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(brano tratto da: “Breaking Out of the Domination Trance”, di Riane Eisler per Kosmos – inverno 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Si tratta della trascrizione dell’intervento di Eisler al Summit 2018 sulla Sicurezza in Irlanda. Riane Eisler è presidente del “Center for Partnership Studies”, femminista, avvocata per i diritti umani di donne e bambine/i, autrice di libri tradotti in tutto il mondo: l’immagine la ritrae con uno di essi. Il suo sito è rianeeiesler.com )

riane

(…) In numero sostanziale stiamo cominciando a emergere da quella che io chiamo la “trance del dominio”, una trance perpetuata da tutte le nostre istituzioni, i nostri sistemi di credenze, da ambo le nostre narrative – popolare e scientifica, e persino dal nostro linguaggio, perciò stiamo solo cominciando a vedere qualcosa che, una volta articolato, può apparire ovvio: che i modi in cui una società costruisce i ruoli e le relazioni fra le due forme base della sua specie – maschile e femminile – così come costruisce le relazioni durante la prima infanzia, sono in effetti istanze sociali che hanno impatto diretto sul fatto che tutte le nostre istituzioni sociali (dalla famiglia all’istruzione, dalla religione alla politica e all’economia) siano egualitarie o diseguali, autoritarie o democratiche, violente o nonviolente. (…)

Nessuna società è un sistema di assoluto dominio o assoluta cooperazione; si tratta di un continuum cooperazione-dominio. Ma voglio darvi brevemente qualche esempio di società contemporanee che sono vicine all’estremità del dominio della bilancia sociale. Sono società molto differenti se le osserviamo solo attraverso le lenti delle categorie sociali convenzionali: la Germania nazista di Hitler, un società di destra occidentale e laica; la Corea del Nord di Kim Jong-un, una società di sinistra orientale e laica; i Talibani dell’Afghanistan, una società orientale religiosa; i regimi teocratici a cui aspirano i fondamentalisti religiosi occidentali.

Nonostante tutte le loro differenze, queste società condividono la configurazione chiave del dominio:

* Consistono di gerarchie di dominio, non solo nello Stato ma anche nella famiglia e in tutte le istituzioni che stanno nel mezzo.

* Sostengono un sistema di valori basato sul genere. Danno un rango superiore al maschile sul femminile, con rigidi stereotipi su femminilità e mascolinità e, tramite questi, svalutano qualsiasi cosa considerata “tenera” o femminile a livello culturale, come l’avere cura, il prestare assistenza e la nonviolenza, che sono considerate cose totalmente non appropriate per i “veri uomini”, vanno bene solo per gli “effeminati” o per le deboli sorelle, e non sono parte del sistema di valori guida in ambito sociale ed economico.

* La terza componente chiave delle configurazioni sociali del dominio – e queste componenti si sostengono l’una con l’altra – è la violenza condonata e idealizzata socialmente. Dal pestaggio di figli e moglie ai pogrom allo stato di guerra cronico, mantenere i rigidi ordinamenti superiore-inferiore del dominio (uomo sopra donna, uomo sopra uomo, razza sopra razza, religione sopra religione e così via) richiede un alto grado di violenza incorporata, inclusa la violenza contro donne e bambini che, qui, stiamo lavorando per lasciare indietro.

Al contrario, la configurazione chiave del sistema di cooperazione consiste di:

* Una struttura democratica ed egualitaria sia nella famiglia che nello Stato o tribù, e in tutte le istituzioni che stanno nel mezzo.

* Relazione paritaria d’eguaglianza fra donne e uomini e, con questo, alta valutazione delle caratteristiche e delle attività cosiddette “tenere” o femminili sia nelle donne sia negli uomini, così come nelle politiche sociali ed economiche.

* Un basso livello di violenza incorporata; c’è qualche forma di violenza, ma non è necessaria a mantenere gerarchie di dominio. I sistemi orientati alla cooperazione hanno anche gerarchie, ma sono gerarchie relative alla concretizzazione, dove il potere – come vediamo sempre di più mentre tentiamo di muoverci verso la cooperazione – non è potere sugli altri, ma potere di fare e potere con gli altri.

Di nuovo, le culture che si orientano verso il lato della cooperazione possono per altri aspetti essere molto diverse. Possono essere società tribali, come per i Teduray delle Filippine; società agrarie, come per i Minangkabau di Sumatra; possono essere società tecnologicamente avanzate come Svezia, Finlandia e Norvegia.

Voglio sottolineare che l’archeologia, lo studio delle mitologie, gli studi sul DNA, la linguistica e altre discipline stanno documentando ora che per la maggior parte dell’evoluzione culturale umana le società sembrano essersi orientate primariamente sulla bilancia sociale verso la cooperazione.

Non sto parlando solo delle migliaia di anni in cui gli esseri umani hanno vissuto in società che raccoglievano-cacciavano cibo, il che è ormai documentato assai scrupolosamente, sto parlando delle nostre primissime società agricole.

Per esempio, la città turca di Çatalhöyük, dove andando a ritroso di 8.000 anni non vi sono segni di distruzione dovuta a guerre; non vi sono segni di grosse disparità fra abbienti e meno abbienti negli oggetti rinvenuti nelle case e nelle tombe e, come ha notato Ian Hodder (l’archeologo che attualmente sta scavando a Çatalhöyük), questa era una società in cui le differenze sessuali non si traducevano in differenze di status o di potere. (…)

Il nostro compito è inaugurare un’intera nuova visione del mondo in cui le questioni che direttamente hanno effetto sulle vite, e troppo spesso sulle morti, della maggioranza dell’umanità – donne e bambini – siano riconosciute come fattori chiave per costruire un futuro più equo, più sostenibile e più sicuro.

La prima pietra angolare: Relazioni nell’infanzia

Sappiamo dalla neuroscienza che quel che i bambini sperimentano e osservano nelle loro famiglie e nelle altre relazioni precoci interessa niente di meno che il modo in cui il nostro cervello si sviluppa e queste esperienze e osservazione sono direttamente modellata dal grado in cui un ambiente culturale si orienta verso la cooperazione o verso il dominio.

Considerate che quando relazioni familiari basate su violazioni croniche dei diritti umani sono considerate normali e morali, esse forniscono modelli per condonare violazioni simili in altre relazioni. E se queste relazioni sono violente, i bambini apprendono che la violenza di chi ha potere su chi ne ha meno è accettabile nel maneggio dei conflitti o problemi e per mantenere o imporre controllo. Non apprendono questo solo a livello emotivo e mentale, ma a livello neurale.

Questo è il motivo per cui le relazioni nell’infanzia sono così importanti e il motivo per cui abbiamo bisogno di una campagna globale per mettere fine alla pandemia di tradizioni di abuso e violenza nei confronti dei bambini.

La seconda pietra angolare: Relazioni di genere.

Come una società costruisce i ruoli e le relazioni delle due forme base dell’umanità – donne e uomini – non ha effetto solo sulle individuali opzioni di vita per donne e uomini, ha effetto sulle famiglie, sull’istruzione, sulla religione, sulla politica, sull’economia: ciò che consideriamo di valore o non di valore e ciò che crediamo sia morale o sia immorale.

Mentre il movimento globale delle donne si diffonde, più uomini hanno cura dei piccoli, più donne entrano in posizioni guida economiche e politiche, ma è tutto troppo lento. Ci stiamo mettendo troppo anche a cancellare la pandemia globale di discriminazione, abuso e violenza contro le donne che ho documentato in molti miei lavori.

Ciò di cui abbiamo urgentemente bisogno – e, di nuovo, ciò accadrà solo se lo faremo accadere – è una campagna globale per relazioni di genere eque e nonviolente. Ciò ci porta alla terza pietra angolare per costruire una società di cooperazione.

La terza pietra angolare: Relazioni economiche.

Le quattro fondamenta sono interconnesse e si rinforzano reciprocamente, perciò voglio cominciare con i nostri sistemi di valori sul genere e su come la svalutazione delle donne e del “femminile” abbia impatto diretto sulla generale qualità della vita in una società. C’è evidenza empirica di ciò in numerosi studi, i quali confermano come i Paesi che hanno un basso divario di genere sono anche i Paesi che hanno più successo economico.

Una ragione ovvia è che le donne sono metà della popolazione. Ma ce n’è un altra: sino a che metà dell’umanità a cui sono associati valori come cura, compassione e nonviolenza resta subordinata e esclusa dall’amministrazione sociale, così lo saranno questi valori.

Di conseguenza, gli attuali sistemi economici – siano capitalisti o socialisti – non sono capaci di affrontare le sfide senza precedenti che abbiamo di fronte a livello economico, ambientale e sociale. Sia il capitalismo sia il socialismo non solo vengono dall’era industriale, e noi siamo ormai ben avanti nell’era post-industriale, ma entrambi sono emersi in epoche che li hanno orientati notevolmente di più, nel continuum, verso il lato del dominio

Perciò, mentre possiamo voler conservare qualsiasi elemento di cooperazione vi sia nelle teorie capitaliste e socialiste, dobbiamo andare oltre entrambe verso quella che io chiamo “economia di cura”. Capisco che la gente resta allibita nel sentire “cura” e “economia” nella stessa frase, ma non è questo un terribile commento su come siamo stati socializzati ad accettare che i sistemi economici debbano essere diretti da valori insensibili?

Questo deve cambiare e un primo passo per il cambiamento è come misuriamo la salute economica. Perché ora sappiamo che se il valore del lavoro di cura nelle case fosse incluso nel PIL costituirebbe non meno del 30/50% di esso. In effetti, investire nella cura è molto redditizio, non solo in termini umani e ambientali ma puramente finanziari. Le nazioni nordiche erano così povere all’inizio del ventesimo secolo da soffrire di carestie, ma le loro successive politiche di cura furono un investimento chiave: oggi queste nazioni non solo hanno i più bassi tassi di divario di genere, ma regolarmente hanno alti posti in classifica nei rapporti sulla competitività economica del World Economic Forum.

Svezia, Norvegia e Finlandia hanno ora generalmente alti standard di vita per tutti, senza divari enormi fra abbienti e meno abbienti; hanno molta più equità di genere sia nella famiglia che nella società, perciò le donne sono circa metà del Parlamento nazionale. Per quel che riguarda la violenza, sono state pioniere sugli studi di pace e hanno emesso le prime leggi che proibiscono le punizioni fisiche ai bambini nelle famiglie.

Quel che vediamo qui è un forte movimento verso la configurazione della cooperazione – e una grossa parte di questa configurazione avviene perché avendo le donne status più alto queste nazioni danno maggior valore a caratteristiche e attività stereotipicamente femminili come sostegno, nonviolenza, cura; hanno congedi di maternità/paternità pagati generosamente, servizi per l’infanzia di alta qualità e universalmente accessibili; assistenza dignitosa agli anziani e altre politiche di cura. E questa configurazione sociale di cooperazione sostiene uno stile di vita più equo, pacifico, prosperoso e sostenibile. Ciò mi porta alla quarta pietra angolare: perché avreste mai saputo qualcosa di tutto questo dalle nostre narrazioni convenzionali?

La quarta pietra angolare: Narrative e linguaggio.

Le vecchie storie che abbiamo ereditato da tempi di dominio più rigido idealizzano la conquista e la dominazione – di persone o della natura – come mascoline, desiderabili e inevitabili. Queste storie non sono solo incapaci di adattamento, sono inaccurate. Noi esseri umani abbiamo un’enorme capacità di consapevolezza, cura e creatività, ma esse sono inibite o distorte in ambienti che privilegiano il dominio sulla cooperazione.

Per cui sta a noi, a voi, cambiare queste vecchie storie e questo è un tema portante in tutti i miei libri, perché noi umani viviamo di storie!

Dobbiamo anche operare cambiamenti nel linguaggio. Stante la nostra eredità culturale di dominio, non dovrebbe sorprenderci che le sole categorie in cui la nostra lingua descrive le relazioni di genere siano patriarcato e matriarcato. E questo cosa ci dice? Che le nostre uniche alternative sono: o comandano gli uomini o comandano le donne. La lingua che abbiamo ereditato da epoche di dominio più rigido non ha parole per descrivere relazioni di genere egualitarie, e questa è la ragione per cui il nuovo linguaggio della cooperazione è così essenziale.

(Ndt. Quel che io ho tradotto come “cooperazione” si poteva anche rendere come “mutualità”.)

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(estratto da: “Ancient (Egalitarian) Societies, Modern (Women’s) Marches”, un ampio e dettagliato saggio di Liz Fisher per Patheos, 24 gennaio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Gli eventi al giorno d’oggi si muovono velocemente ma hanno anche una qualità “spiraliforme attraverso il tempo”. Sono stata colpita, di recente, dalla sincronia di due nuovi sviluppi: uno che riapre l’interpretazione delle prime culture come devote alla natura e centrate attorno alla Dea, e l’altro consistente in un’impennata nella cultura contemporanea di donne che asseriscono il loro diritto a relazioni di genere egualitarie.

Il primo è stata una recente presentazione all’Università di Chicago, da parte di un prominente archeologo britannico, dei risultati delle analisi sui ritrovamenti di DNA nell’antica Europa neolitica e del loro influsso sul suo sviluppo. Il secondo è stato l’esprimersi attraverso il mondo, durante l’ultimo fine settimana e nel gennaio scorso, di milioni di donne che manifestavano per l’eguaglianza e la giustizia sociale, sostenute da uomini e bambine/i che partecipano alle dimostrazioni.

Chi di noi crede in relazioni di eguaglianza fra tutti i popoli e nella sacralità della Natura si interessa anche nelle antiche culture egualitarie descritte da Marija Gimbutas, una fine e rinomata archeologa. La dott. Gimbutas è stata l’autrice di 20 libri e più di 200 articoli sulla preistoria e sul folklore europei. Era un’autorità sulle incursioni preistoriche di popoli che parlavano l’indo-europeo in Europa, e di come cambiarono le società in loco.

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(Marija Gimbutas)

La dott. Gimbutas ha assemblato, classificato e interpretato circa 2.000 reperti simbolici dai villaggi neolitici in vari siti europei. Ha analizzato le culture patriarcali e le ha confrontate con le società pacifiche che le sue ricerche hanno scoperto nell’Europa dell’est, in Turchia, a Malta e altrove. La dott. Gimbutas sosteneva che le pacifiche comunità della Vecchia Europa, devote a una Dea Madre, erano state invase e violentemente sopraffatte da tribù patriarcali che onoravano un Padre Creatore. Lei la chiamò la “teoria Kurgan”.

Ora è stato confermato dai test sul DNA che i Kurgan adoratori del dio del cielo invasero in effetti le culture della Vecchia Europa. Il dott. Colin Renfrew, archeologo dell’Università di Cambridge e un tempo uno dei più grandi oppositori di Marija Gimbutas ora proclama che le nuove prove relative al DNA vendicano e validano il suo lavoro, almeno per quanto riguarda l’aspetto chiave delle invasioni.

Dice Joan Marler, editrice del secondo importante libro di Gimbutas: “La civiltà della Dea”: “Definendo la Vecchia Europa come fondamento della civiltà europea, e ipotizzando l’inizio del patriarcato come fenomeno successivo, simultaneo all’indo-europeizzazione del continente, la “teoria Kurgan” di Gimbutas sfida la dottrina che sostiene come la dominazione maschile abbia funzionato da storia originario per la civiltà occidentale.”

Nel suo libro “Il linguaggio della Dea”, pubblicato nel 1989, Gimbutas dice: “La Dea in ogni sua manifestazione era un simbolo dell’unione di tutta la vita in Natura. Il suo potere era nell’acqua e nella pietra, nella tomba e nella caverna, in animali e uccelli, serpenti e pesci, alberi delle colline e fiori. Da qui l’olistica e mitopoietica percezione della sacralità e del mistero di tutto ciò che esiste sulla Terra. Pace e nonviolenza erano le caratteristiche di queste culture. Ne “Il linguaggio della Dea” dice ancora: “Questa cultura provava profonda delizia nelle meraviglie di questo mondo. La sua gente non produceva armi letali ne’ costruiva fortezze come fecero i loro successori, neppure quando presero dimestichezza con la metallurgia. Invece, costruivano magnifiche tombe-altari e templi, case confortevoli in villaggi di media entità, e creavano superbe ceramiche e sculture. fu un lungo e durevole periodo di notevole creatività e stabilità, un’era priva di lotte. La loro cultura era una cultura dell’arte.”

Ggantija Temples - Malta

(Malta)

Un’altra fonte di informazione e ispirazione sulla relazione fra antiche culture e preoccupazioni moderne è il lavoro di Riane Eisler, che lei offre sul suo sito “Center for Partnership Studies”. Il suo libro bestseller “Il Calice e la Spada” celebra ora il proprio 30° anniversario ed è stato ripubblicato con nuovo epilogo scritto da Eisler che discute le antiche culture e la loro rilevanza al giorno d’oggi. Altri libri di Eisler, incluso “La vera ricchezza delle nazioni: creare un’economia di cura”, affronta le preoccupazioni di coloro che hanno marciato e si sono organizzati attorno a tali questioni contemporanee. Tutto ciò fornisce lezioni che si collegano a ciò che stiamo attraversando attualmente? Io credo di sì. Ricordo di essere cresciuta con la visione patriarcale monoteistica della religione come l’unica possibile storia sacra. Essa lasciava fuori la femmina, e per estensione me stessa e tutte le donne, da ogni aspetto positivo della storia della creazione.

I corpi femminili erano rappresentati come tentazioni ad allontanare il maschio religioso da dio. La guerra era inevitabile. Poi abbiamo udito una storia diversa, una storia più antica, confermata dalle scoperte di Marija Gimbutas. Ascoltare questa narrazione in presenza di altre persone, mentre sedevamo in circoli spirituali, ha creato uno spostamento di paradigma.

La nuova prospettiva ridava alle donne innocenza (ndt. nel senso di non essere colpevoli in quanto femmine), rispetto di noi stesse e apprezzamento per i processi messi in atto dai nostri corpi sacri. Ci ricordò la nostra responsabilità di impegnarci nella società e nel mondo. Queste narrazioni attraggono anche gli uomini che sono in grado di abbandonare la tradizionale storia di dominio dei maschi sulle femmine e di reclamare le proprie qualità di cura.

Muovendoci in avanti al giorno d’oggi, il 20 e 21 gennaio le marce attraverso tutta l’America del nord e il mondo sono state trasmesse dalle televisioni. Le frasi #MeToo e #TimesUp, come protesta contro l’abuso sessuale delle donne, le avevano in mente molte partecipanti. I cartelli chiedevano anche attenzione alle politiche sull’immigrazione e ai diritti delle persone LGBT. Ai raduni si è chiesto alle donne di presentarsi alle elezioni per le posizioni chiave a ogni livello di governo. Le relatrici hanno affermato i contributi delle donne a diverse istituzioni sociali e alle famiglie. Uno dei fulcri principali delle proteste era il diritto delle donne a controllare i propri corpi.

A me sembra che le prove del DNA confermanti aspetti della ricerca della Prof. Gimbutas, che ci invitano a riconsiderare le antiche società in cui la donna era onorata, e la ripresa del Movimento delle Donne promuovano entrambe azione. Ciò si estende a reclamare la natura sacra di tutta la creazione e il diritto delle donne a partecipare pienamente a tutte le aree della vita sociale.

La prova che sono esistite società pacifiche in cui donne e uomini erano capaci di esistere e di fiorire insieme, in una cooperazione fra eguali, continua a ispirarci. Siamo tutte invitate a continuare a far sentire le nostri voci ovunque e comunque possiamo.

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(tratto da: “Irreparable Human Deficit Looms in Wake of Budget-Cutting Frenzy”, di Riane Eisler e Rene Redwood per AlterNet – www.alternet.org – Trad. Maria G. Di Rienzo)

Un debito finanziario può essere ripagato. Ma il debito che abbiamo con i nostri figli se gli investimenti nei settori della salute, della nutrizione e dell’istruzione sono tagliati diventa irreparabile. Investire nelle strutture umane è essenziale per il successo nell’economia post-industriale, e questo dovrebbe essere il principio economico guida per i nostri politici.

Sta a noi porre le domande difficili: perché ci viene detto che non possiamo alzare le tasse ai ricchi, ma dobbiamo tagliare gli stipendi a insegnanti, infermiere e a chi si prende cura dei bambini? Non c’è alcuna prova che tasse più basse alle corporazioni economiche e ai milionari producano benessere per tutti, o che tagli pesanti ai servizi sociali abbiamo mai aiutato la gente delle nazioni in via di sviluppo a sollevarsi dalla povertà.

E’ vero l’opposto. Sono i paesi come il Canada, la Svezia, la Nuova Zelanda e la Finlandia che impegnandosi ad aver cura delle future generazioni sono passati dalla povertà alla prosperità. Perché ci viene detto che tagliare la spesa sociale è la strada verso la prosperità, quando la nostra passata prosperità era il risultato di politiche opposte?

All’inizio del 20° secolo, eccetto che per i super-ricchi, gli Stati Uniti erano un paese in via di sviluppo. I nostri standard generali di vita erano terribili: i tassi di mortalità, infantile e generale, erano estremamente alti, così come quello di povertà. Allora abbiamo investito nella cura prenatale e dei bambini, abbiamo abolito il lavoro minorile, abbiamo reso obbligatoria non solo l’istruzione primaria ma anche la secondaria. Questi investimenti governativi ed i programmi di assistenza sociale hanno avuto un enorme ritorno per le persone e la nazione.

Oggi, largamente quale risultato della restrizione su tali spese pubbliche, gli Usa hanno il più alto tasso di mortalità materna ed infantile, nonché di povertà, di ogni altra nazione sviluppata. La povertà affligge, nel nostro paese, circa un bambino su sei, il che fa 13 milioni di giovani: una cifra destinata ad aumentare se gli attuali trend continuano. Nel 2009, più di 4 milioni e quattrocentomila madri single hanno guadagnato stipendi inferiori al livello nazionale di povertà e sono state a stento in grado di provvedere ai bisogni di base dei loro figli. Le tipologie dei tagli ora proposti spingeranno noi donne ancora più in basso.

Per contrasto, investire in educazione, salute, cura dei bambini e degli anziani riduce drasticamente la disoccupazione, la povertà, l’assistenza pubblica, le spese per le prigioni – ed allo stesso tempo provvede forza lavoro istruita e più alta base di tassazione. Se possiamo trovare accettabili alcuni tagli nel bilancio dello stato, ve ne sono altri che non possiamo accettare: quelli sulla salute, l’assistenza sociale e l’istruzione.

Questo perché sappiamo che le nostre più importanti risorse sono la nostra gente. Se non investiamo nelle infrastrutture umane non potremo aver successo a livello economico. Abbiamo urgentemente bisogno di una prospettiva realistica a lungo termine su come i deficit nazionali e statali vengono calcolati. Il deficit di capitale umano creato dal tagliare i programmi sociali sarà irreparabile. Invece, i benefici provenienti dall’investimento nelle strutture umane toccheranno individui, famiglie, affari e la società nel suo insieme, accrescendosi generazione dopo generazione.

C’è un vecchio detto: “Un’oncia di prevenzione vale una libbra di cura”. Le nostre priorità dovrebbero essere esattamente quelle che i “falchi” del deficit stanno mandando alla ghigliottina. Tagliare quei programmi è comportamento criminale, non politica sensata.

Riane Eisler è scrittrice e presidente del Center for Partnership Studies – www.partnershipway.org

Rene Redwood è la presidente di Redwood Enterprise – www.redwoodenterprise.com

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Riane Eisler: l’economia di cura. (trad. M.G. Di Rienzo)

La mia visione:

Vedo un mondo guidato da un’economia di cura, dove il maggior investimento sta nel curarsi delle persone e della natura. In questo mondo, il valore del lavoro di cura è insegnato sin dall’infanzia. La scuola insegna a bambini e bambine come prendersi cura di sé, degli altri e della natura.

Occuparsi dei bambini in età prescolare, insegnare nella scuola primaria, ed altre professioni di cura sono in cima alla lista delle priorità, e questi lavori sono assai rispettati e pagati bene. L’educazione fornita dai genitori è pure una delle priorità. La cura dei bimbi nelle famiglie viene sostenuta con deduzioni dalle tasse, con gli stipendi, con congedi parentali pagati, ed una carta di sicurezza sociale per i primi sette anni di vita del bambino, indifferentemente se chi si prende cura di lui è una donna o un uomo.

I posti di lavoro provvedono tempo flessibile, condivisione dell’impiego, ed altri invenzioni di “partnernariato” (partnership). Poiché il valore del lavoro di cura è più riconosciuto, più uomini lo fanno, e donne ed uomini partecipano in egual misura nella forza lavoro formale, ed hanno le stesse opportunità e le stesse responsabilità in casa.

Nel mentre a questo modo la qualità del capitale umano si eleva, lavoratori più capaci, più abili, più attenti contribuiscono ad un’economia più produttiva. Ciò a sua volta permette che più fondi siano disponibili per le politiche di governo e del mondo degli affari relative al sostegno del lavoro di cura. La qualità della vita si alza per tutti.

La cura degli anziani è facilitata da pensioni monetarie adeguate, incluse quelle per chi compie il lavoro di cura. La povertà e la fame sono contrastate efficacemente perché le donne, che oggi sono invece la massa dei poveri del pianeta, vengono ricompensate per il lavoro di cura.

Il mondo degli affari riconosce che i lavoratori, percependo la cura che si ha di loro, sono più produttivi, e che i clienti che provano la stessa cosa sono più assidui. Le compagnie vengono compensate con riduzione delle tasse e altri benefici per le pratiche di cura che mettono in opera.

Poiché la cura è più valutata, le donne hanno maggior rispetto e autorità. Le donne diventano la metà dei parlamentari nazionali e spesso anche i capi del governo, inducendo una vera democrazia rappresentativa. Nel mentre i bisogni materiali, emotivi e spirituali sono sempre più soddisfatti, il crimine, il terrorismo e le guerre diminuiscono. La crescita esponenziale della popolazione mondiale viene fermata dalle donne che hanno libertà riproduttiva, istruzione ed eguali diritti. Il divario fra chi ha e chi non ha si restringe mano a mano che la gente non ha più l’impulso di ammassare ricchezze come sostituti dell’insoddisfatto desiderio di relazioni di cura, di giustizia e di significato. E la spiritualità non è più concentrata su una vita dopo la morte, ma sul costruire un mondo dove la meraviglia e la bellezza latenti in ogni infante possano essere realizzati qui, sulla Terra.

Come ci arriviamo:

L’ostacolo principale non è economico: è culturale. Oggi, il valore del lavoro non pagato delle donne viene stimato attorno agli 11 trilioni di dollari per anno. Noi, negli Usa, paghiamo gli idraulici (quelle persone a cui affidiamo i nostri tubi) 50/100 dollari l’ora. Ma le babysitter (quelle persone a cui affidiamo i nostri figli) sono pagate una media di 10 dollari l’ora.

Abbiamo ereditato un doppio standard economico che svaluta tutto quanto è stereotipicamente associato alle donne e al “femminile”, nelle donne e negli uomini. Ciò va ad interessare in modo diretto le misurazioni economiche, le politiche e le pratiche.

Invece di tentare di rappezzare un sistema che non sta funzionando, vediamo di usare la presente crisi economica per lavorare ad un sistema che soddisfi i bisogni umani. Compiere questi cambiamenti non sarà facile. Ma ognuno di noi può mettere in moto una piccola onda che culminerà nella “rivoluzione che ha cura”, e trasformerà le nostre vite e il nostro mondo.

Ecco cosa potete fare per creare una differenza:

Votate per politici che sostengano i valori di cura;

Correte voi stesse/i come candidate/i, con un programma di economia di cura;

Chiedete si dia più valore alla cura ai politici già in carica;

Proponete che standard per le politiche di cura vengano incluse negli statuti delle corporazioni economiche, e che la conformità agli standard sia requisito essenziale per l’iscrizione alla Camera di Commercio ed altre associazioni simili;

Comprate dai produttori che hanno politiche di cura del loro personale, dei consumatori e dell’ambiente;

Sostenete e partecipati ai movimenti che lottano per l’innalzamento dello status delle donne in tutto il mondo;

Cambiate l’usuale conversare sull’economia includendo le parole “di cura”, “che ha cura”. Chiunque può parlare dell’economia di cura a casa, al lavoro, alle feste, alle assemblee, nelle scuole e nelle università e negli spazi pubblici. In questo modo, onda dopo onda, possiamo costruire insieme il momento chiave per una reale trasformazione culturale, una “rivoluzione che ha cura” non solo in economia, ma in tutti gli aspetti delle nostre esistenze.

(La dott. Riane Eisler è sociologa, storica, co-direttrice del Center for Partnership Studies, ecc. Il suo ultimo libro, dell’anno scorso, si intitola “La vera ricchezza delle nazioni: creare un’economia di cura”. In Italia è nota per “Il calice e la spada”)

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