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Posts Tagged ‘responsabilità’

8 febbraio 2020: Bologna, violentata a 14 anni dal ragazzo conosciuto in chat. La ragazzina è stata ricoverata al Sant’Orsola.

“La ragazzina avrebbe raccontato di aver conosciuto il ragazzo più grande, già maggiorenne, su un social network. Tra una chiacchiera e l’altra, i like, il commento alla foto con il cuoricino, tra i due sarebbe nata quella che lei aveva considerato una tenera amicizia. E così aveva acconsentito a incontrare il giovane, per un appuntamento. Pensava si sarebbero baciati, era pronta. Ma non voleva andare avanti. E quando lui l’ha spinta in un angolo appartato, andando ben oltre le parole dolci, lei ha provato a ribellarsi. Ma la paura era troppa. E ha subìto.”

9 febbraio 2020: Salerno, 14enne umiliata e costretta a ferirsi, l’ex 21enne a processo per stalking.

“Stando alle indagini dell’organo inquirente, il ragazzo avrebbe molestato la sua fidanzata, di 14 anni, dunque anche minorenne, in modo da cagionarle un perdurante stato di ansia e di paura, oltre a farle temere per la propria incolumità. Uno schema classico, configurato in un’accusa di stalking, ma con condotta perdurante, che sarebbe sfociato anche in atti di autolesionismo della vittima, incapace di reagire ai modi di fare del fidanzato. (…) In qualche occasione, sarebbe arrivato anche a picchiarla, non solo in luoghi pubblici, ma anche alla presenza di altre persone. Il reato di stalking si sarebbe però consumato anche attraverso i social, con numerosi messaggi inviati utilizzando WhatsApp o Facebook. Offese e insulti ingiustificati, al punto da esercitare però sulla stessa un’attività di controllo e di forte condizionamento psicologico.”

Lasciamo pur perdere la prosa involuta (soprattutto del secondo brano) e il biasimo rivolto alle vittime per non essere riuscite a proteggere se stesse (dal tono compassionevole nel caso bolognese e più netto – “incapace di reagire” – nel caso salernitano). Se due episodi di questa portata raggiungono la cronaca in due giorni, quanto in realtà è diffusa in Italia la violenza di genere nelle relazioni fra adolescenti e giovani?

Tenete conto che l’età si aggiunge ai consueti ostacoli posti davanti a una donna investita dalla violenza per farla stare zitta (lo hai provocato, non sei credibile, ci stavi, cosa ci facevi là, ecc.), perché un’adolescente può non sapere bene a chi rivolgersi o temere che i suoi genitori scoprano la faccenda più di quanto tema il dover continuare a soffrire. Inoltre, molte aree della sua vita sono largamente al di fuori del suo controllo: dove vive e dove va a scuola, a che attività extrascolastiche partecipa, la sua mobilità. Se incontra tutti i giorni il suo tormentatore in classe o sull’autobus che ve la conduce, non è che smettere di studiare sia una soluzione e però la situazione non le offre modi di “reagire”.

girl alone

Uno studio universitario del 2019 (pubblicato da JAMA Pediatr., a cura di Avanti Adhia, Mary A. Kernic, David Hemenway ed altri) definì la violenza nelle relazioni giovanili, per la sua portata, “un’istanza di salute pubblica che dovrebbe esser presa sul serio”. Pur facendo riferimento al territorio statunitense, le conclusioni dei ricercatori sugli effetti che esse hanno sulle singole persone sono ampiamente generalizzabili: gli abusi possono sfociare in ansia, depressione, uso di stupefacenti, disturbi alimentari, autolesionismo, desiderio di morire o suicidi veri e propri. In più, “Queste relazioni gettano le basi per le relazioni future” (Avanti Adhia).

E’ vero che non sappiamo come andasse alle persone menzionate nel trafiletto sottostante quando erano adolescenti, ma esso esemplifica bene il “futuro”:

9 Febbraio 2020: Itri, botte alla moglie, uomo arrestato dai carabinieri.

“A causa di una lite per futili motivi stava aggredendo e minacciando di morte la donna, tanto che le urla provenienti dalla casa hanno indotto i vicini a chiedere l’intervento dell’Arma.”

Noi possiamo inventarci “codici” legislativi di ogni colore disponibile sullo spettro – e questo NON CAMBIA. Non cambia perché la società italiana nel suo complesso la violenza di genere la vede ma non vuole analizzarla, non vuole prendersene responsabilità e reagisce con fastidio a qualsiasi intervento che non comporti richieste di castrazione chimica (soprattutto per migranti) e di inasprimento delle pene: all’intervento televisivo in materia di Rula Jebreal è stato rimproverato di non aver avuto un “contraddittorio”, perché tutto è opinione e forse bisognava metterle accanto un epigono di Jack lo Squartatore che dicesse quant’è bello umiliare, pestare, violare e infine fare a pezzi degli esseri umani – le donne.

Non è che la violenza contro le donne sia un argomento come un altro – è piuttosto costantemente normalizzata, pervasiva nella vita quotidiana e talmente presente nei prodotti di intrattenimento da divenire semplice intrattenimento anch’essa.

In che modo pensiamo di sostenere lo sviluppo fra i giovani di relazioni rispettose e nonviolente – cosa che ha in effetti il potenziale di ridurre la violenza e di prevenire i suoi effetti a lungo termine sulle persone, sulle loro famiglie e sulle loro comunità di appartenenza – se gli adulti da cui questi giovani imparano continuano a muoversi fra i modelli “bella troia / brutta troia” e “stronzo è figo”, a volte sostenendo persino che la grezza imbecillità che santifica la violenza sia arte?

Maria G. Di Rienzo

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Il “biasimo della vittima” è l’espressione della convinzione che chi subisce un abuso qualsiasi sia, in toto o in parte, responsabile per ciò che è accaduto. E’ molto forte nei confronti delle vittime di violenze sessuali (giacché in maggioranza costoro sono donne e il biasimo trae alimento dal sessismo e dalla misoginia) ma in effetti, in Italia, il biasimo della vittima entra ormai come fattore di peso in qualsiasi dibattito / controversia – senza essere minimamente riconosciuto per tale e rigettato. La tendenza a dar la colpa a chi ha patito un danno, anziché a chi quel danno ha provocato, cresce in un determinato territorio quando la sua popolazione è in uno stato di allerta sociale a causa di minacce percepite o reali e questo è giusto il caso del nostro Paese.

Il biasimo della vittima ha un profondo e devastante impatto su chi sopravvive alla violenza, perché il processo di guarigione comincia proprio quando una/un sopravvissuta/o narra a voce alta le proprie esperienze: racimolare il coraggio per dire la verità e poi veder negata tale verità – con accuse varie che scandagliano il comportamento e le intenzioni “nascoste” delle vittime e con l’asserzione che esse avrebbero “frainteso” le azioni loro dirette – costituisce un ulteriore trauma.

Il supposto “fraintendimento” è la cifra del dibattito che circonda, per esempio, la vicenda della scuola elementare di Foligno accaduta in questi giorni: un maestro supplente umilia in particolare i suoi alunni di colore (ma sembra adottare comportamenti di abuso nei confronti dei bambini in modo generalizzato). Nella fattispecie, costringe un bimbo di origine nigeriana a dare le spalle al resto della classe dichiarando che “è troppo brutto per essere guardato in viso” e dà della “scimmia” alla sorellina di costui. Pare – lo verificheranno le indagini – che gli insulti e le beffe fossero costanti.

Di fronte alle proteste il maestro in questione, Mauro Bocci, segue uno schema che è diventato come dicevo consuetudinario e comporta:

1. Il posare da vittima. Il signore dichiara di non essere stato capito e ne consegue che i bambini, i loro genitori e noi opinione pubblica siamo un po’ scemi e non possiamo fidarci ne’ del nostro intelletto ne’ delle nostre sensazioni;

2. Il posizionarsi in una posizione superiore rispetto alle vittime reali. Il signore suggerisce la motivazione principale di questa incomprensione da parte nostra: lui è un genio, come educatore, infatti stava mimando il razzismo per compiere un “esperimento sociale” (di cui non aveva avvisato nessuno, ne’ direzione scolastica ne’ genitori, ma perché mai l’Einstein della formazione dovrebbe rispondere alle regole che valgono per i comuni mortali?).

3. Il ripulire i propri spazi mediatici. Prima che le loro azioni strabordino in abusi fisici, spesso i perpetratori si allenano sul web sentendosi protetti e invulnerabili dietro la tastiera. Quando sono sotto i riflettori cercano di cancellare “i vecchi post più volgari e razzisti” e poi chiudono del tutto le loro pagine (come riportano i quotidiani a proposito del sig. maestro).

4. Lo spostare il focus dalle azioni compiute alle intenzioni che le avrebbero animate. In questo caso della riverniciatura si occupa il legale del maestro: “Le sue intenzioni erano diametralmente opposte alle accuse di razzismo. È il suo profilo a dirlo. È un padre di due bambini, ha anche una nipotina adottata di altra nazionalità e una certa sensibilità proprio verso i temi che riguardano la sfera umana.”

Il quarto punto vi è molto familiare, vero? I padri, dall’inizio dei tempi, non hanno mai usato violenza, non hanno mai abusato dei loro figli, non hanno mai malmenato – stuprato – ucciso donne. Se hanno contribuito a mettere al mondo delle creature devono essere per forza sensibili come delicate fronde di felce. Figuriamoci se il padre in questione, che ha persino una nipotina straniera (e non ha ancora sputato in faccia ne’ a lei ne’ ai parenti che l’hanno adottata, è un santo!), può essere razzista, andiamo.

Sinceramente, però, a me di dare un’esatta definizione e misura del razzismo di questa persona importa poco. Io rigetto e biasimo le sue azioni, non la sua persona, perché le sue azioni hanno causato dolore in altri esseri umani. Dovrebbe bastare a chiedere scusa – e basta, non “chiedo scusa ma non mi avete capito”, non “chiedo scusa ma sono un genio dalla profonda sensibilità che stava operando un esperimento sociale”, piuttosto: “Chiedo scusa, ho sbagliato, intendo riflettere e impegnarmi affinché ciò non si ripeta mai più.”

Riconoscimento dei propri errori, rispetto per i propri simili, assunzione di responsabilità. Avrei aggiunto empatia, ma probabilmente sarebbe chiedere troppo.

Maria G. Di Rienzo

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Ho capito. Il giornalismo italiano non ha compreso in passato, non comprende al presente e non comprenderà in futuro la formazione a: genere e violenza di genere, femicidi / femminicidi, violenza domestica, sessismo. Gli articoli che al 9 dicembre trattano dell’assassinio a colpi di pistola di Vincenza Palumbo e dei suoi due bambini di 6 e 4 anni, da parte del marito che si è poi suicidato con la stessa arma, lo confermano. Ma scusatemi: almeno la logica elementare potrebbe entrare in cronaca? Esempio preclaro da La Repubblica:

Titolo – “Catania, tragedia della follia: uccide la moglie e i due figli piccoli, poi si spara” – E’ impazzito, ha ammazzato moglie e figli e si è ammazzato, giusto? L’occhiello informa che nella casa sono stati “trovati farmaci antidepressivi”.

Ecco, pensa chi legge, era depresso, la depressione è diventata raptus ed è finita così: però dovrebbe leggere l’articolo per intero per venire a conoscenza del fatto che non si sa ancora a chi appartenessero i farmaci, essere medico o fare ricerche per sapere che depressione e raptus non sono in rapporto diretto di causa/effetto e essere, come l’articolista, un “paragnosta figlio di paragnosta” per essere sicuro che la vicenda sia una “tragedia della follia”: allo stato attuale delle indagini non è possibile dirlo.

Incipit dell’articolo, sottolineature mie – “Tragedia della follia a Paternò, grosso centro in provincia di Catania. Un consulente finanziario di 34 anni, Gianfranco Fallica, in preda a un raptus innescato sembra dalla gelosia o dalle difficoltà economiche, ha sterminato la famiglia e si è ucciso.”

Ripeto, che l’individuo fosse folle non è stato diagnosticato da nessuno. Però l’unica cosa presentata per certa è il “raptus”: che lo scatenino la gelosia, le difficoltà finanziarie, la multa per alta velocità, la visita della guardia di finanza in ufficio o una pernacchia vagante non ha importanza, anzi, ai fini del risultato è equivalente. Capite, se un uomo è depresso per qualsiasi motivo, qualsiasi motivo ulteriore di stress lo condurrà all’omicidio di moglie e figliolanza. Una prece.

Paragrafo di “approfondimento” (le virgolette sono obbligatorie, visto il testo) dal titolo ‘Lo strazio dei parenti’ –

” “Maledetto maledetto. Cosa gli hai fatto…”. Una voce di donna squarcia il silenzio di via Libertà: è quella della mamma di Vincenza Cinzia Palumbo.” Questa è l’unica menzione dei parenti della moglie uccisa, per la precisione di una sola parente, la madre, ridotta al ruolo di prefica ululante. In mezza riga, all’inizio, è stato attestato che quella stessa moglie era casalinga e occasionalmente aiutante nel ristorante della famiglia d’origine. Ed è tutto, su di lei, TUTTO. Un’altra vittima predestinata, perché donna, e quindi identica alle cento e mille venute prima di lei, qualcuno su cui non c’è niente da dire. La sua morte è persino noiosa, visto come si ripetono a oltranza decessi simili, non vorrete mica che un giornalista si interessi a quella che era la sua vita?

Per l’assassino/suicida invece, parte il lungo pistolotto della “testimonianza” del cugino, con reminiscenze dell’infanzia e lacrime sul ciglio. In sequenza, siamo informati che Gianfranco Fallica era:

un ragazzo d’oro,

un grande lavoratore,

molto legato alla famiglia,

– anzi, di più, tutto dedito alla famiglia,

una persona splendida,

un bravo ragazzo.

Inoltre il suo parente non ha mai avuto l’impressione che fosse geloso della moglie e non crede proprio che fosse depresso.

Ne consegue che, come anche il sindaco di Paternò – ove il fatto è accaduto – ripete, si tratta di “una tragedia inspiegabile”. Pensoso, nel finale, sempre il sindaco si chiede “cosa scatta nella mente per compiere un gesto del genere”.

Il fatto è che da decenni attiviste, ricercatrici, femministe, autorità accademiche di sesso femminile (e non) continuano a spiegare non solo perché succede, ma cosa si potrebbe fare per evitare che succeda. Purtroppo, l’azione di contrasto alla violenza comporta per gli uomini individualmente e per la società nel suo complesso l’assumersi responsabilità. E questo non può essere preso in considerazione in assoluto, è roba da “odiatrici di uomini” e “femminaziste” e maledette puttane linguacciute. Così, mentre loro si lambiccano sulle tragedie inspiegabili e lamentano i raptus, noi continuiamo a morire e a morire e a morire.

Maria G. Di Rienzo

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Sono interrogatori, ma assomigliano spesso a sfoghi, se non a sedute psicoanalitiche, dove i ruoli di omicida e pm sfumano in qualcosa di più «umano» e la pubblica accusa si accomoda e ascolta per avere spiegazioni in un delitto che appare inspiegabile.”

Come probabilmente avrete capito, la citazione da un articolo di giornale si riferisce al recente omicidio (previa tortura) di Luca Varani da parte di Marco Prato e Manuel Foffo. E’ una citazione integrale, per cui le “spiegazioni in” che sarebbero “spiegazioni su o spiegazioni di” non sono mia responsabilità. Ma è di quest’ultima che vorrei parlare un attimo.

Il termine responsabilità è, stando al vocabolario Treccani: “il fatto, la condizione e la situazione di essere responsabili” e deriva dal latino respòndere, cioè rispondere – in generale delle proprie azioni e delle loro conseguenze.

A sua volta, respòndere viene da un altro verbo, spòndere, che era usato nel diritto romano arcaico (e solo per i cittadini romani) per i cosiddetti “giuramenti promissori”: “Ti impegni a fare / a non fare questo?” “Spòndeo” – “Lo giuro solennemente.”

Non occorre essere filosofe/i per capire che l’assetto in cui si verbalizzano i concetti succitati è un contesto sociale. Sentirsi responsabili delle proprie azioni (esserlo non è in discussione) è possibile solo quando si sia consci di appartenere a una comunità umana (nel bene e nel male: “Sono un uomo: nulla che sia umano mi è estraneo”, Terenzio, Heautontimorumenos), da cui dipendiamo per la sopravvivenza e in cui le nostre azioni si danno. Tolte le poche cose che possiamo fare in totale solitudine, la comunità umana e l’ecosistema che la sostiene costituiscono lo scenario indispensabile per la realizzazione dei nostri desideri e ambizioni e per il raggiungimento delle nostre gratificazioni. La comunità umana, come gli esseri che la compongono, non è – e non può essere – “perfetta”, ma di sicuro è migliorabile: almeno, così pensavano, pensano e penseranno tutti gli individui coinvolti in movimenti per il cambiamento sociale, rivoluzioni e correnti di pensiero tese al mutamento dello status quo.

Ciò detto, che Marco Prato e Manuel Foffo siano responsabili di sevizie e omicidio nei confronti di un’altra persona non c’è dubbio. L’evidenza probatoria è inconfutabile, sono rei confessi e hanno spiegato le loro azioni con la volontà di provare “il piacere di uccidere” per sentirsi “superiori a tutto e a tutti”. Che si sentano responsabili, stante il tenore di queste dichiarazioni, appare assai improbabile. Avessero avuto il concetto di responsabilità in mente si sarebbero mossi, durante tutto l’arco delle loro vite, in modi differenti. Ma da almeno una trentina d’anni il concetto è di fatto assente nella cultura italiana (e ciò comprende politica, amministrazione pubblica, contenuti dei media, scuole, ambiti lavorativi, modalità relazionali). Prato, Foffo e la loro vittima Varani sono abbastanza giovani per essere nati e cresciuti in un contesto che esalta l’individualismo estremo, per cui ogni interesse è accentrato su di sé e si ignorano e trascurano interessi e problemi altrui: praticamente la definizione generale che il dizionario dà alla voce “solipsismo”.

L‘Italia attuale ha come cittadini parecchi milioni di individui convinti di essere il centro dell’universo, difesi a spada tratta dai loro genitori / parenti / amici – e da sedicenti giornalisti – quando fanno i bulli, molestano, stuprano o uccidono, tesi all’immediato godimento di qualsiasi desiderio senza la minima riflessione su cosa la realizzazione di quest’ultimo possa comportare per altre persone, legittimati da migliaia di messaggi quotidiani che dicono loro “non c’è futuro, c’è solo il presente in cui ti prendi quello che vuoi, subito, frega e non farti fregare, non c’è niente oltre a questo”.

Naturalmente poi entrano in gioco le nostre differenze individuali, per cui non tutti/e reagiamo allo stesso modo di fronte agli stessi stimoli, e l’influenza che esercitano le persone a noi più “vicine” (per legami di parentela o amicizia, o perché le ammiriamo ecc.), di modo che molte/i di noi sono in grado e hanno la precisa volontà di mettere in discussione gli stimoli che ricevono, ma i risultati di questo stato di cose sono visibili ogni giorno in cronaca: nepotismo politico-economico, corruzione, brogli, truffe, denaro pubblico che diventa privato, impiegati che timbrano in mutande e poi invece di andare al lavoro vanno a spasso: perché non dovrebbero mentre i loro superiori smistano mazzette con la velocità di un croupier?, suicidi di adolescenti “bullizzati”, violenze di ogni tipo contro qualsiasi individuo o gruppo percepito come marginalizzato / inferiore (anziani, malati, bambini, donne), omicidi. Ridurre il problema a una condizione psicotica di pochi, anche nei casi in cui le azioni sono effettivamente “carburate” da alcolici e droghe pesanti, è chiudere gli occhi di fronte alla realtà e distogliere lo sguardo non è un metodo che risolva qualcosa. Per esempio, andare in televisione a magnificare l’eccellenza di un figlio che ha appena massacrato un suo simile, minacciando di querele chiunque oserà dire il contrario, non aiuta.

Il giornalismo nostrano, che quando si definisce “d’indagine” misura le camicie dei premier e prende nota del colore dei calzini dei giudici, è perfettamente in accordo all’andazzo generale: egoismo santificato e “estetica”, immagine e lacrime di coccodrillo, sensazionalismo, ricerca spasmodica di qualcosa che giustifichi l’offensore qualsiasi sia il reato da costui commesso.

clean up

(Bambino viziato: “Uaaah! Perché devo pulire la mia stanza? Altri bambini hanno camere in disordine! A chi fa male? Pulirò più tardi!” Frigna…

Uomo inquinatore: “Uaaah! Perché devo pulire le mie emissioni? Altra gente produce emissioni tossiche! A chi fa male? Pulirò più tardi!” Frigna…)

Marco Prato, definito “Il bel ragazzo gay, 29 anni, pr di feste nel giro omosessuale che conta nella capitale.” o “Il bel pr”, manifesterebbe per esempio “disagio e angoscia”: “Famiglia borghese, laurea in Scienze politiche alla Luiss e un master di marketing a Parigi”. Patimenti unici, che sicuramente lo hanno spinto a torturare e uccidere. Quando io terminai le scuole medie chiesi di poter frequentare il liceo linguistico (all’epoca era privato) ma i miei genitori risposero che PER ME quei soldi non c’erano: era mio fratello che ne aveva bisogno per studiare e infatti non si è mai laureato… Risultato? Stranamente, non ho mai seviziato o assassinato nessuno e sono una formatrice alla nonviolenza.

La stampa ci informa, inoltre, che Prato “soffriva terribilmente per la sua condizione omosessuale, tanto da desiderare ardentemente di operarsi per diventare una donna. Un sogno mai realizzato perché osteggiato dalla famiglia.” Sono del tutto consapevole dei travagli affrontati dalle persone transessuali (la condizione non è intercambiabile con l’omosessualità, tra l’altro), ho solo alcune piccole perplessità: 1) Prato era maggiorenne e non necessitava di permessi dai familiari per intraprendere il percorso relativo al cambio di sesso, se era davvero questo che desiderava; 2) trovo difficoltoso immaginare uno che “soffre terribilmente” far di mestiere l’organizzatore di feste per gay ricchi, spararsi in due giorni 1.000 euro di cocaina insieme con l’amico e premeditare un omicidio “per provare il brivido”.

Poi abbiamo Manuel Foffo, 30 anni, studente di Giurisprudenza fuoricorso, attualmente impegnato in modo ossessivo a dichiarare la propria non-omosessualità agli inquirenti, nonostante il video che lo ritrae durante una sessione di sesso orale con Prato e “i giochi a tre fatti al decimo piano di via Iginio Giordani.” Secondo il suo avvocato difensore, nonché amico di famiglia, nelle sue deposizioni “Manuel ha delineato un rapporto molto doloroso, difficile, conflittuale con (il) padre.”

Volevo uccidere mio padre, forse per questo ho combinato tutto questo, volevo vendicarmi di lui.”, è una delle frasi che Foffo ha detto e su cui si basa il giudizio suddetto. Ma quali atti paterni meritavano, secondo il figlio, vendetta e morte? Eccoli qua: “A 18 anni ha regalato a un altro il mio motorino che ho amato tanto. Poi volevo una Yaris, ma lui mi diceva che era poco resistente. Ho un forte risentimento verso di lui perché entrambi vogliamo avere ragione.” A me, più che dolore, sembrano le rimostranze di un marmocchio viziato.

Fra i miei venti e trent’anni mia madre ha dato via, pezzo dopo pezzo, tutto quel che avevo conservato della mia infanzia senza il mio consenso: libri, giocattoli, persino l’anello che era il regalo della prima comunione. “Tanto a te non serve.”, era il suo ritornello: dovete sapere che nel 1980 e nel 1983 erano nate le bambine del suo adorato figlio maschio che venivano, in virtù di tale adorazione, omaggiate un giorno sì e l’altro anche di brandelli della mia storia (l’anello andò invece a una cugina a cui i miei genitori dovevano fare un regalo, così risparmiarono fatica e soldi). Persino una dei miei gattini fu regalata, sempre senza il mio consenso, a una nipote troppo piccola per averne cura e come risultato quella creatura che io amavo finì sotto un’automobile un paio di settimane dopo. Quanto a chiedere qualcosa (non una Yaris, figuriamoci, l’automobile è stata comprata a mio fratello come “dote” per il suo matrimonio…) ho imparato in tenera età che la risposta era nel 99% dei casi NO con aggiunta colpevolizzazione, per cui ho smesso di chiedere molto presto. Sospetto che anche il mio rifiuto di essere allattata quando avevo cinque mesi avesse a che fare con il rigetto che percepivo provenire da mia madre.

Ciò che mio padre – e mia madre come vittima/carnefice – hanno fatto della mia famiglia d’origine è un po’ troppo lungo, violento e repellente per essere narrato qui, ma posso dire con cognizione di causa che un “forte risentimento” per entrambi da parte mia sarebbe pienamente giustificato. Tuttavia, non ho mai vagheggiato di ucciderli, ne’ di uccidere terzi per “vendicarmi” di loro. Non sono più buona di Manuel Foffo. Non ero più buona di lui alla sua età: ma l’epoca in cui sono stata giovane aveva un contesto culturale del tutto differente in cui esistevano spazi che mi hanno incoraggiata alla consapevolezza e quindi alla responsabilità, che hanno preso per mano il mio desiderio di un mondo migliore per tutti e quindi anche per me, che hanno incanalato e trasformato rabbia e angoscia nell’impegno politico e sociale.

Qualcuno dei sedicenti giornalisti summenzionati ha scritto che Prato e Foffo con il loro omicidio organizzato volevano “sfidare il male”. No, mi dispiace. Il “male” lo stanno sfidando altri esseri umani, uomini e donne, che non si arrendono di fronte all’ingiustizia, alla miseria, alla menzogna e alla violenza: ne conosco un bel po’ e sono, nel mio piccolo, una di loro. Maria G. Di Rienzo

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