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Milfont - Le Robotism Suprême - Iemanjá2

(Le Robotism Suprême, dell’artista brasiliana Alessandra de Norões Milfont)

Missione compiuta. Il mio quinto romanzo è realtà. Adesso ho bisogno di qualche giorno per limare, trovare errori di battitura che il controllo ortografico ignora, rileggere. Poi lo pubblicherò online come il quarto e, se la cosa vi interessa, potrete andarverlo a prendere. Qui sotto c’è il prologo e, per inciso, è stato scritto prima del manifestarsi della pandemia Covid-19: non so ancora se la mia menzione di un’ecatombe sia una banale coincidenza, indichi che sono (vagamente) veggente o che porto sfiga…

MERGELLINA E LE MADRI

(di Maria G. Di Rienzo)

Mergellina,

Mergellina…

Dentro questa barca fammi sognare

Rema per me

Non mi svegliare

(Serenata a Mergellina – Mario Abbate)

PROLOGO.

Svegliarsi di soprassalto, o comunque senza una ragione specifica ma con tutti i sensi all’erta, era abbastanza usuale per Lin. In un movimento automatico saggiò sotto la coperta il posto accanto al suo e ritirò la mano di scatto, con un dito leggermente morsicato e un misto di irritazione e sollievo: la piccola era sveglia ma non ancora incline a uscire dal bozzolo. Dall’unica finestra della stanza occhieggiava il bagliore velato di un’alba di pioggia. Forse erano state le gocce che picchiettavano con forza sul vetro a destarla. La testa le doleva un poco, le tempie pulsavano. Aveva bevuto, la sera prima? Probabile, a conclusione di un viaggio e ad avvenuta consegna della merce e riscossione del pagamento relativo un paio di brindisi erano quasi un obbligo… forse più di un paio, sì, però non ne aveva memoria. Aguzzò lo sguardo nella penombra. C’erano decorazioni sulle pareti che non distingueva bene, c’era un armadietto laccato, c’era un comodino con una tazza sopra – e nella sua mente nessuna associazione.

Per un attimo fu stretta in una vertigine d’ansia: non ricordava il giorno precedente, ne’ in quale Atollo si trovava, chi era il cliente, se quella camera in cui aveva dormito l’aveva affittata o se era ospite di qualcuno… Annaspò, premette convulsamente le mani sul petto. Qualcosa a mezzo fra un gemito e un ululato le si stava gonfiando in gola, ma proprio quando pensava che non sarebbe più riuscita a trattenerlo le tende rosse e nere che davano su un altro vano, probabilmente la cucina, si aprirono frusciando e Lin trasse un respiro profondo e lo ricacciò indietro. L’apparizione del giovane uomo in tunica e pantaloni corti, con una lanterna in mano e una treccia castana semi-disfatta spiovente su una spalla, aveva messo a posto di colpo la catena degli eventi. Lo riconosceva. Sapeva il suo nome, uno di quei bizzarri nomi englesiani le cui lettere scritte non corrispondevano alla pronuncia comune e dovevano essere interpretate. Geid – Jade. L’ambiente non era più estraneo e vagamente minaccioso, ma il familiare alloggio di Jade alla locanda “Terraterra” in quel di Triade-Maratea, e Lin vi era stata più volte.

Si osservarono, lui con un sorriso schivo, lei annuendo e sfregandosi la fronte. Quel maledetto ticchettio sulla finestra la irritava incomprensibilmente.

“Ero venuto a vedere se vi eravate alzate. Sto preparando la colazione.”, disse il ragazzo a voce bassa.

Lin annusò l’aria e riuscì a rispondere con solo una traccia di tremito nella voce: “Fonduta di groviglio, come al solito?”

“Si chiama budino di floristella. – corresse lui ridacchiando – In pratica, hai appena dimostrato di saperlo, un piatto nazionale per tutti gli Atolli. E oggi è anche speciale, perché ho usato la farina più costosa, quella dolce… piacerà a Ninni. Dorme ancora?”

La donna osò un’occhiata sollevando cautamente un lembo di coperta e rilasciandolo in tutta fretta: “Sonnecchia.” Gettò le gambe fuori dal letto e non appena fu in piedi si accorse di non avere addosso nulla oltre ai tatuaggi tipici della sua gente. Fissò ancora Jade, questa volta sgranando gli occhi: “Tu… noi… abbiamo fatto qualcosa ieri notte?”

Il giovane si umettò le labbra e distolse lo sguardo. “Qualcosa.”, ripeté divertito in direzione della finestra. Aggrottò le sopracciglia per un momento, guardando il vetro su cui le gocce sembravano accanirsi.

“Cioè… nel letto con la piccola?!” Le mani di Lin annaspavano sul pavimento in cerca di indumenti.

“No, sul divano. – Jade indicò con il pollice la stanza alle sue spalle – Tua figlia era qui e sognava già.”

Infilandosi la camicia Lin imprecava tra sé. “Ero ubriaca, sì?”

“Di solito quando mi salti addosso lo sei.”

“Va bene, va bene. Spero sia stato divertente, perché al momento non…”

“La pentola.”, concluse lui sparendo fra uno svolazzar di tendaggi. Lin ricadde a sedere fra i cuscini e questa volta si grattò la testa, passando poi il palmo avanti e indietro sul taglio a spazzola dei suoi capelli corvini. Non avrebbe dovuto tornare sempre da lui quando attraccava in loco. Era come se lo incoraggiasse per malignità, certa che poi lo avrebbe deluso. Conosceva il ragazzo da quattro anni e da quasi subito aveva saputo di rivestire per lui un’importanza particolare… non corrisposta. Eppure Jade le piaceva. Conversare con lui, passeggiare con lui, mangiare con lui, fare sesso con lui, erano tutte attività gradevoli.

Vederlo sul palcoscenico del “Terraterra”, come membro di un tradizionale duo comico, era spesso esilarante e al minimo serviva a distrarla: si erano presentati proprio dopo una delle sue esibizioni, perché da alticcia Lin aveva insistito per complimentarsi con lui personalmente. L’altro attore era secondo lei uno stronzo fatto e finito che, oltre a predare il talento del compagno più giovane, usava la posa da severo mentore per umiliarlo dietro le quinte senza ragione alcuna. In qualche occasione ne aveva parlato con Jade, ma il giovane si limitava a scrollare le spalle e a ripetere che non voleva dar peso all’atteggiamento di Norino (così si chiamava il suo collega), che ribattere o protestare l’avrebbe incoraggiato, che non si sentiva offeso e che comunque alcuni dei suoi rimproveri avevano fondamento.

Lei si era chiesta se la struttura stessa di quel tipo di cabaret proprio degli Atolli rendesse inevitabile una certa dose di sopraffazione nel loro rapporto: esso prevedeva infatti l’interazione fra un saggio e onesto adulto, in quel caso il quarantenne Norino, e un giovincello malizioso e dispettoso quanto sciocco. Nella sceneggiata quest’ultimo poteva essere il figlio, il fratello minore, l’allievo o il discepolo che per quanti consigli affettuosi o veementi reprimende ricevesse insisteva a combinare guai. Gli scambi fra la coppia erano fuochi d’artificio verbali, freddure e fraintendimenti e giochi di parole creati in perfetta alchimia in cui si prendevano di mira l’un l’altro e sfottevano il mondo a 360°: ma l’azione da parte dell’adulto diventava via via simbolicamente sempre più violenta, sino a poter prevedere nel finale l’impartire al ragazzo una “buona lezione” a schiaffi, calci e bastonate. La sconfitta rituale del personaggio pestifero era accolta con tripudio dal pubblico degli Atolli, sembrava una sorta di catarsi in cui perdevano il ruolo di spettatori e contribuivano al castigo del reo scatenandosi nell’urlare incitamenti e insulti e talvolta lanciando oggetti sul palcoscenico. Accadeva, per quanto occasionalmente, che Jade uscisse di scena con un paio di lividi, sia perché un lancio dal pubblico lo aveva raggiunto, sia perché Norino aveva usato “troppa energia” o gli era “scivolata la mano”. Era la parte della rappresentazione che a Lin non piaceva molto, quella da cui era più distante per cultura essendo una nativa delle Palafitte. Sapeva però come si era originata secoli prima, durante l’Ecatombe: il virus prosperava con feroce intensità ed era assai contagioso negli individui sotto i 25 anni, i quali mostravano tutti i sintomi del caso, però sopravvivevano più facilmente. Mentre si tentava curarli essi infettavano altre persone a catena, quelle in particolare che non potevano o volevano isolarsi da essi, madri, padri, sorelle, fratelli, guaritori, sacerdoti… e costoro morivano come mosche. Dopo un lustro di decessi di massa il termine “bambino” divenne in pratica sinonimo di “untore”. Sua madre le aveva raccontato al proposito una discreta serie di storie macabre e raccapriccianti, in cui genitori si radunavano a macellare figli durante cerimonie espiatorie o li annegavano alla nascita e in cui bambini demoniaci tendevano subdoli agguati agli adulti sputando nella minestra della zia e pisciando nelle ciabatte del nonno. Lin scrollò inconsciamente le spalle. Di norma la infastidiva pensare alla propria madre, nei casi peggiori la infuriava addirittura. Si erano definitivamente separate alla nascita di Ninni e non in buoni termini. L’infanzia di Lin era comunque stata un’inusuale fiera dello scetticismo e della sfiducia: aveva smesso di credere alla donna che l’aveva messa al mondo così presto da considerarla un’estranea prima della pubertà.

A posteriori, pensava che quei racconti dell’orrore potevano essere eco distorte e amplificate di casi sinistri davvero avvenuti. Poi l’epidemia decrebbe, i nuovi nati erano sempre più immuni e molto tempo dopo la sua cessazione il risentimento generale verso giovani e giovanissimi si era calcificato, nel sistema dell’arcipelago, in una più o meno innocua formula teatrale.

Jade aveva appena compiuto 23 anni e ad ogni modo non avrebbe recitato la parte del marmocchio scemo per sempre, rifletteva Lin. Era un artista appassionato e versatile che sapeva esprimersi con la pittura, la poesia e il canto, era una mente aperta intellettualmente curiosa di tutto. Prima o poi si sarebbe lasciato Norino alle spalle, trascinato via dalla sua stessa eccellenza. Ma, per qualche folle ragione, questo individuo notevole era rimasto folgorato da una comune traghettatrice indipendente, più vecchia di lui, che trasportava piccoli carichi e passeggeri in giro per l’arcipelago e le cui abilità consistevano nello sfruttare venti e correnti, nel manovrare una pagaia con energia e nel contrattare il proprio prezzo a denti stretti e pugni chiusi che potevano diventare pugni sui denti quando doveva sfuggire a quelli che si chiamavano saccheggi se a compierli erano contrabbandieri, o sequestri se erano effettuati dai forzatori legali di qualche Commissariato.

Quel che Jade voleva da lei era una convivenza stabile e stanziale. Se proprio desiderava continuare a maneggiare remi e sacchi, le aveva detto, poteva cercare un impiego formale nel commercio a Triade-Maratea. Alcune delle sue argomentazioni Lin non le considerava insensate: ad esempio, che lei e la bimba corressero rischi su base quasi quotidiana era ovvio. Tuttavia non poteva piegarsi a dimorare in modo permanente in un luogo qualsiasi e meno che mai su un Atollo. Gli abitanti delle terre ferme tolleravano per necessità il fradiciume – era il termine meno offensivo e più comune con cui definivano i nativi delle Palafitte, i quali per ritorsione li chiamavano con uguale disprezzo satolli – che spesso costituiva la bassa manovalanza delle loro economie e Lin, se aveva qualche soldo in tasca, poteva entrare nelle loro taverne e botteghe senza aspettarsi assalti o discriminazioni. Ninni, però, era tutt’altra faccenda. Il mondo intero la descriveva come “malformata” e solo per Lin – e per il tenero Jade, sin dal loro primo incontro – era semplicemente “formata a modo suo”. Se per stili di vita, valori e attitudini Atolli e Palafitte cozzavano su tutto, a un solo sguardo sulla bambina concordavano: avrebbe dovuto essere soppressa alla nascita, non era adatta a un’esistenza normale e comunque per conformazione non l’avrebbe mai avuta, il suo aspetto era ripugnante.

Ninni aveva quasi cinque anni e non aveva mai imparato a camminare: le sue lunghe elastiche gambe che terminavano in grandi piedi palmati la rendevano una nuotatrice provetta e velocissima, ma sul suolo perdeva l’equilibrio, tendeva a incespicare e riusciva a procedere solo a piccoli balzi. Fuori dall’acqua Lin continuava a portarla sulla schiena, imbracata in un sostegno di stoffa come una neonata. Ninni aveva anche difficoltà a parlare in modo del tutto comprensibile, glielo impedivano le grandi ossa mascellari allungate e una bocca con una doppia fila di denti micidiali. Assieme alla fronte alta e agli occhi rotondi e un po’ sporgenti tali particolarità contribuivano a suggerire la somiglianza con le fattezze di un pesce. Quel viso singolare era incorniciato da una cascata di capelli folti e mossi, di uno splendido e raro rosso fiammante, ma come per tutte le altre sue caratteristiche, comprese quelle diverse dall’usuale, Lin non avrebbe saputo dire da chi la avesse ereditata.

Il padre di Ninni era un palificato come lei, bruno e dalla pelle dorata, suo compaesano in quel di Romita Sacra: ossia il centro politico, culturale e spirituale degli agglomerati delle Palafitte in cui stranieri di terraferma non erano ammessi sin dalla sua fondazione e le unioni miste erano respinte oltre le paludi con draconiana fermezza.

Non c’era modo di dire se le differenze di Ninni risalissero all’ascendenza paterna. La reazione orripilata del giovane uomo alla vista della piccola aveva peraltro spento in Lin ogni residuo interesse per lui. L’unica cosa per cui gli era grata era l’averle regalato la propria barca, nuova e perfetta, affinché potesse andarsene con la neonata. Lin usava ancora quella stessa imbarcazione, in attesa di risparmiare abbastanza per acquistarne una più grande.

Per quanto riguardava la sua, di ascendenza, be’, lei era figlia di una Graud Madra “certificata” dagli Spiriti – una donna che aveva compiuto dieci volte il Pellegrinaggio di Gravidanza e aveva messo al mondo dieci figli sani… come pesci. Lin guardò la testolina di Ninni che emergeva tentennante dalle lenzuola e sogghignò al pensiero, con una traccia d’amarezza. Dei dieci, suo fratello Arone mancava all’appello: si era ammalato di salina durante l’infanzia e per quella non c’era granché si potesse fare.

Gli sguardi di madre e figlia si incrociarono. “Pi-pì.”, sillabò la bimba sporgendo un po’ le labbra.

“Buona idea, – replicò Lin prendendola tra le braccia – vengo anch’io.”

Quando furono uscite dal bagno e Ninni fu sistemata a tavola con una generosa razione di budino, tisana di frutta e biscotti, Jade tirò in modo discreto Lin per un gomito e la riportò in camera di letto.

“Che diamine, vuoi una replica? Credevo mi avessi offerto la colazione.”, protestò scherzosamente lei.

“La pioggia. – sussurrò grave lui – Non senti niente?”

La donna si girò verso la finestra. Il ticchettio era ancora forte e insistente, cominciava ad essere davvero tormentoso. “Vorresti dire?”

“Fuori pioviggina. E’ solo sul mio vetro che si sta accanendo in quel modo. E’ un messaggio climatico.” Lin si irrigidì.

“E qui c’è solo una persona in grado di comprenderlo e a cui quindi potrebbe essere diretto. – proseguì il ragazzo – Tu.”

I magusci delle Palafitte mi hanno trovata? “Come” non era la domanda successiva che Lin si pose, i manipolatori atmosferici potevano rintracciare chiunque fosse stato addestrato all’ascolto e ogni palificato, come lei, riceveva tale insegnamento sin da bambino, pur profittandone in misura variabile secondo le sue personali capacità. Quel che si stava chiedendo, con terrore sottile e strisciante, era perché.

Rimase immobile per circa un minuto, a occhi chiusi, con la testa leggermente chinata e le braccia allargate verso l’esterno prima che la percezione della presenza di Jade al suo fianco svanisse. Lasciò che la pioggia le parlasse, che il suono disegnasse figure e concetti nella sua mente. Non ci volle molto, il messaggio era breve. Lin respirò profondamente sollevando il busto, il capo si raddrizzò, le palpebre si sollevarono, le braccia ricaddero.

“Adesso capisco il motivo per cui continuavo a pensare a lei.”, mormorò.

Jade la fissava apprensivo: “Cos’è successo?” Lin gli voltò per un attimo le spalle. Il picchiettio rallentò e dopo una manciata di secondi si spense.

“Zulma di Romita Sacra è morta.”, annunciò infine la donna.

“Prego?”

Lin si girò. Il suo viso era privo di espressione, ma le lacrime le correvano sino al mento. “Mia madre.”, aggiunse soltanto. Il giovane non disse nulla e la strinse a sé.

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