Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘santo domingo’

our body our choice

Davvero. Se avete la passione per la “nail-art” anche questa, come tutte le arti, può diventare attivismo. E’ il caso del salone per unghie “Tropical Popical” a Dublino, in cui Andrea Horan (l’immagine sopra è di un suo lavoro) fa politica per e con le donne in questo modo: “Un minuto stiamo discutendo dei brillantini rosa, un minuto dopo dei diritti riproduttivi delle donne.” Nello scorso settembre il locale era sovraffollato durante i giorni precedenti la Marcia delle Donne per il diritto all’interruzione di gravidanza: le clienti volevano unghie che trasmettessero messaggi coerenti con la protesta.

Attualmente Andrea sta chiedendo loro come voteranno alle elezioni generali del prossimo febbraio; pensa che “se quest’armata di donne si mobilita (artiste e clienti) ci saranno più voci femminili a chiedere che le istanze relative alle donne diventino priorità”.

Le due immagini seguenti appartengono a Ami Vega, dominicana-statunitense che ha aperto il suo “El Salonsito”, dopo averlo sognato sin da ragazzina, a New York.

be free

“Visto da distante, il mio lavoro può sembrare fatua vanità, ma io lo vedo come un’opportunità per aiutare le persone a esprimere se stesse.” E così, sulle unghie create da Ami, si celebrano sorellanza, cultura e forza delle donne. Maria G. Di Rienzo

black lives matter

Read Full Post »

Sole, spiagge, mare, villaggi vacanze, lune di miele: è l’immagine usuale della Repubblica Dominicana, che conosciamo quasi esclusivamente per il turismo. In questa nazione isolana con circa dieci milioni di abitanti, in cui una persona su tre vive in povertà, ogni due giorni una donna muore per mano di un partner, di un fidanzato o di un marito (più di 1.000 negli ultimi cinque anni) e solo nel 2010 sono stati denunciati oltre 62.000 casi di aggressioni e violenze contro donne e ragazze – dallo stupro di minorenni agli accoltellamenti con machete, questi ultimi un aspetto specifico dell’abuso domestico locale – ma solo il 4% delle denunce sono approdate ad un tribunale. Considerato che un gran numero di casi non sono riportati alla polizia, la stima reale della situazione è difficile da fare. Spesso le donne ritirano le loro denunce, a causa delle minacce dei loro aggressori o della frustrazione che provano nel non vedere, per il loro caso, avanzamenti significativi verso la giustizia. Giudici e forze dell’ordine, infatti, condividono in maggioranza tutti i pregiudizi e gli stereotipi più devastanti sulla violenza contro le donne, nonostante il paese abbia una legislazione nazionale contro la violenza di genere e riconosca la legislazione internazionale sui diritti umani.

A favorire questo stato di cose c’è una combinazione di machismo, ingerenze della chiesa cattolica e politiche conservatrici (per essere gentili, ma forse sarebbe il caso di cominciare a chiamarle invece “oppressive”, “retrograde” e “disumane”, il che illustrerebbe meglio la situazione). La Vice Procuratrice Generale di Santo Domingo, Roxanna Reyes Acosta, dice che le donne decise a denunciare le violenze sono costrette a fronteggiare una molteplicità di ostacoli dapprima nella famiglia e nella comunità e poi quando entrano in contatto con la polizia ed il sistema giudiziario: “Ad ogni livello di scontro sono obbligate a fare un passo indietro e ricadono nel ciclo della violenza, se sopravvivono. In media, ci vogliono cinque anni ad una vittima di violenza domestica per riconoscere di essere tale e fino a quindici per uscirne.” Roxanna sta andando contro questo andazzo a testa bassa, giacché è la donna con la carica più alta al governo, ma il minor tasso di ascolto lo ha proprio dai suoi colleghi nell’esecutivo: “La maggioranza dei leader politici sono maschi. Usualmente non vogliono guardare le cose dal punto di vista delle donne. Questo sistema ha bisogno di essere rivoluzionato.”

Non sarà mai troppo presto per Altagracia, 24enne, che ogni giorno ha la tentazione di togliersi la vita. Solo il pensiero di lasciare il suo bambino la trattiene. Ogni volta in cui si guarda allo specchio vede un ammasso di cicatrici sul volto e sul petto. Il suo ex partner era deciso a finirla a colpi di machete: Altagracia fu da lui creduta morta perché era priva di sensi e sanguinava copiosamente, e così si salvò. Il suo aggressore è a piede libero.

Non sarà troppo presto per Lourdes, 60enne, che ha sofferto ventitré anni di abusi prima di riuscire a separarsi dal marito: “E’ comune picchiare le donne, gli uomini si sentono perfettamente a posto, nel solco delle tradizioni. Ma io non avevo altra scelta, se volevo continuare a vivere. Mi attaccava con il machete, ed ha quasi tagliato la gola a nostra figlia.”

Ne’ sarà troppo presto per “Esperancita”. La ragazza conosciuta con questo nome ha 16 anni e rischia di morire di cancro (leucemia acuta) perché le è stato proibito per parecchie settimane di sottoporsi alle terapie del caso: Esperancita è incinta di due mesi e mezzo, e la chemioterapia molto probabilmente porrà termine alla sua gravidanza. Esperancita non può abortire legalmente: a seguito di un cambiamento costituzionale del 2010 nella Repubblica Dominicana l’interruzione di gravidanza è proibita in qualsiasi circostanza, anche quando la vita della madre è in pericolo.

La ginecologa Lilliam Fondeur che ha sollevato il caso dalle pagine del quotidiano El Nacional, le femministe dominicane che hanno protestato pubblicamente con ogni mezzo, e la madre della ragazzina, che ha implorato sulle ginocchia il Ministero della Sanità, nonché l’enorme pressione dell’opinione pubblica, hanno ottenuto da martedì scorso l’inizio delle cure per Esperancita.

Lilliam Fondeur ha ancora delle riserve: “L’ospedale dice di aver iniziato il trattamento, ma non è chiaro cosa sia accaduto prima. I fatti relativi al caso sono stati velocemente coperti. Per cui è bene vigilare. Speriamo che questa storia serva come simbolo, a dimostrare che la vita della madre deve sempre venire per prima. Per il momento è il simbolo del quotidiano delle donne povere, che non possono comprarsi gli aborti, mentre le ricche vanno negli Stati Uniti.”

Gioverà ricordare che nei paesi in cui l’interruzione di gravidanza è totalmente proibita, il tasso di mortalità materna sale decisamente, perché i medici temono di provvedere trattamenti che salvino la vita della madre mettendo in pericolo la gravidanza, o ne sono addirittura impediti.

Potrei chiudere il pezzo qui, adesso che il fondale del ridente villaggio turistico è andato in pezzi, ma c’è un ragazzo di 17 anni, Orvis, che merita una menzione. Orvis, che è membro di un’ong per i diritti dei bambini (Plan International), se ne va di gruppo in gruppo e di casa in casa ovunque fiuti la violenza domestica. Non so come vada a scuola – non ho osato chiederlo – perché ogni ora libera dalle lezioni la passa così, facendo attivismo nella provincia dominicana di Barahona.

Nel mio villaggio c’era questo tipo che batteva continuamente la moglie con un bastone.”, racconta Orvis, “Lui pensava fosse suo diritto il farlo, e così ogni altro uomo del villaggio. Io gli ho detto che stava commettendo un crimine e che poteva finire in prigione. C’è voluta un po’ di fatica, e alcune visite, ma finalmente ha smesso. La violenza ha conseguenze devastanti e traumatiche per le donne che la subiscono e per i loro bambini, anche quando questi ultimi la testimoniano solamente. Un contesto in cui la violenza diventa normale ed usuale può innescare un ciclo violento senza fine.”

Non è bello ascoltare qualcuno che ha le idee chiare, una volta tanto? Maria G. Di Rienzo.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: