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Posts Tagged ‘orphan black’

cosima 1 e 2

Cosima Herter (a destra nell’immagine) è la persona reale a cui si ispira il personaggio di Cosima (Tatiana Maslany, a sinistra) nello sceneggiato Orphan Black, nonché consulente scientifica di quest’ultimo. Quest’anno, i titoli della quinta e ultima stagione delle serie Cosima Herter li ha scelti a partire da una poesia di Ella Wheeler Wilcox (1850 – 1919), “Protest” – “Protesta”.

Il 10 giugno u.s., in un lungo e appassionato articolo per il sito ufficiale della rete televisiva BBC America, ha spiegato il perché. Dopo aver raccontato che ogni volta in cui come scrittrice prova scarsa di fiducia in se stessa o mancanza di ispirazione si rivolge abitualmente alla poesia e che quella citata in particolare la commuove da quando era adolescente, Cosima Herter dice:

“Sentivo che, per la stagione conclusiva di Orphan Black, i titoli dovevano essere meno specificatamente scientifici o teorici (…) ma inclusivi di alcuni dei temi più importanti – almeno per me – che fanno da sottotesto all’intero show: l’autonomia corporea, l’avere una propria agenda politica e personale, la resistenza continuata all’oppressione e all’autorità ideologica, il coraggio, la speranza e il cambiamento. (…)

Io sono stata la prima e l’unica figlia della mia famiglia a essere nata in Canada. I miei genitori, nati in America e figli loro stessi di immigrati della classe lavoratrice, si trasferirono in Canada come obiettori di coscienza poco prima che mia madre mi mettesse al mondo nel 1970. Mi è stato insegnato a mettere in discussione l’autorità, sono stata guidata a pensare in modo critico, spinta ad aprire cuore e mente a idee che stavano fuori dal convenzionale e generalizzato sistema educativo. “Volevo qualcosa di meglio per i miei figli.”, mi diceva spesso mia madre, ora deceduta. Si lamentava del fatto che avrebbe voluto altri bambini “Ma tu, Cosima, sei stata l’ultima.” Mi raccontò che io ero nata con un parto cesareo e che mentre lei era anestetizzata era stata sterilizzata senza che ne fosse consapevole o che avesse dato il proprio consenso. Quando fu conscia di cos’era accaduto, la spiegazione che le diedero fu che aveva “già troppi bambini e a stento poteva dar loro sostentamento nelle sue condizioni” (economiche, ndt.) Io ero la quarta figlia. Nonostante la faccenda fosse illegale, mia madre ebbe la sensazione di non potersi opporre, che non vi fosse luogo ove presentare una lamentela e nessuno a cui appellarsi per avere aiuto. Non poteva protestare.

La donna con cui vivo è immigrata in Canada da bambina; l’inglese è la sua seconda lingua e proviene da una fede con una lunga e violenta storia di persecuzione. (…) Abbiamo passato più di una notte tentando di riconciliare le storie delle nostre famiglie con i nostri attuali privilegi dell’avere la possibilità di vivere in un luogo relativamente sicuro, dell’avere il diritto civile di amare una compagna che abbiamo scelto, dell’avere autonomia corporea, diritto di voto, di possedere cose, di accedere all’istruzione, di essere donne indipendenti, di riunirci in dimostrazioni pubbliche contro la tirannia e l’avidità.

Questi sono privilegi nati dalle schiene di coloro che hanno protestato prima di noi – e di quelli che continuano a protestare – che si sono riuniti in dimostrazioni e ancora si riuniscono sotto la minaccia del carcere e della morte, che si sono sollevati insieme nel convincimento che la protesta è importante, che hanno rifiutato di rimanere in silenzio, che hanno osato parlare contro le ingiustizie.

“La protesta – mi ha sussurrato una sera (la donna di cui sopra, ndt.) non riguarda semplicemente il presente. La protesta riguarda l’avere fiducia in un futuro diverso, meno oppressivo, che dev’essere ancora immaginato.” E’ la ragione per cui lei e io abbiamo le opportunità che abbiamo. E’ la ragione per cui lei e io ci uniamo a manifestazioni pubbliche per lottare al fianco delle nostre sorelle e fratelli. E’ la voce della nostra angoscia e la voce della nostra speranza. La protesta non è solo il tentativo di frantumare le strutture esistenti di diseguaglianza, ma la perseveranza verso un futuro differente.” Maria G. Di Rienzo

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Adorabili compagne/i di viaggio cibernetico: la connessione è ripristinata (con il legittimo dubbio che il provider si ingarbugli di nuovo nei propri errori nel prossimo futuro, ma intanto va). Potrebbe essere l’unica buona (ehm…) notizia che ricevete oggi, per cui allegria! E visto che domani è il mio compleanno… no, non dovete darmi quello strano anello d’oro che avete ripescato dal fiume, tesssori… e intendo occuparmi egoisticamente solo di me stessa, vi scrivo una pappardella bella lunga oggi. Qualcuna/o stenterà a crederlo, ma c’è gente che si fida delle mie recensioni di sceneggiati, per cui ecco cos’ho visto di recente che posso consigliare anche a voi (con l’eccezione della stagione n. 4 di Orphan Black, la peggiore del mazzo: è riuscita a buttare nello scarico del wc tutto quanto di buono aveva fatto in precedenza).

Vera

Il primo premio del mio gradimento va senz’altro a “Vera”, una serie poliziesca britannica basata sui romanzi di Ann Cleeves. La protagonista Vera Stanhope – interpretata da Brenda Blethyn, nell’immagine sopra – capo ispettrice nel Northumberland, è uno dei personaggi più realistici (e di conseguenza per me più amabili e affascinanti) che io abbia mai visto in uno sceneggiato televisivo. Donna di mezz’età con una storia di abbandono familiare alle spalle, arruffata e scapigliata, irascibile, acuta e penetrante e calcolatrice, che si cura profondamente del proprio lavoro e dei propri colleghi. Puoi pensare di entrare in una centrale di polizia e trovarla là che maneggia incartamenti, fa ipotesi, programma sopralluoghi e interrogatori… e dopo averle esposto il tuo caso chiederle se le va di prendere un caffè con te: “Sure, pet” (“Certo, tesoruccio”) ti risponderà Vera con il suo caratteristico intercalare.

Inoltre, le trame di Ann Cleeves sono solide, hanno credibilità e ritmo e la giusta dose di anticipazione, per cui è un vero piacere scoprire pian piano la verità – che è sempre fatta di luci e ombre, come nella vita reale – assieme alla capo ispettrice. Da notare: nessuna battuta sull’aspetto di costei – e vorrei vedere uno che ci si prova…, nessun “consiglio” 3F (fitness – fashion – femininity : forma moda femminilità) le viene ammannito e il suo corpo è lei stessa e basta, non una bandiera da sventolare o un manichino da vendere.

Dal lavoro della medesima autrice è stata tratta un’altra serie poliziesca altamente consigliabile, Shetland”, ambientata nell’omonimo arcipelago scozzese. Oltre a condividere tutti i tratti positivi di “Vera” in termini di plot, anche qui il protagonista è piacevolmente inusuale rispetto agli standard americanizzati di produzioni simili. L’ispettore Jimmy Perez (interpretato da Douglas Henshall) è probabilmente l’unico uomo che vedrete in televisione condividere amore, cure e fatiche della crescita della figliastra con il precedente marito della madre di lei, deceduta, in una relazione d’amicizia che riesce a superare gelosie e asprezze. Di “Shetland” ho anche apprezzato molto il modo in cui ha trattato lo stupro sofferto dalla “mano destra” dell’ispettore, la sergente McIntosh. Di solito, quale espediente narrativo, lo stupro è usato in modo infame per titillare la morbosità degli spettatori, per punire un personaggio femminile “troppo” orgoglioso e sicuro di sé e rassicurare con ciò l’audience maschile o per motivare tale personaggio nelle sue decisioni e scelte (per la serie: una donna dev’essere stuprata per avere uno scopo). In “Shetland” non accade nulla di simile: noi sappiamo ciò che è accaduto ma non lo vediamo nei dettagli, ciò che vediamo invece, realisticamente, è la lotta dolorosa di una giovane donna per riprendere signoria e controllo sulla propria vita.

Nell’ambito dei gialli inglesi una rapida menzione onorevole va anche a “Happy Valley”. (Nella foto l’attrice Sarah Lancashire nei panni della protagonista, la sergente Catherine Cawood)

sarah lancashire - happy valley

La “Valle Felice” è quella del fiume Calder nel nord dell’Inghilterra e si tratta di un eufemismo realmente usato dalla polizia locale per alludere ai problemi di droga dell’area. Dietro la serie c’è la scrittrice e regista Sally Wainwright e forse per questo le donne in essa sono esseri umani a tutto tondo. Catherine Cawood, divorziata, vive con la sorella (ex alcolista ed eroinomane) e con il nipotino. Quest’ultimo è purtroppo il frutto di uno stupro da cui la figlia di Catherine non si riprese mai, giungendo a suicidarsi. Per entrambe le due stagioni della serie la sergente deve vedersela in un modo o l’altro con il violentatore della figlia, rimesso in libertà dopo 8 anni di carcere e deciso a “vendicarsi” di lei che ce l’ha mandato, mentre cerca di risolvere vari casi. Discorso uguale a “Vera” (e a “Shetland”) per le 3F: sono felicemente invisibili.

Il secondo premio del mio gradimento va a uno sceneggiato norvegese da poco terminato, “Okkupert” (“Occupati”). Nell’immagine qui sotto vedete la magnifica attrice Raghnild Gusbranden, che interpreta la capa dei servizi segreti norvegesi. (3F? Nei, takk – e cioè No, grazie in norvegese).

raghnild gusbranden - okkupert

Okkupert” descrive un prossimo futuro in cui la Russia, con l’approvazione e l’appoggio dell’Unione Europea, occupa la Norvegia affinché quest’ultima riprenda la produzione di petrolio, dismessa da quando il Partito Verde ha vinto le elezioni nel paese (dopo che un uragano di enormi proporzioni causato dal cambiamento climatico ha devastato la Norvegia). La crisi energetica europea è grave: il Medioriente, a causa dei continui tumulti, non le fornisce petrolio e nemmeno lo fanno gli Usa, che sono entrati in un regime di autosufficienza abbandonando la Nato. L’idea del governo norvegese è sostituire i combustibili fossili con l’energia nucleare derivata dal torio (è assai meno pericoloso dell’uranio, in effetti, ma – questa è l’unica pecca che trovo nella storia – mi suona stridente l’idea che diventi il vessillo di un partito ecologista). L’occupazione è sinistramente “morbida”, strisciante, ufficialmente paludata dal gergo e dalle consuetudini della politica (un teatrino di convenzioni e trattati e accordi senza effettiva rilevanza) e sempre più violenta mano a mano che il governo e la popolazione norvegese oppongono ad essa atti di resistenza. La trama è fitta e avvincente, ma non ve la racconto nei dettagli sia per non rovinarvi il piacere di vedere lo sceneggiato, sia perché dovrei scrivere sino a domani mattina… per quel che riguarda l’avvincente, vi basti sapere che al termine di ogni puntata mi spostavo dal salotto in qualsiasi altra stanza borbottando: “Dannazione, la Norvegia è ancora occupata!”

Noto di passaggio che fra le produzioni televisive nordiche potreste apprezzare anche la serie poliziesca islandese “Ófærð” (“In trappola”) in cui un incendio apparentemente casuale che provoca la morte di una ragazza si collega, sette anni più tardi, al torso di un cadavere mutilato ripescato dal mare. Qui sotto c’è lo straordinario Andri Olafsson, e cioè l’attore Ólafur Darri Ólafsson, capo della polizia locale: in tutto tre persone, il “locale” è la piccola città di Seyðisfjörður.

olafur darri olafsson

Ah: nessuna scherzosa battuta o saggio consiglio su come diventare una sardina ne’ per il detective, ne’ per qualsiasi altro personaggio maschio o femmina. Anche qui impera il rispetto per i corpi, la nozione che i corpi umani sono esseri umani, stupendamente vari.

Terza postazione per una serie fantastica spagnola, El Ministerio del Tiempo” (“Il Ministero del Tempo”). La premessa è che in Spagna sia custodito un segreto cruciale: un’istituzione governativa autonoma che risponde solo al Primo Ministro e che si occupa di raddrizzare gli incidenti causati dai viaggi nel tempo. Il Ministero del Tempo custodisce e controlla le porte che conducono dall’oggi a varie epoche del passato, assicurandosi che nessuno cambi la Storia a proprio beneficio. Per chiunque si interessi come me sia di Storia sia di narrazione fantastica questo sceneggiato è una doppia delizia. Si dipana principalmente seguendo le avventure di una delle squadre di intervento del Ministero, formata dal soldato Alonso de Entrerríos (originario del 1.600), dalla studente Amelia Folch (19° secolo, “capa” della pattuglia) e dal paramedico Julián Martínez reclutato nel tempo presente. I tre attori sono rispettivamente Nacho Fresneda, Aura Garrido e Rodolfo Sancho – che è brillato di recente anche nella serie gialla “Mar de plástico”.

ministerio

La struttura delle puntate è bilanciata in modo sapiente e sfaccettato, la tensione drammatica (ad esempio la tentazione di cambiare il passato per riavere la moglie morta da parte di Julián Martínez) ha sempre il suo contrappeso “leggero” (i comici tentativi dello spadaccino delle Fiandre Alonso de Entrerríos di trovare senso e posto nel 2016); le figure femminili sono variegate e trattate con la massima cura narrativa: hanno spessore e profondità che età, aspetto e sessualità non oscurano e noi spettatrici e spettatori possiamo finalmente trovare normale il rispetto dato alle loro capacità e competenze. Per cui… buona visione a voi e tanti auguri a me, ci risentiamo il 5 giugno! Maria G. Di Rienzo

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Non capirò mai, mai, perché le persone credano sia affar loro far commenti sui corpi di altre persone. A volte vado in una sauna a Los Angeles, una sauna coreana aperta solo di giorno, e tutte le donne là dentro sono nude. E non mi sento mai così innamorata della forma umana come quando giro intorno e vedo tutti questi corpi e penso “Oh mio dio, siamo tutte costruite in modo così diverso.” E ogni singolo corpo è bello. Io non capirò mai lo svergognamento e la sua reiterazione. E’ folle.

Tatiana Maslany, intervistata da “Elle” il 12 aprile 2016, trad. Maria G. Di Rienzo

(L’immagine la ritrae nei panni di Sarah Manning nella quarta stagione di Orphan Black, che comincia il 14 aprile p.v.)

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(“Orphan Black: Tatiana Maslany on Rejecting Hollywood Beauty Standards, di Aurelie Corinthios e Monique Jessen per People, 14 agosto 2015, trad. Maria G. Di Rienzo. Dei, posso avere Tatiana per figlia / sorella / amica ecc. nella prossima vita?)

tatiana

“Non penso ci sia una sola donna in questo mestiere a non aver fatto esperienza di sessismo. Penso che ci siamo passate tutte, in vari modi, e qualche volta non puoi neppure dire che sta succedendo perché è radicato nel modo in cui sono strutturate le cose.”, dice Maslany a People, “Dal 70 all’80% delle persone sul set sono maschi: registi, scrittori, produttori, persone in posizioni di potere, ma anche ciò sta cambiando.”

Maslany, 29enne, è di recente stata nominata per il suo primo premio Emmy, come eccezionale attrice protagonista in una serie televisiva, il successo culto di BBC America “Orphan Black”, dove interpreta un gruppo di cloni.

L’attrice dice che “non riesce neanche a contare il numero di volte” in cui ha sperimentato il sessismo lavorando a Hollywood. “Come il sentirmi rispondere: Non parliamo di questo, dolcezza, se ho problemi ad essere puntata da un 50enne mentre sono sul set e ho 17 anni.”, ricorda “Non finisce mai. Mi infilano in questo abito minuscolo che mostra il mio diaframma in una scena in cui si suppone io debba mostrare la sofferenza per la morte di un parente ed è tutto un Assicurati che le si veda l’ombelico. E’ solo patetico. E’ davvero patetico.”

Sull’aver mai avuto richieste di cambiare il suo aspetto fisico, Maslany ricorda che le è stato chiesto di radersi le ascelle. “E di farmi la ceretta ai “baffi”, il che ho rifiutato! Lo faccio solo se la parte lo richiede e se ha un senso.”

Perciò, cosa succede se dice di no? Secondo l’attrice si dà “senza dubbio” una lotta di potere. “A volte non vale la pena metterla sul politico. C’è un punto in cui devo separare le mie opinioni politiche dal personaggio che interpreto.” Ma Maslany spera che un positivo cambiamento sociale sia già in moto.

“Non posso immaginare che questa roba resterà incastrata com’è. Spero di no! Le persone sono seccate, sono troppo incazzate e un bel mucchio di voci forti si sentono, ora.”, dice “Sta accadendo un grosso cambiamento e penso che in questo momento sia allo stadio di una pubertà incasinata, ma spero ad esempio che ad un certo punto diventerà la norma per ogni gruppo razziale avere le proprie storie raccontate in modo non stereotipato. Si tratta solo di portare quella sensibilità, la tua vita emotiva e la comprensione che l’umanità delle donne è differente da quella degli uomini.”

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wild sisters

Orphan Black, puntata finale. L’ho vista senza sottotitoli e a volume basso (erano le cinque di mattina) perciò ho di sicuro perso qualcosa dei dialoghi fra toni e accenti, ma se volete rovinarvi la sorpresa – niente ha peraltro davvero sorpreso me – ecco come sono andate le cose per i vari personaggi.

Kendall Malone. Cominciamo dalla “chimera” che sta all’origine dei cloni Leda e dei cloni Castor. Su di lei, nonostante lo show fosse stato chiarissimo al proposito, ho letto di tutto (che dagli spermatozoi si può ricavare un ovulo, che i cloni sono figli dell’incesto fra lei e suo fratello e via “ignorantando”). Una “chimera” è un organismo, in questo caso umano, composto da due linee cellulari geneticamente distinte provenienti da due differenti zigoti. La madre di Kendall era incinta di due gemelli NON omozigoti, ognuno dei quali derivato da un suo proprio ovulo e da un suo proprio spermatozoo. I due embrioni si sono fusi durante lo sviluppo, mantenendo entrambe le popolazioni cellulari: la bambina che ne è risultata, Kendall, ha due set di DNA, il suo e quello del fratello che ha assorbito.

Sarah e sorelle non somigliano a Kendall perché sono tratte da uno solo dei due set, mentre lei è la combinazione di entrambi. Scienza.

Ethan Duncan trovò questa combinazione abbastanza affascinante e promettente da usarne il materiale genetico per i suoi cloni. Cinque o sei anni dopo averlo fatto, racconta Kendall, il professor Duncan tornò da lei, le disse dei cloni e anche che temeva per la propria vita a causa dei Neoluzionisti che “avevano inquinato tutto, avvelenato la scienza, corrotto sua moglie.” Ma solo lui, le assicurò, sapeva chi era l’originale, nemmeno sua moglie ne era a conoscenza. A questo punto, Kendall Malone lo indirizzò alla figlia Siobhan Sadler, la signora S., la ribelle: “Tu avevi le connessioni per nascondere Duncan da loro. – le spiega – Lui mi disse che c’era una bambina (Nda: una clone, Sarah) persa nell’assistenza sociale. In cambio del mio aiuto, lui spinse la clone perduta verso di te. Non mi aspetto di essere perdonata. Ma volevo che tu la avessi. Lei è del tuo stesso sangue, è un piccolo pezzo di me, tutto quel che mi restava da dare della mia schifosa vita.”

four faces

Vediamo il perché della mia espressione (nell’immagine qui sopra). Kendall Malone, quando incontra il professor Duncan, è in carcere per aver ucciso il marito di sua figlia. Che Duncan possa avere ripensamenti su quel che ha fatto senza informarla e senza il suo consenso è comprensibile. Che sentendosi in pericolo corra da un’ergastolana, povera e senza agganci, un po’ meno. Come questo si tenga logicamente con ciò che sappiamo dalla prima stagione meno ancora: la signora S. disse a Sarah che lei le era stata portata dal suo amico Carlton con la raccomandazione di tenerla il più possibile “coperta” (“in the black”, da cui il titolo dello show) senza spiegazione del perché e che lei non aveva fatto domande visto il periodo burrascoso in cui il paese si trovava a livello politico e sociale (gli anni della signora Thatcher in Gran Bretagna). E non stava mentendo, perché la “rivelazione” della madre è motivo di una sofferta riconciliazione e sopisce il desiderio di Siobhan di sciogliere l’assassina di suo marito nell’acido solforico – lo show ce la mostra in precedenza mentre prepara una vasca all’uopo. Inoltre, se il discorso di Kendall ha la funzione di chiarire (???) l’adozione di Sarah, quella di Felix Dawkins (colpevolmente ignorato dagli autori in questa terza stagione) è lasciata nell’ombra.

Sarah Manning. Leader. Vulnerabile e indistruttibile al tempo stesso. Decisa, intelligente, determinata, capace di negoziare. Finalmente riunita alla figlia Kira, nel finale, due figure che rotolano felicemente abbracciate nelle nevi islandesi.

Rachel Duncan. Si sveglia in una “magnifica” suite con pannelli di vetro e fringuelli impagliati e specchi dal manico cesellato. Ha un occhio finto in stile neoluzionista che farebbe sbavare dall’invidia il dottor Leekie e sembra in grado di supplire a quello perduto in termini di vista. Urla un po’ per sapere dove si trova ma nessuno la bada sino al termine della puntata, quando nella stanza entra dapprima Charlotte Bowles, la bambina clone adottata dalla top-sider Marion Bowles che avevamo incontrato alla fine della seconda serie e poi visto nei sogni di Sarah prigioniera. Charlotte annuncia a Rachel: “Lei mi ha detto che tu sarai la mia nuova mamma.” “Lei chi?”, chiede ovviamente Rachel, e a questo punto sua madre Susan Duncan – che da tempo sospettavamo non fosse morta nell’incendio del laboratorio – fa il suo ingresso dando a Rachel il “benvenuta a casa”. Di questo passo, magari nella quarta stagione il dott. Leekie potrebbe emergere dal cemento del garage di casa Hendrix come zombie e scappare portandosi via tutti i soldi occultati nel freezer.

Alison Hendrix. Vince le elezioni scolastiche (era scontato), riesce a cucinare un arrosto nei ritagli di tempo (su cui Helena mette lo zucchero) e dà una festa per tutte le sue sorelle e i loro alleati: Felix, il detective Arthur Bell, la signora S., Scott. Discorsetto di ringraziamento per sestras e marito sicuramente sincero – this is from the heart – ma un po’ fiacco.

Helena. Non si sa come abbia fatto, ma Donnie Hendrix le “regala” la sua riunione con Jesse. L’autotrasportatore ascolta il riassunto di Helena sul periodo in cui sono stati separati e che va più o meno così: “Faccio saponette, insegno il karate ai bambini e la scienza ha messo un baby dentro di me ma tu sei il mio primo uomo.” Poi Helena gli salta letteralmente addosso e stanno per consumare quando il telefono-clone (quello “azzurro come i cieli di Lesbo”, sia benedetto Felix) allerta la nostra eroina: emergenza, Rudy è sulle tracce di Alison e sta per entrare in casa. Helena lo aspetta in garage con un taglierino in una mano e un cacciavite nell’altra, entrambi assicurati ai polsi con largo nastro adesivo. “Regole della prigione. – dice all’ingresso di Rudy, offrendogli il rotolo di scotch – Solo uno di noi ne esce vivo.” E poiché il clone declina l’invito gli sbatte il rotolo sul naso – rompendoglielo – con un calcio. Chiaro come va a finire, no? Rudy, che sta mostrando del progresso nella malattia dei Castor, non è veramente una sfida per Helena. Mentre agonizza sul pavimento, Helena si sdraia accanto a lui e gli accarezza il viso. Rudy tenta di convincerla che loro due sono uguali, ma l’Angelo della Morte non se la beve: “Tu avveleni le donne. – gli risponde- Tu sei uno stupratore.”

Cosima Niehaus. Le hanno inflitto la stagione peggiore. Si è scusata con tutto il mondo (Scott, Delphine, Shay) e di scienza, crazy o no, ne ha maneggiato un poca solo in questa puntata finale nell’interazione con Kendall. Precedentemente stava distesa in vasca da bagno, nel letto o per terra con un personaggio scialbo al massimo grado e incapace di suscitare nello spettatore curiosità, empatia o un’emozione di qualsiasi genere: sì, quella Ksenia Solo – Shay lessa al completo che, ci hanno assicurato, tornerà a fare non si sa cosa nella quarta stagione.

Come ne sono felice!

Come ne sono felice!

Mark un po’ perché costretto, un po’ perché Gracie insiste, un po’ perché vuole conquistarsi libertà e vita, aiuta Sarah e compagnia impersonando Rudy per ingannare la dott. Coady (catturata da Ferdinand che fa anche fuori il suo tirapiedi Bulldog a bastonate, fra poco capirete perché); Krystal si sveglia di colpo nel letto-galera del Dyad, tira uno sberlone involontario a Delphine e si chiede perché cose pazzesche continuino ad accaderle: a questo punto Delphine mette il dott. Nealon in manette e fa qualche domanda.

Delphine Cormier. Ve lo aspettavate, sì? Alla fine della puntata qualcuno le spara nello stomaco. Non prima che Nealon tenti di sputarle in bocca un verme frutto di bioingegneria neoluzionista che teneva – non si sa come – nella propria e le dica che dietro a tutto ci sono proprio loro, i fans del dott. Leekie, e che sebbene sui cloni il Top Side faccia i soldi e l’esercito faccia armi, loro muovono ambo le fazioni come pupazzi. Sono infiltrati dappertutto e sanno quel che Sarah sta facendo. Ah, e: “Non sopravviverai sino a domattina.”, aargh, morto. Delphine avvisa Sarah che c’è una talpa, Ferdinand capisce al volo chi è – il suo scherano – e poiché odia i neoluzionisti “come le zecche” l’acido solforico della signora S. troverà un altro impiego. Prima di chiudere con le immortali parole “Che ne sarà di lei?” (probabilmente riferite a Cosima) ed accasciarsi insanguinata su un’automobile, Delphine è stata fatta muovere in modo da chiarirci che il suo posto è stato preso da faccia-da-saponetta Shay. Va’ da quest’ultima a dire che vede lei e Cosima proprio bene insieme… va’ a dire addio a Cosima con un ultimo bacio in lacrime… santo cielo, com’è interessante. E soprattutto: com’è plausibile. Maria G. Di Rienzo

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Dedicato agli eroici difensori della famiglia dalla “dittatura dell’ideologia gender e omossessualista” che si sono coperti di ridicolo una volta di più durante il Gay Pride del 6 giugno 2015 a Verona.

“Famiglia. Questa è la mia agenda. A volte la famiglia è qualcosa di più delle persone che vivono sotto lo stesso tetto. Sono le persone che si buttano per prime, a testa bassa, non temendo di apparire ridicole per aiutarti. Che non nascondono i loro volti per la vergogna se tu cadi.

Se la vostra famiglia diventa di colpo più grande di quello che vi aspettavate e la vostra casa diventa troppo affollata, dite forse ai vostri familiari che devono trovarsi un posto differente per vivere? Fate spazio. Vi adattate. Trovate soluzioni creative per tenere le persone insieme. (…)

Io credo nell’inclusione, non nell’esclusione. Sarò la vostra Mamma Chioccia. E terrò insieme tutti i nostri pulcini.”

(dal discorso elettorale – per la rappresentanza scolastica – di Alison Hendrix (Tatiana Maslany) in Orphan Black, 30.5.2015.)

votate alison

Avrei potuto suggerire ai complottisti dispensatori di precetti in ambito familiare che questo è un concetto di famiglia meritevole di “difesa”, ma so per esperienza che le Mamme Chiocce e persino i pulcini si difendono benissimo senza bisogno di crociate, sentinelle, bolle papali e stronzate immani su una “teoria del gender” CHE NON ESISTE. E’ il rispetto che nutriamo gli uni per gli altri a renderci inespugnabili fortezze. Strillate pure i vostri insulti deliranti, là sotto. L’armonico frastuono della vita li sommerge. Maria G. Di Rienzo

verona pride 2015

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“Devi solo guardare Medusa direttamente, per vederla. E non è mortale. E’ bella e sta ridendo.” Hélène Cixous

medusa

Alcune domande poste alle femministe sembrano richiedere risposte complesse e articolate.

Le persone che le fanno vogliono percentuali, dati, studi, ricerche, bibliografie, testimonianze giurate, pistole fumanti e cadaveri ancora caldi.

Queste cose servono loro per dire, dieci secondi dopo e senza averle neppure guardate, che sono delle falsità, delle esagerazioni, delle mostruose calunnie. Cioè, esattamente quel che dicevano di qualsiasi istanza relativa alla violenza di genere, alla misoginia, al sessismo, alla discriminazione, prima di averle chieste.

Inoltre, spesso queste domande ne contengono altre: a volte sono esplicitate, a volte no, ma sono comunque percepibili.

E’ vero che fai tisane con le lacrime degli uomini?

No, dico, come osi, mi stai prendendo in giro?

Sei tu ad aver riempito di vagine di peluche la sala per il convegno sulla misandria?

Tu vuoi che i papà separati siano friend-zonati e costretti all’onanismo, eh?

Ripeto, cacchio, mi stai prendendo per il culo?

Senza dedicare troppo tempo e troppo impegno a interazioni francamente futili, ecco una buona, rapida risposta “one-size-fits-all”:

no no no

(Tatiana Maslany nella prima serie di Orphan Black)

Maria G. Di Rienzo

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