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(tratto da: “In the Manner of Water or Light”, raccolta di racconti di Roxane Gay, giornalista e scrittrice. Trad. Maria G. Di Rienzo)

Water Light

Mia madre fu concepita in quello che sarebbe diventato il Fiume Massacro. L’odore pungente del sangue l’ha seguita sin da allora. Quando si trasferì negli Stati Uniti, lesse il dizionario da cima a fondo. Il suo vocabolario divenne vasto velocemente. La sua parola preferita è “soffuso”, il diffondersi alla maniera dell’acqua o della luce. Quando tenta di spiegare come è tormentata dall’odore del sangue, dice che i suoi sensi sono “soffusi” di esso.

Mia nonna stette con mio nonno per meno di un giorno.

Tutto quel che so della storia della mia famiglia, lo so a frammenti. Siamo custodi di segreti. Siamo segrete noi stesse. Tentiamo di proteggerci l’un l’altra dalla geografia di così tanto dolore. Non so se ci riusciamo.

Da giovane, mia nonna lavorava in una piantagione di canna da zucchero a Dajabón, la prima città sul confine tra Haiti e Repubblica Dominicana. Viveva in una baracca con cinque altre donne, tutte estranee, e dormiva su un materasso di paglia sotto cui teneva il suo rosario, un medaglione con l’immagine dei suoi genitori e una foto di Clark Gable. Parlava poco lo spagnolo, perciò se ne stava per conto proprio. Le sue giornate erano lunghe e sotto il sole cocente la sua pelle bruciò sino a diventare ebano, e i suoi capelli si schiarirono sino a diventare bianchi. Quando tornava alle baracche alla fine di ogni giornata, percepiva il modo in cui la gente la guardava e mormorava. Erano terrorizzati dall’assenza di luce attorno a lei e in lei. Pensavano fosse un demone. La chiamavano la demonia negra.

Dopo aver detto le sue preghiere, dopo aver vagheggiato di Port-au-Prince e di pigri pomeriggi sulla spiaggia e del cinema doveva aveva visto “L’ammutinamento del Bounty”; dopo aver immaginato il caldo abbraccio di Clark Gable, mia nonna faceva a pezzi i suoi vestiti vecchi, riducendoli a lunghe strisce per poter fasciare meglio i tagli e i graffi che si buscava durante la lunga giornata nei campi di canna da zucchero. Dormiva un sonno senza sogni, che serviva a raccogliere il coraggio di cui avrebbe avuto bisogno per svegliarsi la mattina dopo. In un tempo differente, era stata amata dai suoi genitori e aveva vissuto una vita decente, ma quando costoro erano morti si era trovata senza nulla e come molti haitiani aveva attraversato il confine nella speranza che la sua fortuna cambiasse.

Mio nonno lavorava nella stessa piantagione. Era un lavoratore indefesso, un uomo alto e forte.

Mia nonna, quando di notte non riesce a dormire, siede con un bicchiere di rum e coca cola, e parla di come le sue mani ricordano le corde spesse di muscoli nelle spalle e nelle cosce di lui. Il suo nome era Jacques Bertrand. Avrebbe voluto fare cinema. Aveva un sorriso smagliante che lo avrebbe reso una star.

Anche mia nonna è tormentata dagli odori. Non può sopportare l’odore di nulla di dolce. Se annusa dolcezza nell’aria chiude strette le labbra e si succhia i denti, scuotendo la testa. Non può sopportare neppure la vista di campi di canna da zucchero. Quando li vede, un dolore acuto le si irradia dalle spalle lungo tutta la schiena. Il suo corpo non riesce a dimenticare le fatiche che ha conosciuto.

Oggi, il Fiume Massacro è basso abbastanza da essere attraversato a piedi, ma nell’ottobre del 1937 le acque di quello che era il Fiume Dajabón correvano forti e profonde. I disordini duravano da giorni: soldati dominicani, determinati a spazzar via dal loro paese la piaga haitiana andavano da piantagione a piantagione con furia omicida. Mia nonna fece la sola cosa che poteva fare, bruciata dal lungo giorno nei campi, il tempo segnato dall’alzarsi e dall’abbassarsi del suo machete: pregò che i guai la evitassero.

Fu il generale Rafael Trujillo che ordinò di buttar fuori tutti gli haitiani dal suo paese, che disse ai soldati di interrogare chiunque avesse la pelle troppo scura, chiunque apparisse come proveniente dall’altro lato del confine. Era il generale che prese una pagina del Libro dei Giudici per esaltare il genocidio da lui compiuto e che portò l’industria tedesca nella sua isola.

I soldati arrivarono alla piantagione dove mia nonna lavorava. Avevano fucili. Erano crudeli, parlavano in toni alti e arrabbiati, si prendevano libertà. Una delle donne con cui mia nonna divideva la baracca la tradì, rivelando dov’era nascosta. Non parliamo mai di quel che accadde subito dopo. I dettagli orrendi sono intrappolati tra i frammenti della nostra storia familiare. Noi stesse siamo segreti.

Mia nonna finì nel fiume. Trovò un posto dove l’acqua era abbastanza bassa. Tentava di trattenere il respiro, mentre si nascondeva dai soldati che pattugliavano ambo le rive fangose del fiume. Ci fu un momento in cui giacque sulla schiena, immergendosi sino ad essere interamente coperta d’acqua, soffusa nei pori della sua pelle. Non si sollevò a respirare sino a che il ronzio nelle orecchie divenne insopportabile. La luna era alta e la notte era fredda. Odorava sangue nell’acqua. Indossava solo un vestito leggero che le si era incollato addosso. Aveva i piedi nudi. Quando un cadavere gonfio la oltrepassò fluttuando, e poi un braccio, e una gamba, e qualcosa che non riuscì a riconoscere, si coprì la bocca con la mano. Urlò all’interno della propria pelle, invece che al vuoto attorno a lei.

Il fiume oggi

Il fiume oggi

Jacques Bertrand, che lavorava sodo e voleva fare cinema, trovò la propria strada per il fiume. Si mosse nell’acqua sino a che trovò mia nonna. Le batté la mano sulla spalla e lei, invece di fuggire, si voltò e aprì quella parte di sé che non era intorpidita dal terrore. Trovò conforto nella paura che gli occhi di lui riflettevano a specchio. Aveva il petto nudo e lei premette la guancia sul suo sterno. Rallentò il respiro per pareggiarlo a quello di lui. Ascoltò il battito del suo cuore che echeggiava fra le costole della cassa toracica. “Ho pensato che fosse un angelo. – mi disse – Un angelo venuto a portarmi via da quel posto scuro e terribile.”

I miei nonni si strinsero l’uno all’altra tremando violentemente. Jacques Bertrand, stringendo le braccia attorno a mia nonna, le raccontò la storia della sua vita in un sussurro balbettante. “Voglio essere ricordato.”, le disse. Lei seguì in punta di dita il tessuto cicatriziale che formava ponti sulla schiena di lui, gli accarezzò il mento con i pollici, e gli sfiorò le labbra con le sue: “Sarai ricordato.”, gli rispose. Gli raccontò a sua volta la storia della sua vita. Anche lei chiese di essere ricordata.

Mia nonna sente ancora le grida dei morenti di quella notte. Ricorda il suono sordo, umido, dei machete che si fanno strada fra la carne e le ossa. L’unica cosa che azzittiva quegli orrori era un uomo che lei aveva visto, ma di cui non conosceva i ponti di cicatrici sulla schiena. Non conosco i dettagli intimi, ma mia madre fu concepita. Al mattino, circondati dal puzzo e dal silenzio della morte, i miei nonni strisciarono fuori dal fiume che, durante la notte, era diventato una bara liquida che conteneva 25.000 cadaveri. Il Fiume Massacro si era guadagnato il suo nome.

I due, zuppi e sgocciolanti, con i corpi irrigiditi e febbricitanti, arrivarono a Ouanaminthe. Erano a casa. Erano molto distanti da casa. Cercarono rifugio in una chiesa abbandonata, ma quando la notte cadde di nuovo i soldati dominicani attraversarono il confine ed entrarono a Ouanaminthe, un luogo a cui non appartenevano. Mio nonno fu ucciso. Salvò la vita di mia nonna lottando contro tre soldati, creando un varco attraverso cui mia nonna potesse fuggire.

Jacques Bertrand era morto volendo essere ricordato, perciò mia nonna restò in quel posto di dolore, e trovò lavoro come domestica per il direttore di una scuola elementare. La notte dormiva in una delle classi vuote. Mise al mondo mia madre e più tardi sposò il direttore della scuola che crebbe mia madre come fosse sua. La notte, mia nonna portava mia madre al fiume e le raccontava del modo in cui era stata portata all’esistenza. Mia nonna si inginocchiava sulla riva, le sue ossa affondate nel fango, mentre portava manciate d’acqua alle labbra. Beveva i ricordi, in quell’acqua.

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