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Il 28 marzo scorso il consiglio comunale di Parigi ha votato questo: a partire dal 20 novembre 2017 gli annunci pubblicitari “sessisti e discriminatori” non avranno più spazio in città. Immagini “degradanti” o “disumanizzanti” che “hanno impatto negativo sulla dignità umana, così come quelle che propagandano omofobia, disprezzo per le persone anziane, discriminazione etnica o religiosa” sono bandite.

Alla stampa, la Sindaca di Parigi Anne Hidalgo ha spiegato che città come Londra e Ginevra hanno già adottato misure simili e che era ora di fare un passo verso l’arresto della “diffusione, promozione e valorizzazione di immagini che degradano certe categorie di cittadini/e.” Inoltre, ha detto, “Le conseguenze di queste rappresentazioni degradanti hanno un impatto notevole sulle donne, in special modo su quelle più giovani: mantengono gli standard del sessismo e contribuiscono a trivializzare determinate forme di violenza quotidiana.”

sexiste

Alcuni articoli sull’argomento sostengono che la recente campagna “porno-chic” di Saint Laurent (a cui appartengono le due immagini sopra questo paragrafo) sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Raphaëlle Rémy-Leleu, la portavoce del gruppo femminista francese “Oséz le Feminisme!” che ne aveva immediatamente chiesto la rimozione dagli spazi pubblici, ha dichiarato che la campagna: “Tocca tutti i lati del sessismo. Le donne sono oggettificate, iper-sessualizzate e messe in posizioni che esprimono sottomissione.”

E questa qui sotto è la Sindaca. Se avessi un programma di grafica adatto avrei contornato l’immagine di baci e cuoricini. Maria G. Di Rienzo

Anne Hidalgo

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Stella Paul è una giornalista che ha ricevuto molteplici riconoscimenti – nel paese in cui vive, l’India, e a livello globale – per il giornalismo ambientale e per servizi sensibili al genere. Stella racconta le storie di donne e ragazze che vivono in mezzo a difficoltà estreme (cambiamento climatico e relativa povertà, conflitti, disastri ambientali, sfruttamento) e questo lavoro ha un impatto: grazie a un suo recente articolo, per esempio, una contadina spossessata forzata in schiavitù a Hyderabad è stata liberata dopo le proteste dei lettori / delle lettrici di Stella. La giornalista ha seguito a Parigi COP21, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima, dal 30 novembre al 12 dicembre scorsi. Quel che segue è un estratto dell’intervista relativa, rilasciata il 24 dicembre 2015 a Jessica Buchleitner di Women News Network. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.

Jessica Buchleitner (JB): Molto del tuo lavoro ha messo in luce il ruolo delle voci delle donne nell’equazione del cambiamento climatico. La tua recente visita alla regione indiana maggiormente affetta da siccità, Vidarbha nello stato di Maharashtra, ha dimostrato che sono colpite anche dal commercio sessuale, un ulteriore fattore che prima non era stato considerato. Come mai?

Stella Paul (SP): Nel 2012 ho vinto una dotazione fornita della Convenzione delle Nazioni Unite per combattere la desertificazione e sono andata nella Mongolia interna per vedere come gli abitanti stavano lottando contro desertificazione e siccità. Quando sono tornata a casa, ero bramosa di scoprire come la gente in India aveva maneggiato le medesime istanze. Sapevo che oltre 100 coltivatori si erano suicidati nelle regioni indiane affette dalla siccità: la questione era su tutti i media e spesso discussa nel nostro Parlamento. Ma mi chiedevo cosa fosse avvenuto delle donne i cui mariti si erano suicidati, in queste famiglie rurali. In che modo erano sopravvissute?

Sfortunatamente non c’erano rapporti, niente del tutto, per aiutarmi a trovare una risposta. A questo punto ho letto una relazione governativa che mostrava come vi fosse un grosso aumento del commercio sessuale in alcune città. Ho seguito le tracce fornite da questa relazione e ho cominciato a incontrare organizzazioni non governative e ricercatori / ricercatrici che lavorano con le prostitute.

Ne ho intervistate circa 100. La stragrande maggioranza di esse è risultata provenire da una famiglia di agricoltori in cui il principale fornitore di reddito (marito, padre, fratello) si era suicidato. Per sopravvivere, erano migrate in città e costrette al commercio sessuale perché nessun altro lavoro era disponibile per loro. Alcune erano state anche trafficate nei bordelli da magnaccia che avevano promesso loro un impiego. Ognuna di queste donne è diventata una “sex worker” perché era il solo mezzo di sopravvivenza disponibile e anche perché non c’era nessuno a offrire loro mezzi di sussistenza e protezione.

JB: Nel tuo intervento a COP21 a Parigi, hai parlato del riportare le questioni relative al cambiamento climatico attraverso una lente di genere. Quali sono gli elementi cruciali per farlo di cui i giornalisti dovrebbero essere consapevoli?

SP: Idealmente, il genere non riguarda solo le donne. Ma poiché sono le donne a essere sottorappresentate, io guardo all’istanza dalla loro prospettiva. Tipicamente, in una conferenza come COP21, decisioni politiche sono prese su materie cruciale quali energia, economia, tecnologia e sono decisione che non determineranno solo il futuro di uno o due paesi, ma del mondo intero.

Dobbiamo cominciare con il farci alcune domande, del tipo “Che effetto avranno queste decisioni sulle donne?”, “Chi sta prendendo queste decisioni?”, “Le donne sono parte del processo decisionale o stanno solo a guardare dai margini?”, “Cosa pensano le esperte donne di questo e quest’altro?”

Io penso sia importante per un giornalista che si occupa di COP21 – o di qualsiasi altro importante evento globale simile – chiedersi queste cose e parlare con le donne, sia all’interno di COP21 sia fuori.

JB: Tu hai detto che l’attenzione del mondo non dovrebbe essere concentrata solo sul cambiamento climatico, ma su come le donne possono essere partner in eguaglianza nel mitigare i suoi effetti. Come possono contribuire, le donne, nelle loro comunità, città, nazioni?

SP: Quel che intendo è che ora, nel mondo, c’è un forte riconoscimento di come il cambiamento climatico incida sulle donne più che su altri. Ma, mentre riconosciamo le donne come vittime del cambiamento, dobbiamo anche prendere nota di come stiano dimostrando straordinaria leadership sul clima. Attualmente, non lo stiamo proprio facendo.

Io ho intervistato donne che vivono sulla frontiera del cambiamento climatico – dalle foreste dell’Ecuador e dell’Africa orientale alle isole dell’Alaska, e dalle montagne dell’Himalaya al deserto della Mongolia. Sono donne normali con scarso accesso alla tecnologia e all’istruzione, pure stanno guidando le loro comunità spingendole verso azioni positive come il rivitalizzare le acque, il risanare terreni degradati, il fermare estrazioni minerarie pericolose e le deforestazioni illegali e così via.

Ma queste donne non sono mai consultate da coloro che decidono sul clima, ne’ sono incluse nel processo decisionale sul clima. Ciò è un enorme fallimento e dobbiamo correre ai ripari con urgenza.

JB: Quali sono gli ostacoli più comuni per le donne all’essere coinvolte nella mitigazione del cambiamento climatico, nelle aree che hai menzionato? Ci sono soluzioni fattibili?

SP: La maggioranza delle donne di cui ho raccontato maneggia un certo numero di sfide giornalmente:

1) Mancanza di istruzione e di informazioni per esse rilevanti;

2) Mancanza di accesso alla terra, a mezzi finanziari e alla tecnologia;

3) Mancanza di riconoscimento;

4) Mancanza del diritto di decidere per se stesse.

La miglior soluzione, come le donne stesse mi hanno detto, è dare alle donne eguali opportunità, invece di miserabile elemosina. Addestrarle affinché affinino le loro doti di leadership, dar loro maggior accesso alla tecnologia e migliori opportunità per mettere sul mercato quel che producono, e nel mentre ascoltare le loro idee e trattarle con eguale rispetto.

Queste sono le soluzioni più comuni di cui le ho sentite spesso parlare.

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(“On the Terrorist Mystique”, di Robin Morgan per Women’s Media Center, 24 novembre 2015, trad. Maria G. Di Rienzo. Robin Morgan è una femminista, una scrittrice, un’attivista e una conduttrice radiofonica. Il libro citato in questo articolo, “The Demon Lover”, è disponibile in italiano con il titolo “Il Demone Amante”.)

Robin Morgan - Demon Lover

Ci siamo già passati.

E, tragicamente, ci passeremo ancora. E ancora. Gli altari sui marciapiedi, le candele, i fiori, le persone in lutto, la rabbia. Gli assalti dello “Stato Islamico”, o Daesh come lo chiamano gli arabi, contro Beirut, contro le linee aeree russe, contro Parigi, provano che l’IS ha più gente – decine di migliaia di soldati – e scopi maggiori e portata più ampia di quanto si pensasse.

Perciò i prevedibili tentativi di analisi sono proposti di nuovo e girano in tondo: perché uomini giovani sono così attratti da questa setta super violenta – ma non è una setta. “E’ il sogno di un passato glorificato e mitizzato nella reinstallazione del califfato. Per un uomo povero è salario, niente di più. Cibo. Pane. Come pure il senso di valere qualcosa, di combattere per una causa più grande e naturalmente, se è religioso, la ricompensa del martirio.”

Ma, chiede la gente, perché quelli che sono meglio istruiti? Come possono coloro che hanno retroscena di classe media, o persino medio-alta, andare ad unirsi all’IS? “Anche loro lo fanno per ragioni religiose, per i sogni del passato di gloria e per le aspettative disattese, perché anche se istruiti non trovano lavoro. E, ovviamente, il premio: la promessa di schiave femmine è un enorme allettamento.”

Sino a che non andremo oltre tali analisi superficiali, continueremo a ripetere e ripetere questo scenario tragico. Perché il terrorista è la logica incarnazione delle politiche patriarcali in un mondo tecnologico.

Il terrorista è il figlio che mette in pratica ciò che il padre (che ha il potere) ha sempre fatto reclamando di trovare in ciò la propria identità. Per cui il figlio lo imita. E come al solito, con una paterna mistura di orgoglio e allarme, il padre lo disereda o lo riconosce, a seconda di quanto da vicino il figlio ha seguito o no i suoi passi. Lo potete sentire nelle prediche e nelle pratiche del padre: per l’amministrazione Reagan negli Usa, i contras del Nicaragua erano combattenti per la libertà, non terroristi, e le squadre della morte del generale Pinochet in Cile erano poliziotti, non terroristi. Invece i militanti neri sudafricani che combattevano l’apartheid e i gruppi paramilitari palestinesi che combattevano l’occupazione – quelli erano terroristi. Per l’Unione Sovietica, d’altra parte, l’esercito popolare in Salvador era una forza rivoluzionaria insorgente, mentre la resistenza popolare afgana era un fenomeno terrorista. Molto ironico, sì.

Il misticismo terrorista è il fratello gemello del misticismo della mascolinità e il padre mitico di entrambi è l’Eroe. Il terrorista ha carisma perché è la manifestazione dell’Eroe nell’era tecnologica, e questa è la democratizzazione della violenza, perché ora qualsiasi uomo può essere un eroe. E’ il trionfante eroe che vince la sua rivoluzione e si sposta nel palazzo presidenziale: George Washington e Mao Tse-tung, Fidel Castro e Anwar Sadat e Menachem Begin. Ed è l’eroe martirizzato che perde e viene distrutto: Spartaco, Cavallo Pazzo, Zapata, Patrice Lumumba, Che Guevara – e naturalmente c’è il martirio promesso dal fondamentalismo islamico

Senza la propaganda del mito dell’eroe, l’omicidio è un affare sordido. Però con il mito dell’eroe, ogni atto di violenza è reso non solo possibile, ma inevitabile. Lo stupratore è trasformato in seduttore, il tiranno governa per diritto divino e il terrorista ricostituisce l’Eroe. Guardatelo. Eccolo là, giovane, snello, vestito tutto di nero, il viso in ombra o mascherato da un passamontagna, i suoi gesti svelti ed economizzati come quelli di un predatore. Non solo il suo corpo regge i magici attrezzi della morte, ma è lui stesso un magico attrezzo di morte. Il suo impegno è totale. E’ un fanatico della dedizione, una mistura di impetuosità e disciplina. E’ disperato e perciò vulnerabile, è completamente a rischio e perciò coraggioso, è un idealista però temprato e, più di tutto, è qualcuno del tutto assorbito da una passione.

Ma la sua passione è la morte. Lui è quel che passa per “mascolinità”. Nel fatto che cerca (o rischia) un nobile annichilimento, e nel fatto che minaccia (o promette) lo stesso ad altri, lui in effetti ci magnetizza. Ci affascina come un avatar del potere.

Noi riconosciamo che si tratta di un potere insano. Riconosciamo meno ciò che si trova dietro il suo passamontagna. Quel che c’è dietro lo abbiamo invocato per generazioni, è l’erotizzazione della violenza: il Demone Amante.

Quel che c’è dietro è l’uomo-guida della cultura popolare dell’intrattenimento, l’eroe di milioni di persone, Lone Ranger, Zorro, tutti gli eroi mascherati dei fumetti, l’abbandono spersonalizzato del martedì grasso, il carnevale, il ballo mascherato, lo smargiasso, il bandito, il pirata, il temerario, il principe-rospo, la Bestia che minaccia la Bella; i costumi, le uniformi, i travestimenti indossati dagli uomini della chiesa e dagli uomini dell’esercito, come Virginia Woolf nota ne “Le Tre Ghinee”, e dagli uomini delle corporazioni con le loro proprie divise, e dai radicali all’ultima moda o dai capitribù. L’Eroe si traveste e i vestiti dell’Imperatore furono tagliati dallo stesso sarto – e per lo stesso scopo.

Ma queste sono sciocchezze, potreste pensare: il terrorista è un uomo che indossa un passamontagna o una calza sul viso perché non vuole essere identificato; semplicemente non vuole che chiunque sappia chi lui è, tutto qui.

Ed è esattamente quel che dico io.

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Nella fase del “dopo Parigi” siamo arrivati ai cosiddetti approfondimenti. Ne ho letti parecchi, italiani e stranieri, tuttavia nessuno di essi mi ha detto cose rilevanti di cui non fossi già a conoscenza. La prima impressione è quella del “club esclusivo”: uomini che parlano a altri uomini di ciò che ulteriori uomini fanno / hanno fatto / potrebbero fare. Le voci e le esperienze delle donne sono pochissime non perché non esistano ma perché, con rare eccezioni, sono volutamente ignorate.

(Se vi interessa ascoltarle potete ad esempio guardare questo:

https://www.youtube.com/watch?v=F0HDV4QHtQM

zaina

E’ un documentario della regista Zaina Erhaim, si intitola “Le donne ribelli di Siria” e mostra, dice Zaina, come “Noi si stia fronteggiando due nemici, l’Isis e Assad.” La regista ha fatto esperienza delle patrie galere grazie a quest’ultimo.)

L’articolo di approfondimento che vorrei trattare qui, invece, si chiama “Cosa vuole veramente l’Isis” ed è stato scritto da Graeme Wood un paio di giorni fa per The Atlantic. Il titolo è fuorviante, perché dopo lunga e laboriosa lettura la risposta non si trova.

In sostanza, Wood dice che siamo ignoranti di cos’è lo Stato Islamico anche se tonnellate della sua propaganda sono online e da questa avremmo almeno dovuto derivare che “rigetta la pace come questione di principio; ha fame di genocidio; le sue prospettive religiose lo rendono costituzionalmente incapace di alcuni tipi di cambiamento, persino se il cambiamento dovesse assicurargli la sopravvivenza; e considera se stesso un messaggero dell’imminente fine del mondo – e un giocatore chiave in essa.” Secondo Wood l’Isis sta aspettando l’esercito di “Roma”, la cui sconfitta a Dabiq, in Siria, inizierà il conto alla rovescia per l’apocalisse: visto che è assai improbabile l’invio in Siria delle guardie svizzere da parte di Bergoglio, dobbiamo cercare di capire come gli aderenti all’Isis identificano questo esercito e cosa “Roma” simboleggia in tale profezia, ma di ciò più avanti.

Dopo di che, Wood produce un rimarchevole (e lunghissimo) riassunto delle origini e degli sviluppo del jihadismo, in cui sottolinea le differenze e le frizioni fra al-Qaida e Isis, traccia la storia di vari architetti dell’impianto ideologico islamista – e di come si diano dell’apostata e dell’infedele l’uno con l’altro – con dovizia di particolari, ci spiega cosa sono sunniti, sciiti, salafiti, wahabiti, ecc. Tanto di cappello, un lavoro enorme e colto e minuzioso: per chi non ha mai approfondito la questione sarà senz’altro utile.

Ho però alcune perplessità: non vi è menzione delle connivenze e delle responsabilità internazionali nella creazione dell’Isis, ne’ delle connessioni di quest’ultimo con la criminalità comune, ne’ dell’enorme flusso di denaro che si mescola al sangue tramite il traffico di esseri umani e armi e sostanze stupefacenti. Per sradicare una malapianta di queste proporzioni è necessario conoscere tutte le sue radici.

Ma la principale delle mie perplessità riguarda la parte in cui Wood fa il resoconto dei viaggi intrapresi dalla Gran Bretagna all’Australia per incontrare alcuni sostenitori dell’Isis. Sostenitori che non sono mai stati nelle zone controllate dall’Isis – anche se alcuni hanno provato, senza riuscirci, ad andare in Siria – e che non hanno, o dicono di non avere, giurato formalmente lealtà al califfato: la cosa è indispensabile, perché Abu Bakr al-Baghdadi (che potrebbe non essere più in vita) si è presentato come l’erede del Profeta (proviene dalla stessa tribù) e il comandante di tutti i musulmani.

Da questi simpatizzanti, sembra, noi dovremmo trarre la comprensione cruciale di cosa sta accadendo, perché le loro interpretazioni del Corano sono “coerenti e dotte”. I tre londinesi sono ex membri di un gruppo islamista bandito per legami con il terrorismo e uno di essi, Anjem Choudary, è un personaggio pubblico che ha in Inghilterra la fama di “disgustoso buffone” grazie alla sua abitudine di inneggiare all’Isis a voce molto alta ma senza grande costrutto. Choudary spiega per esempio al giornalista la sua felicità: sino a che non si ha un califfato molte leggi della sharia sono “temporaneamente sospese”, per esempio “senza un califfato individui vigilanti non sono obbligati a tagliare le mani dei ladri che colgono sul fatto. Ma create un califfato e questa legge, insieme con un altro bel mucchio di giurisprudenza, riprende vita.” Assieme a ciò avremo grande giustizia sociale: per i musulmani che sostengono il califfato, ovviamente, gli altri bisogna farli fuori; i cristiani potranno sopravvivere se pagheranno una tassa che simboleggi la loro sottomissione e inferiorità e non sono riuscita a derivare dal testo la sorte di quelli situati in punti diversi rispetto a questo spartiacque rozzo e grottesco che taglia la realtà come le mani dei ladri: atei, politeisti, buddhisti, agnostici? Magari ci faranno sapere in seguito il destino di milioni di residenti su questo pianeta, dopo un profondo dibattito teologico fra tre dicasi tre uomini barbuti in quel di Londra.

Nonostante ciò, Wood ci tiene a farci sapere che Choudary e i suoi discepoli “credono sinceramente nello Stato Islamico, e in materia di dottrina ne sono i portavoce”. Ma portavoce così distanti dalla zona principale delle operazioni e dal grande capo, e riluttanti a dichiarare la propria lealtà a quest’ultimo, quanta credibilità possono avere?

A spiegare l’esercito dell’apocalisse arriva un altro di tali portavoce, questa volta scovato da Wood in… Australia. Robert “Musa” Cerantonio (nell’immagine qui sotto) è un convertito trentenne, di origini mezzo irlandesi e mezzo calabresi, e figura come uno dei “reclutatori” per l’Isis grazie alle sue prediche.

robert musa cerantonio

Wood ammette che la spiegazione sulla fine del mondo fornitagli dal predicatore di Melbourne è in parte solo frutto delle congetture di quest’ultimo, ma alcune cose “sono basate su fonti ufficiali sunnite e appaiono in tutta la propaganda dello Stato Islamico.” Per farla breve, spazio e tempo e inchiostro e connessione internet sono sprecati nell’informarci che “Roma” è in realtà la Turchia e l’esercito dell’apocalisse arriverà da Istanbul. Dopo la battaglia di Dabiq la Turchia sarà invasa dal califfato e lo respingerà grazie ad un anti-messia chiamato Dajjal e proveniente dall’Iran: costui circonderà a Gerusalemme gli ultimi 5.000 sacri combattenti ma proprio mentre si preparerà a finirli il “profeta” Gesù tornerà sulla Terra e guiderà i musulmani alla vittoria… Sicuramente dopo succederà anche altro, ma mi fermo qui perché non sono eccessivamente interessata ai polpettoni storico-fantasy di questo tipo.

Graeme Wood non è certo della mia opinione. “Per certi veri credenti, – spiega – quelli che anelano a battaglie epiche del bene contro il male, le visioni di apocalittici bagni di sangue soddisfano un profondo bisogno psicologico.” Può darsi, ma se capitasse a me avrei già chiesto aiuto a uno psicologo: il bisogno può essere profondo come la Fossa delle Marianne, ma non lo definirei ne’ naturale, ne’ sano, ne’ (con tutta evidenza) innocuo.

Inoltre, continua Wood, i londinesi e l’australiano sono perfetti nella loro retorica: “nessuna domanda che ho posto loro li ha presi in contropiede” e “Mi hanno fatto lezione copiosamente e, se si accettano le loro premesse, in modo convincente.”, sino al punto “che ho potuto godere in qualche modo della loro compagnia, come di un colpevole esercizio intellettuale” e “ciò mi ha spaventato”. Sono gli effetti del club esclusivo, gioia.

Per non sentirsi troppo solo in questa fascinazione, il giornalista cita Orwell e i suoi giudizi sul carisma di Hitler e sul fascismo: “Dove il socialismo, e persino il capitalismo in modo più riluttante, hanno detto alle persone: “Vi offro una buona vita”, Hitler ha detto loro: “Vi offro lotta, pericolo e morte.” e come conseguenza un’intera nazione si è gettata ai suoi piedi… Non dovremmo sottostimare la sua (del fascismo, nda.) appetibilità emotiva.” Anche qui manca un pezzo, mi scuseranno Wood e Orwell, perché la dicitura esatta sarebbe stata “un’intera nazione in ginocchio, umiliata, distrutta e indebitata”: credo che se i tedeschi non avessero dovuto riempire carretti di soldi per comprare una singola pagnotta il fascino di Adolf sarebbe stato insufficiente.

E inoltre, signor Wood, lo ha guardato bene Orsacchiotto e’mammata Cerantonio? Non avrei mai creduto di dover “difendere” Hitler, ma suvvia, il paragone è improponibile. Maria G. Di Rienzo

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A quest’ora saprete già ovviamente di Parigi, degli attentati in vari punti della città, dei morti – forse 120, e dei feriti – circa 200 di cui 80 gravi.

Il mio cuore è vicino alle vittime, alle loro famiglie, ai loro amici e amati.

Questo è ciò che sto pensando:

E’ stato reso un grande servizio alla destra xenofoba e razzista.

La comunità musulmana in Francia vivrà peggio per un lungo periodo.

Vivranno peggio minoranze e gruppi marginalizzati.

Tutti gli sforzi per la risoluzione nonviolenta dei conflitti faranno un passo indietro.

Adesso vediamo se Bergoglio ha ancora la faccia tosta di dire che questo massacro è frutto di “provocazione” e di “ridicolizzazione della religione”.

Se effettivamente c’è l’ISIS (o IS) dietro agli attentati risparmiateci la retorica sulla vendetta per la Siria e “i vecchi e bambini bombardati”, visto ciò che costoro hanno fatto in loco (e altrove) a anziani, donne e bambini e che i gruppi di donne siriane – inascoltate – documentano costantamente (vedasi ad es. “Peacebuilding defines our future now – A study of women’s peace activism in Syria” – Badael Foundation, 2015, Istanbul – Turchia).

Maria G. Di Rienzo

solidarity of love di joyeuse

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http://womenclimatejustice.org/

The Call – L’Appello (trad. Maria G. Di Rienzo).

global call

Le donne di tutto il mondo ne hanno abbastanza. Il momento per l’Azione Urgente è ora. Stiamo dicendo la Verità al Potere. Stiamo chiedendo Cambiamento.

Siamo donne e ragazze di tutte le età, in tutta la nostra diversità, di ogni regione del mondo;

Siamo seriamente preoccupate per la mancanza di azioni giuste e sufficienti sui cambiamenti climatici da parte dei leader di tutto il mondo;

Siamo preoccupate per il crescente numero di disastrose enormi tempeste che stanno uccidendo le persone, sradicando le specie e distruggendo ecosistemi e mezzi di sussistenza;

Siamo preoccupate per l’innalzamento del livello del mare e le masse di terra che scompaiono, oltre che dai gravi danni procurati all’ambiente e agli esseri umani dalla siccità, dalla desertificazione, dall’acidificazione degli oceani, dalla salinizzazione dell’acqua, dal fallimento dei raccolti, dall’inquinamento atmosferico, dalle maree nere di petrolio, dalla plastica e da altre forme di inquinamento, dallo scioglimento dei ghiacciai, dalle estati super calde e dagli inverni super freddi, e da cicloni e tsunami fuori stagione;

Siamo preoccupate per tutte le donne e le comunità e gli ambienti in cui viviamo, comprese quelle di noi che vengono da terre indigene e società oceaniche che hanno contribuito meno allo sconvolgimento del clima, ma di esso stanno soffrendo i maggiori impatti, per prime e più intensamente;

Ci rifiutiamo di permettere alle corporazioni economiche il controllo del nostro pianeta e dei nostri diritti, o di ratificare un mondo che dà priorità alla crescita e all’avidità situandole al di sopra dei diritti umani, di un lavoro decente ed equo, di ecosistemi sani e di una giusta distribuzione della ricchezza;

Siamo preoccupate perché i governi di tutto il mondo si stanno muovendo troppo lentamente, con troppo poco sforzo, e senza l’ambizione, l’impegno o il finanziamento che sono necessari per fermare e invertire la nostra crisi climatica globale;

E siamo scioccate, sconvolte e indignate che il nostro futuro e il futuro dei nostri figli, nipoti, pronipoti, e di tutti gli esseri viventi e gli ecosistemi, sia abbandonato per interesse personale a breve termine e mancanza di visione, leadership e volontà politica;

Infine e criticamente, come donne e ragazze, non stiamo solo fronteggiando gravi impatti, ma siamo al centro dell’implementazione di soluzioni reali che producono risultati concreti.

Le donne devono essere partner a pieno titolo e alla pari nella lotta per combattere il caos climatico globale!

Insieme, stiamo creando un movimento di massa per la giustizia climatica. Insieme, ci impegniamo ad agire. Facciamo appello a tutte le donne, tutte le ragazze e tutti i nostri alleati di unirsi a noi in questo impegno, di sottoscrivere l’Appello globale delle donne per la giustizia climatica e di partecipare alla nostra Campagna 2015 di sei azioni, su sei temi, nel tempo che ci separa dalla Conferenza NU sul clima del prossimo dicembre a Parigi (Ndt. 30 novembre – 11 dicembre).

Noi donne e ragazze esprimeremo le nostre preoccupazioni e consegneremo le nostre richieste per azioni significative e giuste sul cambiamento climatico a tutti i livelli e in tutte le possibili arene – locale, regionale, nazionale e globale.

Agiremo ovunque – nelle nostre case, quartieri, piazze dei villaggi, giardini agricoli, zone di pesca, luoghi sacri, luoghi di culto, organizzazioni comunitarie, luoghi di lavoro e scuole.

Renderemo nota la nostra presenza presso i nostri Parlamenti, le ambasciate ed edifici governativi locali; nelle sedi aziendali degli inquinatori al carbonio e delle società energetiche; alle urne, nei mezzi di informazione, sui social media, e davanti alle porte d’ingresso di tutti quelli che hanno il potere di cambiare la traiettoria dell’ingiustizia climatica.

Parleremo, canteremo, grideremo, staremo in piedi e sedute. Faremo pressioni, terremo veglie, proteste, blocchi e barricate. Agiremo nei più piccoli villaggi, nelle città più grandi, sulle montagne più alte, negli oceani, e durante la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima a Parigi, Francia.

Rappresentando donne di ogni regione del mondo, chiediamo:

* Cambiamento di sistema, non cambiamento climatico

* Evitare l’aumento di un grado e mezzo della temperatura globale

* Garantire la parità di genere e dei diritti umani in tutte le azioni per il clima

* Mantenere petrolio e combustibili fossili sotto terra

* Transizione a energia sicura e rinnovabile al 100%

* Implementare l’efficienza energetica e le misure di conservazione in tutto il mondo, da parte di tutti

* Drastica e urgente riduzione nei modelli di produzione e di consumo da parte di tutti, anche e soprattutto da parte di coloro del “mondo sviluppato” che hanno maggiormente contribuito a questo problema

* Impegno dei paesi sviluppati a prendere l’iniziativa nella lotta per affrontare la crisi climatica e a offrire ai paesi in via di sviluppo i mezzi per mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, in uno spirito di solidarietà e di giustizia.

Noi non rinunciamo al nostro bel pianeta. Non rinunciamo ad un futuro per ogni specie. Non rinunceremo mai alla nostra campagna per la giustizia climatica.

Corn Woman

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Parigi, assalto al giornale satirico “Charlie Hebdo”, 12 morti e 20 feriti – alcuni in condizioni gravissime. Fra i morti il direttore Stephane Charbonnier (Charb) e i vignettisti Cabu, Wolinski e Tignous. Gli assassini gridavano: “Allah è grande”.

charlie hebdo

“Maometto sopraffatto dagli integralisti. E’ dura essere amato da dei coglioni.”

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