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Posts Tagged ‘polizia’

Dai giornali: “Un giovane di 25 anni è stato malmenato a Cremona da militanti leghisti durante un comizio del ministro dell’Interno Matteo Salvini, la sera dello scorso 3 giugno, ma il video che testimonia i fatti è stato diffuso solo negli ultimi giorni (…) Mentre il ministro parlava il giovane ha tirato fuori una sciarpa su cui c’era scritto “Ama il prossimo tuo”, tanto è bastato per prendersi spintoni e ceffoni dai presenti.”

Il ministro, dal palco, commenta: “Lasciatelo da solo, poverino. Un applauso a un comunista, perché se non c’è un comunista ai giardinetti non ci divertiamo. Mi fanno simpatia quelli che nel 2019 vanno ancora in giro con la bandiera rossa e la falce e martello. A Milano c’è il Museo della Scienza e della tecnica dove si studiano i dinosauri”.

La Digos, riporta sempre la stampa, ha identificato il giovane, ma non i suoi aggressori. Ci hanno provato, intendiamoci, ma c’era troppa confusione… Il “comunista” (???) ha riportato lesioni, come attestato dal personale dell’ambulanza presente sul luogo del comizio, ma evidentemente ha una prognosi inferiore ai venti giorni perché la denuncia d’ufficio non è partita e sempre i giornali spiegano che “ha 90 giorni di tempo per denunciare le lesioni subite” (art. 528 del Codice Penale).

Dunque, l’ex comunista padano (evidentemente lui si è de-dinosaurizzato), nonché ex membro del comitato di liberazione della Padania (oggi fervente patriota italico e sovranista), autoproclamato padre di 60 milioni di italiani – compreso il venticinquenne con sciarpa – pensa che l’invito ad amare il proprio prossimo sia comunismo conclamato e meritevole almeno di dileggio: che sia meritevole di pestaggio lo pensano comunque i suoi sostenitori.

Voi direte: ma “ama il prossimo tuo” sta nel catechismo della chiesa cattolica! E avete ragione, le conosciamo come parole di Gesù: “Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questo.” (Mc 12,29-31). Ma vedete, l’interpretazione è tutto. Il ministro leghista Fontana ha già chiarito in televisione che il catechismo bisogna guardarlo meglio, nella fattispecie indossando i suoi occhialini bigotti: “Ama il prossimo tuo, quello nella tua prossimità. Prima di tutto cerchiamo di far star bene le nostre comunità.” E’ un astigmatismo più etico che fisico, comunque ha l’effetto di restringere ai minimi termini empatia, solidarietà, giustizia sociale, rispetto delle persone e dei loro diritti umani.

L’unica nota positiva dell’episodio cremonese la danno i risultati elettorali: nonostante l’impegno messo nella sguaiata performance del 3 giugno, i bulli hanno perso (ha vinto il centrosinistra). A proposito, sig. Salvini: # 60 milioni meno un‘altra ancora – io.

Maria G. Rienzo

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Le dichiarazioni del capo della polizia Gabrielli sono oggi sui giornali: loda i suoi uomini per “l’ottima gestione durante la campagna elettorale”; ammette che “il giornalista ferito (Origone di Repubblica) è un fatto molto grave”; esprime apprezzamento per “la fiducia che ci ha rivolto” alla procura di Genova “al contrario dei soliti professionisti del risentimento prigionieri dei loro stessi personaggi”; assicura che se invece di un giornalista si fosse trattato di un comune cittadino la reazione sarebbe stata identica (la Storia d’Italia dice che fino ad oggi non è stato così, ma va bene, fingiamo che sarà così da ora in poi) e infine afferma “Non siamo l’esercito del Principe”.

Io non so chi siano i professionisti del risentimento – mi viene in mente solo una persona, e poi vi dirò chi e perché – però ho inchiodati alla memoria dozzine di episodi in cui, negli ultimi mesi, gli “uomini di Gabrielli” si sono comportati esattamente come l’esercito del Principe.

Un lenzuolo appeso al balcone che recita “Non sei il benvenuto”, senza neppure un nome che identifichi chi non è gradito alla persona che l’ha esposto e privo di qualsiasi termine offensivo o espressione di minaccia, non può essere fatto ritirare a forza dalla polizia di una repubblica democratica: dai soldati privati del Principe sì.

Se qualcuno tiene comizi pubblici, in una repubblica democratica, deve aspettarsi e reggere il dissenso: il quale, concretizzato in slogan o cartelli, fischi o canzoni, senza che vi sia implicata violenza alcuna, è del tutto legittimo. Ma se siamo in un Principato, i soldati di sua altezza identificano tali persone, sequestrano loro i cellulari e gli striscioni, le allontanano, le minacciano e le insultano: proprio quel che hanno fatto gli uomini di Gabrielli.

In una repubblica democratica, gli studenti hanno il diritto di dimostrare pacificamente senza controlli preventivi atti a verificare se vi siano “cose” contro il Principe (nonché il diritto di esercitare le loro capacità critiche in ambito scolastico senza essere censurati e senza che i loro insegnanti siano puniti per questo): il capo della polizia trova degna di lode anche questa assai discutibile gestione dell’ordine pubblico che salta a piè pari ogni garanzia costituzionale? E’ invero più consona all’esercito privato del Principe che alla polizia di una repubblica democratica – e in effetti i poliziotti coinvolti nel pestaggio del giornalista Origone hanno aspettato quattro giorni prima di presentarsi “spontaneamente” a dare la loro testimonianza: è probabilmente il tempo di cui avevano bisogno per ricordarsi di non essere gli scherani di sua altezza ma funzionari pubblici al servizio della repubblica italiana.

Ed è proprio il Principe (l’attuale Ministro dell’Interno), non è difficile notarlo, a rispondere alla definizione di Gabrielli di “professionista del risentimento”. Presentandosi come legittimato a qualsiasi cosa dai successi elettorali, non tollera ne’ critiche ne’ opposizioni, straborda continuamente dal proprio ruolo istituzionale invadendo competenze e responsabilità altrui, e chiede metaforicamente la testa di chiunque giudichi scomodo (l’ultimo è Gad Lerner omaggiato di ostracismo in “diretta Facebook”, quelli non “famosi” li trascina via la Digos per strada).

“In sintonia” con il Ministro suddetto, Gabrielli dichiara anche di voler pene più severe per chi aggredisce poliziotti durante le manifestazioni di protesta. Gli artt. 336 e 337 del Codice Penale, riferiti a violenza e minacce ai danni di pubblici ufficiali, prevedono dai sei mesi ai cinque anni di galera: cosa auspica, il capo della polizia, in un paese in cui chi uccide la propria moglie / compagna può aspettarsi di tornar libero entro quattro anni e in cui la legittima difesa è stata stiracchiata sino a fornire giustificazione all’omicidio volontario?

E solo per far conversazione, pensa ci vorrebbero pene maggiori anche per i politici corrotti o che sarebbe meglio cancellare il reato d’abuso d’ufficio (art. 323 C.P.)? Quest’ultima idea è del (suo?) Principe.

Maria G. Di Rienzo

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Non è parodia, non è satira, non è uno scherzo: “Europee, ritorna il gioco social Vinci Salvini“. Lo stakanovista per sagre e comizi elettorali spiega in un video che “Fa più punti chi mette più velocemente “mi piace” ai miei post su Facebook e, da quest’anno, anche su Twitter e Instagram. Cosa si vince? Ogni giorno la tua foto diffusa sui miei canali social a sei milioni di amici, una telefonata con me e, ogni settimana, un caffè di persona”.

Gli articoli relativi hanno sottolineato il rischio per la privacy, poiché in questo modo si raccolgono i dati personali di chi partecipa (nome, cognome, sesso, indirizzo di posta elettronica, Stato – Comune – Provincia di residenza, account Facebook, Instagram e Twitter…), esplicitamente per l’elaborazione di “statistiche per promuovere lo sviluppo e le attività del movimento”. Ho letto anche che i “6 milioni di amici” sarebbero stimati per circa il 50% come fake (account fasulli, bot, ecc.), ma non sono in grado di verificare questo dato.

A me sono apparsi fasulli pure i quattro personaggi che nel video posavano da belle statuine attorno a quello che sembrava un televenditore di pentole ma – in effetti – era il Ministro dell’Interno della Repubblica Italiana. Le competenze del dicastero in questione, per non dettagliare troppo, sono il garantire costituzione e funzionamento degli organi elettivi locali; la tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico; il coordinamento delle forze di polizia; la tutela dei diritti civili: Costituzione, art. 3 – Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Tutela in questo contesto significa “difesa” e “protezione”. Nei giorni in cui è lanciato il “gioco social” del sig. Ministro, la camorra impazza sparando per le strade di Napoli, operai muoiono sul lavoro come mosche, i femicidi si susseguono a ritmo orribilmente regolare (più di tre donne uccise a settimana, dati Eurostat 2019), l’abuso di bambine e ragazze raggiunge la cronaca con allarmante frequenza (9/10 maggio: Adescava ragazzine su Facebook: bidello condannato a due anni; Nonno orco stupra la nipote 16enne: «Ti è piaciuto?»; Conosce una 12enne su Facebook e la costringe a filmarsi nuda; Reggio Calabria, abusi sessuali e bullismo su ragazzine: sei ragazzi finiscono in comunità; Violenta minore, arrestato medico; ecc. ecc.) e i naufragi di migranti fanno sì notizia ma per non più di cinque minuti, tanto la prossima tragedia è prevista per dopodomani.

“Vedi, è solo intrattenimento

Un episodio superficiale mentre la vita continua a rivelarsi.

Solo intrattenimento

controllato e copiato, loro hanno piantato il seme

che germoglia nella tua visione del mondo.”

Only Entertainment, Bad Religion, 1992

https://www.youtube.com/watch?v=TSd3509D7PY

Tutto quel che il Ministro dell’Interno fa nei giorni suddetti, video compreso, è:

1. CAMPAGNA ELETTORALE – spesso con frasi roboanti sparate a vuoto, sia perché poi non può concretizzare le “promesse” in esse espresse, sia perché appaiono come fondate su una realtà (e una lingua italiana) alternativa, tipo quella che prevede la chiusura degli “spacci di droga”: “La droga fa male, se bisogna legalizzare o liberalizzare qualcosa, parliamo invece della prostituzione, visto che far l’amore fa bene sempre e farlo in maniera protetta e controllata medicalmente e sanitariamente.”

La supposta pericolosità della marijuana come “porta d’ingresso” ad altri stupefacenti è stata ripetutamente smentita da numerosi seri studi scientifici al proposito. La “cannabis light” attualmente commercializzata tramite la legge 242/2016 ha un contenuto di principio attivo (Thc – tetraidrocannabinolo) inferiore allo 0,6%: per l’effetto psicotropo (sballo) ce ne vuole tra il 5 e l’8% – e la discussione sulla “droga” è chiusa.

Punto secondo. Prostituirsi in Italia non è vietato dalla legge: è illecito agevolare o favorire la prostituzione o indurre alla prostituzione altre persone. Pagare una prostituta, inoltre, non è “amore”, ne’ per costei ne’ per chi la compra: usare e sfruttare non sono sinonimi di amare. Uno zio Nane qualsiasi al bar, dopo la sesta grappa, “normalmente” diffonde la propria becera ignoranza in questo modo, ma proveniente da un Ministro dell’Interno tale comportamento è inaccettabile.

2. PARATA DI ATTEGGIAMENTI AGGRESSIVI – che oltre agli ululati pieni di eleganza contro oppositori e contestatori, hanno previsto l’uso delle forze dell’ordine come personale milizia del Ministro. In generale posso capire e simpatizzare con chi si sente offeso da questo paragone perché consapevole del proprio (spesso ingrato, malpagato e poco considerato) ruolo lavorativo e istituzionale, ma sono i vostri colleghi che sequestrano cellulari o rimuovono striscioni – in assenza totale di mandati e condizioni di pericolo o emergenza – a uno schiocco di dita del sig. Salvini a essere in torto.

3. ANNUNCI DI NUOVI “GIRI DI VITE” (Decreto Sicurezza bis) – Le nuove norme proposte hanno queste finalità:

– dare al Ministero dell’Interno carta bianca in materia di sbarchi, ovvero le competenze sul transito nelle acque italiane ora in carico al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti;

– punire le navi di soccorritori che operano salvataggi di profughi e migranti (multe di 3.500 / 5.500 euro per ogni straniero trasportato, revoca della licenza per imbarcazioni battenti bandiera italiana, ecc.);

– punire chi osa manifestare in piazze e strade il proprio dissenso (a questo splendido governo e al suo luminoso futuro) trasformando in reati da sanzioni pesanti quelle che attualmente sono rubricate come contravvenzioni. La resistenza a pubblico ufficiale, in queste nuove norme, se attuata durante una dimostrazione diventa automaticamente “aggravata”; proteggersi da una carica tramite “l’utilizzo di scudi o altri oggetti di protezione passiva” è vietato.

Il resto sono fumogeni (quelli che, come da punto precedente, non dovete assolutamente usare voi durante i cortei li usa il “Decreto Sicurezza bis”): 800 persone assunte per anno per smaltire i procedimenti di esecuzione delle sentenze definitive – stanziamento 25 milioni di euro; poliziotti stranieri in incognito “con riferimento alle attività di contrasto del delitto di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” – stanziamento 3 milioni di euro…

Vi sentite meglio, più sicuri, tutelati, difesi da questo incredibile miscuglio di buffonate e minacce?

E se non è così, perché non parlate?

“Sonmi 451: Se fossi restata invisibile, la verità sarebbe rimasta nascosta. Non potevo permettere questo.

Archivista: E se nessuno credesse a questa verità?

Sonmi 451: Qualcuno ci crede già.”

Cloud Atlas, 2012

Maria G. Di Rienzo

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Quest’estate è stata un susseguirsi di rivelazioni e illuminazioni (si fa per dire) fornite a noi comuni mortali da autorità (si sempre per dire) in campo politico, religioso o educativo. Sono riuscite a darci i brividi nonostante le alte temperature, mille grazie.

L’estate è finita, almeno ufficialmente. Oggi è l’Equinozio d’Autunno. Vale la pena di fare un sommario delle cose più clamorose che abbiamo appreso.

1. Quando un ponte crolla per mancanza di manutenzione e l’incidente uccide 43 persone e ne ferisce 9, i comportamenti giusti da tenere sono: presenziare a sagre distanti centinaia di chilometri, scrivere idiozie sui social media del tipo “brutta notizia, però ce n’è una di buona: abbiamo respinto un barcone di immigrati!” (se siete riusciti a farlo affondare va ancora meglio), farsi selfie sorridenti in televisione con il plastico dell’opera crollata – ciò segnalerà ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime il vostro interesse e il vostro rispetto per il loro dolore.

2. E’ la politica a decidere come la scienza funziona e quali risultati deve avere. Non è proprio nuovissimo, come atteggiamento: governi di ogni tipo hanno storicamente perseguitato, rinchiuso, ostracizzato e persino giustiziato un bel po’ di scienziati. Perché, a differenza di quanto credono gli ignoranti nei consigli regionali e in parlamento, se parliamo di scienza i “dogmi” non esistono – ogni teoria deve essere tesa alla descrizione dell’esistente e comprovata da fatti e ogni teoria può finire nel dimenticatoio dall’oggi al domani qualora i fatti la contraddicano.

3. Non abbiamo più garanzie che a scuola si impari qualcosa di vero. Se una squinternata si inventa un tunnel che collega il Gran Sasso al Cern – e per nostra sventura quando lo fa ricopre il dicastero all’Istruzione – la cosa finisce dritta nei libri di testo Mondadori. Ma non basta: se nello scenario precostituito e predigerito che deve sostituire la realtà, mostrandosi grato al governo “del cambiamento”, si inseriscono frammenti di verità storica per essi scatta la censura. E’ stato il caso del liceo di Trieste la cui mostra sulle leggi razziali è saltata perché il manifesto non è piaciuto al Comune (sindaco Forza Italia, assessore alla cultura centro-destra): foto in bianco e nero di tre ragazze sorridenti, con libri e cartelle in mano, e riproduzione della prima pagina del quotidiano Il Piccolo, datata 3 settembre 1938, su cui campeggiava il titolo: “Completa eliminazione dalla scuola fascista degli insegnanti e degli alunni ebrei”. Troppo forte, hanno detto, ma forse era un complimento.

4. L’orizzonte per le donne è anch’esso non troppo nuovo, com’era prevedibile (casa, chiesa, cucina e camera da letto). I politici del “cambiamento” stanno mettendo le mani sulla legge che regolamenta il divorzio e la tutela dei figli dei divorziati, dichiarano “impediremo alle donne di abortire” e di voler abolire le unioni civili, aprono “sportelli anti-gender”. Ringalluzzito dall’atmosfera, un parroco veneto propone una tassa sulle scollature e sugli spacchi dei vestiti delle donne che contraggono matrimonio religioso: “Potremmo istituire una sorta di offerta da riscuotere in proporzione alla decenza dell’abito della sposa, che molto spesso si presenta sguaiato e volgare. Così chi più si presenta svestita più paga.” E’ bello sapere che adesso nei seminari si studiano i trend della moda, eleganza e decoro, e ogni parroco è diventato un esperto fashionista. Mancano purtroppo almeno un paio di lezioni sul rispetto dovuto ai corpi e alle scelte delle donne.

5. Siete passati per qualche motivo da una questura, ultimamente? Conoscete qualcuno che ci lavora? Sono senza carta per le fotocopie, senza cancelleria, senza benzina per le auto, non ricevono materiali e aggiornamenti sufficienti per fare un lavoro decente. Ma adesso è arrivata la legge “Spazzacorrotti” e un video del sottosegretario agli Affari regionali ci spiega che i “polizziotti” – a lui va bene con due zeta, vedremo se ciò avrà ricadute su testi scolastici e dizionari – avranno la possibilità di diventare come “Johnny Depp in Donnie Brasco”. Posso solo immaginare le entusiastiche reazioni dei lavoratori delle forze dell’ordine.

6. Per fare un cerchio completo non bastano più 360°, ce ne vogliono 365. Aggiorniamo anche la matematica, che è sempre più un’opinione e le opinioni, come sapete, sono sacre e intoccabili: è la realtà che deve adeguarsi. “Le ricerche dovrebbero essere estese a 365 gradi”, dichiara infatti lo stesso consigliere regionale leghista che ha appena spiegato come la legionella sia “la malattia dei legionari, che non hanno mai operato in Austria o in Svezia o in Nordtirolo, ma hanno operato dove ben sappiamo”. La legionella ha preso questo nome dopo che un malessere non meglio identificato colse 221 persone appartenenti all’American Legion, un’associazione di veterani statunitensi che nel luglio 1976 partecipavano a una riunione in un albergo, e ne uccise 34. Il batterio è stato identificato nel gennaio 1977. Perciò, consigliere, cos’è che “ben sappiamo”?

Maria G. Di Rienzo

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fumogeni iran

Foto Associated Press, didascalia: Le squadre antisommossa usano granate fumogene contro gli/le studenti dell’Università di Teheran durante una dimostrazione nel fine settimana (ndt: 30-31 dic. 2017).

La persona ritratta è una giovane donna. Io sto con lei.

Sto con lei perché l’anno scorso la polizia del suo paese, Iran, ha annunciato che avrebbe impiegato nella capitale 7.000 (settemila) agenti maschi e femmine in borghese per controllare come le sue simili vanno vestite per strada.

Sto con lei perché il governo iraniano pretende di controllare gomiti caviglie unghie e capelli ecc. alle sue simili da quasi 39 anni (hanno cominciato nel 1979) e per tutto questo tempo le hanno umiliate, minacciate, multate, incarcerate, frustate e sfregiate – anche se il 29 dicembre scorso hanno annunciato con mooolta tolleranza che a Teheran (ma non nel resto del paese) quelle vestite “male” dovranno solo partecipare a lezioni tenute dai poliziotti, notoriamente maestri congeniti di fede, cultura, etica, diritti civili e ultimi trend della moda.

Sto con lei perché la protesta contro povertà e disoccupazione e crisi economica create dal consesso di pii uomini che dirigono il paese e si preoccupano più di finanziare gruppi islamisti stranieri che del benessere del proprio popolo è sacrosanta.

Sto con lei perché per soffocare tale protesta, che sta dilagando nell’intera nazione, hanno già ucciso almeno 21 persone, fra cui un bambino di 11 anni, e ne hanno arrestate 450 solo a Teheran.

Sto con lei perché intendono accusare i/le dimostranti di “guerra contro dio”, reato immaginario per cui è però prevista una pena di morte assai reale.

Sto con lei.

Maria G. Di Rienzo

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tweet polizia

L’account Twitter di una stazione di polizia scozzese, operativa nella zona di Lochaber e nell’isola di Skye, è famoso per l’arguzia dei suoi messaggi e per l’affettuosa familiarità che usa nel relazionarsi ai cittadini. Nel gennaio 2016 uno dei suoi tweet fu ripubblicato migliaia di volte: riguardava della cocaina “smarrita”: “Se stasera torni nella tua casa a Skye e ti accorgi che la cocaina manca ce l’abbiamo noi, alla stazione di polizia.” L’hashtag aggiungeva: Vorremmo parlarti un attimo.

Il 18 novembre 2017 la polizia di Lochaber e Skye ha raggiunto di nuovo un pubblico internazionale, con questo messaggio:

“Lettera a una giovane donna che vive a Skye.

Sappiamo che segui questo account e vogliamo che tu veda questo.

Ti abbiamo detto in precedenza che pensiamo tu sia a rischio di abuso domestico da parte del tuo partner. Vogliamo aiutarti e stiamo facendo molte cose con altri enti nel tentativo di mantenerti al sicuro.

Tu puoi non accorgerti di noi e il fatto che noi si sia coinvolti può persino non piacerti, ma noi stiamo costantemente pensando a come possiamo aiutarti.

La tua famiglia e i tuoi amici ti hanno detto che pensano tu sia in pericolo – ti sostengono e vogliono che tu sia al sicuro.

Noi pensiamo sia probabile lui ti abbia detto “Non succederà di nuovo”, “Sono dispiaciuto”, “Cambierò”, forse ti ha persino detto che è colpa tua – NO, NON LO E’.

La violenza, le minacce, i commenti che ti umiliano e i comportamenti di controllo nei tuoi confronti non sono la vita che è necessario tu faccia, può andare meglio.

Non sei intrappolata e non sei sola, noi possiamo aiutarti a uscirne, la tua famiglia e i tuoi amici possono aiutarti a uscirne e @scotwomensaid (1) può aiutarti a uscirne.

Chiamaci, vieni alla stazione di polizia, telefona a qualcuno, parla alla locale Assistente sociale per le Donne (seguono numeri di telefono).

Non c’è scusa per l’abuso domestico. L’aiuto è qui fuori.”

Moltissime donne, soprattutto sopravvissute alla violenza, stanno rispondendo positivamente: raccontando le loro storie, ringraziando la polizia e assicurando sostegno alla donna di Skye.

Maria G. Di Rienzo

(1) indirizzo di Scottish Women’s Aid, la principale organizzazione scozzese che lavora contro la violenza domestica.

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(tratto da: “Police raid offices of women’s groups in Poland after protests”, Associated Press in Warsaw per The Guardian, 5 ottobre 2017, trad. Maria G. Di Rienzo.)

polonia proteste

Gruppi per i diritti delle donne hanno denunciato i raid della polizia nei loro uffici in diverse città polacche, che hanno avuto come risultato nel sequestro di documenti e computer, il giorno seguente alle marce antigovernative organizzate dalle donne per protestare contro la restrittiva legge nazionale sull’aborto.

I raid sono avvenuti mercoledì (Ndt.: il 4 ottobre) nelle città di Varsavia, Gdańsk, Łódź e Zielona Góra. Hanno preso di mira due organizzazioni, il Centro per i Diritti delle Donne e Baba, che aiutano le vittime di violenza domestica e hanno partecipato alle proteste antigovernative questa settimana.

Le attiviste per i diritti delle donne hanno detto giovedì che la perdita dei file ostacolerà il loro lavoro e accusano le autorità del tentativo di intimidirle. I pubblici ministeri respingono l’accusa, dicendo che il tempismo relativo ai raid occorsi un giorno dopo le manifestazioni è stato una coincidenza.

Alcuni temono che il partito al potere “Legge e Giustizia”, guidato da Jarosław Kaczyński, stia seguendo i passi della vicina Ungheria, dove gruppi non governativi hanno subito persecuzioni sotto il Primo Ministro Viktor Orbán.

“Questo è un abuso di potere perché, anche se ci fossero sospetti di reato, un’indagine potrebbe essere condotta in modo da non avere impatto negativo sul lavoro delle organizzazioni.”, ha detto ad Associated Press Marta Lempart, la leader dello Sciopero delle Donne Polacche che ha organizzato le proteste.

Ai gruppi delle donne è stato detto dalla polizia che i pubblici ministeri stavano cercando prove per un’indagine sui sospetti reati del Ministero della Giustizia del precedente governo. All’epoca, il Ministero aveva fornito fondi ai gruppi di donne.

“Temiamo che questo sia solo un pretesto o un segnale d’allerta affinché noi non ci si impegni in attività non in linea con il partito al potere.”, ha attestato il Centro per i Diritti delle Donne in un comunicato.

Anita Kucharska-Dziedzic, che dirige Baba, ha detto che la polizia è entrata nel suo ufficio di Zielona Góra, nella Polonia occidentale, alle 9 del mattino di mercoledì e ha lavorato sino alle 6 di sera rimuovendo file. Ha anche detto ad Associated Press che il suo gruppo ignora reati commessi dai funzionari del Ministero con cui è stato in contatto e che ora avrà problemi nel portare avanti i suoi progetti a causa della perdita dei file. E’ inoltre preoccupata perché i documenti contengono informazioni private sulle vittime di abuso domestico che hanno cercato l’assistenza del gruppo.

(…) Jacek Pawlak, portavoce per i pubblici ministeri a Poznań, da dove l’indagine parte, ha detto che i raid sono parte di un’indagine in corso ma non ha divulgato di che si tratta. Ha detto che non si è trattato di un tentativo di minacciare le organizzazioni delle donne.

Le dimostrazioni di questa settimana si sono date nel primo anniversario della Protesta Nera di massa, con le donne vestite di nero che arrestarono il piano presentato in Parlamento per il bando totale dell’aborto. Nonostante questo successo, le attiviste per i diritti delle donne hanno marciato perché l’aborto è ancora illegale nella maggioranza dei casi e hanno chiesto la liberalizzazione per legge.

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La paura, nelle situazioni di abuso domestico, è peculiare – cioè ha caratteristiche proprie e specifiche e non è un semplice sottoprodotto della violenza. Il controllo emotivo e psicologico che risulta dalla paura, definito dalle ricerche in merito terrorismo quotidiano, nutre il modo in cui l’abuso continua a “funzionare”:

1) Subire abusi in ambiente domestico, da un partner intimo, dà forma alla natura della paura immediata durante gli incidenti violenti. Questa paura diventa cronica con il tempo, opera un trauma profondo e ha effetti negativi sulla salute e il benessere in generale. Chi abusa adotta una serie di tattiche e comportamenti per mantenerla costante;

2) L’isolamento – ma forse sarebbe più corretto definirlo “intrappolamento” – sociale e fisico che sovente accompagna gli abusi rinforza la paura e rende il cercare aiuto più difficoltoso. Le vittime sperimentano un’enorme umiliazione legata anche alla sensazione di essere impotenti;

3) La paura è la principale ragione-chiave per il silenzio e il non abbandono dell’abusante e dell’ambiente domestico;

4) Tenere una persona uno in stato di paura cronica non richiede di usare violenza fisica continuamente e persino del tutto;

5) Usare questa paura e “giocarci” sono azioni comuni per coloro che abusano e sono rese possibile dalla loro conoscenza intima della persona di cui stanno abusando;

6) I violenti raccontano storie “verosimili” e “razionali” sugli abusi che perpetuano, recitano il ruolo della vittima, e spessissimo gettano il biasimo per le loro azioni sulle persone di cui stanno abusando: come risultato, molte di queste ultime fanno esperienza di una sorta di “bispensiero” in cui stentano a riconoscere come violazioni dei loro diritti ciò che loro accade;

7) I ruoli di genere all’interno delle relazioni intime (in altre parole, a chi è demandato il lavoro domestico, di cura, emozionale) rendono più facile l’abuso per i perpetratori e più difficile la fuga alle loro vittime. La violenza non accade in un vuoto sociale, ma in una società che ha ancora forti aspettative sui comportamenti e i ruoli che uomini e donne devono tenere nelle loro relazioni: questo scenario indebolisce la reazione di chi subisce abusi e rende più agevole per chi abusa continuare a farlo senza essere contrastato;

8) Altre diseguaglianze sociali, in special modo quelle che riguardano l’orientamento sessuale, il reddito, la classe sociale, l’appartenenza etnica, la disabilità, esasperano gli effetti della violenza domestica e la paura a essi collegata;

9) Nemmeno la paura si crea in un vuoto sociale. I nostri sentimenti sono influenzati da quelli di chi abbiamo intorno e dalle nostre supposizioni su come costoro si sentono. Nel caso della violenza domestica, sulla paura ha influenza come la società vede e giudica questa stessa violenza (prescrizioni morali e religiose ad esempio), hanno influenza familiari e amici, personale medico e dei servizi sociali, personale delle forze dell’ordine, giudici e avvocati, eccetera.

Cosa succede con tutte queste classi di individui nominate al punto 9)? Che troppi di essi non hanno formazione specifica sulla violenza, ne’ in generale ne’ su quella domestica e di genere, perciò rispondono alle vittime basandosi sui propri pregiudizi sociali, umiliandole di nuovo e creando in loro la sensazione di essere RESPONSABILI di ciò che subiscono, completamente SOLE e persino PAZZE.

Dopo una vita vissuta nell’abuso domestico inflittole dal marito e una prima coltellata ricevuta da costui nel 1995, Rosanna Belvisi è stata massacrata definitivamente il 15 gennaio: questa volta, le coltellate coniugali erano 23.

I giornali riportano che, “per il Questore di Milano Antonio De Iesu, questo caso «è emblematico di un quadro famigliare malato, con rapporti violenti che non vengono alla luce». È la storia di una donna che è stata lasciata sola, senza aiuti per uscire da una vita di terrore. «La normativa in materia adesso c’è – ha ricordato De Iesu – le vittime di stalking devono ricorrere ai centri antiviolenza e avvisare le questure, che hanno il potere di “ammonire” gli uomini violenti». Eppure poche lo fanno. (rileggete i 9 punti precedenti e non sarà difficile capire perché, ma come vedremo c’è dell’altro, nda.) «Il sistema funziona. – dice sempre il Questore – Ma a Milano riceviamo centinaia di chiamate per violenze nei confronti di donne che invece non denunciano fino a quando è troppo tardi». Per questo, «la cosa più importante è sensibilizzare le donne: devono chiedere aiuto».”

Ma quando lo fanno, che tipo di aiuto ricevono dalle istituzioni che ora “hanno la normativa” in base a cui agire? E’ proprio sicuro che il sistema funzioni? Mi segua, signor De Iesu: siamo nella Questura della mia città, è il 5 novembre scorso, e io sto presentando un esposto per “stalking condominiale”. E’ violenza generalizzata, non di genere o domestica, ma sempre violenza è (l’art. 612 del Codice Penale può essere applicato a tutte quelle situazioni capaci di “creare inquietudine a chi le subisce” e io ho sviluppato in 6 mesi di tortura uno “stato d’ansia reattivo con conseguenti episodi di tachicardia e dispnea ansiogena tali da ricorrere all’uso di terapia farmacologica”). Il mio scritto espone i fatti dettagliatamente, ho testimoni e vi sono altre vittime. Il funzionario, una volta finito di registrarlo, alza la testa e dice: “Tanto dirà che lei è pazza e si è inventata tutto.” La funzionaria n. 2 mi chiama al telefono il 13 gennaio, giorno in cui la persona che tramite l’esposto chiamo ad assumersi le sue responsabilità si degna di presentarsi al colloquio: il signore le ha detto che lui non fa nulla, e quindi nulla è accaduto. Ha fatto la vittima, si è detto davvero dispiaciuto, eccetera eccetera. Sottilmente, la funzionaria suggerisce che forse mi sono sbagliata. Allibita, poiché ci sono altri sei adulti in tre appartamenti differenti che “si sbagliano”, riassumo il caso e le faccio notare le contraddizioni in cui il tipo continua a cadere. Risposta piccata: “Può presentare querela, se vuole, ma tanto non otterrà nulla lo stesso.”

Non so cosa la funzionaria pensi io voglia “ottenere”, ma in realtà è molto semplice: non sono compensazioni e risarcimenti e neppure scuse – voglio che si smetta di farmi del male.

E vede, signor Questore, quest’uomo è per me un estraneo. Si immagini cosa vuol dire emergere dal “terrorismo quotidiano” che ho esposto sopra e andare a denunciare un marito, un compagno, il padre dei tuoi figli, il quale dirà similmente “si è inventata tutto”, “esagera”, “è ipersensibile” “ha frainteso”, “è eccessivamente emotiva”, “è esaurita” (a forza di vessazioni non è difficile raggiungere questo stato)… immediatamente creduto e legittimato. E nel terrorismo quotidiano si ripiomba. Il tuo timore più grande si avvera: anche se parli, le tue parole non hanno valore. Non è successo niente. Lo ha detto un uomo, perciò dev’essere andata così. Perché si sa, non è vero, che le donne mentono, le donne non sono in grado di distinguere bene una carezza da un cazzotto, le donne sono perfide, le donne non sono affidabili. Come possono le parole di una donna essere vere e quelle di un uomo false qualora due versioni siano in conflitto?

Perciò, la “cosa più importante” non è “sensibilizzare le donne”: il clima culturale che le opprime dev’essere sfidato, chi deve essere reso più consapevole e più capace è l’apparato istituzionale e i consigli per un diverso comportamento, se vogliamo che la musica cambi, devono essere dati AI PERPETRATORI, NON ALLE VITTIME.

Sensibilizziamo gli uomini, signor Questore.

Maria G. Di Rienzo

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(“When you receive death threats online, it’s good to know who has your back”, di Suzanne Moore per The New Statesman, 8 ottobre 2015, trad. Maria G. Di Rienzo.)

occhiacci

Di questi tempi, essere una donna visibile all’opinione pubblica o essere una donna qualunque che sa far funzionare un account Twitter, significa essere soggetta all’abuso. A volte minacce di morte e stupro. A volte solo stupidaggini folli. A volte disperati tentativi di ottenere attenzione che non saranno mai soddisfatti.

Ogni tanto ho avuto bisogno di avere attorno la polizia. Sono stati molto gentili, ma davvero non capiscono che Twitter non è una e-mail. Ad ogni modo, abbiamo fatto una chiacchierata e io ho mostrato loro come usarlo. Mi piace pensare di aver fornito un servizio pubblico e spesso ho la sensazione che i poliziotti abbiano solo bisogno di parlare.

Una volta, dopo aver subito una rapina in casa, hanno insistito a fornirmi il “sostegno per le vittime”. Non era simpatico pensare che degli estranei fossero in casa mentre c’ero anch’io, ma visto che avevano portato via unicamente un pizzico di fumo, un po’ di denaro e mezza bottiglia di gin, lasciandosi dietro nel processo alcuni anelli preziosi, io non mi sentivo proprio così spaventata.

Nondimeno, due zelanti individui hanno cominciato a farmi visita e a sedere sul mio divano mentre io preparavo loro il tè.

Capiamo che lei debba sentirsi molto violata.” disse uno di loro.

Non proprio e tra l’altro devo trasferirmi fra poco.”

Anche la mia casa è stata rapinata una volta. Mi sono sentito molto, molto violato.” disse il più giovane. Erano molto fieri della parola: dopo due ore di ascolto su quanto violati questi poliziotti si sentissero, ho detto loro che avevo da fare.

Ma quando ho ricevuto una seria minaccia di morte, nei giorni precedenti l’avvento di internet, la polizia fu effettivamente grandiosa. Invece di abuso online, queste erano lettere. Le ho ancora. Questa gente è pericolosa, penso sempre. Comunque li hanno presi, sono stati puniti eccetera.

Erano arrivate un paio di missive da “Combat 18”, un gruppo fascista. Dicevano che io amavo “i paki e i negri” ed ero una sorta di puttana ebrea. E c’era l’insulto che non cambia mai: sei troppo brutta per essere stuprata ma sarai stuprata comunque. I dettagli su come intendono distruggerti sono la parte che fa paura. Mentre leggevo, il mio telefono fisso cominciò a suonare: “Sappiamo dove vivi. Sappiamo che hai bambini. Perciò non ti uccideremo, ti renderemo solo disabile. Compra una carrozzella, ne avrai bisogno.”

La polizia mi disse: “Riusciamo a maneggiare i gruppi meglio degli individui.” e mi offrirono di installare un allarme. Il giornale per cui lavoravo all’epoca fu anche molto comprensivo e prese le minacce sul serio. Ancora oggi però, mi chiedo come qualcuno potesse conoscere il mio numero di telefono se non faceva parte del personale del quotidiano. E’ così che funzionano le minacce di questo tipo. Ti fanno diffidare di chiunque.

Poi accadde la cosa più strana che potesse accadere. Il mio editore mi passò un messaggio di solidarietà proveniente da un collega giornalista, un uomo che di minacce di morte ne sapeva qualcosa.

Dice che sai di avercela fatta quando ricevi una minaccia di morte.”

Il messaggio di solidarietà veniva da Norman Tebbit. (1)

Per poco non sono morta.

(1) Pari del Regno Unito, nato nel 1931, conservatore, ha lavorato per il Financial Times. Un attentato dell’IRA, nel 1984, lasciò lui ferito e la moglie paralizzata. Tebbit esprime tuttora posizioni intolleranti su immigrazione, cooperazione internazionale, omosessualità, diritti dei lavoratori ecc. Si capisce perché Suzanne Moore, femminista e di sinistra, restò di stucco.

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Suffragette”, il film di Sarah Gavron che descrive la lotta delle suffragiste inglesi agli inizi del ‘900, aprirà la prossima edizione del Torino Film Festival (20/28 novembre 2015). Ha già girato un po’ di rassegne a livello internazionale e il 12 ottobre sarà distribuito in Gran Bretagna.

Per quel che si può vederne online – trailer e presentazioni – pur non pretendendo di essere documentaristico e raccontando una propria storia, “Suffragette” pare accurato nei particolari e ovviamente ritrae le donne chiave del movimento, fra cui Emmeline Pankhurst e Emily Davison. Ma, sebbene onori il suo spirito e il suo contributo (come si può vedere nell’immagine qui sotto), sembra ometterne una che sarebbe stato assai interessante vedere sul grande schermo.

dal film suffragette

Si tratta di Edith Garrud – 1872/1971 – che è più o meno scomparsa anche dalle rievocazioni storiche del periodo, e che fu l’istruttrice di ju-jitsu delle manifestanti.

Quest’arte marziale, il cui nome si potrebbe tradurre come “arte/tecnica gentile/flessibile”, fu pensata per sconfiggere un avversario armato a mani nude e sfrutta la stessa forza di detto avversario rivolgendogliela contro, anziché opponendosi direttamente – per questo, passatemi la digressione, il ju-jitsu è spesso usato come metafora per l’azione nonviolenta.

Il clima in cui le suffragiste si trovavano durante le loro dimostrazioni e proteste era invece assai violento. Poliziotti (e persino passanti) le picchiavano sino a far perdere loro i sensi, venivano arrestate, molestate sessualmente e maneggiate in modo brutale e se entravano in sciopero della fame erano alimentate a forza con l’uso di tubi di gomma.

Le cose precipitarono il 18 novembre 1910, passato alla storia come il “Venerdì Nero”. Un gruppo di circa 300 suffragiste si trovò davanti un muro di poliziotti fuori dal Parlamento. In netto svantaggio per numero, furono assalite sia dalla polizia che dai “vigilantes” maschi presenti nella folla. Cento manifestanti furono arrestate, molte subirono ferite gravi e due morirono. E’ qui che Edith entra in scena.

Era una donna piccola, alta circa un metro e mezzo e di sicuro non appariva minacciosa ai membri della polizia metropolitana – che allora dovevano essere alti almeno 5 piedi e 10 pollici (un metro e settantotto) per essere assunti. Però, assieme al marito che aveva aperto una palestra a Londra, Edith conosceva il ju-jitsu. Era una delle prime istruttrici professioniste di arti marziali in occidente e fu più che volonterosa nell’insegnarlo alle sue amiche del “Women’s Social and Political Union – Il sindacato sociale e politico delle donne” note al grande pubblico come “suffragette”.

Per proteggere Emmeline Pankhurst dall’essere (di nuovo) arrestata, giacché giocava un ruolo fondamentale come figura di punta e motivatrice, Edith addestrò in special modo una trentina di donne che fungevano da guardie del corpo (“The Bodyguard”) e che furono in effetti in grado di far scudo a Pankhurst in molte situazioni difficili.

In un’intervista del 1965, Edith Garrud ricordò l’episodio in cui un poliziotto tentò di impedirle di protestare davanti al Parlamento. “Adesso se ne vada, si muova. – le disse – Lei sta diventando un ostacolo, qui.” “Mi scusi, – replicò Edith – ma è lei ad essere d’ostacolo.”: e se lo gettò dietro le spalle in un’unica mossa.

Maria G. Di Rienzo

self defence

P.S. L’attrice che interpreta Emmeline Pankhurst nel film e cioè Meryl Streep, dopo aver attestato di non essere femminista si è sentita in dovere di specificare perché: lei ama gli uomini. Ed è “disturbata” dal fatto che il femminismo attuale aliena le giovani donne da persone che amano.

Meryl Streep è libera di identificarsi come preferisce e il fatto che non sia femminista non sposta una virgola ne’ nella mia vita ne’ in quella di ogni altra femminista al mondo. Però niente la autorizza a reiterare l’immane stupidaggine delle “femministe che sono tali perché odiano gli uomini”, frutto del continuo discredito che la narrativa patriarcale getta sulle donne.

Sono sposata con un uomo, ho un figlio maschio, che è la razionalizzazione posta da Streep al suo insulto, è una frase pronunciabile da una marea di femministe, lei non immagina neppure quante: molto probabilmente perché ha incontrato il femminismo solo per recitare in “Suffragette” e non se n’è mai interessata prima. Anche questo è legittimo. Sparare cazzate su argomenti che non conosce no.

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