Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘petrolio’

(brano tratto da: “What We Want for 2018: The Biggest Movement Leaders Envision the Changes Ahead”, di Beverly Bell per “Yes! Magazine”, 5 gennaio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Si tratta di una serie di brevi interviste a attiviste/i di spicco nei movimenti sociali, a cui è stato chiesto cosa prevedono e desiderano per l’anno nuovo. Io ho trovato particolarmente interessanti due donne.)

chiponda

Melania Chiponda (1) – Attivista femminista, fa campagna per la giustizia climatica ed è stata parte della sollevazione che, in Zimbabwe, ha rovesciato Robert Mugabe.

“La marcia di milioni di persone attraverso lo Zimbabwe, il 18 novembre, per la nostra democrazia, per la pace e la salvezza economica ha avuto successo nel far cadere Mugabe. E’ stata una rivoluzione.

Come femminista africana, ho marciato anche per qualcosa che sta più in profondità: per la liberazione delle donne, per l’eguaglianza delle persone di tutte le razze, religioni, generi, gruppi etnici e classi sociali. Ma da un punto di vista femminista la vera rivoluzione non è ancora avvenuta. Il mio sogno per il 2018 e oltre è di un vero cambiamento, non solo un cambio di guardia da Mugabe al suo ex braccio destro, il crudele Emmerson Mnangagwa.

Se vogliamo correggere il sistema politico e il sistema economico, dovremmo liberarci del capitalismo patriarcale. Io mi sento in trappola ove ogni strada di accesso al potere è dominata in modo schiacciante dai maschi. Un sistema economico più cooperativo ed egualitario non può essere basato sulla supremazia maschile.

In un mondo in cui le donne sono viste principalmente come madri e addette al lavoro di cura, e devono sconfiggere la forte resistenza ideologica e politica degli uomini per partecipare ai sistemi politici ed economici, la mia speranza è che noi si dia inizio a una vera rivoluzione contro il capitalismo patriarcale.

okon

Emem Okon – Direttrice del Centro delle Donne per lo sviluppo e le risorse di Kebetkache, un’organizzazione nigeriana eco-femminista che organizza la lotta contro le compagnie petrolifere.

Come donne del delta del Niger, speriamo questo per il 2018: Niente su di noi senza di noi!

Durante questo nuovo anno mireremo a maggior potere per il movimento eco-femminista mentre ci confrontiamo con le compagnie petrolifere che hanno rubato le nostre terre, degradato il nostro ambiente e la biodiversità, e aumentato la violenza.

Mi aspetto maggior visibilità per le donne mentre agiamo per la protezione, la bonifica e il ripristino del nostro ambiente naturale. Prevedo mobilitazioni di donne ancora più vaste e non vedo l’ora di partecipare alle consultazioni con le donne che stanno facendo pressione sulle compagnie petrolifere affinché conducano le valutazioni di impatto ambientale prima di cominciare le attività sulle terre delle loro comunità. Ho la visione delle aspirazioni di chi appartiene alle comunità: l’avere riconoscimento e rispetto dalle compagnie petrolifere.

Infine, prendo speranza dal sapere che spingeremo per una prospettiva relativa ai diritti delle donne mentre ci impegniamo per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e ne controlliamo il progresso, per assicurarci che nessuno sia lasciato indietro e che il governo e le compagnie petrolifere facciano le cose giuste.

(1) Vedi anche:

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/09/13/defendher/

Annunci

Read Full Post »

Durante gli anni ’80, un’organizzazione non governativa implementò un progetto per provvedere acqua corrente a diversi villaggi messicani. L’organizzazione fornì le pompe ed addestrò i residenti locali all’uso ed alla manutenzione delle stesse. Un anno più tardi, una squadra andò a verificare lo stato dell’arte del progetto: la maggioranza delle pompe non funzionavano. Come mai? L’ong si era preoccupata di addestrare solo gli uomini, ma nei villaggi erano le donne ad essere responsabili per l’acqua. I tempi sono cambiati, eppure il genere resta largamente non discusso o non previsto nel discorso sull’acqua. Anche se ormai si riconosce che le donne sono le principali provveditrici d’acqua a livello domestico, la prospettiva in cui sono collocate nel discorso è quella delle vittime o dei membri di gruppi vulnerabili, invece di quella reale: a causa delle ineguaglianze di genere le donne sono le più colpite dalle crisi relative all’acqua o ai cambiamenti climatici, ed allo stesso tempo sono le più attive nel rispondervi e nell’operare cambiamenti. Lasciate che vi racconti “tre storie d’acqua”.

Veronica Nzoki, kenyota, è la presidente dell’Associazione utenti acqua di Endui. Il gruppo l’ha creato assieme ad altre donne per ottenere dal governo che l’acqua sia portata più vicina alle case e che la sua qualità sia migliorata. Veronica risiede a Endui, nel Kenya orientale, da più di cinquant’anni: “Ricordo bene come il ciclo dell’acqua fluiva quando ero bambina. Coltivavamo abbastanza e conservavamo abbastanza acqua da rispondere agevolmente alle occasionali siccità. Ma questo non è più possibile. Nelle ultime due stagioni i terreni non hanno risposto alla coltivazione ed il bestiame è morto di fame. Per la prima volta da quando è stata costruita, e cioè dal governo coloniale più di mezzo secolo fa, nel 2009 la diga Kiiya si è completamente prosciugata. Noi donne ci muoviamo verso la sorgente più vicina già alle sei del mattino. Stiamo in coda per ore ed ore. Quando abbiamo raccolto l’acqua e ci avviamo a tornare a casa è già passato mezzogiorno. Questo ci toglie ogni energia. Quelle di noi che avevano piccole attività commerciali hanno dovuto abbandonarle per provvedere l’acqua alle proprie famiglie.”

Ayibakuro Warder, madre di cinque bambini, vive nella regione del Delta del Niger. Di mestiere fa l’impiegata comunale, ma resta coinvolta nella pesca e nell’agricoltura che sono le attività principali della sua famiglia. E’ riconosciuta come leader non solo dalle donne, con cui condivide l’attivismo, ma dall’intero suo clan. Ayibakuro, come Veronica, ricorda tempi diversi: “Quando ero bambina i miei genitori ottenevano grandi raccolti e anche la pesca era proficua. L’estensione dei campi di cassava allora, per fare un esempio, non è neppure paragonabile a quella odierna. Le nostre sorgenti, i nostri laghi, i nostri ruscelli, sono stati uccisi dai continui sversamenti di petrolio. Qui nessuno ha dubbi: i raccolti più scarsi, i problemi di salute che aumentano soprattutto fra i bimbi, li dobbiamo all’estrazione del petrolio. Senza quasi più risorse economiche diventa difficile cercare aiuto medico. Troppe donne sono morte di petrolio.

Nello sversamento del 2007 le donne di Ikarma persero tutta la cassava che avevano messo a mollo nel fiume. Il petrolio distrusse anche le reti da pesca e i pesci. Allora guidai una manifestazione di donne e andammo a protestare davanti alla base logistica della Shell a Kolocreek. Ma non importa quali giustificazioni tirino fuori: che parlino di sabotaggi o di guasti, la Shell non ha mai ritenuto giusto compensare le proprie vittime. Invece, manda il suo personale militare ad intimidire le comunità affinché non parlino pubblicamente delle loro lamentele.”

Rasheda Begum, del Bangladesh, è una profuga ambientale: “Avevo una casa a mezzo chilometro dalla spiaggia, a Khudiar Tek sull’isola Kutubdia. La mia casa fu spazzata via da un ciclone nel 1991. Allora mi sono costruita una capanna tre chilometri più in là. Come le mie vicine, ero devastata da un terrore inesplicabile, quello del fuggire verso una destinazione ignota. Credo che questa paura derivasse dal fatto che, a differenza degli uomini, i nostri movimenti come donne sono sempre stati ristretti. Nel 2007 abbiamo lasciato l’isola e ci siamo trasferiti in un ghetto urbano, alla periferia di una cittadella turistica. Il posto non ha nessun servizio per chi non è un turista, come situazione è molto stressante. Mi sto organizzando con altre donne, ma ogni giorno devo pensare a come dar da mangiare alla mia famiglia. Lavoro a giornata, nel trattamento del pesce secco: è un impiego stagionale che si svolge in condizioni igieniche disastrose. E sono costantemente in ansia per le mie tre figlie più grandi, perché non ci sono leggi che proteggano i poveri, specialmente i rifugiati ambientali dei ghetti.” Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(di Celine Ebere Osukwu, marzo 2012, trad. Maria G. Di Rienzo)

Nello stato nigeriano di Akwa Ibom il marchiare bambini come streghe sta devastando troppe vite. Genitori, adulti in genere e comunità sono indotti a picchiare, mutilare, annegare, bruciare ed abbandonare i bimbi accusati di stregoneria. Chi dà inizio alle accuse sono i leader della chiesa, che istigano al loro abuso o provvedono ad abusare dei bambini essi stessi.

Un profondo timore della stregoneria attraversa l’Africa. Fra le genti Efik e Ibibio dello stato di Akwa Ibom, alla stregoneria si crede come alla capacità di evocare poteri spirituali che rendano reali i desideri. Generalmente, si pensa che un incantesimo possa essere fatto ad una persona tramite il cibo o le bevande: una volta che l’individuo abbia “mangiato” l’incantesimo la sua anima abbandonerà il corpo per ricevere l’iniziazione in una congrega di streghe e stregoni. Dopo di che, avrà il potere di causare distruzioni e disastri nella comunità: all’intervento malevolo delle streghe sono attribuite malattie come la malaria, il cancro, l’Hiv/Aids, l’epatite, la febbre tifoidale, il colera e la tubercolosi, ed in genere ogni male che possa capitare ad un essere umano.

Akwa Ibom è uno stato della regione del Delta, ricca di petrolio, pure il profitto derivante da quest’abbondante risorsa non tocca le vite dei cittadini locali. Il 35% dei nigeriani che vivono sotto il livello di povertà si situa in questa regione. La povertà di cui parlo è abbietta, le difficoltà economiche enormi. Sam Itauma, il Direttore del “Centro per i Diritti dei Bambini e Rete di Riabilitazione” spiega: “Se non hai niente da mangiare, e però vivi nel mezzo dell’abbondanza altrui, è facile che tu cerchi qualcuno su cui gettare il biasimo.” Se la miseria non bastava, le attività relative all’estrazione di petrolio hanno pesantemente inquinato l’aria, la terra ed il mare dello stato di Akwa Ibom. Le persone ignorano completamente gli effetti che la contaminazione ha sulle loro vite e sono quindi inclini a collegare i problemi di salute e la povertà che li affliggono ad altre forze.

La tendenza umana a desiderare una spiegazione per queste difficoltà, accoppiata al credere all’esistenza di forze spirituali maligne, in questa regione della Nigeria ha molto a che fare con la religione. A parte la forte reminiscenza di quella tradizionale, in cui le forze spirituali sono una credenza prevalente, la gente qui ha storicamente abbracciato i principi religiosi dei primi missionari cristiani arrivati in Nigeria. I cristiani, ad Akwa Ibom, sono la maggioranza, e rappresentano il 45% dei cristiani nigeriani in totale. A causa della crescita di povertà e malattia, anche il numero dei fedeli è aumentato: molte nuove chiese sono state costruite e la maggior parte di esse è dominata da spiritualisti (o esorcisti) che rinforzano costantemente l’idea degli spiriti maligni che intervengono nelle vicende umane. Il risultato è che le persone credono nell’esistenza di Dio, di Gesù Cristo, del peccato e di Satana, ma assieme alla possessione demoniaca, agli spiriti malvagi ed alla stregoneria. Le chiese cristiane sono diventate il luogo in cui “risolvere” i molteplici problemi della zona ed è assai comune per i sacerdoti sfruttare allo scopo l’ignoranza della loro congregazione. Il modo principale in cui ciò viene fatto è soddisfare il bisogno di una ragione marchiando persone come streghe. Un vescovo citato dal quotidiano Vanguard, Sunday Ulup-Aya, ha detto che: “Fra la popolazione di Akwa Ibom ci sono 2/3 milioni di persone che di notte si mutano in uccelli del terrore, e lasciano le loro vittime spogliate, disoccupate, cieche e sorde, impoverite, ferite e disorientate.”

Prima del 1998 c’era la pratica, non eccessivamente comune, di accusare le donne anziane di essere streghe responsabili di ogni calamità. Queste donne erano linciate in strada per i loro supposti crimini. Più di recente, si crede che siano i bambini i più suscettibili a ricevere gli incantesimi e ad essere iniziati nelle congreghe. Nel decennio 1998/2008, circa cinque bambini al giorno hanno ricevuto questa accusa. Le chiese sono diventate un affare redditizio, in cui i pastori si arricchiscono ed i fedeli diventano sempre più poveri. Parenti dei bambini accusati e membri della congregazione ecclesiale devono pagare parcelle esorbitanti per la “liberazione” dei piccoli dalla stregoneria. Una donna chiamata Utitofong ha testimoniato di aver speso quattro mesi di salario per un esorcismo inefficace sulla sua bimba di due anni. Ma i genitori possono pagare a rate, o vendere proprietà se glie n’è rimasta qualcuna. Di conseguenza, più bambini il pastore dichiara essere streghe, più famoso diventa e più soldi fa.

Una ricca evangelista nigeriana, la reverenda Helen Ukpabio, è indicata da molti come la guida principale della nuova caccia di massa alle streghe nello stato di Akwa Ibom. Ha ad esempio prodotto un film, “La fine dei malvagi” in cui mostra in crudi dettagli come i bambini diventano dei posseduti. Il film usa degli attori minorenni per dipingere scene in cui i bimbi mangiano carne umana e sfasciano famiglie. In uno dei suoi libri, “I misteri della stregoneria svelati”, insegna come riconoscere una strega indicando i segni prevalenti che si manifestano nei “servi di Satana”: “Per i bambini sotto i due anni sono il piangere nella notte, la febbre alta ed il peggioramento delle condizioni di salute.” Grazie all’assenza di cure sanitarie, nella regione del Delta del Niger questi sintomi si manifestano assai di frequente.

Organizzazioni non governative, come il “Centro per i diritti dei bambini” già menzionato e la fondazione “Stepping Stones Nigeria Child Empowerment”, oltre a soccorrere le vittime, hanno reso visibile la questione a livello internazionale. Le storie personali delle piccole vittime spezzano il cuore. Mary aveva 7 anni quando fu portata al Centro. Quando il minore dei suoi fratelli morì, il pastore della chiesa locale disse a sua madre che la causa della morte era il fatto che Mary era una strega. “Tre uomini vennero a casa mia. Non li conoscevo. Mia madre se ne andò e li lasciò con me e loro mi picchiarono.” Mary stringe i pugni sotto il mento per mostrarci la posizione che suo padre, presente al pestaggio, teneva stando disteso sul pavimento, intento a guardare come sua figlia veniva malmenata. Dopo le botte, ci fu un viaggio alla chiesa per la “liberazione”. Il giorno successivo, sua madre la portò nella boscaglia dove gli uomini del pestaggio attendevano. Costoro raccolsero bacche velenose di “asiri” e ne fecero una pozione che forzarono nella gola della bambina. La madre la avvisò che se la pozione non l’avesse uccisa sarebbe stata impiccata con filo spinato. Infine, poiché ancora non moriva, sua madre le versò addosso acqua bollente mista a soda caustica e suo padre l’abbandonò in un campo. Dice semplicemente: “Mia madre non mi vuole bene” e una lacrima le scivola sul bel volto.

Nella casa del Centro incontriamo anche Prince e Rita, Marose, Michael. Rita sognò una festa dove c’erano un sacco di cose da bere e da mangiare e raccontò il sogno a sua madre. E’ stato sufficiente a marchiarla come strega, perché il sogno “provava” che aveva lasciato il suo corpo durante la notte per partecipare a quel festino. E poiché aveva raccontato quel dolce sogno anche a suo fratello Prince, contaminandolo con la sua stregoneria, entrambi furono abbandonati dai genitori. Marose aveva sette anni quando sua madre scavò una buca nei boschi e tentò di seppellirla viva, mentre Michael è stato trovato in una fogna da un contadino. Michael, di cinque anni, era denutrito ed incapace di reggersi sulle gambe che erano state fustigate: era accusato di aver ucciso la propria madre tramite stregoneria. Anthony Ebuk, avvocato ed attivista per i diritti umani, sostiene che: “Soccorrere i bambini comporta sforzi erculei. A volte i genitori ti dicono “E’ mio figlio, è mia figlia” implicando che si sentono totalmente liberi di farne quel che vogliono. E nelle chiese li torturano senza battere ciglio.”

Il governo nigeriano ha infine prestato la sua attenzione al problema grazie ad un documentario prodotto dalla fondazione “Stepping Stones Nigeria Child Empowerment”, intitolato “Salviamo le streghe bambine dell’Africa”, che accusava lo stato di Akwa Ibom di crimini contro i suoi bambini. In seguito al clamore suscitato dal documentario, il governo firmò L’Atto sui Diritti del Bambino nel dicembre 2008, un documento teso a proteggere dagli abusi i minori di 16 anni e ad assicurare loro benessere fisico, sociale e psicologico. L’intervento istituzionale si è spinto sino alla formazione di una Commissione d’inchiesta sulla stregoneria, nel maggio 2011, voluta dal governatore dello stato Godswill Akpabio. Tutte le ong coinvolte nel soccorso dei piccoli si dicono sollevate da ciò: grazie al coinvolgimento dei nuovi Centri Speciali per Bambini finanziati dal governo sono riuscite a prestare aiuto a centinaia di bambini in più, e a ricongiungerli in molti casi alle famiglie dopo aver dissipato le accuse contro di essi.

Per eliminare completamente il fenomeno, le ong nigeriane devono investire di più nell’informazione e nella crescita di consapevolezza fra la gente. Il sistema giudiziario deve perseguire i profeti religiosi che ottengono influenza e ricchezza dal marchiare creature innocenti come streghe. Il film “La fine dei malvagi” ed il libro “I misteri della stregoneria svelati”, i due materiali più diffusi che accusano i bambini di stregoneria dovrebbero essere banditi.

(Sull’Autrice: Mi chiamo Celine Ebere Osukwu e sono nata a Ihioma, un villaggio della Nigeria orientale, durante la guerra civile. Sono membro del Comitato per la Difesa dei Diritti Umani. Pochi mesi dopo la nascita ho cominciato ad essere molto malata. A quattro anni, la curvatura innaturale della spina dorsale mi ha reso disabile. Ho avuto le mie difficoltà durante la crescita a causa della mia disabilità e del fatto di essere una femmina in una cultura patriarcale. Ma non sono assillata da ciò: so dire NO alla discriminazione, alla marginalizzazione, alla soggiogazione e ad una vita di “Non posso farlo”.)

Read Full Post »

(tratto da un più ampio servizio di Leanne A. Grossman, “A Matter of Life and Health: Villagers in Kazakhstan Fight Big Oil”, 7 novembre 2011, per Women International Perspective. Leanne A. Grossman è una scrittrice-viaggiatrice che ha documentato le prospettive e le preoccupazioni delle donne in Africa, Asia, Europa ed America Latina. E’ fra le fondatrici di “Girl Child Network Worldwide” che si occupa delle bambine vittime di violenza sessuale in tutto il mondo. Trad. Maria G. Di Rienzo)

Il tossico odore di uova marce soffia regolarmente sul villaggio rurale di Berezovka, in Kazakistan. I fumi vengono direttamente dal campo estrattivo di petrolio e gas di Karachaganak, a cinque chilometri di distanza: sono le emissioni di solfato d’idrogeno correlate all’estrazione ed alla raffinazione dei prodotti. Il campo è stato costruito dal  Karachaganak Petroleum Operating (KPO), un consorzio fra alcune delle più facoltose compagnie commerciali che si occupano di energia: LUKOIL (Russia), BG Group (Gran Bretagna), ENI Agip (Italia) e Chevron (Stati Uniti). Nel 1997 il KPO ha siglato un accordo con il governo kazako che permette le operazioni di raffinazione in loco.

Le circa 1.300 persone che vivono vicino all’impianto soffrono di emicranie e brividi, perdono i capelli, la loro vista si deteriora e sviluppano l’anemia. Svetlana Anosova, residente del villaggio, insegnante di musica, madre di tre figli e nonna di svariati nipoti, descrive altri problemi di salute che si pensa siano collegati ai cambiamenti ambientali imposti dall’impianto petrolifero: malattie ai reni, problemi digestivi, perdita dell’udito. Sua figlia è diventata epilettica, e lei teme che sia il risultato dell’inquinamento proveniente dal campo estrattivo, ma non può provarlo.

Poiché le strutture sanitarie locali sono limitate, Rosa Khusainova, direttrice della Casa della Cultura e madre di due figli, ha dovuto chiedere un prestito per pagare i trasporti e i costi relativi alle cure mediche della figlia, coperta da gravi eruzioni cutanee. Quando uno dei medici le ha chiesto perché non si trasferisce Rosa ha replicato: “Non ho il denaro per muovermi, ne’ un altro posto dove andare. Io sono di Berezovka, perché dovrei trasferirmi? E’ la compagnia petrolifera che se ne dovrebbe andare.”

Per nove lunghi anni Svetlana e Rosa hanno organizzato gli abitanti del villaggio affinché usassero ogni strategia legale accessibile per proteggere le loro famiglie e avere giustizia. Il solo raccogliere informazioni è una grossa sfida in un paese in cui gli uffici governativi sono storicamente costruiti sulla segretezza. Zhasil Dala (Steppa Verde), l’organizzazione che Svetlana e Rosa hanno fondato, ha dovuto condurre da sé le ricerche sull’avvelenamento dell’ambiente. L’inquinamento dell’aria non è l’unico problema. I residenti del villaggio hanno visto mutazioni nelle loro coltivazioni: il livello di cadmio nel suolo è almeno due o tre volte più alto del normale. L’avvelenamento da cadmio causa stordimento, mal di testa, debolezza, dolori al petto e infine edema polmonare. Anche gli alti livelli di nitrati preoccupano i residenti. Le emissioni provenienti dal campo estrattivo sono sospettate di aver aumentato tali livelli nelle fonti d’acqua e nel terreno. Quando gli abitanti del villaggio hanno mandato campioni d’acqua ad un laboratorio indipendente ad Orenburg, in Russia, i risultati hanno mostrato che essa non è potabile. I campioni di aria inviati ad un altro laboratorio indipendente in California hanno confermato la presenza di 25 elementi chimici tossici nell’aria di Berezovka.

La maggioranza dei residenti oggi vuol essere ricollocata in un ambiente pulito e sicuro, lontano dal campo d’estrazione. Tramite “Steppa Verde” hanno indirizzato proteste formali ed informali al consorzio ed al governo chiedendo che il loro diritto umano di vivere in una zona sana sia rispettato. Nel 2003, il  costante e coraggioso impegno di Svetlana Anosova attirò l’attenzione della BBC che all’epoca commentò: “Ciò che è certo, è che nell’ex Unione Sovietica ci sono migliaia e migliaia di persone come Svetlana che dal libero mercato non hanno avuto beneficio alcuno.”

Nel gennaio 2011, Serik Ilyasov, un lavoratore agli impianti, fu ucciso sul colpo (ed un suo collega gravemente ferito) quando un guasto agli idranti rilasciò una gran quantità di solfato d’idrogeno. Le indagini mostrarono che solo 25 idranti avevano dispositivi di sicurezza: nonostante la promessa che le operazioni a Karachaganak sono svolte usando la miglior tecnologia disponibile, il consorzio KPO non si cura della sicurezza dei suoi lavoratori più di quanto si curi della sicurezza dei residenti all’esterno del campo. Sebbene nel paese esista una legislazione che protegge l’ambiente, KPO la ignora. Quando le loro violazioni delle leggi ambientali diventano palesi, come nel caso delle improvvise eruzioni di gas, si appellano a cavilli burocratici per non far proseguire le cause legali, e persino quando sono condannati e devono pagare delle multe i soldi non arrivano mai ai residenti del villaggio: restano al corrotto governo nazionale. Perciò, il governo non ha alcun incentivo a fermare l’inquinamento facendo pressione sulle compagnie petrolifere affinché rispettino i regolamenti.

Lo scorso anno i residenti di Berezovka hanno avuto un’altra sorpresa: nel loro suolo si aprono crateri (un effetto che si sa associato all’estrazione di petrolio). “Adesso ho paura di vivere in casa mia.”, dice Nagaisha Demesheva, che ha scoperto un cratere nella sua piccola proprietà nel dicembre 2010. Immaginatevi se fosse successo alla villa di John Watson della Chevron o di Vagit Alekperov della Lukoil, il sesto uomo più ricco della Russia. E’ proprio vero che non siamo tutti eguali.

“Steppa Verde” ha tentato di aver giustizia tramite gli investitori del KPO. Ma dopo tre proteste formali alla Banca Mondiale, che ha prestato 150 milioni di dollari per il progetto petrolifero nel Kazakistan, Svetlana e Rosa hanno deciso che non perderanno più tempo a presentare il caso in simili uffici: hanno scoperto che per quanto i funzionari esprimano loro simpatia, nessuna azione concreta viene intrapresa per migliorare o risolvere la loro situazione. Dovendo fronteggiare oppositori a più livelli impiegano tecniche molteplici e  flessibili: ad esempio, alleandosi con “Salvezza Verde”, un’ong nonprofit del Kazakistan, il loro gruppo ha denunciato legalmente il governo per il fallimento nel proteggere i suoi cittadini. Due famiglie e un’impresa commerciale hanno vinto in tribunale il diritto di essere collocati altrove. E’ un precedente significativo, sebbene non ci siano ancora segni di implementazione della sentenza. Ad ogni modo, i residenti di Berezovka non saranno soddisfatti sino a che tutti non saranno ricollocati in un’area sicura, distanti dalle emissioni tossiche che stanno rovinando le loro vite.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: