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Posts Tagged ‘relazioni’

Alla fine di febbraio ho cominciato a seguire “Hyena” solo per vedere di nuovo in azione Kim Hye-su (https://lunanuvola.wordpress.com/2019/12/10/il-sentiero/). Immaginavo, dato il contesto – avvocati di lusso per gente di lusso con conseguente manipolazione della legge a favore dell’1 % della società – che nonostante la statura professionale dell’attrice mi sarei annoiata presto e avrei lasciato perdere. Sicuramente, pensavo anche, avrebbe contribuito ad allontanarmi il consueto noiosissimo romanzetto amoroso fra i due protagonisti principali: sapete, lei di umili origini e lui nato con il cucchiaio d’oro in bocca (come dicono i coreani, produttori della serie), la povera donzella che subisce ogni insulto rispondendo con un timido sorriso e affogando nell’amore sacrificale l’arroganza, la maleducazione e il sessismo del nobile giovanotto.

shut up

Invece no. Questa donzella, ovvero il personaggio dell’avvocata Jung Geum-ja che Kim Hye-su interpreta, morde – letteralmente e metaforicamente. Della storia pesantissima di violenza domestica che ha alle spalle porta addosso cicatrici sensibili nell’animo e fisiche sul corpo, ma da essa non è stata ne’ spezzata ne’ vinta e neppure ha permesso a detta esperienza di definirla come persona.

E’ incline a uscire dal seminato legale per ottenere risultati, temeraria, spregiudicata, spesso etichettata come “spietata” per una condotta che se riferita a un collega di sesso maschile sarebbe esaltata come assertiva e scaltra e, in pratica, invincibile in tribunale. Ogni volta in cui qualcuno tenta di “rimetterla al suo posto” ricordandole che proviene dai ranghi più bassi della comunità o che in fondo è solo una donna, l’avvocata se ne infischia e riporta l’interlocutore sul merito più abbietto: quanti soldi costui vuole perdere o guadagnare, quanti lei stessa ne guadagna o perde a seconda della situazione.

La storia d’amore c’è ma, finalmente, assume caratteri inusuali per gli sceneggiati coreani (e per gli sceneggiati in genere). Jung Geum-ja mette in scena un’elaborata trappola emotiva in cui far cadere l’avvocato Yun Hee-jae (interpretato da Ju Ji-hoon, che forse conoscete come il principe affogato in orde di zombies di “Kingdom”) al solo scopo di ottenere informazioni riservate da usare contro di lui in una causa legale. Una volta ritrovatisi in tribunale, la “finta” relazione fra i due si chiude obbligatoriamente, sebbene lasci strascichi in entrambi. Un po’ di fans del personaggio maschile stanno lamentando online la triste sorte del “sedotto e abbandonato”, cosa che mi lascia perplessa visti i picchi di maleducazione e malizia che costui raggiunge sovente. A volte lo trovo così insopportabile da saltare le scene non appena comincia a sfoggiare sarcasmi da quattro palanche e scortesia.

Alcuni particolari che mi hanno invece deliziata: 1) il modo di muoversi sciolto e libero di Jung Geum-ja e le posture che il suo corpo assume. Quando sta seduta a gambe larghe di fronte a vezzose ed eleganti signore e impettiti signori è semplicemente fantastica; 2) la scena in cui Jung Geum-ja è appena uscita dallo shock della visita inaspettata del proprio padre violento, rilasciato dalla prigione, e l’avvocato Yun Hee-jae la invita a “usarlo” per trovare conforto, dicendo che quello è ciò che lei sa fare meglio. L’avvocata non ci pensa due volte, lo afferra per i vestiti e prima di baciarlo dice: “Questa notte non è mai esistita”; 3) il brano della colonna sonora che chiude ogni puntata: eccolo qui.

Yeo Eun – Hyena (Hyena OST Part 1)

https://www.youtube.com/watch?v=dLDBV4kIfI4

La mia testa, la mia testa

sta ronzando di nuovo

Il cielo grigio

sta ruotando di nuovo

Sono sempre stata sola sin dall’inizio

per cui non so neppure cosa sia la solitudine

Mi sto guardando in giro un’altra volta stanotte

Occhi spalancati in cerca di preda

Tu dici

no no no no non intrappolare me

Persino sui campi secchi

cade la pioggia

Tu dici

no no no no non intrappolare me

Il sole splende, è un’alba abbagliante

Io sto mirando ai cuori che tremano

Non sarò sconfitta, sto mordendo forte e in profondità

nascondendomi nell’ombra scura

Il mio cuore, il mio cuore

sta battendo forte di nuovo

Il cielo grigio

sta ruotando di nuovo

Io ero al livello più basso sin dall’inizio

perciò non so neppure cosa sia l’essere insudiciata

Sto annusando in giro ancora una volta stanotte

Occhi spalancati in cerca di preda

Tu dici

no no no no non intrappolare me

Persino sui campi secchi

cade la pioggia

Tu dici

no no no no non intrappolare me

Maria G. Di Rienzo

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Galina Angarova

“Come in molte altre culture indigene, il sacro femminino gioca un ruolo centrale nella visione cosmologica della mia gente, i Buryat (Buriati – Russia), ed è espresso tramite le nostre relazioni, le nostre storie e i nostri modi di vivere. Io provengo da quella che originariamente era conosciuta come società matrilineare. Eravamo le famose guerriere della foresta, riverite come eccezionali cacciatrici e combattenti. Molti di questi tratti sono ancora visibili oggi nelle donne del mio clan. Forti, indipendenti, determinate, indefesse lavoratrici – e anche, a volte, cocciute e chiassose.

Io sono cresciuta con le storie di mia nonna, che nella nostra lingua incapsulavano la saggezza dei nostri antenati. Ognuna insegnava un aspetto della vita: relazioni con le entità naturali come le piante, i fiumi e le montagne, o con esseri come animali, spiriti, antenati, o come maneggiare la condizione umana.

Oggi, viviamo in un mondo in cui maschile e femminile sono sbilanciati. Questo sbilanciamento si manifesta nel modo in cui ci rapportiamo l’un l’altra, nel modo in cui governiamo, nel modo in cui cresciamo i bambini, nel modo in cui facciamo affari. Poiché il sacro femminino è stato disprezzato, assalito e violato, stiamo fronteggiando le conseguenze dello sbilanciamento: ingiustizie, diseguaglianza di genere e etnica, povertà, cambiamento climatico.

Dobbiamo restaurare l’equilibrio fra il mascolino e il femminino. Nella visione del mondo dei Buryat il nostro pianeta, i nostri terreni e il nostro ambiente sono la manifestazione definitiva del sacro femminino. Senza un cambiamento nella nostra consapevolezza continueremo a ripetere gli stessi errori, a sfruttare e distruggere la Madre Terra senza capire che ne siamo parte. Tutti veniamo dal suo grembo, tutti veniamo dal sacro femminino ed è nostro dovere rispettarlo e proteggerlo.”

Galina Angarova (in immagine), direttrice esecutiva di Cultural Survival, organizzazione non profit che lavora per i diritti dei popoli indigeni (trad. Maria G. Di Rienzo), gennaio 2020.

Sempre suoi i seguenti brani tratti dal podcast “Why Preserving Cultural and Language Diversity is Vital to Protecting Biodiversity: An Interview with Galina Angarova”, di Kamea Chayne per Green Dreamer, 23 marzo 2020.

“La diversità di linguaggio è estremamente importante per la protezione della biodiversità, perché quei termini esistono nelle lingue native. La sapienza tradizionale sulla protezione della biodiversità esiste in quelle lingue. Se le perdiamo, la conoscenza scompare con esse.”

“La semplificazione del concetto di ricchezza ha condotto al convincimento che il danaro sia l’unica soluzione, ma vi sono molteplici soluzioni per mantenere il nostro spazio su questo pianeta essendo in relazione e in equilibrio con esso. Noi diamo valore all’avere una moltitudine di relazioni.

Questo è il motivo per cui quando preghiamo, preghiamo per tutte le nostre connessioni e relazioni nel mondo. Preghiamo non solo con gli esseri umani ma con il mondo naturale. Noi non oggettiviamo la natura: animali, pietre, uccelli e fiumi sono partecipanti in questa vita e hanno un’indiretta relazione con noi.”

“Abbiate cura di voi stessi. Ascoltate il vostro corpo e il vostro cuore. Noi, come persone, tendiamo a vivere nelle nostre teste, ma è importante affondare dalla testa al cuore e lasciare che sia il cuore a dirigere: è così che accadono i miracoli.

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Vago sospetto

(“Heartland”, di Ana Božičević – in immagine – poeta, traduttrice, insegnante e “cantante occasionale” di origine croata. Uno dei suoi libri di poesie, “Rise in the Fall”, ha vinto il Lambda Award. Il testo qui sotto viene dalla raccolta “New Life”. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

ana

Ho un vago sospetto

che il mio cuore non sia mio

da poterlo dare.

Vive su una montagna

sepolto in un campo

sotto miglia di terra.

Compiango la sciocca, per lo più me stessa,

che lo deve scavare fuori.

Ho l’idea

di tentare di portare qualcuno là

tanto per cambiare,

indicare il terreno, dicendo

il mio cuore è qui dentro,

fai qualcosa.

Ogni volta in cui ha vacillato su di te

è stato perché era così

lontano, la connessione distante –

Il tuo cuore batte vicino

al mio torace vuoto mentre il mio

invia segnali all’esterno

da un frutteto

attraverso l’oceano.

Vieni e scoprimi dice

e altre cose perfette.

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Il Sunday Times è un quotidiano britannico (fondato nel 1821) che può essere definito politicamente come oscillante fra destra e centro-destra. Sembra avere, a livello storico, una malefica fascinazione per i “diari” nazisti: pubblicò quelli falsi di Hitler nel 1983 – dopo che erano stati autenticati da un esperto – e nel 1992 inciampò nella commissione a un negazionista dell’Olocausto dell’autenticazione di quelli di Goebbels (poi cancellata a causa delle proteste nazionali e internazionali).

Molta della sua popolarità, però, la deve alla consistenza del suo giornalismo investigativo: fu tra i primi a mettere all’indice la pericolosità del talidomide – prescritto per la nausea alle donne incinte, il farmaco causava la nascita di bambini affetti da amelia (senza arti) o focomelia (con le ossa degli arti ridotte) – sostenendo le sue affermazioni con studi e ricerche e fece campagna per anni affinché le vittime fossero risarcite; nel 2009 espose in modo inequivocabile l’abuso dei rimborsi spese da parte di molti politici inglesi; fra il 2004 e il 2010, con un’indagine di rare precisione e tenacia, rivelò che la ricerca sui vaccini di Andrew Wakefield era completamente falsa (il medico antivax fu bandito dalla professione), eccetera.

Perciò, quando un pezzo del Sunday Times comincia con “il nostro giornale ha indagato su” è sensato dare un’occhiata. Il 26 gennaio scorso, l’articolo con questo incipit firmato da Rosamund Urwin e Esmé O’Keeffe riguardava la normalizzazione della violenza sessuale e ha per titolo “I social media inducono le ragazze a pensare che essere strangolate durante i rapporti sessuali sia normale”.

Strangolamento e asfissia “erotica” delle donne, spiega il pezzo, sono proposte agli adolescenti ambosessi con centinaia e centinaia di immagini esplicite su Pinterest, Instagram e Tumblr: gli utenti più giovani ammessi all’uso di esse sono tredicenni: “Le immagini, che includono fotografie di giovani donne immobilizzate e strangolate da uomini e imbavagliate, sono spesso pubblicate con gli hashtag “paparino”, “soffocamento erotico”, “gioco del respiro”, “strangolare”. Sulla scia dei libri che diffondono la ritualizzazione dell’abuso domestico, come “Cinquanta sfumature di grigio”, i social media visti dagli adolescenti sono stati inondati da meme e immagini che romanticizzano lo strangolamento come parte di un incontro sessuale.”

jone reed - broken flowers

Quindi l’abuso è un piacere, è sexy, è… amore! Un bacino commerciale da oltre un miliardo di dollari (le citate “sfumature”) ha di sicuro convinto di questo qualche donna e qualche uomo in più, ma la normalizzazione della violenza passa indisturbata tramite film, pubblicità, spettacoli televisivi e cronaca. Nei prodotti di intrattenimento avete visto a profusione scene del genere: Lui la prende “appassionatamente” a ceffoni e poi la bacia. Lei lo respinge e lui la forza nel suo abbraccio. Lei tenta di sottrarsi al rapporto sessuale, lui la inchioda nel letto e la stupra… ma dopo sono entrambi felici e si guardano teneramente.

L’addestramento a considerare tali scenari normali comincia presto. Alle bambine e alle ragazze che osano lamentarsi del trattamento ricevuto dai pari di sesso maschile si risponde spesso così: “Lo fa perché gli piaci”. In tal modo, non solo sono costrette ad associare una volta di più il comportamento abusante all’amore, ma segnaliamo loro con precisione che non hanno alle spalle un sistema di sostegno: gli adulti non interverranno per difendere il loro diritto di sottrarsi alla violenza e a qualsiasi “attenzione” non desiderata e non richiesta – per cui, ora e in futuro dovranno cavarsela da sole.

Subito dopo, lo vogliano o no, incontrano la pornografia: cioè, quel che rende la violenza sessuale rivolta a una donna un mero fenomeno naturale. Troppi dei loro coetanei di sesso maschile hanno “imparato” cos’è il sesso da raffigurazioni del tipo denunciato dal Sunday Times (assurdamente violente, pericolose, misogine, disumanizzanti, irrealistiche – le donne sono umane e la stragrande maggioranza degli esseri umani non gode del dolore inflitto ne’ del disprezzo altrui) e chiederanno loro di adeguarsi.

Zitte e sorridenti, con le tette gonfiate quale regalo di compleanno, sempre affamate, tinte e pitturate, in bilico su venti centimetri di tacco (per fare con grazia passi di lato e passi indietro) e con un laccio stretto attorno al collo per eccitare meglio il “paparino” di turno. E’ tutto amore, perdinci, cosa volete che ne sappia una femminazgul come me.

Maria G. Di Rienzo

Sull’influenza della pornografia online:

Kolb, B., Gibb, R., & Robinson, T.E. (2003). Brain Plasticity and Behavior, Current Directions in Psychological Science;

Kuhn, S., & Gallinat, J. (2014). Brain structure and functional connectivity associated with pornography consumption: the brain on porn. JAMA Psychiatry;

Pace, S. (2014). Acquiring Tastes through Online Activity: Neuroplasticity and the Flow Experiences of Web Users. M/C Journal;

Love, T., Laier, C., Brand, M., Hatch, L., & Hajela, R. (2015). Neuroscience of Internet Pornography Addiction: A Review and Update, Behavioral Sciences.

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“La nostalgia in generale è semplicemente uno stato mentale per me. Sento sempre la mancanza di qualcuno o di qualche luogo o di qualcosa, sto sempre tentando di tornare in un immaginario da qualche parte. La mia vita è stata un lungo provare nostalgia.”

“La maggior parte della gente si aspetta che la mia indipendenza finanziaria, artistica e intellettuale si accoppi a un eguale livello di indipendenza emotiva. Ma non è per niente così che mi sento.”

elizabeth wurtzel

Elizabeth Wurtzel (in immagine – le citazioni sono sue), scrittrice statunitense nata nel 1967, è morta due giorni fa a causa delle complicazioni derivate dalla metastasi del cancro al seno. Nei suoi libri – fra cui “Prozac Nation”, “Bitch: In Praise of Difficult Women”, “More, Now, Again” – ha raccontato se stessa in modo trasparente e sfacciato: le lotte familiari, la depressione, l’autolesionismo, il disturbo bipolare, i trattamenti medici, l’uso di sostanze stupefacenti, il sesso.

E’ stata lodata per l’audacia e messa alla gogna per il narcisismo dalla critica letteraria. Non è una delle mie autrici preferite, ma voglio qui salutarla con rispetto e rimpianto: una sorella coraggiosa e ribelle che rivendicava “saldi principi femministi” non è più con noi. La ragazza interrotta ora riposa.

Maria G. Di Rienzo

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roxane e debbie

(Ho incontrato una ragazza… e ora è la mia fidanzata)

La donna a sinistra nell’immagine è Roxane Gay.

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/12/24/roxane/

Bisessuale, autrice di successi editoriali, opinionista per il New York Times, ha anche scritto per la Marvel assieme alla poeta Yona Harvey “Il mondo di Wakanda”, creando il primo fumetto nella storia di detta casa editrice ad avere per “madri” due donne di colore. Pure le protagoniste del fumetto, situato nell’universo di “Black Panther”, sono due donne di colore – che si amano.

La donna a destra è Debbie Millman, lesbica, scrittrice, artista, designer, autrice di una brillante serie di podcast (“Design Matters”) su progettazione e creatività, creatrice di corsi universitari ecc.

Parte della vita di Roxane è arrivata a me tramite i suoi libri. So cos’ha passato. So che sebbene scriva diffusamente su amore e relazioni preferisce di solito tenere per sé le sue esperienze in merito.

Di Debbie non conosco molto, a parte il fatto che ha in pratica “assediato” la sua amata lavorando tre mesi per riuscire ad averla come ospite nel suo spazio mediatico. Quando ce l’ha fatta, a fine intervista, le ha chiesto di andare a bere qualcosa insieme. Roxane ha accettato, ma era abbastanza nervosa da rovesciarle addosso del vino: “E poi siamo uscite e mi ha chiesto se poteva baciarmi e mi ha baciata.”

“Sono la donna più fortunata al mondo. – ha detto Debbie della sua relazione con Roxane – Era la prima volta nella mia vita che corteggiavo così tenacemente qualcuna.”

“Ed era la prima nella mia che qualcuna mi stava dietro in questo modo.”, ha replicato l’altra.

Perché ve lo racconto? Perché mi rende felice. Perché Roxane non lo sa, ma per me – e credo per molte altre sue lettrici e molti altri suoi lettori – è un’amica.

P.S. Bel colpo, Debbie.

Maria G. Di Rienzo

aneka - ayo

(Aneka e Ayo di “The World of Wakanda”)

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La violenza di genere ha questa singolare qualità: le vittime di assalti, pestaggi, stupri e persino omicidi sono più spesso che no biasimate per ciò che è accaduto loro. Invece di reiterare che i loro corpi e i loro diritti umani sono stati violati, i media – e non solo – si chiedono di routine se le donne hanno fatto abbastanza (e in caso positivo se quell’abbastanza è stato fatto bene) per garantire la propria sicurezza. Nel mentre i loro aggressori sono oggetto di profondi – si fa per dire – scavi psicologici, semplicemente tesi ad allontanare la riflessione sulle radici patriarcali del loro agire, a singolarizzarli dal contesto sociale e a rubricarli come “travolti” da svariate vicissitudini, le vittime subiscono un severo scrutinio inerente le loro abitudini, le loro vite sessuali, il loro abbigliamento, il loro comportamento, la loro apparenza: il tutto in accordo a falsi miti sulla violenza e a stereotipi di genere che più vecchi e misogini non si può. Da quest’ultimo esame escono svariate forme di ri-vittimizzazione che vanno da “lo ha provocato” a “troppo brutta/vecchia per essere stuprata” (14 novembre 2019: “Sequestra e violenta una donna di 70 anni per 11 ore: a Milano arrestato un 29enne”).

Per esempio, le donne possono essere corresponsabili della violenza subita in quanto “deboli” e “codarde”:

La Repubblica, 14 novembre 2019, titolo: “Rimini, finge di ordinare una pizza e chiede aiuto al 112 per le botte e violenze del marito”.

Occhiello: La donna subiva maltrattamenti da tre anni, senza trovare la forza di denunciare.

Incipit: “Tre anni di maltrattamenti e botte. Tre anni in cui ha subito senza avere la forza di denunciare.”

Dal testo: “La donna ha quindi trovato la forza di raccontare: picchiata e malmenata da tre anni senza aver mai trovato la forza di denunciare, nemmeno dopo essere stata refertata in ospedale per fratture agli arti ed ecchimosi importanti.”

Il Messaggero, 14 novembre 2019, titolo: “Manfredonia, medico arrestato per violenza sessuale su cinque pazienti”.

Dal testo: “Oltre ai 5 episodi contestati tra il 2004 ed il 2019, gli investigatori sono convinti che potrebbero esserci altre vittime degli abusi che non hanno ancora trovato il coraggio di denunciare il medico.”

L’analisi – si fa sempre per dire – ignora o sceglie di non considerare a cosa va incontro una donna che immediatamente denuncia un sopruso ai propri danni: il suo percorso è costellato di deterrenti, costituiti dai pregiudizi di coloro con cui viene a contatto e se tali pregiudizi assumono consistenza assai concreta quando sono espressi da agenti di polizia, medici e infermieri e assistenti sociali, avvocati e giudici, non sono meno devastanti quelli espressi da parenti, amici, colleghi di lavoro e così via.

Chi appare davvero carente di forza e coraggio, non solo nel sostenere le vittime ma nel riconoscere la violenza contro le donne come risultato primario della diseguaglianza di genere, è la società nel suo complesso. E’ facile posare da saggi dietro a una tastiera e consigliare alla donna di lasciare l’uomo violento, di denunciare, di comportarsi o non comportarsi così e colà, come se i due fossero sullo stesso piano: non lo sono (ancora e ovunque) ne’ socialmente ne’ legalmente. Una donna può tornare dal partner che abusa di lei non perché “ama troppo” o “ama male” ma perché è economicamente dipendente o perché ha assorbito a sufficienza le stronzate misogine sul ruolo e sulle sue responsabilità come compagna / madre che girano senza controllo (cosa accadrà ai bambini se lei li sottrae al padre?).

Sicuramente più produttivo in termini di contrasto alla violenza è dire / intimare ai violenti di smettere. La legge fa la seconda parte, ma la prima dobbiamo farla noi.

Maria G. Di Rienzo

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Nel giro di pochi giorni, a Roma, una bambina tenta il suicidio (fortunatamente sventato da due poliziotte fuori servizio prima che si gettasse dal balcone) e una ragazzina si toglie effettivamente la vita lanciandosi dal nono piano. Dieci anni la prima e tredici la seconda, per entrambe la Procura indaga sul ruolo che il bullismo potrebbe aver avuto nelle due vicende: la tredicenne riceveva in effetti messaggi insultanti e denigratori via chat, alcuni dei quali sono stati ora provvidenzialmente cancellati.

I giornalisti continuano a fare male il loro mestiere menzionando un non meglio specificato “malessere molto diffuso tra gli under 14” e ipotizzando “delusioni d’amore” (espressione un po’ esagerata per eventuali filarini andati storti); per quel che riguarda la ragazzina deceduta, non mancano di farci sapere che “Occhi azzurri, capelli castani, X era davvero bella, ma soffriva molto. Troppo.”: e davvero a questo punto non si capisce il perché, dato che l’essere “bella” (e cioè piacere ai maschi) è tutto quel che serve a una persona di sesso femminile qualsiasi sia la sua età, tutto quello che lei deve essere e a cui deve aspirare – tale è l’univoco messaggio diffuso dalla società italiana tramite media e social media.

Nella decisione estrema di un’adolescente possono entrare miriadi di fattori: problemi familiari, difficoltà scolastiche, violenze subite, pressioni relative all’immagine corporea, ecc. Certo è che si tratta di un periodo in cui la legittimazione e la validazione provenienti dal gruppo di pari assumono di solito un ruolo centrale e imprescindibile, per cui gli episodi di bullismo meritano senz’altro un’attenzione particolare da parte degli inquirenti.

Generalmente gli uomini muoiono per suicidio più delle donne, in special modo nei paesi cosiddetti “sviluppati”, e ciò si riflette sulle tecniche e sulle priorità dei programmi di prevenzione. Tuttavia, le donne tentano il suicidio in misura molto maggiore e i contesti in cui ciò accade non sono sufficientemente oggetto di studio, ma solo utilizzando in modo grossolano l’indicatore causa/effetto i tre fattori principali emergono chiarissimi:

– violenza sessuale, soprattutto se ripetuta

– minacce e abusi psicologici

– aggressione fisica grave (singola o ripetuta)

Cioè, le donne vedono il suicidio come via d’uscita dal subire violenza. Questo accade in gran parte perché la violenza contro le donne è ancora percepita e descritta come “faccenda personale”, con tutto il corollario di attribuzioni di responsabilità a chi ne è vittima (cosa hai fatto per provocare lo stupro e le botte, puttana?) e di suggerimenti inutili, conniventi, o persino francamente idioti atti a mantenere la situazione com’è e coprirla di silenzio (vestiti più sexy e non rimbeccarlo sempre…).

Per sconfiggere la violenza è necessario vederla in tutte le sue orride dimensioni, parlarne, rigettarla, mostrare e vivere le alternative ad essa. Il che significa azione ad ogni livello: dalla decostruzione delle norme sociali che condonano / giustificano / glorificano la violenza all’emanazione di leggi specifiche che puniscano davvero i perpetratori, ma per quel che riguarda il “malessere molto diffuso tra gli under 14” le sue prime medicine sono l’apprendimento dell’eguaglianza di genere e della nonviolenza.

Le famiglie possono non provvedere ciò per svariati motivi, le scuole e le istituzioni avrebbero però il dovere (etico, rispondente ai principi su cui sono fondate) di promuovere e rinforzare valori che sostengano relazioni nonviolente, rispettose, positive, per bambini e adolescenti, inclusi quelli più vulnerabili ed esclusi. Alcuni soggetti sono infatti presi a bersaglio più facilmente: quelli e quelle che sono migranti o figli / figlie di migranti; quelli e quelle che sono o sono percepiti come persone lgbt, quelli e quelle che vivono con una disabilità, quelli e quelle che non rispondono agli stereotipi di genere e di “immagine”… e, in particolare, le bambine e ragazze che non li accettano.

Non fare nulla equivale a lasciarle sole sui balconi. Continuare a fomentare attitudini e pratiche patriarcali equivale a spingerle giù.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “The week in patriarchy / Clitoris is not a dirty word – but society’s fear of it has disastrous consequences”, di Arwa Mahdawi per The Guardian, 28 settembre 2019, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

clitoris

Perché le donne fingono gli orgasmi? E’ una verità universalmente riconosciuta che la maggior parte delle donne eterosessuali hanno finto di avere un orgasmo in un momento qualsiasi delle loro vite.

Ci sono un mucchio di ragioni ovvie sul perché: le donne non vogliono urtare i sentimenti dei loro partner, per esempio, oppure sono semplicemente stanche e vogliono andare a dormire.

Tuttavia, secondo uno studio appena pubblicato su Archives of Sexual Behavior l’altro grande fattore è il sentirsi schizzinose sull’uso della “parola C”. I ricercatori hanno attestato questo: le donne che si sono dette “fortemente d’accordo al trovare facile l’uso di parole come ‘clitoride’ per parlare di sesso, erano meno inclini a fingere orgasmi rispetto a quelle che si sono dichiarate fortemente in disaccordo”. Lo studio afferma in conclusione che le norme di genere e “i doppi standard sessuali continuano a limitare l’espressione sessuale femminile, inibendo ad alcune donne la comunicazione sessuale e in particolare il loro grado di agio nel ricevere o chiedere piacere sessuale”.

Non è esattamente una novità il fatto che ci sia un doppio standard sessuale. Tuttavia, questo studio è una scossa e un promemoria su quanto svergognamento sia ancora collegato al desiderio femminile e su quanto le donne abbiano interiorizzato tale svergognamento. Clitoride non dovrebbe essere una parolaccia, eppure le persone ancora ci girano intorno come se la mera menzione di qualcosa che esiste puramente per il piacere femminile fosse oscena.

La paura che la società ha della clitoride lancia ramificazioni che vanno ben oltre il letto. All’inizio di quest’anno, per esempio, la Gran Bretagna ha emesso la sua prima condanna per mutilazione genitale femminile.

Scrivendo sul Guardian, Lucy McCormick notò che “una delle cose che risaltano nelle notizie relative al caso è il modo stranamente furtivo in cui comunicano i fatti chiave”, in particolare l’evitare di menzionare la parola ‘clitoride’. Come sottolineava McCormick: “Bambine in tutto il mondo stanno soffrendo orrende mutilazioni a causa di una paura culturale dal profondo radicamento – e quella stessa paura ci sta impedendo persino di enunciare il problema”.

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Qual è la tragedia più devastante che può colpire un uomo? I quotidiani italiani non hanno dubbi: il rifiuto di avere rapporti sessuali da parte di una donna. Uccidere chi ha respinto la richiesta è nulla di fronte all’enorme dolore di chi “ama” e non è “corrisposto”.

Oggi Repubblica cambia i titoli per il suo pezzo principale sull’omicidio di Elisa Pomarelli: sulla prima pagina è Elisa non voleva più vederlo. E Sebastiani continua a mentire: Mi volevo uccidere”, che rimanda a Un’ossessione per Elisa, Sebastiani confessa l’omicidio e piange, ma ieri era Sebastiani in lacrime davanti ai carabinieri: Ho fatto una stupidaggine”. Il ritocco è probabilmente conseguenza della protesta esplosa sul web per la infame copertura giornalistica della vicenda (un titolo definiva l’assassino un “gigante buono”) ma l’articolo resta intatto nella sua sublime superficialità e nella sua stratosferica ignoranza, tutto teso a farci provare per l’omicida simpatia e compassione:

«L’ho uccisa, ho fatto una stupidaggine», sbotta alla fine Massimo Sebastiani in lacrime nella stanza del comando provinciale dei carabinieri. Le sue manone da tornitore mulinano nell’aria sopperendo alle parole che non vengono. Rimangono strette in gola senza uscire e lasciano spazio ai singhiozzi. Sebastiani s’impappina, si agita sulla sedia, ma per un uomo semplice qual è non è facile spiegare quel gesto orrendo (…)

Il giornalista che scrive questo era presente all’interrogatorio? Ne dubito. E’ più probabile che, come tutti i suoi colleghi, abbia derivato la notizia del pianto dai comunicati dei carabinieri e poi ci abbia lavorato su di fantasia. Piangere è molto normale in condizioni di forte stress e non indica necessariamente l’essere appena usciti da un inspiegabile raptus: tanto più che l’assassino ha occultato il cadavere, ha cercato di costruirsi un alibi e di depistare le indagini. Non male, per un “uomo semplice” che non saprebbe neppure perché ha ucciso.

Inoltre, la vittima ha – secondo l’autore del pezzo – un certo grado di responsabilità nella propria morte violenta:

Tra i due forse un equivoco e un gioco alla fine pericoloso. Lui diceva che era la sua fidanzata, ma lei precisava sempre che il legame era solo di amicizia. E forse è proprio in questo scarto d’intenti che è maturato il delitto. (…) Una storia che andava avanti da parecchio tempo sempre appesa a questa incomprensione di fondo dove le intenzioni e i fini non combaciavano. Una storia con presupposti troppo fragili per potersi trascinare a lungo.

Lui insisteva, la incalzava e ogni volta lei precisava il confine entro il quale doveva stare la relazione. Un confine che forse alla lunga è risultato frustrante per Sebastiani, un uomo che tutti descrivono molto istintivo, uno un po’ selvaggio, capace di arrampicarsi sugli alberi e di correre a piedi nudi nella ghiaia. Una persona di animo semplice che forse non ha saputo elaborare un legame che avrebbe voluto essere molto diverso da quella amicizia che prescindeva da un rapporto più intimo. Forse sta proprio qui la chiave del dramma.

La ventottenne Elisa Pomarelli era dichiaratamente lesbica e frequentava l’amico Sebastiani da tre anni. Dichiaratamente, signor giornalista, significa che il suo assassino non poteva non saperlo – non ci sono equivoci possibili per tre anni di fila quando sei allo scoperto, anche se hai a che fare con individui che corrono a piedi nudi nella ghiaia (vede, vado spesso scalza anch’io e anche se non sono più in grado di arrampicarmi sugli alberi sono capace di capire che NO significa NO – a differenza, chissà perché, di una gran massa di uomini).

Inoltre, avere amici maschi e femmine è del tutto ordinario per un essere umano, omosessuale o no: ignoravo si trattasse di un “gioco pericoloso” tramite il quale si corteggia la propria morte. Quel che si desume da ciò è che la vittima abbia fomentato e favorito l’ossessione dell’omicida accettando un rapporto d’amicizia: so già che noi donne non ne facciamo mai una di giusta, ma so anche cosa accade quando individui del genere sono respinti a priori anziché accettati come amici – invece di morire strangolata nel loro pollaio, muori per loro mano a mazzate o pistolettate in un bar, per strada, nel parcheggio del supermercato, nel tuo ufficio, dove capita.

(…) un vecchio pollaio vicino alla casa dell’uomo dove forse Sebastiani aveva condotto Elisa per appartarsi. Forse è nata una discussione e l’operaio, corpulento e molto forte, ha ucciso la ragazza. Poi ha scelto un luogo molto impervio dentro un bosco su un pendio ricoperto di fitta vegetazione da cui si vede la pianura come da una balconata. Lì ha scavato una buca poco profonda e ha ricoperto il corpo cercando di occultare lo scavo con il fogliame.

(…) i carabinieri del Ris trovano tracce biologiche nel bagagliaio della Honda Civic. È la chiusura del cerchio. Dopo aver ucciso Elisa, Sebastiani ha probabilmente caricato il corpo sull’auto per consegnarlo a quella rudimentale tomba nel bosco. Una storia maledetta conclusa con il pianto tardivo di un uomo sbigottito persino da se stesso.

Citando un altro articolo, “Sebastiani ha strangolato Elisa nel suo pollaio di Campogrande dove l’aveva portata, dopo il pranzo in una trattoria, per regalarle alcune uova. Lei lo aveva scritto anche a un’amica nel suo ultimo sms.” Ma no, se un uomo ti vuol regalare pomodori e ti porta nell’orto tu donna devi pensare subito “Vuole appartarsi per avere un rapporto sessuale, non ci vado”, in special modo se hai affetto per il tipo in questione e ti fidi di lui. Tutto sommato, il giornalista di Repubblica ci dà un consiglio utile, vi pare? Non fidiamoci di nessun maschio, mai, chiunque sia. Poi, quando il consiglio lo segui, partono i pistolotti sul “non tutti gli uomini” e le femminazgul (non è mia, ma è troppo bella) che succhiano malignamente via dal mondo l’anima e la gioia e la libera scelta e l’amore. E muoiono. Muoiono di drammi, di storie maledette, uccise da uomini semplici e sbigottiti. Che poi piangono – ma non subito subito: piangono in manette, piangono davanti a polizia / carabinieri e pm e giudici, quando si rendono conto di non averla fatta franca.

Maria G. Di Rienzo

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