

Ogni volta in cui faccio questo sogno, non riesco più a muovermi per un po’.”, dice Khaula. Dopo otto mesi in cui è stata prigioniera dell’IS (Stato Islamico) ha partorito una bimba. Il padre della bambina era il suo torturatore, un combattente iracheno dell’IS proveniente da Mosul. Aveva già un bel po’ di figlie e voleva che Khaula, una donna Yazida rapita dall’IS, gli desse un figlio maschio.

Questo è successo un anno fa. Oggi Khaula vive in Germania, senza sua figlia. E’ seduta in una stanza appartata di un caffè nel Baden-Württemberg, dove è venuta per condividere la sua storia. E’ una quieta donna di 23 anni con i riccioli neri a cui piace indossare abiti kurdi.

Khaula vive in un dormitorio con altre donne che sono state liberate. La località dev’essere mantenuta segreta e anche il nome “Khaula” è un alias. Con i simpatizzanti dell’IS in Germania, le donne sono in pericolo anche qui.

Il Baden-Württemberg ha accolto circa 1.000 donne e bambini provenienti dall’Iraq per aiutarli a venire a patti con ciò che è accaduto loro. Lo psicologo specialista in traumi Jan Ilhan Kizilhan, dell’Università Cooperativa di Stato, ha selezionato solo le persone che avevano maggiormente bisogno di aiuto in Iraq, dove è stato una dozzina di volte. In passato, ha lavorato con le vittime di stupro in Ruanda e Bosnia. “Solo le donne più seriamente traumatizzate sono venute in Germania.”, dice Kizilhan. Ciò include donne come la Yazida il cui figlioletto fu rinchiuso in una cassa di metallo da un combattente dell’IS e messo direttamente sotto il sole, davanti agli occhi della madre, sino a che fu morto. L’infante di un’altra donna fu picchiato a morte da un uomo dell’IS che gli ruppe la spina dorsale.

Nell’agosto 2014, lo Stato Islamico invase la regione irachena di Sinjar nel nord, assassinando e rapendo migliaia di donne e bambine che poi diventarono schiave sessuali per i combattenti. Centinaia delle donne riuscite a fuggire dai loro torturatori sono tornate incinte. (…)

Ci vogliono ore perché Khaula riesca a raccontare la sua storia. Non piange mentre la narra, sembra piuttosto stia riportando il fato di un’altra persona: “Ne parlo affinché la mia famiglia presa prigioniera in Iraq non sia dimenticata.”, dice.

Il 3 agosto 2014 l’IS attaccò il villaggio di Khaula e, entro un mese, 5.000 persone erano scomparse dalla regione. Khaula fu costretta a salire su un autobus e condotta in una prigione piena di centinaia di donne e bambine. Furono forzate a bere acqua in cui i carcerieri dell’IS sputavano di fronte a loro. Mentre bevevano, furono fatti i preparativi per la loro vendita. Khaula cadde nelle mani di un alto 45enne vestito di bianco che si faceva chiamare Abu Omar. La comprò per un milione mezzo di dinari iracheni (circa 1.140 euro) e le disse: “Tu mi appartieni.” Poi la chiuse in una casa di Mosul, la roccaforte dello Stato Islamico in Iraq.

E’ stato là che l’ha brutalmente deflorata, schiacciandola sul pavimento, è stato là che l’ha trascinata per i capelli dentro il letto, strozzandola, maledicendola e forzandola ad ascoltare le urla di altre donne che erano torturate nella stessa casa. Dopo quattro mesi, quando era incinta, la portò dalla propria moglie. Le fu ordinato di aiutare quest’ultima nei lavori di casa, nel lavare e cucinare. In uno scoppio di gelosia, la moglie picchiò Khaula con una sedia. Khaula allora tentò di impiccarsi a un ventilatore del soffitto. L’uomo aveva cinque figlie dalla prima moglie. Disse a Khaula: “Voglio che tu mi partorisca un maschio.” (…)

Ufficialmente, l’IS non vuole che le schiave sessuali come Khaula restino incinte. Lo Stato Islamico ha pubblicato un pamphlet su come vanno trattate le schiave femmine chiamato “Domande e risposte sul prendere prigionieri e schiavi” che ha cominciato a circolare su Internet dopo l’attacco a Sinjar nel 2014. Il documento dice che il sesso con le schiave è permesso. La sola menzione di gravidanze è relativa al valore di mercato delle donne. La domanda è così: “Se una prigioniera femmina è impregnata dal suo padrone, lui può venderla?” La risposta: “Non può venderla se deve diventare madre di un bambino.” In altre parole, il suo valore scende a zero nel momento in cui è incinta. Ma il suo status migliora: come madre, si trova in una posizione intermedia fra la schiava e la donna libera. Non ha più i requisiti necessari al commercio di schiave o al bazar delle vergini che l’IS perpetua per reclutare nuovi combattenti. (…)

Quando Khaula capì di essere rimasta incinta, andò nel salotto del combattente, sollevò la televisione e la portò su e giù per le scale, per ore. Altre donne si sono caricate di pietre o sono saltate da finestre per cercare di indursi un aborto. “Io ho tentato di tutto, ma non ho perso la bambina.”, dice Khaula. La moglie del combattente presto divenne invidiosa, una svolta fortunata per Khaula: “Non voglio più vedere la tua pancia.”, le disse un mattino. Le portò un telefono, che Khaula usò per chiamare suo fratello a Dohuk. Il fratello le diede l’indirizzo di un suo conoscente. Khaula lasciò la casa indossando un burqa e accettò il danaro che la moglie del combattente le offrì per la sua fuga. Prendendo il taxi, invece di usare la parola araba per “grazie”, shukran, usò per paura il termine Daesh (Ndt. : “daesh” è l’acronimo arabo per “stato islamico di Siria e Iraq”, ma la parola che le lettere formano ha il significato di “disordine” ed è perciò che l’IS bandisce il termine nei suoi territori) Jazaak Allaahu Khayran.

Il conoscente del fratello la mise in contatto con un network Yazida che opera nella regione dell’IS, intermediari che sono di frequente in grado di contrabbandare donne fuori dalla schiavitù e di portarle in territori controllati dai Kurdi. (…) Khaula aspettò 40 giorni, poi venne sistemata presso una famiglia araba che vive nei pressi del confine. Il viaggio lo ha fatto durante le notti, strisciando sino a cinque ore di seguito sulle montagne. L’ultimo tratto Khaula lo ha fatto in braccio alla sua guida, perché solo quell’uomo sapeva dove erano piazzate le mine nel terreno sassoso. “Alla fine ero libera.”, dice Khaula. Si stima che circa 2.000 donne siano fuggite con successo dalle aree controllate dall’IS. Le Nazioni Unite stimano che circa 3.500 donne Yazide siano ancora schiave in tale aree. Altre fonti danno la cifra a 7.000. (…)

Dohuk, una città di mezzo milione di abitanti a 75 chilometri da Mosul, nel Kurdistan iracheno del nord, è dove si recano in prima istanza i sopravvissuti al terrore dell’IS. E’ circondata da agglomerati di tende e da montagne color ocra. Qui è dove arrivano le donne incinte e dove i figli dell’IS sono abortiti. E’ anche il posto dove i bambini che sopravvivono sono dati in adozione.

Khaula si riunì al fratello in un campo di Dohuk. Allora, era incinta di sei mesi. “Ero così felice che non sapevo neppure come abbracciarlo.”, racconta Khaula. Quella sera, si mise addosso vestiti supplementari nel tentativo di nascondere la gravidanza, ma tutti continuavano a fissarla. Una sera, suo zio la prese da parte e le disse: “Niente bambino Daesh, per favore.”

Khaula decise di abortire e trovò un medico che le diede le sostanze che inducevano il travaglio. Passò due giorni in un albergo e al terzo andò in ospedale come una normale paziente. “Il padre del bambino è al fronte.”, disse al personale medico. Partorì una bambina dai capelli neri e il volto da uccellino. In precedenza, aveva fantasticato su come poteva essere avere un bambino, sulle sue manine e sul suo odore di pesca fresca nei primi giorni di vita. Adesso la figlia giaceva vicino alla sua gamba, morta.

I dottori non volevano che morisse, ma c’erano problemi.”, dice. Khaula la guardò e toccò uno dei suoi piedini con la punta delle dita, poi mise un lenzuolo sopra il corpicino. Suo cugino arrivò in automobile e la portò fuori città, dove seppellì la creatura lungo una strada. Khaula restò in macchina. Il suo unico pensiero, dice, era questo: “Ho ucciso una bambina.”

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La maggioranza delle persone in schiavitù, attualmente, sono donne e bambine. Sono sfruttate nei bordelli, nelle case come domestiche, nelle fattorie e sui pescherecci, nelle miniere e nei laboratori e nelle fabbriche in tutto il mondo.

Supriya Awasthi

Supriya Awasthi (nell’immagine sopra) sta dedicando la sua vita a lottare contro questo stato di cose. E’ la direttrice per l’Asia del sud dell’organizzazione “Liberate gli schiavi” e si trova nel posto peggiore per quanto riguarda la questione: l’India, che conta il picco più alto delle persone in stato di schiavitù e cioè 14 milioni.

Il lavoro di Supriya non concerne solo il salvataggio, ma la trasformazione delle condizioni sociali, economiche e politiche che rendono donne e bambine particolarmente vulnerabili al traffico di essere umani. “Ho sempre voluto lavorare dove avessi potuto sperimentare in modo tangibile il cambiamento. E quel che mi commuove di più è il vedere accadere un cambiamento necessario nelle vite umane.”

Fino a oggi, Supriya ha aiutato più di 10.000 vittime della schiavitù a liberarsi. E’ andata a filmare in incognito, con telecamere nascoste, le schiave nelle fabbriche di tappeti e le agenzie che trafficano le domestiche. Ha rintracciato bambini sottratti ai loro genitori e resi schiavi nei circhi. Ha sollevato interi villaggi in schiavitù mostrando loro che la libertà era possibile se le persone si fossero organizzate per reclamare i propri diritti.

Lavoriamo su un’istanza molto complessa. – dice ancora Supriya – Ma abbiamo capito che la soluzione sta nelle comunità dove le persone sono schiavizzate. La luce non è la luna. La luce non è il sole. La luce è la libertà. Io voglio che ogni individuo ridotto in schiavitù veda la luce della libertà, voglio aiutarlo a concretizzare questo sogno.”

Il modello di intervento comunitario di “Liberate gli schiavi”, che Supriya ha contribuito a creare e che funziona sul campo da più di dieci anni, si basa sull’identificare le comunità a rischio e sviluppare in esse assetti intellettuali, organizzativi, legali, politici e fisici che servono a liberare gli schiavi e a superare le vulnerabilità principali alla schiavitù.

Gli schiavi vengono usualmente da gruppi poveri, non istruiti, marginalizzati e non protetti socialmente e legalmente. Spesso le persone non conoscono i propri diritti e accettano il lavoro forzato. Molti individui sono inconsapevoli dei rischi e credono alle promesse dei trafficanti che offrono loro un lavoro lontano da casa. Supriya e gli altri membri dell’organizzazione sono i loro avvocati.

Un ricordo, fra le centinaia di azioni compiute, resta grato in modo particolare a Supriya Awasthi: il giorno in cui tolse dalla fabbrica di mattoni, in cui lavoravano in condizioni brutali, 27 adulti e 24 bambini schiavi.

La libertà è arrivata per loro nel giorno più caldo della stagione. Dapprima i lavoratori erano spaventati. Molte bambine e donne stavano nascoste in piccolissime capanne, i funzionari non riuscivano a rassicurarle. Quando io dissi loro che eravamo in grado di assicurare a tutte libertà e sicurezza hanno iniziato a condividere con me le loro terribili storie. – racconta Supriya – Erano state adescate nei loro villaggi con minuscole somme di denaro e la promessa di un lavoro stabile, ma come arrivarono alla fabbrica di mattoni fu detto loro che erano in debito e che avrebbero lavorato due anni senza paga. Venivano picchiate praticamente ogni giorno.

Quando abbiamo sollevato bambine e bambini per metterli sul furgone, le donne hanno cominciato a sorridere. Mentre avevo in braccio quei piccoli, sapevo che avrebbero ricordato quel giorno e che nessuno li avrebbe più resi schiavi.”

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(“I was a child soldier. Now I’m pushing for more support for survivors like me”, di Polline Akello per The Guardian, 12 febbraio 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. Si tratta di una versione condensata della testimonianza di Polline di fronte a una Commissione del Parlamento inglese.)

polline

Ho trascorso sette anni nella boscaglia in Uganda, una bambina-soldato, tenuta prigioniera da un gruppo armato e costretta a diventare la “moglie” di un comandante ribelle. La mia migliore amica è stata uccisa davanti a me. Il mio bambino è morto prima di nascere. Ma mi sono salvata e credo che parlare apertamente delle mie esperienze sia il miglior modo di aiutare altri che stanno soffrendo allo stesso modo.

Ci sono bambini in guerra proprio in questo momento, gente che è stata rapita e forzata a combattere per una causa che non comprende: è perciò che oggi, 12 febbraio, è il Giorno della Mano Rossa, una commemorazione annuale che vuole attirare attenzione sul fato dei bambini-soldati.

Molte bambine sono nella stessa situazione che ho attraversato io ed è doloroso vederla ripetersi. Paura e vergogna spesso rendono i bambini che tornano dal conflitto incapaci di parlare delle loro esperienze. A me è stato detto, da membri della mia comunità, di restare zitta. Ma se i sopravvissuti fanno questo nessuno li aiuterà. E’ molto importante portare le cose alla luce del sole, solo parlando i sopravvissuti potranno ottenere l’aiuto di cui hanno bisogno.

Io avevo 12 anni quando fui rapita. Nel campo le ragazze ci sono per essere usate da qualsiasi uomo le voglia. Ai soldati non è permesso innamorarsi. Se uno di loro è scoperto mentre corteggia una ragazza viene ucciso.

Io sono rimasta incinta a 16 anni. Durante il travaglio sono stata costretta a camminare per miglia e miglia perché i ribelli stavano tentando di evitare l’esercito ugandese. Mio figlio è morto prima di nascere e ho dovuto subire un’operazione per rimuoverlo, senza anestesia. Se il tuo bimbo muore, non si suppone che tu sia in lutto per lui. Se ti vedono piangerlo, ti uccidono. Quando torni, devi far finta che nulla sia accaduto. Ma io non ho mai perso la speranza.

La mia salute peggiorò dopo l’operazione e loro mi permisero di essere curata in un ospedale del Kenya, dove un’infermiera mi aiutò a scappare. Mentre facevo i bagagli non provavo paura. Tutto quel che sapevo è che non sarei tornata in quel posto.

Troppo spesso, quando le ragazze tornano a casa le loro famiglie le abbandonano, specialmente se tornano con dei figli. I parenti non sono preparati a prendersi la responsabilità per quel bambino quando non non ne conoscono il padre. Ciò lascia le sopravvissute alla violenza sessuale per le strade.

Quando sono tornata io, l’unico sostegno che mi è stato dato consisteva di un materasso e una coperta. Una coperta ti può tenere calda, ma l’istruzione è una costruzione per la vita. Le comunità devono sostenere i loro figli quando costoro tornano dalla guerra e incoraggiarli a parlarne. Quando una mia amica tornò fu buttata fuori di casa dalla sua famiglia. Io andai da loro e spiegai le mie esperienze, dissi che non era stata una scelta della loro figlia avere quei bambini e che era stata presa con la forza. Le famiglie necessitano aiuto per dare il benvenuto ai loro figli che tornano nel modo in cui sono dopo essere stati rilasciati o essere fuggiti dai gruppi armati. La famiglia si riprese la mia amica e ora vivono felicemente insieme.

L’assistenza locale è invece più importante dell’intervento intenzionale a breve termine, per aiutare a lungo termine la guarigione, la stabilità e il cambiamento dei bambini-soldati. La gente ha bisogno che il suo governo si faccia avanti e aiuti in modo visibile. A volte, prima che una comunità si renda conto che qualcosa sta accadendo, quel qualcosa è già accaduto. I ribelli sono abili nel ridurre al silenzio le comunità, ma se si agisce per aumentare la consapevolezza è possibile diminuire questo danno.

Alcune persone che sono state rilasciate o sono fuggite da gruppi armati hanno paura di intraprendere azioni, perché ciò causa loro troppo dolore. Non riescono a prendere decisioni giuste. Ma la comunità può operare cambiamenti positivi se le persone comunicano. Mentre parlavo con un altro ex bambino-soldato, lui mi disse che la cosa peggiore che poteva fare era discutere della sua esperienza. Voglio essere un’avvocata per gli altri sopravvissuti, affinché parlino apertamente.

Non appena sono arrivata a casa, volevo davvero tornare a scuola. Avevo perso sette anni, ma con l’aiuto dell’organizzazione War Child – http://www.warchild.org/sono stata in grado di rimettermi in pari. Ora sono all’università e ho viaggiato sino ad arrivare in Downing Street e ho parlato a David Cameron, William Hague e Angelina Jolie Pitt per ottenere aiuto per i sopravvissuti come me. Questo mostra che qualcosa di positivo può venire persino da qualcosa di terribile.

rebirth di moonshine90(Rinascita)

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Stella Paul è una giornalista che ha ricevuto molteplici riconoscimenti – nel paese in cui vive, l’India, e a livello globale – per il giornalismo ambientale e per servizi sensibili al genere. Stella racconta le storie di donne e ragazze che vivono in mezzo a difficoltà estreme (cambiamento climatico e relativa povertà, conflitti, disastri ambientali, sfruttamento) e questo lavoro ha un impatto: grazie a un suo recente articolo, per esempio, una contadina spossessata forzata in schiavitù a Hyderabad è stata liberata dopo le proteste dei lettori / delle lettrici di Stella. La giornalista ha seguito a Parigi COP21, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima, dal 30 novembre al 12 dicembre scorsi. Quel che segue è un estratto dell’intervista relativa, rilasciata il 24 dicembre 2015 a Jessica Buchleitner di Women News Network. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.

Jessica Buchleitner (JB): Molto del tuo lavoro ha messo in luce il ruolo delle voci delle donne nell’equazione del cambiamento climatico. La tua recente visita alla regione indiana maggiormente affetta da siccità, Vidarbha nello stato di Maharashtra, ha dimostrato che sono colpite anche dal commercio sessuale, un ulteriore fattore che prima non era stato considerato. Come mai?

Stella Paul (SP): Nel 2012 ho vinto una dotazione fornita della Convenzione delle Nazioni Unite per combattere la desertificazione e sono andata nella Mongolia interna per vedere come gli abitanti stavano lottando contro desertificazione e siccità. Quando sono tornata a casa, ero bramosa di scoprire come la gente in India aveva maneggiato le medesime istanze. Sapevo che oltre 100 coltivatori si erano suicidati nelle regioni indiane affette dalla siccità: la questione era su tutti i media e spesso discussa nel nostro Parlamento. Ma mi chiedevo cosa fosse avvenuto delle donne i cui mariti si erano suicidati, in queste famiglie rurali. In che modo erano sopravvissute?

Sfortunatamente non c’erano rapporti, niente del tutto, per aiutarmi a trovare una risposta. A questo punto ho letto una relazione governativa che mostrava come vi fosse un grosso aumento del commercio sessuale in alcune città. Ho seguito le tracce fornite da questa relazione e ho cominciato a incontrare organizzazioni non governative e ricercatori / ricercatrici che lavorano con le prostitute.

Ne ho intervistate circa 100. La stragrande maggioranza di esse è risultata provenire da una famiglia di agricoltori in cui il principale fornitore di reddito (marito, padre, fratello) si era suicidato. Per sopravvivere, erano migrate in città e costrette al commercio sessuale perché nessun altro lavoro era disponibile per loro. Alcune erano state anche trafficate nei bordelli da magnaccia che avevano promesso loro un impiego. Ognuna di queste donne è diventata una “sex worker” perché era il solo mezzo di sopravvivenza disponibile e anche perché non c’era nessuno a offrire loro mezzi di sussistenza e protezione.

JB: Nel tuo intervento a COP21 a Parigi, hai parlato del riportare le questioni relative al cambiamento climatico attraverso una lente di genere. Quali sono gli elementi cruciali per farlo di cui i giornalisti dovrebbero essere consapevoli?

SP: Idealmente, il genere non riguarda solo le donne. Ma poiché sono le donne a essere sottorappresentate, io guardo all’istanza dalla loro prospettiva. Tipicamente, in una conferenza come COP21, decisioni politiche sono prese su materie cruciale quali energia, economia, tecnologia e sono decisione che non determineranno solo il futuro di uno o due paesi, ma del mondo intero.

Dobbiamo cominciare con il farci alcune domande, del tipo “Che effetto avranno queste decisioni sulle donne?”, “Chi sta prendendo queste decisioni?”, “Le donne sono parte del processo decisionale o stanno solo a guardare dai margini?”, “Cosa pensano le esperte donne di questo e quest’altro?”

Io penso sia importante per un giornalista che si occupa di COP21 – o di qualsiasi altro importante evento globale simile – chiedersi queste cose e parlare con le donne, sia all’interno di COP21 sia fuori.

JB: Tu hai detto che l’attenzione del mondo non dovrebbe essere concentrata solo sul cambiamento climatico, ma su come le donne possono essere partner in eguaglianza nel mitigare i suoi effetti. Come possono contribuire, le donne, nelle loro comunità, città, nazioni?

SP: Quel che intendo è che ora, nel mondo, c’è un forte riconoscimento di come il cambiamento climatico incida sulle donne più che su altri. Ma, mentre riconosciamo le donne come vittime del cambiamento, dobbiamo anche prendere nota di come stiano dimostrando straordinaria leadership sul clima. Attualmente, non lo stiamo proprio facendo.

Io ho intervistato donne che vivono sulla frontiera del cambiamento climatico – dalle foreste dell’Ecuador e dell’Africa orientale alle isole dell’Alaska, e dalle montagne dell’Himalaya al deserto della Mongolia. Sono donne normali con scarso accesso alla tecnologia e all’istruzione, pure stanno guidando le loro comunità spingendole verso azioni positive come il rivitalizzare le acque, il risanare terreni degradati, il fermare estrazioni minerarie pericolose e le deforestazioni illegali e così via.

Ma queste donne non sono mai consultate da coloro che decidono sul clima, ne’ sono incluse nel processo decisionale sul clima. Ciò è un enorme fallimento e dobbiamo correre ai ripari con urgenza.

JB: Quali sono gli ostacoli più comuni per le donne all’essere coinvolte nella mitigazione del cambiamento climatico, nelle aree che hai menzionato? Ci sono soluzioni fattibili?

SP: La maggioranza delle donne di cui ho raccontato maneggia un certo numero di sfide giornalmente:

1) Mancanza di istruzione e di informazioni per esse rilevanti;

2) Mancanza di accesso alla terra, a mezzi finanziari e alla tecnologia;

3) Mancanza di riconoscimento;

4) Mancanza del diritto di decidere per se stesse.

La miglior soluzione, come le donne stesse mi hanno detto, è dare alle donne eguali opportunità, invece di miserabile elemosina. Addestrarle affinché affinino le loro doti di leadership, dar loro maggior accesso alla tecnologia e migliori opportunità per mettere sul mercato quel che producono, e nel mentre ascoltare le loro idee e trattarle con eguale rispetto.

Queste sono le soluzioni più comuni di cui le ho sentite spesso parlare.

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“Se tutte le donne in televisione hanno i capelli lisci, allora non c’è davvero posto per le donne che hanno altri tipi di capelli umani. Se tutte le donne in televisione sono chiare di pelle, come reagiscono le donne comuni a quest’immagine? Cosa siamo disposte a fare per cambiare noi stesse e rispondere a questo modello di “bellezza”?”

Ng’endo Mukii, giovane kenyota, si è risposta producendo “Yellow Fever” – “Febbre Gialla”, che costituisce la sua tesi al London’s Royal College of Art e che potete vedere qui (il video dura poco più di 6 minuti): https://vimeo.com/122574484

Il film esplora i modi in cui gli standard di bellezza ritratti nei mass media influenzano le donne, la percezione che la società ha di esse e il controllo sui loro corpi – in particolare sui corpi delle donne di colore: cercare di essere conformi ad un ideale impossibile ha l’effetto principale di renderle invisibili. Mukii ha usato coreografia dal vivo, immagini generate al computer e animazione disegnata a mano per raccontare la propria esperienza e le esperienze delle donne della sua famiglia, mamma, sorella e nipotina. La vediamo, adolescente, mentre si sta facendo intrecciare i capelli da una donna che lei chiama Mkorogo (Swahili per “misto”), perché ha usato crema schiarente su volto e mani, mentre il resto del suo corpo è rimasto nero.

Questa donna è così stupida, ho pensato allora. Guardala un po’, si candeggia. Guardala un po’, non le importa nulla di chi è. Sta tentando di cambiare razza. Avevo tutti questi pensieri negativi su di lei, perché ero troppo giovane per capire che quella situazione era un prodotto della società in cui viviamo.”, ricorda Mukii, “E poiché mi faceva male, intrecciandomi i capelli, ho pensato che mi stesse punendo in qualche modo perché la mia pelle è del tono più chiaro, il più desiderabile per i media del mio paese. Se la nostra società desse valore a tutti i differenti tipi di incarnato, noi non useremmo candeggina su noi stesse. Se la nostra società desse valore alla nostra capigliatura naturale noi non andremmo a farci le treccine, non le troveremmo più attraenti di quel che ci cresce naturalmente in testa.”

Yellow Fever - Abby

L’immagine raffigura la nipote di Mukii, che guardando le pop-star in televisione dice cose del tipo: “Se fossi americana sarei bianca, bianca, bianca – e mi piacerebbe essere bianca.” Troppe bambine, racconta la giovane artista, sono dello stesso avviso. La figlia di una sua conoscente ha persistito a lungo nel chiedere, piazzandosi davanti allo specchio: “Mamma, perché non sono bianca? Perché ho dovuto nascere nera?” e alla fine ha risolto la faccenda così: “Be’, almeno sono la più bianca della famiglia!”

Mukii ha dato il titolo al suo film riferendosi ad una canzone di Fela Kuti che si chiama proprio “Yellow Fever” e in cui si biasimano le donne nigeriane che usano creme schiarenti per la pelle. “Io ho voluto girare quel dito puntato.”, spiega, “La vergogna e la colpa non sono delle donne, ma di chi fa pressione su di loro affinché corrispondano ad un’ideale di bellezza che le spinge ad azioni estreme e mette a rischio la loro salute.”

Il lavoro di Mukii ha ricevuto apprezzamenti da tutto il mondo. Docenti universitari lo stanno usando per illustrare come le esperienze delle persone che hanno vissuto la schiavitù e il colonialismo, e le maniere in cui sono state fatte sentire brutte e stupide per il colore della loro pelle, siano filtrate nel presente, passando da generazione a generazione. Maria G. Di Rienzo

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Mie care e miei cari, vi lascio per qualche giorno (ma sarò di nuovo qui il 6 aprile). Lo so, lo so, l’idea di un tempo coooosì lungo senza leggermi vi è quasi insopportabile… su, andiamo, vi state davvero soffiando il naso?!? 😉 Ci sono un mucchio di cose che potete fare nel frattempo! Per esempio:

Avete usato i rossi d’uovo per lo zabaione del vostro amore dopo una notte travolgente? Non gettate via le chiare. Adesso vi spiego perché. State per imparare a cucinare gli anelli di cipolla – yum!

anelli cipolla

Vi servono:

olio per friggere

due tazze di farina (o di pan grattato)

due cucchiaini di sale

due cucchiaini di pepe

tre chiare d’uovo

una tazza di latte

un cucchiaio da cucina di aceto bianco

3 o 4 cipolle grandi, pelate e affettate in anelli abbastanza spessi

Prendete una padella e metteteci l’olio (calore medio-alto). Versate la farina in una ciotola e mescolate ad essa un cucchiaino di sale e uno di pepe. In un’altra ciotola sbattete insieme le chiare d’uovo, il latte, l’aceto e gli altri due cucchiaini di sale e pepe, sino a che la mistura è bella schiumosa. Inzuppate gli anelli di cipolla in questa mistura e poi nella farina. Ripetete l’operazione.

Ora che gli anelli sono pronti e l’olio è caldo friggetene un pochi alla volta, così non si “appiccicano”, sino a che diventano color oro brunito. Metteteli a scolare su carta assorbente (i sacchetti marrone del pane sono favolosi per questo scopo) e sgranocchiate subito!

Vorreste ascoltare un po’ di musica durante o dopo l’operazione? Che ne direste della più giovane (almeno per quanto ne so io) metal band femminile esistente? The Warning!

http://www.thewarningband.com/videos/

Eccole qua, tre spiritate sorelle messicane che vanno dai 9 ai 14 anni e già hanno composto pezzi propri.

the warning

Alla bassista Alejandra, 9 anni, in aggiunta alla musica piacciono scacchi e dama, puzzle e giochi d’intelligenza. L’undicenne Paulina, bassista, è attualmente affascinata dal processo della composizione musicale e adora produrre melodie: Anche se prende tempo e io non sono molto paziente, amo davvero scrivere musica, specialmente perché le mie sorelle ed io ci completiamo l’un l’altra. Quel che a una manca, l’altra ce l’ha.

Daniela, 14 anni, è la cantante-chitarrista, un’amante della frutta e dei libri: Non smetto mai di leggere, non posso!

Meritano un abbraccio e almeno un ascolto anche se il metal per voi non è il massimo, non vi pare?

E infine, se preferite passare un’oretta guardando uno sceneggiato vi consiglio l’appena uscito “The Book of Negroes”, tratto dal romanzo omonimo di Lawrence Hill.

http://junkyvideo.com/bug5oc49swti (con sottotitoli in italiano)

http://www.cbc.ca/bookofnegros/m/episodes (in originale)

the book of negroes

Narra la storia di Aminata Diallo, catturata nella nativa Guinea e venduta come schiava da bambina. Aminata, figlia del gioielliere e della levatrice del suo villaggio, era l’apprendista della propria madre ma già allora sapeva che il suo destino era un altro. Pare che io faccia fatica a morire – attesta, ormai anziana, proprio all’inizio dello sceneggiato e questo perché è una cantastorie, una narratrice tradizionale che preserva la memoria collettiva e non può morire prima di aver terminato il suo racconto…

Baci a tutte/i e a presto, Maria G. Di Rienzo

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(“Trafficking for Sexual Exploitation – Maria’s story”, tratto da: “The human faces of modern slavery”, pubblicazione del Fondo volontario delle Nazioni Unite sulle forme contemporanee di schiavitù, 2014. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

Nessuna ragazza dovrebbe avere il cartellino del prezzo

Nessuna ragazza dovrebbe avere il cartellino del prezzo

Maria aveva solo 16 anni quando andò a vivere con il suo ragazzo, nella città in cui era nata e cresciuta, in Romania. Ebbe un bambino. Il suo ragazzo diventò violento, al punto che quattro anni dopo, sebbene fosse incinta del secondo figlio, Maria se ne andò.

Dopo alcuni tentativi falliti di riconciliazione, l’ex compagno di Maria le fece visita a casa della madre di lei. La portò in un campo dove due automobili stavano aspettando. Gli uomini nelle auto diedero all’ex di Maria 1.500 euro e sequestrarono immediatamente la giovane donna. Maria fu tenuta prigioniera in una casa per diversi mesi, durante i quali fu ripetutamente stuprata e picchiata, nonostante la sua gravidanza di cinque mesi fosse evidente.

“Infine, la gente che mi aveva comprata mi rivendette ancora, per 1.000 euro e una macchina.”

I nuovi compratori intendevano portarla a prostituirsi in Italia. Mentre erano in viaggio con Maria verso l’Italia, la polizia rumena fermò l’auto per un controllo: la giovane riuscì ad avvisarli di quanto stava accadendo. Fu affidata ad ADPARE, un’organizzazione non governativa che assiste le vittime rumene del traffico di esseri umani entro i confini del paese e oltre essi. Maria e i suoi figli ebbero consulenza psicologica, assistenza legale, sostegno umanitario e assistenza sociale.

Oggi, Maria ha ricostruito la sua vita. Sta con i bambini nella casa dei suoi genitori, lavora come pulitrice e occasionalmente come estetista. Lavora anche con ADPARE, per istruire altre donne sul traffico di esseri umani.

Nota della traduttrice: Secondo i dati dell’UE, il 62% della tratta di esseri umani nell’Unione Europea è a scopo di sfruttamento sessuale. Si stima che i profitti derivanti dalla tratta a scopo di sfruttamento sessuale ammontino a 27,8 miliardi di dollari.

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(Fonti: Anti-Slavery International, Girls not brides, Agenzia Donne delle Nazioni Unite)

“Io appartenevo al mio padrone, potevo solo obbedirgli. Non mi era permesso neppure fare suggerimenti. Ero una cosa, un oggetto multiuso di cui si usufruiva in qualsiasi momento, comunque e dovunque.” Tikirit Amoudar, 45 anni, ex “wahaya”.

“La mia vita è miserabile. Nessuno nel villaggio mi rispetta, meno che mai nella casa in cui tutti gli altri mi isolano. I bambini del padrone mi chiamano bouzoua (schiava), solo per sbaglio pronunciano il mio nome.” Tast Aikar, 45 anni, “wahaya” da oltre vent’anni.

Cosa sarà mai essere una “wahaya”? In Nigeria e Niger designa una pratica di schiavismo in cui donne, ragazze e bambine sono vendute a fini di sfruttamento sessuale e lavorativo: significa “quinta moglie”. Nelle due nazioni un uomo può avere legalmente sino a quattro mogli, ma il suo prestigio si accresce se può comprare donne giovani: il costo di una wahaya varia dai 350 ai 1.000 euro. Sebbene la donna comprata si chiami “quinta moglie” non vi per lei è alcuna cerimonia nuziale e quindi non può esigere neppure i pochi diritti di una coniuge legale. La wahaya è proprietà, il suo status è inferiore a quello di qualsiasi altra persona, e chissà perché non sono sorpresa nel leggere quanti “leader religiosi” indulgono in questo rispettabilissimo costume del rendere schiavi degli esseri umani. Chissà come si sentono devoti, quando mettono alla caviglia della loro “quinta moglie” il simpatico contrassegno in bronzo pesante che potete vedere nell’immagine sottostante.

cavigliera da schiava

Il 43% delle wahaya sono vendute quando hanno fra i 9 e gli 11 anni d’età. L’83% sono diventate schiave prima di compierne 15. La wahaya coltiva i campi del padrone e accudisce il suo bestiame, in casa fa i lavori domestici e scalda il suo letto, e generalmente prende un sacco di botte da lui e da tutti gli altri membri della famiglia, perché è un oggetto, una schiava, e chiunque può sfogare il suo malumore su di lei.

Hadidjatou, in Niger, è diventata una wahaya a 12 anni. Fu venduta ad un uomo di 46, il sig. Elhadj Souleymane, quando costui aveva già quattro mogli legali e altre sette “quinte mogli”. Hadidjatou fu pagata l’equivalente di 627 euro e il sig. Souleymane si è assicurato negli anni seguenti il rientro della spesa e qualche guadagno usando la ragazzina in tutti i modi possibili. Pestaggi e stupri erano “regolari”, racconta Hadidjatou, e il lavoro non finiva mai. A 21 anni, nel 2005, Hadidjatou aveva avuto quattro figli dal suo padrone, ma solo due erano sopravvissuti. In quel periodo, il padrone venne a sapere di una nuova legge contro la schiavitù e decise di liberare solo formalmente la giovane donna e di sposarla subito dopo (evidentemente si era liberato un posto). Hadidjatou, come vide il certificato che la liberava lo afferrò e fuggì: nove anni di schiavitù le erano stati più che sufficienti.

Successivamente, Hadidjatou si sposò con un uomo di sua scelta ed ebbe un altro bimbo. Ma quando Elhadj Souleymane lo venne a sapere denunciò la sua ex schiava e suo marito per bigamia. Nel maggio 2007, la coppia ricevette una sentenza a sei mesi di prigione e una multa. Nonostante i loro appelli, furono tenuti in galera mentre il processo continuava, ben oltre i sei mesi previsti. Solo tardi nel 2008, quando il Tribunale della comunità economica degli stati africani occidentali condannò il Niger per non aver protetto Hadidjatou dalla schiavitù, la giovane donna e suo marito tornarono in libertà. Il governo del Niger ha pagato a Hadidjatou un compenso pari a 26.000 euro.

Una sua connazionale, Mariama, è in questo momento – anno del signore, e mai della signora, 2013 – nella medesima situazione in cui si trovava Hadidjatou otto anni fa. Venduta come wahaya da bambina e poi fuggita, sta lottando per riavere legalmente la sua libertà, ma il suo compratore la reclama come “moglie”. Non riesce a parlare di quel che ha subito senza piangere. L’anno scorso, in Nigeria, solo l’intervento di un gruppo di attivisti anti-schiavismo ha evitato ad una bimba di sette anni di diventare wahaya. Maria G. Di Rienzo

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