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(“Unforgettable testimonies at court for women survivors”, di Stina Magnusson Buur per Kvinna till Kvinna, 13 maggio 2015, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

dimostrazione apertura tribunale

(Dimostrazione d’apertura del Tribunale delle Donne. Lo striscione recita: “Tribunale delle Donne – approccio femminista alla giustizia”. La foto è di Milica Mirazic.)

“Sono un’eroina.”, ha detto una delle più giovani donne che ha reso testimonianza. E’ sopravvissuta ad un lungo periodo di abusi, stupri e tortura, mentre era adolescente, in un “campo di stupro”, è sopravvissuta ad un matrimonio forzato e violento, al divorzio: “Si sono portati via la maggior parte della mia infanzia. Si sono portati via la mia gioventù. Ma il presente, e il futuro, sono miei.”

Durante il fine settimana dal 7 al 10 maggio 2015, il Tribunale delle Donne a Sarajevo ha radunato circa 500 donne provenienti da Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Kosovo, Macedonia, Montenegro, Slovenia e Serbia, affinché testimoniassero e ascoltassero personali storie di vita su quel che accadde durante le guerre balcaniche negli anni ’90 e successivi – e come questo ebbe ed ha ancora un impatto sulle vite delle donne oggi.

La cosa più “potente” del Tribunale è che ha messo le sopravvissute e le loro testimonianze al centro. Erano i soggetti che prendevano il potere dello spazio e delle loro stesse storie. Il resto di noi ascoltava, offriva la propria solidarietà e ovazioni in piedi come tributo al loro coraggio.

Il processo che ha portato alla presenza del Tribunale ha preso parecchi anni. Per quanto ne so io, l’idea fu lanciata la prima volta nel 2001 e l’impegno si è intensificato durante il 2010. Un enorme ammontare di lavoro è stato svolto durante gli ultimi cinque anni in ogni paese menzionato così come a livello regionale.

E non è stato facile. Ci sono differenti narrazioni della guerra in differenti aree dei Balcani, ci sono stati sviluppi politici come l’avanzare del nazionalismo, i processi del Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia sono andati avanti in parallelo – con troppi criminali lasciati liberi e molti altri sviluppi ed eventi che hanno influenzato la cosa. Ad un certo punto, le donne in Serbia non riuscivano a trovare nessuno disposto a lasciar usare loro degli spazi per tenere incontri che riguardavano il Tribunale delle Donne o la riconciliazione. Io lavoravo in Serbia per Kvinna till Kvinna durante il periodo 2011-2013, perciò ho seguito la faccenda da vicino.

Ora, torniamo al maggio 2015. Penso che tutte abbiamo sentito storie delle guerre nei Balcani negli anni ’90: i “campi di stupro”, la pulizia etnica, il genocidio. Le guerre – e le testimonianze che abbiamo udito – contenevano alcune delle cose più orribili e indescrivibili che un essere umano possa fare ad un’altra anima vivente, ed ascoltarle direttamente dalle donne sopravvissute mi ha distrutta. E io vedo la questione da fuori.

Ci sono state anche testimonianze di madri e mogli di soldati, donne che hanno tentato di impedire ai loro mariti e figli di andare in guerra e donne che hanno tentato disperatamente di recuperare membri delle loro famiglie dopo che questi erano stati arruolati di forza, persino minorenni. Nonostante tutto, i sentimenti che la maggior parte delle donne proiettavano all’esterno erano determinazione ad ottenere pace e desiderio di giustizia – non vendetta: per la riparazione, per la sicurezza, per un buon futuro per loro e i loro figli, in solidarietà con tutte le altre donne, oltre ogni possibile confine.

Dare potere alle sopravvissute potrebbe sembrare in contrasto con un tribunale penale, come il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia dove è il perpetratore ad essere al centro della scena e le testimonianze sono udite in relazione al perpetratore. Perciò, i testimoni risponderanno a domande e non saranno in grado di raccontare la loro intera storia. Entrambi i processi sono necessari, per quanto diversi.

Dopo aver ascoltato più di 30 testimonianze individuali, moltissime immagini e frasi sono rimaste con me. Una donna terminò il suo intervento dicendo: “Noi tutte viviamo le conseguenze della guerra.” Questo è vero per la donna che sta ancora cercando i resti del suo figlio maggiore, la donna che sta ancora lottando per riavere la propria casa, la donna che è stata licenziata a causa della sua etnia ed oggi non ha pensione, la donna Rom i cui diritti sono ancora non garantiti.

E non riesco a smettere di pensare che chiunque io abbia incontrato per le strade assolate di Sarajevo ha la sua storia personale di quel che gli è accaduto durante le guerre e di quel che ha fatto. E che chiunque sta vivendo le conseguenze. Un’altra frase che non dimenticherò mai è venuta da una donna a cui sono stati strappati i bambini dalle braccia: “Io posso perdonarli per tutto. Posso perdonarli per averci portato via tutto. Ma non posso perdonarli per aver portato via i nostri figli.” Una donna ha detto: “Alla fine ho dovuto schierarmi anch’io, sono diventata parte di noi e loro.”

Ma ci sono state anche molte storie di resistenza e di umanità, di vicini di casa che si sono aiutati l’un l’altro nonostante i rischi personali, di estranei che hanno aiutato persone mai viste prima. Penso al guidatore di autobus che ha salvato l’intero carico dei suoi passeggeri, donne e bambini, dicendo al soldato che era salito sul mezzo per ucciderli: “Sì, moriranno, ma non sarai tu a farlo. Mi occuperò io della cosa, perciò ora esci di qui!” E come ha testimoniato una delle passeggere, li portò fuori da quella zona e li salvò tutti.

Dopo che ogni gruppo di testimoni aveva parlato, alcuni accademici, attivisti e altri condividevano analisi sui retroscena, sulle strutture della guerra e su ciò che era accaduto che fornivano una cornice per le storie individuali. Per esempio, è diventato ovvio il modo in cui le strutture di genere erano state cementate. Praticamente nessun uomo nelle storie delle donne è sopravvissuto. I bambini e la loro sopravvivenza (e la loro salute fisica e mentale) erano diventati intera responsabilità delle donne, sia perché donne ed uomini erano separati, sia perché le donne la presero su se stesse.

L’impunità è davvero diffusa. Numerose donne hanno testimoniato sui perpetratori ancora liberi: camminano per le strade delle loro stesse città o hanno persino posizioni politiche.

Ci sarebbe così tanto da dire e per di più non si riesce ad esprimerlo a parole… Il lavoro incessante delle difensore dei diritti umani delle donne e delle organizzazioni delle donne nei Balcani continua. E io credo che questa solidarietà fra donne sia più forte e molto più potente delle strutture della criminalità e della violenza. Per noi che non siamo parte del movimento delle donne nei Balcani, ma siamo parte della solidarietà fra donne, resta da decidere – nel dialogo – come continuare a sostenere al meglio questi sforzi per la riconciliazione.

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(Intervista a Fatima Naza di Malin Ekerstedt per Kvinna till Kvinna, 24 ottobre 2014, trad. Maria G. Di Rienzo. Fatima è Rom ed è un’attivista per i diritti delle donne in Montenegro. E’ la co-fondatrice del “Centro per le iniziative Rom”. Per il suo lavoro pro diritti umani riceve costanti minacce. L’immagine di Fatima è di Stina Carlsson.)

Fatima Naza

Perchè sei diventata un’attivista?

Perchè ho sempre creduto che alcune cose possano e debbano essere cambiate. Ho cominciato il mio lavoro di attivista quando avevo 17 anni. Ero interessata ai modi per lottare contro l’ingiustizia e a come ottenere la mia libertà in famiglia e nella società. Il mio desiderio di imparare e il sostegno delle donne che costantemente mi hanno spalleggiato, dicendo che ero in grado di cambiare le cose e di progredire, mi hanno incoraggiato a diventare la prima Rom attivista per le donne in Montenegro. Ora, dopo 15 anni di fatiche non sono più sola, ci sono molte altre ragazze della mia comunità che lottano per la loro libertà e per la giustizia.

Io vivevo in una famiglia con quattro sorelle che non hanno osato lottare per essere ascoltate, come ho fatto io. Sono molto orgogliosa dell’appoggio che ho avuto da mia madre, che è stata la mia forza e mi ha mostrato che le donne Rom possono cambiare le loro vite se lo vogliono. Mia madre è stata la prima donna nella mia comunità Rom a spezzare tutti i pregiudizi su ciò che ci si deve aspettare da una donna.

Qual è il focus principale del tuo attivismo?

Contrastare l’ingiustizia e le usanze dannose all’interno della mia comunità. Il mio più grande desiderio è avere più persone che lottano contro i matrimoni di bambine e i matrimoni forzati. E vorrei ci fossero più bambine e più donne, Rom ed egiziane (1), alfabetizzate e istruite.

Hai fatto esperienza di minacce o violenza in relazione al tuo attivismo?

Il “Centro per le iniziative Rom” è continuamente minacciato e preso a bersaglio dalla mia comunità e da quella egiziana, dai leader Rom e dagli appartenenti alla popolazione maggioritaria, perché ci opponiamo apertamente alla violenza domestica e ai matrimoni di bambine. Abbiamo dovuto fronteggiare aggressioni palesi e opposizione dagli abitanti locali, a Podgorica, quando stavamo preparando uno show teatrale seguito da forum sulla violenza domestica. Alla fine siamo state costrette a rinunciare all’iniziativa. Abbiamo denunciato l’aggressione alla polizia, che ci ha aiutate, ma per noi è particolarmente pericoloso denunciare o intervenire per prevenire i matrimoni di bambine: il rischio di essere assalite, per noi e per le nostre famiglia si alza.

Se tu avessi il potere di cambiare una sola cosa, quale sarebbe?

Questa è una domanda molto difficile, ma vorrei che non ci fossero più bambine-spose, che non ci fossero più matrimoni forzati, ne’ bambine analfabete.

(1) Fatima indica con questa definizione una parte dei montenegrini che si sono rubricati come “musulmani” nei censimenti, usando il termine non in senso religioso ma a guisa d’appartenenza etnica.

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Guardo qui, guardo là

papusza

Bronisława Wajs, detta “Papusza” (Bambolina) dal soprannome che le diede sua madre; Rom polacca nata probabilmente fra il 1908 e il 1910, scomparsa l’8 febbraio 1987. Sulla sua vita esistono due documentari (1974 e 1991) e il film che porta il suo nome del 2013, nonché un poema sinfonico in lingua Rom. I suoi quattro volumi di poesie hanno avuto riconoscimenti ufficiali: Premio Lubuska per la Cultura, Premio Nadodrze, Premio Gorzów. Quella che segue è la sua prima poesia pubblicata. La traduzione è mia.

Guardo qui, guardo là / Dikchaw daj, dikchaw doj

Guardo qui, guardo là –

nell’acqua tiepida fa il bagno la Luna

come fosse una giovane Rom

nel rivo di una foresta

Che succede

Tutto oscilla

E’ il mondo che ride.

charlene cordova

La sua comunità la rigettò, accusandola di aver rivelato segreti tribali: Papusza non si adattava al tradizionale ruolo femminile, era sterile, scriveva poesie. La notte dopo la sua nascita, sua madre attese assieme ad un’anziana lo spirito che avrebbe rivelato loro “tutto il bene e tutto il male” di cui la bimba sarebbe stata parte. Le due donne erano obbligate a non rivelare le esatte parole che lo spirito disse loro, perciò annunciarono soltanto che Papusza era in bilico: poteva portare “grandissimo onore o grandissimo scorno”. Non avete dubbi, vero? Nemmeno io. Maria G. Di Rienzo

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Come sapete già, Feministiskt Initiativ (Iniziativa Femminista) ha partecipato alle elezioni europee raggiungendo in Svezia il 5,3% dei voti. L’eletta svedese è Soraya Post, 57 anni, origine Rom, e sarà la prima parlamentare di un partito dichiaratamente femminista al Parlamento Europeo di Bruxelles. Credo sia interessante cercare di capire come un partito femminista, che si presentava per la prima volta alle elezioni, abbia avuto una partenza decisamente buona. Ho sottolineato quelli che per me sono indicatori significativi. Maria G. Di Rienzo

soraya post

(tratto dall’intervista a Soraya Post di Kat Stoeffel per New York Magazine, 23 maggio 2014)

E’ la tua prima campagna parlamentare. Come sta andando?
Abbiamo fatto campagna con incontri nelle case private. Poiché siamo un piccolo partito non riceviamo denaro dal governo per portare avanti la campagna elettorale. Perciò abbiamo dato le nostre informazioni dicendo: Se siete interessati ad ascoltare le nostre idee politiche, con almeno altre 15 persone, in casa vostra o altrove, noi verremo da voi. Questo è il modo in cui lo abbiamo fatto, assieme alle elettrici e agli elettori.

Ndt: Cioè, Soraya e le altre (e gli altri, ci sono anche uomini nel partito), hanno trovato modi efficaci per attirare l’attenzione a costo zero e – incredibile! – persino alternativi al farsi fotografare in tanga: e hanno attirato l’attenzione non su di una persona particolare, bensì sulle loro idee politiche. Se siete interessati ad ascoltare, e non alla vostra masturbazione autoironica e trasgressiva, che con le elezioni europee non c’entra un fico secco, noi – non Soraya, non un’altra/un altro singolarizzata/o seminuda/o – verremo a parlare con voi.

Come sei entrata in Iniziativa Femminista?
Sono entrata nel partito, come membro, nel novembre 2013 quando mi chiesero se volevo prendere in considerazione l’essere nominata quale candidata al Parlamento Europeo. Sono stata un’attivista per i diritti umani ed un’organizzatrice per molti anni, a livello nazionale ed internazionale, con una speciale attenzione ai diritti dei Rom.
La popolazione Rom in Europa, circa 15 milioni di persone, è molto esclusa dalla società. Io sono nata in Svezia – la mia famiglia era in Svezia da secoli – ma vivevo comunque come una cittadina di seconda classe a causa della mia etnia. Quando mia madre era al settimo mese della sua terza gravidanza (dopo aver avuto me e mio fratello) fu sottoposta ad un aborto forzato e alla sterilizzazione forzata, solo a causa della sua etnia. Aveva 21 anni.
E attualmente, l’ala destra politica, partiti nazisti e fascisti stanno crescendo assai rapidamente in Europa. Per me, è un grande onore rappresentare il partito femminista. Non siamo le sole donne in Parlamento, ma abbiamo assunto una chiara presa di posizione per l’eguaglianza di genere e per i diritti delle persone omosessuali. Siamo state davvero molto esplicite e siamo state riconosciute come la forza che si oppone al razzismo e al fascismo in Europa. Vogliamo che la dimensione femminista sia parte integrante e naturale di ogni processo interno ad un parlamento democratico.

Gli altri partiti hanno deluso le donne? Perché un partito femminista?
Tutti i partiti svedesi dicono di essere femministi, viene bene sulla carta, ma noi vogliamo che le belle parole sulla carta siano tradotte in pratica. Non vogliamo aspettare più. Ne abbiamo abbastanza, di aspettare. Non vogliamo “di più” degli uomini, vogliamo semplicemente l’eguaglianza. Vogliamo condividere la responsabilità, il potere, la rappresentanza.
Io ho quattro figli adulti e la mia famiglia ha sofferto molti anni come ritorsione per il mio attivismo. Io ho davvero corso avanti e indietro nei corridoi della politica per far conoscere le mie opinioni e tentare di migliorare la situazione dei Rom. E’ per questo motivo che sono diventata una donna politica anch’io: devo stare nelle stanze dove si prendono le decisioni. Ho una vita sola! E devo usare pienamente le mie potenzialità.

(tratto da “EU – We need a feminist voice in Europe – These elections can be a new beginning.”, di Caroline De Haas, per The Guardian, 23 maggio 2014.)

Quando si tratta dei diritti delle donne, le genti d’Europa hanno guardato sbalordite la Spagna muoversi all’indietro sul diritto delle donne di controllare i loro corpi. Messa semplicemente, il governo conservatore sta pianificando di bandire l’aborto eccetto che per i casi di stupro o di pericolo per la madre. Le istituzioni europee cos’hanno da dire? Niente. Silenzio di pietra, come se non si trattasse delle fondamenta su cui tutti gli altri diritti delle donne sono costruiti: senza la libertà di controllare i nostri stessi corpi, è impossibile immaginare che le donne raggiungano l’eguaglianza nella vita professionale o politica, o all’interno della famiglia. La decisione spagnola sull’aborto sottolinea il fatto che, sebbene l’Europa abbia compiuto progressi verso l’eguaglianza, non abbiamo ancora vinto.
Per fare un altro esempio, una donna europea su tre ha subito qualche forma di violenza fisica e/o di violenza sessuale. Una su tre!
E la posizione sociale delle donne in Europa è anche un’istanza pressante. Le politiche di austerità che hanno colpito gli europei sono un’aberrazione economica quanto un disastro per i diritti umani – e colpiscono in modo particolare le donne. Questo accade quando gli stati membri dell’Unione Europea decidono di congelare i salari dei dipendenti pubblici come in Francia, o di ridurre il numero dei dipendenti pubblici, come in Gran Bretagna. “Ma questo colpisce tutti!”: vi sento, sapete. Vero. Però in Europa il 70% dei dipendenti del settore pubblico sono donne. Quando congeli i salari del settore pubblico colpisci principalmente le donne e rallenti il progresso verso l’eguaglianza, che già non era veloce prima. (…) Buona fortuna a Soraya Post, e un brindisi al sorgere di una nuova voce femminista in Europa.

Mi associo! Skål!

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Dipinto di Jesus Helguera

Antonia Núñez ha 25 anni, è originaria di un villaggio spagnolo che conta 600 abitanti, Benarrabás, e lavora a Siviglia come assistente sociale. Divide la casa con una collega impiegata, ambedue sono single. Antonia, per essere riuscita a prendere un diploma, è la fonte principale di orgoglio per sua madre, che era solita dirle quando frequentava le superiori: “Anche se dovessi ripetere un anno, non c’è problema. Lo ripeti e vai avanti.” Ma non ce n’è stato bisogno e Antonia è andata tranquillamente all’università. Cosa c’è di straordinario? In effetti niente: ma dall’esterno può apparire tale perché Antonia, e la sua collega-convivente Tamara Amador, sono “zingare” e per per poter studiare ed avere una vita indipendente hanno dovuto abbattere molti ostacoli.

“Bisogna buttar giù le barriere un po’ alla volta.”, conferma Antonia, che ricorda i mesi di discussione in famiglia quando rese chiaro che avrebbe lasciato il villaggio per proseguire gli studi, che non intendeva sposarsi, e meno che mai con il suo primo ragazzo. Tamara, oggi 31enne, è passata per la stessa strada. Alla fine delle medie i genitori la tolsero da scuola, perché si occupasse dei lavori domestici. Ma a loro insaputa, Tamara si iscrisse ad un istituto tecnico per segretarie. Fu suo padre a scoprirlo per primo, e cedette ai desideri della figlia: “Il suo consenso cambiò tutto. In precedenza era stato molto ostile all’istruzione, in special modo per le donne, ma alla fine fu lui a seguirmi con attenzione particolare, affinché riuscissi bene negli studi. I miei genitori sono venditori ambulanti: a volte giravano attorno alla mia scuola con il loro furgoncino, per vedere se c’ero andata davvero.”

Antonia e Tamara lavorano alla “Federazione andalusa delle donne gitane”, Fakali, e sono consapevoli di essere diventate entrambe dei modelli per le parenti e le amiche più giovani. “Quando le mie cugine seppero che mi ero trasferita a Siviglia”, racconta Antonia, “hanno pensato che mi fossi sposata. Poi hanno saputo che c’ero andata per studiare, e si sono entusiasmate. La più piccola dice già che seguirà le mie orme.” A metà degli anni ’80, in Spagna non vi erano praticamente alunni Rom nelle scuole. Oggi, il 100% finisce le elementari, ma non va molto più in là; solo il 20% arriva al diploma di scuola superiore e di questo 20% i due terzi sono maschi. Un fattore chiave in questa situazione sono le multiple discriminazioni che i Rom subiscono, ma altri due sono il sessismo e il timore di “perdere” la propria identità.

Sara Giménez, che pure lavora per Fakali, nel 2000 è diventata la prima donna Rom della regione aragonese a conseguire una laurea in legge. Il principale ostacolo che lei ha dovuto demolire riguardava il timore della sua famiglia che l’esposizione al mondo esterno e il frequentare l’università l’avrebbero alienata dalle sue radici: “Maneggiavo costantemente due discorsi:”, dice la 35enne Sara, “quello dei miei insegnanti che mi dicevano di studiare, e quello dei miei parenti che avevano paura. Erano ossessionati da questo tipo di pensiero: E se andando a scuola smette di essere gitana? Ma i costumi e le tradizioni cambiano per adattarsi ai tempi in cui vivi. Non perdi la tua identità se non segui degli usi che i tuoi genitori seguivano. La nostra società è ancora molto patriarcale, e nella società nel suo complesso dobbiamo aggiungere la difficoltà di essere Rom. Tuttavia le donne gitane si stanno dimostrando il vero motore del cambiamento: sono quelle che trovano la forza di spingere tutti gli altri in avanti. Solo vent’anni fa “non era gitano” che le ragazze andassero a scuola o avessero un lavoro fuori casa. Oggi lo è.”

Per sapere quanto è vero, basterebbe scambiare quattro chiacchiere con Rocío Delgado, 38enne mediatrice culturale. Rocío si considera parte dei gitani invisibili: “La gente è interessata solo a quelli che seguono le antiche tradizioni o a chi pratica il flamenco. Nel mezzo c’è tutto il resto di noi, che condivide un’identità avendo però credenze, religioni, ideologie, professioni diverse, e stiamo crescendo di numero.” Sposata a 15 anni, separata da dieci, Rocío è l’eroina dei suoi tre figli. La maggiore, che ha 18 anni, sta studiando per diventare parrucchiera, e i gemelli undicenni hanno appena finito le elementari. “Parlo loro delle mie esperienze, di modo che imparino da esse. Non voglio che si sposino in giovane età. Preferirei vederli studiare, vivere, e lottare.” Maria G. Di Rienzo

Network internazionale delle donne Rom

Network internazionale delle donne Rom

(Fonti: El Pais, Fakali, Safe World for Women)

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Dall’isolamento in ghetti all’impossibilità di inserirsi in campo lavorativo e scolastico, sino alla raddoppiata mortalità infantile ed all’aspettativa di vita minore di 10 anni rispetto al resto della popolazione, dovute alla diseguaglianza nella cura della salute, i circa 12 milioni di persone Rom si configurano come la più grande e la più discriminata minoranza in Europa. Le donne sperimentano alti livelli di violenza e per le comunità più tradizionali il solo lavoro possibile per una donna è il sostegno della famiglia: ma nonostante le statistiche, le donne Rom si sono rivelate potenti ed instancabili agenti del cambiamento, basti pensare alle attiviste Rom che hanno promosso il processo davanti al Tribunale europeo per i diritti umani che è terminato con la condanna delle autorità cecoslovacche per le sterilizzazioni forzate. A volte tutto comincia come nella storia di Katalin Bársony.

Katalin

Quando la nonna di Katalin disse che avrebbe mandato la propria figlia al liceo, a Budapest, suo marito rispose che la ragazza sarebbe diventata “una puttana fuoriuscita”. La nonna non lo ascoltò, sfidò le tradizioni e come risultato la madre di Katalin divenne una nota attivista per i diritti umani dei Rom. Quando venne per Katalin il turno di andare a scuola, il suo diritto all’istruzione era garantito e nessuno sollevò obiezioni. Sebbene solo un giovane Rom su dieci completi la propria istruzione superiore in Ungheria, lei andò all’Università, rovesciando i costumi patriarcali e i pregiudizi anti-Rom che impediscono a molte ragazze persino di attraversare le porte di una scuola.

All’età di 23 anni, Katalin diresse la prima serie di documentari che fosse mai stata girata sulle comunità Rom nel mondo ( http://www.mundiromani.com/ ), una serie trasmessa da diverse stazioni televisive ungheresi e che ha raccolto premi su premi. Dopo che un episodio svelò l’avvelenamento da piombo in un campo per rifugiati Rom, a causa del quale vi erano stati già 28 morti, il campo fu chiuso e 3.000 persone furono ricollocate in spazi sicuri e non segregati. “Le cose cambiano, e noi siamo parte del cambiamento.”, dice Katalin, oggi direttrice esecutiva della Fondazione Romedia ( http://www.romediafoundation.org/ ), dove usa lo strumento dei film per mutare la percezione che la gente ha delle comunità Rom. Non è un lavoro facile, perché l’odio e il sospetto per gli “zingari” hanno fatto parte del tessuto culturale europeo per centinaia di anni. Poiché il lavoro è così vasto e richiede l’interessamento di generazioni diverse, Katalin e le sue colleghe addestrano le ragazze Rom ad usare i media, di modo che possano diventare portavoci di una visione diversa per le loro comunità. Maria G. Di Rienzo

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