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(tratto da un più ampio testo di Kushi Kabir, coordinatrice per il Bangladesh di One Billion Rising, 29 gennaio 2015 per Huffington Post, trad. Maria G. Di Rienzo. Kushi Kabir, ecologista, lavora da oltre quarant’anni per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni rurali nel suo paese. Nel 2005 ebbe una “nomination” per il Premio Nobel per la Pace, in riconoscimento del fatto che sino ad allora aveva contribuito ad organizzare 175.000 contadini/e senza terra.)

kushi

Quando sono diventata una femminista? Ci sono molti momenti nella vita di ogni donna che la fanno ergersi per se stessa e le sue sorelle, e ce ne sono stati molti nella mia. Ma il primo che mi viene in mente è il giorno in cui mi fu detto che non potevo sedermi sull’autobus, semplicemente perché ero una donna.

Sono cresciuta nel Pakistan orientale, ora Bangladesh, negli anni ’50 e ’60. Era un paese in cui le donne erano cresciute affinché vedessero le loro vite come destinate al matrimonio. In special modo in campagna, ciò significava essere totalmente obbedienti al marito all’interno della casa e totalmente silenziose fuori di essa.

Dopo aver finito le scuole, vedevo quanto pressione era fatta sulle mie amiche perché trovassero un marito. Io venivo da una famiglia inusuale e meravigliosa, dove i miei genitori volevano che io fossi libera e scegliessi da me il mio sentiero: mi hanno sempre trattata come eguale agli uomini. Sapevo di essere in una posizione privilegiata, perciò volevo capire com’era la vita per le donne nel mio paese che non erano così fortunate. E questo è il motivo per cui nel 1971, dopo la guerra d’indipendenza e con la maggior parte del paese in rovine, sono andata a lavorare per un’agenzia umanitaria. Dopo due anni di lavoro a Dhaka, ho sentito il bisogno di operare sul campo, e così ho chiesto loro di mandarmi in una delle aree remote dove c’era più necessità di aiuto.

Il mio capo era assai insicuro all’idea di mandare una giovane donna nata e cresciuta in città a vivere e lavorare nei villaggi. “Non sei mai stata in un villaggio prima.” Be’, risposi io, c’è una prima volta per ogni cosa. Allora venne fuori la sua preoccupazione reale: nessuna donna sarebbe stata accettata come figura autorevole. Certo, risposi ancora io, se non cominciamo da qualche parte.

Lui tentò di darmi ragioni per cui non potevo andare, come il disagio di vivere là. Disse che non avrei avuto una stanza privata, perché non c’erano altre donne che lavorassero in quell’area remota, ne’ all’agenzia umanitaria ne’ altrove. Disse che non c’erano toilette adeguate. Io chiesi: “Tu hai una stanza privata, quando vai là?” Lui ammise di sì. “Allora userò la tua stanza.”, conclusi io.

Cominciai i miei viaggi nei compartimenti di terza classe sul treno, nelle chiatte sul fiume e in autobus stracolmi. I compartimenti per le donne erano separati sulle chiatte e sui treni ed eravamo schiacciate in minuscoli spazi senz’aria, strette l’una contro l’altra, con le finestre chiuse e ben coperte di modo che nessuno potesse vedere dentro neppure per sbaglio. Sull’autobus c’erano solo due file, con sei sedili, per le donne. In quello spazio ristretto le donne dovevano tenere i loro bambini, e spesso i loro polli, e persino capre, tutto appiccicato addosso. Viaggiavano solo da una casa a un’altra, tipo da quella del padre a quella del marito. Alle donne era richiesto di essere sottomesse e miti ed erano forzate ad esserlo.

Io andavo a sedermi nel compartimento degli uomini, che era più aperto e aveva più spazio. Mentre usavo gli autobus per un tratto del mio viaggio, mi fu spesso detto che dovevo comprare due biglietti, perché nessun uomo si sarebbe seduto accanto a me. “Quello è un loro problema, non mio.”, rispondevo.

Altre volte, il conducente mi diceva che non c’era posto per una donna. Io davo un’occhiata alle file e c’erano un mucchio di posti, ma erano vicini agli uomini, perciò lui rifiutava di farmi sedere. Io mi facevo strada e andavo a prendere posto lo stesso. La gente mi guardava sbalordita. Potevano sentire dalla voce che venivo dalla città, che ero istruita: se fossi stata una donna rurale mi avrebbero trattata molto male.

Quando il conducente scendeva a raccogliere i biglietti, non si rivolgeva in nessun modo alle donne. Diceva a voce alta: “A chi appartiene questa donna?” Più tardi, quando viaggiavo con colleghi di sesso maschile, a chiunque dicesse questo rispondevo anch’io a voce alta: “Questa donna non appartiene a nessun uomo. E li vedi gli uomini alle mie spalle? Loro appartengono a me.”

Anni più tardi lessi di Rosa Parks e capii perfettamente perché era andata a prendersi il suo posto sull’autobus – e poi succedesse pure quel che doveva succedere.

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“Se a dieci anni io avessi ballato durante una manifestazione di massa per mettere fine alla violenza contro le donne, sarei cresciuta sapendo che nessuno aveva il diritto di violarmi. Sarei andata a denunciare la violenza alle autorità, perché avrei avuto attorno a me un comunità che mi avrebbe incoraggiata a dire la verità e avrei saputo di avere sostegno.”

Eve Ensler, intervistata da The Guardian il 13 febbraio 2015.

14 febbraio 2015, Manila, Filippine

14 febbraio 2015, Manila, Filippine

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2015 banner

Perché One Billion Rising, perché ballare, che significa “rivoluzione”?

Puoi avere le tue risposte qui: http://obritalia.livejournal.com/

Ma comunque ti dirò il mio, di perché e che volto ha una rivoluzione per me.

Il fatto è, per cominciare, che a me le donne piacciono davvero.

Mi piacciono a livello visivo, tutte. Età, altezza, peso, colori (pelle occhi capelli), eccetera, costruiscono singole figure irripetibili, con innumerevoli varianti e sfumature: lo trovo magico, commovente, mi incanta.

Mi piacciono per quel che fanno, dalle casalinghe alle astronaute.

Mi piace il loro cuore – passione e coraggio – per cui cerco, ascolto, leggo e racconto le storie delle attiviste per i diritti delle donne e il cambiamento sociale più spesso che posso.

Mi piacciono i loro linguaggi e i loro messaggi, quel che creano con il pensiero e con le mani: letteratura, poesia, saggistica, pittura, musica, teatro, danza, cinema, artigianato, cucina, erboristeria, sartoria…

India, Ananya Dance Theatre, performance sulla giustizia ambientale

India, Ananya Dance Theatre, performance sulla giustizia ambientale

Molte delle donne di cui traduco i pezzi e le interviste, o di cui narro le vicende, sono assai diverse da me. Alcune loro scelte non sono quelle per cui opterei io. Non tutto quel che dicono e fanno mi vede d’accordo al 100%. Ma fintanto che è sincero, onesto, appassionato e va nella direzione giusta – una vita migliore, una comunità migliore, un mondo migliore – lo onoro e mi piace.

Mi piace il riuscire a vedere ed apprezzare le altre donne nonostante le raffiche costanti dei messaggi d’odio diretti ai nostri corpi, alla nostra storia, alla nostra capacità di avere relazioni significative l’una con l’altra, alla nostra presenza ed esistenza qualora esse non si conformino alle regole patriarcali.

La mia rivoluzione è un mosaico di volti e di corpi di donne che frammentano, smantellano, cancellano la violenza: e nello spazio che si forma dalla sparizione di quest’ultima creano e curano e tessono e inventano ancora più di quanto già fanno. Data la gratitudine immensa che provo per quanto già fanno, potrei danzare di gioia tutti i giorni dell’anno e ad ogni ora del giorno. Mi sta più che bene farlo in compagnia il 14 febbraio prossimo.

Volevi sapere perché. Adesso lo sai. Le donne mi piacciono. Maria G. Di Rienzo

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(“My revolution”, di Eve Ensler. One Billion Rising 2015: Rivoluzione. Trad. Maria G. Di Rienzo. Ndt.: la punteggiatura è quella usata dall’Autrice.)

eve revolution

La mia rivoluzione inizia nel corpo

Non sta più aspettando

La mia rivoluzione non necessita approvazione o permesso

Accade perché deve accadere in ogni vicinato, villaggio, città o cittadina

al radunarsi di tribù, compagni di scuola, donne al mercato, sull’autobus

Può essere graduale e sommessa

Può essere spontanea e rumorosa

Può stare già accadendo

Può essere trovata nel vostro armadio, nei vostri cassetti, nelle vostre viscere, nelle vostre gambe, nelle vostre cellule che si moltiplicano

nella nuda bocca di capezzoli tesi e seni straripanti

La mia rivoluzione si sta gonfiando a partire dall’insaziabile battito fra le mie gambe

La mia rivoluzione è pronta a morire per questo

La mia rivoluzione è pronta a vivere alla grande

La mia rivoluzione è il rovesciamento dello stato mentale

detto patriarcato

La mia rivoluzione non sarà coreografata, sebbene cominci con alcuni passi familiari.

La mia rivoluzione non è violenta ma non si sottrae agli orli pericolosi dove fiere

dimostrazioni di resistenza caprioleggiano in qualcosa di nuovo.

La mia rivoluzione è in questo corpo

In queste anche atrofizzate dalla misoginia

In questa mascella fissata muta dalla fame e dall’atrocità

La mia rivoluzione è

connessione non consumo

Passione non profitto

Orgasmo non proprietà

La mia rivoluzione è della Terra e verrà da lei

per lei, a causa di lei

Comprende come ogni volta in cui noi infiltriamo o trivelliamo

o bruciamo o violiamo gli strati della sua sacralità

violiamo l’anima del futuro

La mia rivoluzione non si vergogna di premere il mio corpo disteso

sul suo pavimento di fango di fronte agli alberi di

Banano, Cipresso, Pino, Kalyaan, Quercia, Castagno, Gelso, Sequoia, Sicomoro

di inchinarsi senza pudore a uccelli color giallo shocking e cieli d’occaso rosa e blu,

cuore che esplode bouganvillea porpora ed acquamarina.

La mia rivoluzione bacia felicemente i piedi di madri e infermiere e serve e pulitrici e balie e guaritrici e di tutti coloro che sono vita e danno vita

La mia rivoluzione è in ginocchio

Sulle mie ginocchia piegate ad ogni cosa sacra

E a coloro che portano fardelli costruiti dall’impero dentro e sopra le loro teste e schiene e cuori

la mia rivoluzione domanda l’abbandono

Si aspetta l’originalità

Conta su combina-guai, anarchici, poeti, sciamani, veggenti, esploratori sessuali, divini imbroglioni (1), viaggiatori mistici, acrobati sulla corda e coloro che vanno troppo distante e provano troppo

La mia rivoluzione si mostra in modo inaspettato

Non è ingenua ma crede nei miracoli

Non può essere categorizzata etichettata marchiata

o persino localizzata

Offre profezia non prescrizione

E’ determinata dal mistero e dalla gioia estatica

Richiede ascolto

Non è centralizzata sebbene tutti noi si sappia dove stiamo andando

Accade in fasi e tutta su un colpo

Accade dove voi vivete e ovunque

Capisce che le divisioni sono diversivi

Richiede lo star seduti fermi e il guardare profondamente nei miei occhi

Andate avanti

Amate

(1) Nell’originale “tricksters”. Per un chiarimento del concetto vedi:

https://lunanuvola.wordpress.com/2011/03/09/le-trickster/

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L’informazione viaggia in sussurri nei corridoi, nei bagni, sta nel mezzo di occhiate e cenni, sembra evocare di per sé sensazioni dolorose e creare atmosfere spiacevoli. Somministrata con minuziosa cautela, l’informazione viaggia molto lentamente – nell’era di internet, già. Deve farsi strada fra ogni sorta di ostacoli. Deve valutare ogni possibile reazione. Alla fine arriva. E in ufficio, a scuola, nel circolo di amici e parenti, si sa che Tizio è un molestatore, che Caio alza le mani su moglie e figlie, che Sempronio ha – perché lo stupro va menzionato con un eufemismo – “forzato” questa e quella a far sesso con lui.

Tutti sanno. Tutti continuano a far finta di niente. Non possiamo non invitare Tizio alla cena annuale. Bisogna ridere alle battute umoristiche di Caio sulle donne, anche se si hanno i brividi nel pensare alle battute d’altro genere che lui alle donne riserva. Sempronio, dopotutto, è un ragazzo davvero affascinante.

All’informazione vengono appese, come palline di Natale, le giustificazioni più svariate:

So cosa ha fatto ma adesso ha una fidanzata, ha messo la testa a posto.

So cosa ha fatto a lei, ma non lo farebbe a me.

Non è che un tribunale lo ha condannato, e allora come puoi sapere se quella sta dicendo la verità.

Non sono affari miei, sono vicende private.

La tipa, però, ha una reputazione che te la raccomando.

Gli uomini (natura/cultura/tradizioni) sono fatti così.

E ci si aspetta che la recipiente delle attenzioni indesiderate di Tizio si sieda tranquilla vicino a lui durante la riunione; che la moglie di Caio dia la festa in casa per la sua promozione e sorrida sotto la cazzuolata di fard atta a coprire i lividi; che la tipa dalla reputazione non raccomandabile gestisca il suo dolore in silenzio e non rovini la promettente ascesa del giovane compagno di classe.

Perché noi non abbiamo nessuna responsabilità. Noi ci muoviamo nel mondo come se le nostre azioni, le nostre parole, le nostre scelte, fossero scevre da ripercussioni e non avessero alcun effetto sugli altri. Chiudiamo gli occhi. Niente deve perturbare il nostro sereno silenzio informato sulla violenza. Il prossimo molestatore, picchiatore, stupratore sa di poter contare su di esso.

Ecco perché è così importante spezzarlo. Mancano 2 giorni al 14 febbraio:

http://www.onebillionrising.org/

Creta danza

Sollevatevi, protestate, raccontate, ballate, chiedete giustizia, non tacete più. Condividete le vostre storie.

http://obritalia.livejournal.com

Ho sete delle vostre parole e dei vostri passi. Maria G. Di Rienzo

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(e anche noi: meno 7 al 14 febbraio – One billion rising for justice – http://www.onebillionrising.org/http://obritalia.livejournal.com )

siamo con te piccola amica

Giustizia. Per le bambine e le ragazze migranti, il cui viaggio verso altre città e nazioni è spesso preceduto da abusi e violenze sia quando si muovono da sole (stupri, prostituzione forzata, matrimoni forzati, lavoro coatto, mutilazioni genitali), sia quando partono con le loro famiglie o quel che ne resta (guerre, disordini civili, disastri ambientali, persecuzioni religiose/politiche).

Bambine e ragazze migranti incontrano abusi e violenze anche durante il viaggio stesso (truffe, rapine, molestie e violenze sessuali, rapimento e traffico, condizioni disumane e pericolose imposte dai trafficanti) e se ad esso sopravvivono è raro che siano accolte in modo decente nei paesi in cui arrivano, nei quali possono soffrire ulteriormente a causa di leggi inique, razzismo, xenofobia e sessismo. Io voglio giustizia per queste bambine e ragazze. Meritano un mondo migliore.

sorrisi

Giustizia. Per le bambine e le ragazze ovunque a cui non si permette di andare a scuola, di giocare, di fare sport, di ridere, di cantare, di avere sogni. Per i milioni di bambine e ragazze che lavorano dall’alba al tramonto a spaccar pietre, a pulire case, a raccogliere rifiuti nei campi. Metà degli assalti sessuali in tutto il mondo sono diretti a loro, a persone di sesso femminile dall’età inferiore ai 15 anni: la vita di 6.000 bambine e ragazze viene segnata per sempre, in questo modo, ogni maledetto giorno. Io voglio giustizia per queste bambine e ragazze. Meritano un mondo migliore.

Giustizia. Per le bambine e le ragazze che ovunque hanno fatto o stanno facendo esperienza di molestie sessuali a scuola e per strada (sei su dieci). Per le bambine e le ragazze che grazie al bombardamento dei media e alla pressione sociale sul modello unico di “femminilità” pensano di essere brutte (il 71%), e che cominciano a mettersi a dieta fra i 7 e gli 11 anni (una su cinque). Per le bambine e le ragazze che sono state fatte apparire e sentire delle stupide, delle incapaci, delle creature inferiori a causa del loro sesso: ammontano al 60%. E per le bambine e le ragazze già a conoscenza delle differenti aspettative sociali sul comportamento di maschi e femmine, che determinano come quel che per un maschio è scusabile, inevitabile e persino giusto, sia sempre un marchio d’infamia per una femmina: 76%. Io voglio giustizia per queste bambine e ragazze. Meritano un mondo migliore.

E renderlo migliore per loro lo renderà migliore per noi tutte/i. Maria G. Di Rienzo

namaste

Fonti: State of the World’s Girls: 2013 Report – Plan International; UN Women – Unite; About Face; 10 x 10 – Girls Rising; Girls on the move: 2013 Report – UN Foundation Popolation Council; Right to Education Project; Unicef; Unesco; European Union Agency for Fundamental Rights.

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Mancano poco più di due settimane al 14 febbraio, un giorno stupendo in cui ci solleveremo di nuovo, insieme, contro la violenza e per la giustizia.

rise

http://www.onebillionrising.org/

E’ vero che molte di noi lo fanno già tutti i giorni, nei gesti quotidiani e nell’impegno sociale/politico, con le parole e le azioni, in una sinfonia che tesse insieme suono e silenzio: mi riempie di gratitudine e di gioia vibrante il solo pensarci. Donne che creano, riparano, crescono e fanno crescere, sognano e fanno sognare, e cambiano tutto quel che toccano perché tutto quel che toccano le cambia. Ma sappiamo che i sistemi non cambiano ne’ abbastanza in profondità ne’ abbastanza velocemente se non li si scuote: essere visibili in un momento coordinato, su tutto il pianeta, fa parte di questa scossa necessaria. Qualsiasi cosa abbiate in mente per il 14 febbraio, non dimenticate di darne notizia alle organizzatrici italiane:

http://obritalia.livejournal.com

One billion rising 2014 è concentrato sul diritto e sulla necessità delle sopravvissute alla violenza di ricevere giustizia: chiede esplicitamente che noi si faccia un punto di forza delle nostre storie, testimoniandole. Storicamente, si tratta di un’azione diretta nonviolenta dal grandissimo potenziale: le Commissioni per la verità e la riconciliazione e i Tribunali delle donne, solo per fare un paio di esempi, hanno funzionato – e funzionano – sugli stessi principi.

old bailey statua giustizia

Le esperienze della persona che ha subito violenza acquistano nella dimensione pubblica legittimazione e dignità (che sono indispensabili per sostenere il viaggio di ogni vittima verso la guarigione). Il solo ascoltare, semplicemente l’ascoltare in rispettoso silenzio, accogliendo la testimonianza di un altro essere umano come parte della nostra storia comune, qualcosa che ha senso e valore, qualcosa per cui c’è spazio nella narrazione collettiva, restituisce alla vittima la coscienza dei propri diritti, della propria cittadinanza, della propria inviolabile umanità. La violenza ha spesso l’effetto di strappare da noi tutto questo, in modo feroce, ma altrettanto spesso basta una singola manifestazione di rispetto e accoglienza nei nostri confronti a farci ricordare chi siamo. Inoltre, le storie di vita vissuta hanno un impatto diverso e più forte di numeri, statistiche, percentuali e analisi, nel suscitare consapevolezza e nello spingere all’azione.

Se il vostro evento, il 14 febbraio, utilizzerà la modalità delle testimonianze, assicuratevi di creare un ambiente confortevole per chi vi farà dono della sua storia: radunate attorno a queste persone gruppi antiviolenza, case delle donne per non subire violenza, organizzazioni per i diritti umani, gruppi femministi – altre persone che hanno già abbracciato una visione del mondo in cui una donna che subisce violenza non è ritenuta responsabile e meritevole della stessa. Chi testimonierà deve sapere da prima di afferrare il microfono di non essere sola e di essere amata. Maria G. Di Rienzo

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I momenti più importanti del 2013, i migliori film del 2013, chi ci ha lasciato nel 2013, le foto più significative del 2013, le icone del web 2013… ecco, tutto questo lo avete già visto e presumibilmente già digerito. Allora, se pensassimo un attimo invece a cosa faremo nel 2014?

Il 14 febbraio, per esempio, non è troppo distante.

One billion rising 2014

http://www.onebillionrising.org/

L’anno scorso One Billion Rising (Un miliardo si solleva) ha dato una scossa al pianeta e centinaia di migliaia di donne hanno danzato in tutto il mondo per dire BASTA alla violenza di genere. Ma hanno anche argomentato e discusso: in particolar modo, sul bisogno di giustizia. Eve Ensler, l’ispiratrice e l’iniziatrice dell’evento, è intelligente e non è sorda, per cui quest’anno al nome One Billion Rising si aggiunge For Justice (Per la giustizia) e lo slogan diventa Rise, Release, Dance – non facilissimo da rendere in italiano, Sollevati e Danza rende ovviamente l’idea anche nel nostro idioma, ma Release (metti in libertà, sprigiona, svincola, rilascia) intende invitare alla liberazione delle nostre storie di ingiustizia, punta al fatto che noi le si comunichi e le si lasci uscire da gabbie di silenzio, paura, vergogna.

ONE BILLION RISING FOR JUSTICE è una chiamata globale alle donne sopravvissute alla violenza e a coloro che le amano a radunarsi nei luoghi esterni comunitari dove hanno diritto alla giustizia – tribunali, stazioni di polizia, uffici governativi, edifici dell’amministrazione scolastica, luoghi di lavoro, siti ove vi sia ingiustizia ambientale, tribunali militari, ambasciate, luoghi di culto, case, o semplicemente luoghi pubblici di raduno dove le donne dovrebbero sentirsi al sicuro e troppo spesso non lo sono. E’ una chiamata alle sopravvissute affinché rompano il silenzio e rilascino le loro storie – in modo politico, in modo spirituale, in modo oltraggioso – tramite l’arte, la danza, le marce, i rituali, le canzoni, le parole dette, le testimonianze e quant’altro si stimi appropriato. (…) La campagna è un riconoscimento che non possiamo mettere fine alla violenza contro le donne senza guardare all’intersezione fra povertà, razzismo, guerra, sfruttamento dell’ambiente, capitalismo, imperialismo e patriarcato. L’impunità vive al centro di queste forze intrecciate.”

E’ uno sviluppo importante e l’organizzazione meno facile da realizzare. Per cui, se la cosa vi interessa e vi piace, dovete cominciare a lavorarci il prima possibile. Il che significa raccogliere informazioni, creare “tavoli” di associazioni e gruppi, discutere, progettare, trovare risorse, fare pubblicità… Primo passo: si va a trovare le organizzatrici italiane (le stesse meravigliose creature che hanno sgobbato per l’happening precedente e hanno continuato a sgobbare sino ad oggi), le si ringrazia e si dà un’occhiata a come stanno andando le cose.

http://obritalia.livejournal.com

Il sentiero che porta alla giustizia comincia con il vedere e il riconoscere la violenza – fare in modo che sia conosciuta.” Eve Ensler

Poi naturalmente, a meno dell’improvvida collisione con un asteroide vagabondo e della nostra conseguente sparizione dall’universo, su tutto il pianeta Terra sarà di nuovo l’8 marzo, Giorno Internazionale della Donna. (Cadrà di sabato e la Luna sarà al primo quarto in Gemelli, se proprio volevate saperlo! Ma che domande mi fate???)

international

Più di cento paesi lo celebrano, e in 35 è festa nazionale. Dal 1975, quando le Nazioni Unite assunsero ufficialmente la ricorrenza, un tema è stato accoppiato alla giornata. Le NU danno il loro – l’anno scorso era “Ogni promessa è debito: è il momento di agire per mettere fine alla violenza contro le donne” – ma anche altre istituzioni o gruppi lo fanno. Il Parlamento Europeo diede ad esempio come tema per il 2013 “Il responso delle donne alla crisi”.

Il Comitato Internazionale per l’8 marzo ha scelto: ISPIRARE IL CAMBIAMENTO.

http://www.internationalwomensday.com/

Inspiring Change è il nostro tema del 2014, teso ad incoraggiare l’attivismo per l’avanzamento delle donne. (…) Chiama alla sfida dello status quo per l’eguaglianza delle donne e all’essere vigili ispirando cambiamenti positivi.”

A me piace. Potremmo ricordare donne che ci hanno ispirato e ci ispirano, potremmo documentare e celebrare cambiamenti positivi, potremmo narrare come i tali cambiamenti sono avvenuti dal punto di vista collettivo e in noi come persone, potremmo riflettere su nuovi metodi e nuove azioni che abbiano questa qualità ispirativa. E potremmo portare avanti le iniziative che abbiamo messo in moto il 14 febbraio.

Ma siamo schiette: “trovare risorse” vuol dire anche (non solo e non come prima necessità, ma anche) far saltar fuori pecunia. Non a tutto potrete provvedere con il volontariato. Volete un buon esempio? Ve lo dà il Consiglio comunale di Manchester, che ha deliberato di onorare l’8 marzo 2014 con il tema “Donne costruttrici di pace”: “Coincidendo con il 100° anniversario dell’inizio della prima guerra mondiale, il Giorno internazionale delle donne (GID) è l’opportunità perfetta di celebrare il ruolo che le donne hanno svolto e continuano a svolgere nella risoluzione dei conflitti e nella costruzione di pace. Come leader comunitarie, donne politiche, madri, mediche, poliziotte, insegnanti, avvocate, e nella miriade di ruoli che le donne ricoprono, le donne di Manchester ci hanno sempre guidato con il loro esempio. Il mese di marzo 2014 darà la possibilità di gettare luce sul lavoro di queste donne nel creare comunità sicure e stabili a Manchester e altrove. (…) Il Consiglio comunale di Manchester mette a disposizione finanziamenti sino ad un massimo di 500 sterline per creare eventi ed attività in relazione al GID, e i gruppi sono invitati a farne richiesta. Manchester incoraggia gli altri membri di Sindaci per la Pace a commemorare il Giorno internazionale delle donne in modo simile.”

Sindaci per la Pace http://www.mayorsforpeace.org/english/

è una meritoria associazione mondiale coordinata dal Sindaco di Hiroshima. Il focus principale dell’associazione è il bando delle armi atomiche tramite la ratifica di una Convenzione delle NU che ne proibisca la costruzione e il possesso (come è già avvenuto per altri tipi di armamenti, come le mine antiuomo), ma il più grande scopo di lavorare per la pace con ogni mezzo è ben illustrato dal documento di Manchester: il Sindaco della città è infatti un aderente a Mayors for Peace. (In Italia, la forza principale che cerca il coinvolgimento degli amministratori delle comunità locali nell’associazione è “Beati i costruttori di pace”. http://www.beati.eu/ )

Ma veniamo al sodo. Il vostro Sindaco è un Sindaco per la Pace? Perché non fargli presente che il suo collega britannico lo invita a non dimenticarsi dell’8 marzo e a metterci un po’ di svanziche?

Il vostro Sindaco non ha mai sentito parlare di Mayors for Peace? Sul sito dell’associazione, che ho riportato prima, c’è documentazione e lettera d’adesione in molte lingue, fra cui il nostro dolce stil novo: perché non dà un’occhiata e ci fa un pensierino, visto che gliel’avete stampata e gliela state tenendo sotto il naso? Nel frattempo, cosa il Comune intende fare per l’8 marzo?

Avete fatto un giro fra Assessorati alle Pari Opportunità, Consigliere con deleghe, ecc.? Se avete un progetto, e se la cosa vi sembra fattibile, perché non presentarlo a costoro e chiedere sostegno? Poi: ci sono Fondazioni culturali che vi sembrano sensibili alle tematiche dell’8 marzo? In caso positivo, tentate un approccio.

E’ una faticaccia, lo so, ma per rilassarci guarderemo un po’ il mega-concerto dal vivo WOMEN’S DAY LIVE  http://onedayunite.org/ che unirà palchi e artisti con link satellitari: musica delle donne e per le donne a Washington – Usa, Toronto – Canada, Rio de Janeiro – Brasile, Mumbai – India, Kigali – Ruanda… potrebbe esserci anche Roma, nella lista è data in predicato. In questo giorno – scrive il gruppo organizzatore – ci uniremo in tutto il mondo a sostegno di un movimento il cui tempo è venuto. Alcuni dei più grandi artisti e visionari si uniranno a noi dalle città in una trasmissione in diretta, mentre milioni di persone interverranno online e dalle varie località.”

donne

Be’, ho nominato solo due giorni del 2014 e ci sono già un bel mucchio di cose da fare. Ma pensateci, le faremo insieme, e già questo sarà un successo. Buon anno nuovo, mie care e miei cari: lo modelleremo, questo nuovo anno, sino a che sarà davvero buono. Maria G. Di Rienzo

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(Women in the World Foundation, 14.2.2013. Trad. Maria G. Di Rienzo)

I fatti sugli attacchi con l’acido sono questi: 1.500 incidenti l’anno e l’80% dei bersagli sono donne. In Bangladesh questo crimine era diventato comune: solo nel 2002 ci furono 500 aggressioni, spesso dirette a ragazze minori di 18 anni. Poi, Monira Rahman è entrata sulla scena. Sin dal 1999, la sua Fondazione Sopravvissute all’Acido – http://www.acidsurvivors.org – ha lavorato per fermare la violenza e per fornire sostegno medico e psicologico alle vittime, molte delle quali ottengono ben poco aiuto dai medici e dai poliziotti locali. Dal suo ufficio di Dhaka, Monira Rahman ha risposto alle nostre domande.

 Monira

Cosa ti ha ispirato a creare la Fondazione?

Avevo incontrato due donne che erano state assalite con l’acido nel 1997 ed ero rimasta colpita dalla loro forza e dal loro coraggio. Volevo lavorare con loro per fare qualcosa per loro e per capirle meglio. Percepivo che la violenza stava crescendo enormemente, in Bangladesh, e mi dicevo che nessuna donna dovrebbe vivere in un luogo in cui non è al sicuro. E’ un fondamentale diritto umano che le donne siano libere di vivere le loro vite senza il timore della violenza.

Parlaci di una donna che ti ha particolarmente impressionata.

Una delle due che incontrai nel 1997 era la 17enne Bina Akter, il cui sogno di diventare un’atleta andò in pezzi quando intervenne per proteggere sua cugina da un attacco con l’acido. Bina restò cieca da un occhio e sfigurata, mentre la cugina riportò ustioni sulle mani e sul corpo. Entrambe le ragazze, ora, hanno trasformato le loro vite. Bina sta studiando all’estero e vuole lavorare come infermiera nella nostra clinica specializzata; sua cugina è una consulente.

Bina ha aiutato molte altre sopravvissute parlando in pubblico degli attacchi con l’acido, ha creato campagne affinché vi fossero leggi che si occupassero della faccenda ed ha accresciuto la consapevolezza sulla violenza contro le donne in tutto il mondo.

Qual è la prima cosa che dici ad una donna che ha sofferto questo trauma?

Non sei sola. Hai il coraggio per combattere questa esperienza. Questo è un reato. Questa è una violazione dei tuoi diritti umani. Tu non sei responsabile per l’aggressione. Non provare vergogna.

Alcune stime e ricerche dicono che la tua organizzazione ha contribuito a far decrescere gli attacchi con l’acido, in Bangladesh, del 40%. Come ci sei riuscita?

Il fatto che gli attacchi siano diminuiti, in Bangladesh, approssimativamente dell’80% – se prendiamo in esame gli ultimi dieci anni – non è dovuto solo alla Fondazione Sopravvissute all’Acido: ci vogliono le collaborazioni con le organizzazioni internazionali, i finanziatori, i media, la società, e soprattutto il governo, per ridurre collettivamente ogni forma di violenza contro le donne. Questo lavoro ha avuto successo, perché dai 500 attacchi del 2002 siamo passati ai 98 del 2012.

Tuttavia, dobbiamo mantenere questo livello di concentrazione: in gennaio c’è stato un drammatico aumento di violenza contro le donne. La gravità degli assalti con l’acido è pure disturbante: una studentessa universitaria di Dhaka è stata di recente attaccata con l’acido e contemporaneamente pugnalata. Sta ancora lottando per sopravvivere.

Come ci si può assicurare che gli attacchi con l’acido non ricomincino a crescere?

Ho cominciato a lavorare con altri gruppi di donne per chiamare il Parlamento ad azioni decisive. Nella preparazione di One Billion Rising stiamo partecipando giornalmente a raduni e dimostrazioni, mi sto persino portando dietro mio figlio. (Ndt: L’intervista è avvenuta il giorno precedente l’azione globale.) Il 14 febbraio ci uniremo a migliaia di sopravvissute per condannare la violenza contro le donne. Poi, l’8 marzo, per il Giorno Internazionale delle Donne, più di 500 sopravvissute agli attacchi con l’acido parteciperanno ad una manifestazione nazionale che chiederà giustizia e miglior responso dal governo.

Lo stupro sull’autobus della studentessa di Delhi ha attratto l’attenzione mondiale su che misure il sistema giudiziario deve usare per contrastare la violenza estrema. In Bangladesh questo è un grosso problema: i perpetratori di violenze si avvantaggiano dove il primato della legge non è stabile.

E’ stato difficile lavorare con le vittime di quest’orrenda violenza?

Quando ho dato inizio alla Fondazione Sopravvissute all’Acido ero traumatizzata. Per molti anni ho sempre portato una bottiglia d’acqua con me, perché temevo che il mio impegno avrebbe provocato un’aggressione simile, e per i primi tempi non riuscivo a pensare o a parlare di nient’altro. Sono fortunata, perché la Fondazione è un ambiente dove io posso esprimere le mie emozioni con altre persone, siano le mie emozioni rabbia, tristezza o gioia.

C’è qualcuno che sta seguendo il tuo esempio?

Da quando hanno visto il successo del lavoro della Fondazione con le sopravvissute, sei paesi hanno dato vita ad organizzazioni simili. Anche la legge specifica per combattere la violenza con l’acido che abbiamo proposto in Bangladesh è stata ripresa, da altri due paesi.

Le cliniche della Fondazione hanno fornito alle vittime il miglior trattamento medico in tutta la nazione, in un ambito dalle scarse risorse, e ora speriamo di agire come “centro d’eccellenza” a livello globale. Attualmente stiamo raccogliendo fondi per sviluppare la Fondazione in un complesso che comprenda una “banca della pelle”, un centro di riabilitazione ed un rifugio per coloro che hanno gravi problemi di sicurezza.

Cosa ti rende ottimista?

Lo spirito delle sopravvissute. Non vogliono pietà dall’opinione pubblica: tutto quel che chiedono è cooperazione. Parlo con donne che mi chiedono di trovar loro un lavoro mentre sono ancora nel letto dell’ospedale. Vogliono condurre esistenze indipendenti e perciò una delle cose che possiamo fare è sostenerle nell’accedere a migliori condizioni di vita.

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(con le doverose scuse ad Hannah Arendt)

Fare la mia vita significa ricevere chiamate telefoniche da persone che non vedi da 10 anni, o che hai incontrato per caso una sola volta, e sentirsi dire: “Visto che ti occupi di donne, c’è questa ragazza che ha bisogno di aiuto: ha reagito contro il compagno che la picchiava, niente di grave, però è migrante e non è ancora in regola con il permesso di soggiorno, ovviamente lui l’ha buttata fuori di casa e non sa dove dormire stanotte.”

E voi pensate: questa sarà una conoscente della ragazza che non sa assolutamente a chi rivolgersi. Invece no. Mi fanno telefonate di questo tipo operatori/operatrici di cooperative sociali, addette/i all’assistenza anche a livello istituzionale, membri di associazioni di volontariato. Ogni volta io respiro profondamente, sfoglio agende e comincio a sciorinare nomi e numeri telefonici e indirizzi che queste persone, se prendessero sul serio il loro lavoro o il loro impegno, dovrebbero già conoscere. Per “prendere sul serio” non intendo lo schiantarsi di fatica o l’avere la capacità mnemonica di un cervello elettronico: basta ricordarsi ogni tanto che metà dell’umanità è composta da donne.

Fare la mia vita significa ricevere proposte e richieste che vanno dall’assurdo all’inumano (nel senso che sembrano provenire da una cultura aliena situata in qualche lontano ammasso galattico, e non dalla Terra). Per esempio, basandosi sul fatto che in un mio articolo, o in una mia traduzione, c’era un accenno ai cammelli, alcune persone desumono che le gobbe, i faraoni o la sabbia sono il mio principale interesse e vogliono coinvolgermi nei loro progetti relativi a tutto questo. Di nuovo io respiro, ancora più profondamente di prima, e per scrupolo mi faccio la “domanda dell’attivista”: questa cosa porta consapevolezza, nuove persone o mezzi finanziari alla mia causa? Visto che sino ad ora, nel 100% dei casi, la risposta è stata “no”, mi ingegno a rifiutare le proposte nel modo più gentile possibile.

Fare la mia vita significa tornare in treno dal flash mob di One Billion Rising, dividere lo scompartimento con i grillini candidati alle elezioni reduci da una session di fotografie da usare nella propaganda, e sentire questa conversazione: “Eh già, non ci sono donne, ci siamo dimenticati…” “No, guarda che dobbiamo mettercele nella fotografia, se no non si capisce che il Movimento è anche per le donne.” E’ proprio vero, ragazzi. Non si capisce. Respiro. Guardo l’amica seduta di fronte a me e cominciamo a parlare di Tarantino e Kim Ki-duk (vedi alle voci: reset, cancel, erase).

Fare la mia vita significa essere chiamate a parlare in piazza contro il femminicidio, e mentre si aspetta il turno al microfono ascoltare il volontario progressista che ti spiega perché i giovani, come suo figlio diciottenne, non si impegnano più nei partiti della sinistra: “Una volta c’erano tante belle ragazze a sinistra e allora i ragazzi si iscrivevano…” In piazza. Contro la violenza di genere. Contro la mattanza di femmine. No, non ho nemmeno preso fiato prima di rispondergli: “Guarda, io non sono di nessun partito, ma se devono venire per la figa è meglio che stiano a casa, perché il fatto che scopino o no non si colloca fra i problemi che questo paese deve risolvere.” Certo, a meno di essere Berlusconi. Maria G. Di Rienzo

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