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Posts Tagged ‘pittura’

Domani e dopodomani, al Teatro Melico Salazar di San José, Costa Rica, Guadalupe Urbina intende esporre in musica il viaggio della propria vita: “Dalla Guadalupe che lasciò la provincia di Guanacaste cantando canzoni di protesta sulla proprietà della terra e la segregazione razziale, alla Guadalupe urbana che “prese possesso” della capitale. La Guadalupe di oggi non può più fare sempre quel che le piace. Questa donna è un poco stanca e il suo corpo richiede attenzione.” L’ultima frase si riferisce ai tre cicli di trattamento medico che la cantautrice ha già affrontato per combattere la presenza di tumori.

guadalupe

Nata nel 1959 da una famiglia contadina (il padre era migrato in Costa Rica dal Nicaragua), ultima di 10 figli, ha vissuto in Europa e viaggiato in Africa. Ha due figli, Antonio e Angela. Attualmente dirige la Fondazione “Voz Propia” che appoggia i/le giovani con aspirazioni artistiche e fa parte della comunità autogestita Longo Mai.

Il movimento che porta questo nome ha origini in Austria, Svizzera, Germania e Francia: giovani della “generazione del ’68” fondarono la prima comunità autogestita in Francia nel 1973 – “Longo maï” in provenzale significa “Possa durare a lungo”. Nel 1979, quando molti nicaraguensi fuggivano dal regime del terrore di Somoza, decisero di comprare terra in Costa Rica per renderla disponibile ai rifugiati, di modo che essi vivessero in modo indipendente e dignitoso. Longo Mai oggi comprende circa 2.200 acri, metà dei quali costituiti da foresta pluviale protetta.

Guadalupe ha ricevuto vari premi internazionali per il suo talento e le sue ricerche sulla musica popolare e la narrazione orale. Dalle tradizioni mesoamericane ha derivato quel che potremmo definire il suo “sentiero spirituale”, che segue le molte dimensioni dell’archetipo femminile. Pittrice, scrittrice, poeta, autrice teatrale, il suo ultimo album in studio – con 11 brani originali – è del 2016: “Cantos Simples del Amor de la Tierra”.

“L’arte ci permette di muoverci, di essere commossi, connessi e rinnovati. – dice Guadalupe – La metafora è il linguaggio che ci permette di entrare in relazione con la soggettività. L’arte, usando linguaggio metaforico, può esprimere in maniera più completa l’esperienza, la conoscenza e la rivitalizzazione delle risonanze che è così cruciale nel rompere l’isolamento per costruire movimenti. La canzone ha un potere unico; è il potere di muovere il tuo corpo e i tuoi sentimenti, di trasportarti inevitabilmente in un luogo che ti dà autorità perché evoca, raccoglie e soprattutto libera ciò che tu hai necessità di liberare.” Maria G. Di Rienzo

madremonte

(Madremonte, dipinto di Guadalupe Urbina)

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Na Hye-seok

Na Hye-seok (나혜석, 1896 – 1948, in immagine) è stata la prima artista femminista coreana: poeta, scrittrice, insegnante, giornalista e pittrice i cui quadri sono oggi valutati a prezzi da capogiro, sebbene l’Autrice sia morta in miseria in un ospedale per vagabondi e non si sappia neppure dov’è sepolta – poiché la famiglia l’aveva rigettata e nessuno si curò del suo funerale, è probabile si trovi in una fossa comune. Stranamente, ma forse non poi tanto, cinema e televisione del suo paese non si sono ancora interessati alla sua storia (esiste un breve documentario in francese di Han Kyung-mi, visibile su: https://vimeo.com/113225651) e il suo nome è stato usato sino a tempi recenti come spauracchio per le donne che avevano ambizioni artistiche: “Vuoi diventare un’altra Na Hye-seok?” ammonivano padri e fratelli. La prima retrospettiva del suo lavoro, al Centro per le Arti di Seul, è del 2000. Il suo racconto più famoso, “Kyonghui”, pubblicato nel 1918, è dal 2009 disponibile in inglese nella raccolta “Questioning Minds: Short Stories by Modern Korean Women Writers”: tratta di una donna che scopre se stessa come irriducibile alla prescritta cornice confuciana di “buona moglie e buona madre” e cerca significato e validazione come “nuova donna”. Per tutta la vita, Hye-seok tenterà di negoziare questo concetto all’interno della società coreana.

Nata in una famiglia benestante durante l’occupazione giapponese della Corea, dimostrò il suo talento artistico sin dall’infanzia e studiò anche in Giappone dove, nel 1915, era la principale organizzatrice dell’associazione delle studenti coreane. Qui visse il suo primo amore con un compatriota studente universitario, scrittore e editore di una rivista letteraria; questa coppia intellettuale e ribelle divenne assai famosa fra i coetanei, ma nel 1916 Choe Sung-gu morì di tubercolosi e Hye-seok ebbe un crollo nervoso che per qualche tempo le impedì di proseguire gli studi. Nel 1919 la giovane partecipò alla sollevazione contro l’occupazione coloniale del 1° marzo (che oggi è il Giorno del Movimento per l’Indipendenza), fu arrestata e imprigionata. L’avvocato assunto dalla sua famiglia per tirarla fuori di galera, Kim Woo-young, sarebbe di lì a poco diventato suo marito. Il loro fu un matrimonio d’amore, il che era raro all’epoca in Corea, e non avrebbe dovuto divenire un impedimento alle ambizioni artistiche della giovane donna, ma se durante il primo anno da sposata Hye-seok fondò con altri un giornale letterario e nell’anno successivo, 1921, tenne la sua prima mostra di quadri – che era la prima mostra in assoluto nel paese per i dipinti di una donna – già nel 1923 aveva scritto “Riflessioni sul diventare madre” dove rimproverava aspramente il marito perché delegava per intero a lei la cura dei figli.

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(Na Hye-seok, autoritratto)

Nel 1927, Na Hye-seok e suo marito andarono a stare per tre anni in Europa. Hye-seok si fermò a Parigi per studiare pittura mentre Kim Woo-young, che era diventato un diplomatico per conto giapponese, portava avanti i suoi affari altrove. A Parigi la donna incontrò un altro uomo coreano, Choi Rin, che era il leader della (oggi quasi scomparsa) fede Cheondo-gyo: nata dalle lotte contadine del secolo precedente era inestricabilmente legata all’attivismo politico, poiché dichiarava come suo scopo principale il creare un “paradiso” di armonia sociale sulla Terra. Non è chiaro che tipo di relazione i due abbiano avuto, poiché nel suo diario Hye-seok dà conto del tentativo di restare leale nonostante le frustrazioni e le umiliazioni che riceve dal matrimonio, ma è abbastanza chiacchierata da fornire al marito la scusa per bollarla come adultera e divorziare da lei nel 1931. Lo stesso anno il supposto amante Choi Rin dà alle stampe in Francia un articolo “piccante” (leggi “volgare e osceno”) sulla sua storia con Hye-seok e lei lo denuncia per diffamazione. Nonostante il divorzio le abbia addossato una reputazione da sgualdrina in Corea, dove è tornata, Hye-seok continua a dipingere e vince un premio speciale alla 10^ Mostra dell’Arte di Joseon.

Nel 1934 pubblica sulla rivista Samcheolli il saggio che sarà allo stesso tempo il suo testamento politico, la più chiara esposizione delle indegnità che le donne coreane subiscono fatta sino ad allora, una sfida rovente al sistema patriarcale, e la sua rovina. Si chiama “La mia dichiarazione sul divorzio” e in esso, tra l’altro, Hye-seok critica la repressione della sessualità femminile, attesta che il marito non era in grado di soddisfarla sessualmente e rifiutava di discuterne, propone “matrimoni di prova” ove le coppie vivono insieme prima di sposarsi effettivamente di modo da non cadere in unioni infelici come la sua.

A questo punto non solo la sua famiglia d’origine la abbandona del tutto, ma non riesce più a vendere quadri, racconti o articoli. I critici d’arte hanno finalmente l’occasione di disprezzarne i dipinti come “scimmiottamenti dell’arte occidentale” e dichiarano il suo impegno artistico la squallida facciata con cui una donna dissoluta ha tentato di coprire la propria lussuria. Na Hye-seok vivrà gli ultimi anni grazie alla carità dei monasteri buddisti, ma non abbandonerà uno solo dei suoi convincimenti sui diritti e la libertà delle donne sino alla morte. Maria G. Di Rienzo

P.S. Oggi, 8 aprile, è l’anniversario del giorno in cui la prima persona coreana (non la prima femmina, la prima in assoluto) è andata nello spazio a bordo della Soyuz TMA-12, con due cosmonauti russi. Ascolta, Hye-seok, era il 2008 e questa tua connazionale si chiama Yi So-yeon e ha operato esperimenti scientifici a bordo della navicella. Lo deve anche a te. Non smettere di ispirarci.

Yi So-yeon

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Un’artista siriana

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Yara Said (in immagine qui sopra) è un’artista femminista nata a Sweida in Siria nel 1991. Si è laureata all’Università delle Belle Arti di Damasco nel 2014. L’anno successivo si è trasferita in Olanda, dove ora vive, lavora e fa un intenso attivismo sulle questioni riguardanti i rifugiati nell’Unione Europea. I materiali preferiti con cui compone i suoi dipinti sono giornali vecchi e stoffe usate.

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(il titolo del quadro di Yara è: “Rilassati, è solo un film”)

Questo è quel che dice della sua arte:

Non voglio che sia un manifesto, voglio che faccia manifestare le persone: voglio che le persone ne siano toccate e che la mia arte le scuota in modo conscio e inconscio.

Se c’è qualcosa che la mia arte esprime allora è la natura umana, il fatto che le mie esperienze sono simili alle tue. Questo è il mio linguaggio, che ho appena trovato.

Come artista siriana desidero raccontare la mia storia, la storia del mio paese, le storie dei miei amici in un modo che sia chiaro al mondo intero. Forse così facendo gente in tutto il mondo riuscirà ad avere la percezione di quant’è terribile quel che sta accadendo in Siria ora e quanto è devastante l’effetto che ciò ha sulle vite umane.”

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Atena racconta

ATENA RACCONTA LA PROPRIA STORIA

(testo e immagine qui sotto – Athena Glaukopis – di Thalia Took. Trad. Maria G. Di Rienzo. La seconda immagine è di Ilene Satala.)

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Io sono una figlia più vecchia del proprio padre.

Antica, sono antica, vecchia come la Mente e vecchia almeno quanto il Travestimento; io sono Colei che è intelletto e intuito e so come allettare con il ragionamento, che non è la stessa cosa del farlo con la verità.

Io sono e sono stata tutte queste cose: l’uccello sull’acqua, il serpente nella roccia, l’albero sulla collina, la rugiada lucente, l’immagine in legno d’olivo, la Città sull’altura. Ho aggiogato buoi e domato cavalli, ho progettato feste e gare, arte e gloria.

Io guido coloro che osano; ho ucciso Giganti, distrutto il disordine, nascosto segreti.

Molto, molto tempo fa ho lottato per la Città con l’oscuro Poseidone e ho vinto – perché sono la migliore.

Dal nulla, io posso con le mie abilità creare tutto. Dall’aria sottile, il fulmine. Da vecchie ossa, musica. Dal fango, l’inestimabile anfora. Dal concetto di utilità io creo bellezza; dalla sconfitta, vittoria; e dalla rabbia, giustizia.

Tienilo a mente, perché io sono spesso con te e posso prendere qualsiasi forma: la ragazza al pozzo con gli occhi da civetta, la matrona al telaio, l’anziana donna con il fuso che ti fa segno; o la vasaia che vende le sue merci, la guerriera che lotta al tuo fianco, la guida che ti offre consigli.

Io osservo con occhi brillanti, lucenti e mutevoli come il mare, sfidandoti a vedere attraverso le mie illusioni e, invero, le persone intelligenti, le astute, le scaltre, sono quelle che più amo.

Per riconoscermi, riconosci l’enthousiasmos (1) dentro di te e sii abbastanza sagace da estrarre la domanda dalla risposta. Perché questa è la verità: sebbene io sia una bugiarda, puoi fidarti completamente di me.

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(1) pur traducibile come “entusiasmo”, il suo significato è diverso dall’usuale: indicava infatti per i Greci antichi lo stato di esaltazione creativa di coloro che ospitavano una divinità nel proprio corpo.

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Immaginate di fare una passeggiata in centro città, in un bel giorno di primavera, e di vedere autobus e taxi decorati di splendidi disegni con queste frasi:

LA VERGOGNA E’ DELLO STUPRATORE, NON DELLA VITTIMA

QUANDO INSULTI UNA DONNA, INSULTI LA NAZIONE

NON C’È AMORE SENZA CONSENSO

DOBBIAMO PROTESTARE PER FERMARE I CRIMINI CONTRO LE DONNE

Io personalmente ne sarei deliziata. E’ quanto hanno fatto una cinquantina di attiviste del Bangladesh, appartenenti all’ong femminista “Meye” (“Ragazza”), ai risciò della loro capitale, Dacca.

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I caratteristici veicoli sono da sempre dipinti con i soggetti più disparati, che vanno dalle immagini religiose alle star dello spettacolo, e sovente servono come “lavagna” per gli umori popolari sulle questioni più dibattute in campo politico e sociale.

Il Bangladesh ha un problema serio di violenza di genere: l’87% delle donne sposate, secondo i dati delle inchieste governative, soffrono della violenza loro inflitta dai mariti, le molestie in strada sono comuni e assai pesanti, i casi di stupro continuano ad aumentare.

Non è la prima volta in cui le donne di “Meye” rispondono con un’esplosione di arte a un’esplosione di violenza. Nel 2015 reagirono agli assalti perpetrati contro le donne durante le celebrazioni del primo dell’anno occupando il campus dell’Università di Dacca con dipinti, striscioni, musica, racconti e poesie.

L’evento di quest’anno con i risciò si è tenuto il primo di aprile e si chiamava “Rongbaji”, il cui significato letterale è “giocare con i colori”, ma come spiega una delle organizzatrici Trishia Nashtaran: “Nel linguaggio colloquiale la parola si riferisce ai marmocchi viziati che sono soliti stazionare sui marciapiedi per molestare e insultare le donne. Lo abbiamo scelto sia per il significato letterale, sia per il tono sarcastico di quello colloquiale.”

artista bangladesh

Il manifesto di “Rongbaji” invitava a partecipare femmine e maschi, perché “come siamo uniti quando festeggiamo, così dobbiamo essere uniti quando è il momento di protestare contro un’ingiustizia.”

Noi ora speriamo che gli artisti dei risciò continueranno ciò che noi abbiamo iniziato, ovvero il riportare i messaggi delle donne. Grazie alle ruote in movimento dei risciò i nostri slogan continueranno a raccontare le nostre storie per tutta Dacca. – dice ancora Trishia – Altre organizzazioni hanno deciso di diffondere la loro protesta in questo modo. Le parole sciameranno in molti luoghi e troveranno la via per incontrare i pensieri delle persone, guidandoci verso un domani migliore.” Maria G. Di Rienzo

alcune delle pittrici

(Le immagini sono di Sabrina Aman Reevy e di Navida Ameen Nizhu.)

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Dieynaba Sidibe

Dieynaba Sidibe, in arte Zeinixx, accanto al muro su cui ha dipinto lo slogan “La povertà è sessista” (il posto è l’Africulturban Centre a Pikine, un sobborgo di Dakar, Senegal, dove si radunano giovani artisti, soprattutto musicisti hip hop).

Dieynaba, 25enne, è la prima donna graffitista riconosciuta come tale nel suo paese. Inoltre, è una poeta, una femminista e un’attivista per il cambiamento sociale. I suoi murales hanno spesso come tema i diritti delle donne e ha cominciato a produrli nel 2008: “E’ perché voglio esprimere molte cose. La differenza fra dipingere graffiti e dipingere su una tela è che quando uso una tela è perché io voglio disegnare, invece con i graffiti sono più concentrata sul messaggio sociale. Le donne sono marginalizzate nella società e io penso che la mia arte possa aiutare la gente a capirlo.”

Sin da quand’era bambina, Dieynaba usava i soldi della sua “paghetta” per comprare carta e colori. Un giorno tornò a casa da scuola per scoprire che sua madre le aveva buttato via tutto, disegni compresi. Nella sua famiglia non era considerato appropriato che una femmina fosse un’artista. La madre di Dieynaba avrebbe però accettato che la figlia studiasse per diventare medica. Riflettendo sull’episodio, Dieynaba dice che “la società ha creato un posto per le donne e quando tu tenti di uscirne, cominciano i problemi.”

E anche se ti adegui, le diseguaglianze non scompaiono: “Per esempio nei salari: quando un uomo e una donna hanno lo stesso grado di istruzione e le medesime capacità di lavorare e riflettere, alla fine del mese non riscuotono la stessa paga.”

Dieynaba Sidibe2

La “battaglia” con la sua famiglia questa giovane artista l’ha vinta (ora i suoi parenti sono orgogliosi di lei) ma poiché è una donna sa di dover lottare ancora: “Come donne abbiamo ottenuto molto in Senegal, in termini di diritti, ma molto di più rimane da fare.” La cosa la preoccupa? Per niente: “Tutte le donne, ovunque, siano pescivendole, graffitiste o impiegate in un ufficio… siamo tutte lottatrici. Le donne stanno lottando per essere libere di esercitare la propria volontà e di svolgere le professioni che a loro piacciono, per essere pagate per il loro lavoro quanto si pagano gli uomini, e per poter seguire le proprie passioni.” Maria G. Di Rienzo

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vanessa

Scultrice, commediografa, poeta, attrice, attivista, fotografa, insegnante: sono alcune delle identità che Vanessa German assume nella sua vita e non sappiamo cos’altro potrebbe inventare domani mentre lavora per creare bilanciamento e armonia.

Vanessa, nata nel 1976, vive a Pittsburgh – Usa, in un quartiere chiamato Homewood che è stato definito dai media “il vicinato più pericoloso d’America”, piagato com’è da anni da povertà, attività criminali e presenza continua di scontri a fuoco.

In questo contesto aspro e conflittuale, Vanessa crea statue e dipinti che lei definisce “figure di potere”, immagini di donne nere che, come spiega l’artista, portano su se stesse “strati di peso: portano la stratificazione del dolore, dell’accettazione e della libertà trasversalmente alla dimensione del tempo – passato, presente, futuro.”

vanessa con scultura

I materiali usati da Vanessa sono tutti riciclati. Bambole rotte, stoffe vecchie, barattoli, oggetti gettati via e raccattati per strada. Anche i colori sono per la maggior parte frutto di riciclo. Non solo perché, come lei dice, le opere devono “riflettere le mie esperienze e il mio ambiente”, ma perché Vanessa è abituata a far ciò sin da bambina. Era poverissima e qualsiasi cosa desiderasse non poteva averla, ma sua madre la incoraggiava costantemente a creare da sola quel che voleva, con quello che poteva trovare attorno a sé. Alcune delle sculture incorporano oggetti che rappresentano persone importanti nella sua vita, come i capelli di un amico che “è nero, gay, terapista, guaritore: e i suoi capelli sono una preghiera universale per la chiarezza e la speranza.”

Un paio d’anni fa, Vanessa stava lavorando su un pezzo sul portico di casa, giacché la scultura era troppo grande per stare all’interno. I bambini del vicinato cominciarono ad arrampicarsi sulla staccionata per guardarla. “Mi chiedevano Cosa stai facendo? Posso farlo anch’io? Li invitavo all’interno e dopo pochi giorni, non esagero, erano dozzine. In questo modo la mia abitazione è diventata il Portico Frontale dell’Amore e in una casa abbandonata abbiamo creato la CasArte. Avendo cura della creatività dei bambini si instilla in loro il senso di aver valore.” E una volta convinti di ciò, i piccoli hanno diretto i loro messaggi artistici alla comunità in cui vivono: “Smettete di sparare, vi vogliamo bene”.

love front porch

Le cose hanno cominciato ad andare meglio, a Homewood. Si spara di meno. L’arte è per le strade. Si sorride di più.

Le “figure di potere” dell’artista, imbevute di magia immediatamente percepibile, sono diventate un mezzo per mettere in relazione i membri del vicinato tramite lo spirito di cui sono fatte – amore.

Se vi presentate alla porta di Vanessa German, lei vi aprirà salutandovi con un abbraccio, una canzone e una poesia di sua composizione. E’ una forza della natura. Maria G. Di Rienzo

dipinto di vanessa german

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ali stone

“Essere una donna è essere una guerriera e sconfiggere i limiti e gli stereotipi che la società ci impone.” ALI STONE. DJ colombiana e produttrice discografica. E’ una delle più giovani compositrici mondiali di musica per il cinema.

“Mujeres Trabajando por Mujeres – Donne che lavorano per le Donne è un progetto per gli spazi pubblici che recupera la memoria storica tramite ritratti di personalità femminili che hanno forgiato cambiamento e lottato per migliorare la situazione del proprio genere. Ogni immagine è il risultato di un’indagine in svariati archivi; l’indagine racconta una storia di lotta che ha portato mutamenti importanti al modo in cui percepiamo il genere e, di conseguenza, alla storia dell’umanità. I disegni sono realizzati con penna digitale ed ispirati alla pop art, ai fumetti e ai poster politici degli anni ’70. Li ho stampati in grande formato su tela cerata come riferimento al linguaggio dei messaggi politici e commerciali che abbodano nelle città latinoamericane.” Il brano è tratto dalla presentazione scritta da María María Acha-Kutscher (non c’è errore, è proprio una… doppia Maria) per HECHA EN LATINOAMERICA – FATTO IN AMERICA LATINA.

http://www.acha-kutscher.com/mujerestrabajando/hecha%20en%20latino/hecha%20en%20latino.html

La serie di immagini – io ve ne ho ripostate due – ha occupato gli spazi per gli annunci pubblicitari nella metropolitana e nelle stazioni relative al trasporto passeggeri di Città del Messico dal novembre 2014 al gennaio 2015, grazie alla collaborazione fra il governo federale, l’Istituto delle Donne di Città del Messico e l’Antimuseo.

Mare Advertencia

Credere… vincere… avere… potere… Donna, non limitarti a ciò che ti chiedono di essere! MARE ADVERTENCIA LIRIKA. Rapper di Oaxaca (Messico). Fondatrice della band Advertencia Lirika.

Adesso non so se sto dicendo una stupidaggine, ma una cosa del genere è proprio impossibile in Italia? Donne che hanno fatto e stanno facendo la storia con l’impegno in favore del proprio genere non ci mancano. Artiste e fumettiste neppure: Pat Carra e Anarkikka, per esempio, in un progetto di questo tipo potrebbero essere sia disegnatrici sia soggetti. Qualcuna di noi è anche “infiltrata” (scherzo) o ha contatti in governi regionali, commissioni pari opportunità, consigli comunali eccetera.

HECHA EN LATINOAMERICA ha concentrato l’attenzione su giovani donne che si sono fatte spazio in ambiti considerati “maschili” ed è un’ottima idea – ehi, noi avremmo Samantha fra le stelle! – ma un progetto italiano potrebbe prendere qualsiasi altra direzione. Potrebbe persino essere ricorrente e onorare donne di generazioni diverse.

Sapete cosa vorrebbe dire per me, anche se solo per 3 mesi, vedere cartelloni con le immagini – cito a caso, la lista sarebbe lunghissima – di Lidia Menapace, Nicoletta Crocella o Ileana Montini (e leggere le loro parole) al posto dei “corpi da spiaggia” e delle chiappe / tette che pubblicizzano tutto, dal salame piccante all’ultimo modello di GPS? Soprattutto: sapete cosa vorrebbe dire per la mia nipotina tredicenne?

La butto là. Ma se qualcuna volesse provarci conti sul mio sostegno. Maria G. Di Rienzo

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Dio dai molti nomi, che non sei vincolato dal genere o dalle opposizioni binarie che gli umani costruiscono, grazie per la diversità che instilli in ognuno di noi, i tuoi amati figli. Ti ringraziamo di amare in modo imperturbato e privo di discriminazione, celebrando la meravigliosa varietà dell’umanità: donne, uomini, trans, gay, etero, bisessuali, lesbiche, queer, e coloro che non sono definiti dalle restrizioni della nostra lingua. In un mondo in cui molti di noi si sentono limitati da categorie costruite socialmente, noi ti imploriamo di renderci liberi. In un mondo in cui alcuni sono valutati più di altri, noi ti imploriamo di liberare, rovesciare, sovvertire lo status quo. E ti chiediamo di incoraggiarci affinché noi si liberi, si rovesci, si sovverta. Dacci forza così che noi si sia il tuo popolo, un popolo chiamato a liberare i prigionieri, un popolo che si crogiola nel tuo infinito amore che cambia la vita e sempre accoglie e tutti ci unisce. Madre, Padre, Amico, Amante e Guida, incarnati in noi, ti preghiamo. Amen.

Questa preghiera viene dal libro “Il pulpito di genere: sesso, corpo e desiderio nella predicazione e nell’adorazione” (2013) della Reverenda battista Angela M. Yarber.

Angela

Angela si è laureata in teologia a Berkeley con una tesi su arte e religione e quella citata non è che una delle sue opere. Il suo primo libro si intitolava “Dar corpo al Femminino nelle danze delle religioni mondiali”, perché oltre ad essere una saggista è una danzatrice e ha poi proseguito lo studio in materia con un altro testo sulla danza nella Bibbia. Collezioni dei suoi sermoni sono pure state stampate.

E come si nota dalle illustrazioni qui sotto, la Reverenda dipinge – è il caso di dirlo – con tutto il cuore: donne divine, donne mitologiche, artiste, rivoluzionarie, sacerdotesse… Chiunque abbia lasciato dietro di sé amore per il mondo e chi lo abita, chiunque ispiri tale amore, sembra dire Angela con i suoi colori e le sue figure, merita una celebrazione.

Pachamama

PACHAMAMA: Il suo cuore tremò e rovesciò all’esterno tutte le montagne, i fiumi e i canyon del mondo. Al suo enorme, grande cuore noi brindiamo.

Maya Angelou

MAYA ANGELOU: Quando il mondo tentò di ingabbiare la sua voce e di abbatterla, il suo cuore esclamò audacemente, orgogliosamente, poeticamente: “Ancora io mi sollevo”. E così fece.

Saffo

SAFFO: Amore saffico e cuore infatuato pulsavano per labbra di miele e anche sensuali. Lei fu una divina amante.

Angela Yarber è apertamente lesbica. Queste poche righe su di lei dimostrano che è anche molto altro, come ogni essere umano che respira su questo pianeta. Niente dei suoi sentimenti, delle sue emozioni, della sua creatività, della sua spiritualità, della sua capacità di amare merita di essere avvilito dall’omofobia.

cosima

“La mia sessualità non è la cosa più interessante di me.”

STONEWALL, 28 GIUGNO 1969 – OVUNQUE CON ORGOGLIO, 28 GIUGNO 2015

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dipinto di dorien plaat

Dorien Plaat è una pittrice autodidatta che da anni espone le sue opere in gallerie di tutto il mondo. Nata a Khumasi, in Ghana, da genitori olandesi Dorien ha passato l’infanzia in Venezuela e Sri Lanka. Più tardi, da adulta, ha vissuto in Tanzania, Nigeria e Vietnam prima di stabilire la sua residenza permanente in Olanda.

Il suo lavoro mi ha colpita per l’intensità dell’empatia con cui ritrae i suoi soggetti: così irriducibili nella loro fragilità, così amabili, così vivi e veri.

dorien plaat collage

Ho poi scoperto che quando le chiedono qual è l’essenza della sua arte, Dorien Plaat risponde con una poesia del brasiliano Carlos Drummond de Andrade (1902 – 1987), “Vita più piccola”:

Ne’ ciò che è privo di vita,

ne’ l’immortale o il divino,

solo il vivente,

l’estremamente piccolo, silente, stolido

e solitario vivente.

Ecco quel che cerco.

Maria G. Di Rienzo

dipinto di dorien plaat2

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