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Posts Tagged ‘one billion rising’

(tratto da un più ampio testo di Kushi Kabir, coordinatrice per il Bangladesh di One Billion Rising, 29 gennaio 2015 per Huffington Post, trad. Maria G. Di Rienzo. Kushi Kabir, ecologista, lavora da oltre quarant’anni per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni rurali nel suo paese. Nel 2005 ebbe una “nomination” per il Premio Nobel per la Pace, in riconoscimento del fatto che sino ad allora aveva contribuito ad organizzare 175.000 contadini/e senza terra.)

kushi

Quando sono diventata una femminista? Ci sono molti momenti nella vita di ogni donna che la fanno ergersi per se stessa e le sue sorelle, e ce ne sono stati molti nella mia. Ma il primo che mi viene in mente è il giorno in cui mi fu detto che non potevo sedermi sull’autobus, semplicemente perché ero una donna.

Sono cresciuta nel Pakistan orientale, ora Bangladesh, negli anni ’50 e ’60. Era un paese in cui le donne erano cresciute affinché vedessero le loro vite come destinate al matrimonio. In special modo in campagna, ciò significava essere totalmente obbedienti al marito all’interno della casa e totalmente silenziose fuori di essa.

Dopo aver finito le scuole, vedevo quanto pressione era fatta sulle mie amiche perché trovassero un marito. Io venivo da una famiglia inusuale e meravigliosa, dove i miei genitori volevano che io fossi libera e scegliessi da me il mio sentiero: mi hanno sempre trattata come eguale agli uomini. Sapevo di essere in una posizione privilegiata, perciò volevo capire com’era la vita per le donne nel mio paese che non erano così fortunate. E questo è il motivo per cui nel 1971, dopo la guerra d’indipendenza e con la maggior parte del paese in rovine, sono andata a lavorare per un’agenzia umanitaria. Dopo due anni di lavoro a Dhaka, ho sentito il bisogno di operare sul campo, e così ho chiesto loro di mandarmi in una delle aree remote dove c’era più necessità di aiuto.

Il mio capo era assai insicuro all’idea di mandare una giovane donna nata e cresciuta in città a vivere e lavorare nei villaggi. “Non sei mai stata in un villaggio prima.” Be’, risposi io, c’è una prima volta per ogni cosa. Allora venne fuori la sua preoccupazione reale: nessuna donna sarebbe stata accettata come figura autorevole. Certo, risposi ancora io, se non cominciamo da qualche parte.

Lui tentò di darmi ragioni per cui non potevo andare, come il disagio di vivere là. Disse che non avrei avuto una stanza privata, perché non c’erano altre donne che lavorassero in quell’area remota, ne’ all’agenzia umanitaria ne’ altrove. Disse che non c’erano toilette adeguate. Io chiesi: “Tu hai una stanza privata, quando vai là?” Lui ammise di sì. “Allora userò la tua stanza.”, conclusi io.

Cominciai i miei viaggi nei compartimenti di terza classe sul treno, nelle chiatte sul fiume e in autobus stracolmi. I compartimenti per le donne erano separati sulle chiatte e sui treni ed eravamo schiacciate in minuscoli spazi senz’aria, strette l’una contro l’altra, con le finestre chiuse e ben coperte di modo che nessuno potesse vedere dentro neppure per sbaglio. Sull’autobus c’erano solo due file, con sei sedili, per le donne. In quello spazio ristretto le donne dovevano tenere i loro bambini, e spesso i loro polli, e persino capre, tutto appiccicato addosso. Viaggiavano solo da una casa a un’altra, tipo da quella del padre a quella del marito. Alle donne era richiesto di essere sottomesse e miti ed erano forzate ad esserlo.

Io andavo a sedermi nel compartimento degli uomini, che era più aperto e aveva più spazio. Mentre usavo gli autobus per un tratto del mio viaggio, mi fu spesso detto che dovevo comprare due biglietti, perché nessun uomo si sarebbe seduto accanto a me. “Quello è un loro problema, non mio.”, rispondevo.

Altre volte, il conducente mi diceva che non c’era posto per una donna. Io davo un’occhiata alle file e c’erano un mucchio di posti, ma erano vicini agli uomini, perciò lui rifiutava di farmi sedere. Io mi facevo strada e andavo a prendere posto lo stesso. La gente mi guardava sbalordita. Potevano sentire dalla voce che venivo dalla città, che ero istruita: se fossi stata una donna rurale mi avrebbero trattata molto male.

Quando il conducente scendeva a raccogliere i biglietti, non si rivolgeva in nessun modo alle donne. Diceva a voce alta: “A chi appartiene questa donna?” Più tardi, quando viaggiavo con colleghi di sesso maschile, a chiunque dicesse questo rispondevo anch’io a voce alta: “Questa donna non appartiene a nessun uomo. E li vedi gli uomini alle mie spalle? Loro appartengono a me.”

Anni più tardi lessi di Rosa Parks e capii perfettamente perché era andata a prendersi il suo posto sull’autobus – e poi succedesse pure quel che doveva succedere.

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“Se a dieci anni io avessi ballato durante una manifestazione di massa per mettere fine alla violenza contro le donne, sarei cresciuta sapendo che nessuno aveva il diritto di violarmi. Sarei andata a denunciare la violenza alle autorità, perché avrei avuto attorno a me un comunità che mi avrebbe incoraggiata a dire la verità e avrei saputo di avere sostegno.”

Eve Ensler, intervistata da The Guardian il 13 febbraio 2015.

14 febbraio 2015, Manila, Filippine

14 febbraio 2015, Manila, Filippine

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2015 banner

Perché One Billion Rising, perché ballare, che significa “rivoluzione”?

Puoi avere le tue risposte qui: http://obritalia.livejournal.com/

Ma comunque ti dirò il mio, di perché e che volto ha una rivoluzione per me.

Il fatto è, per cominciare, che a me le donne piacciono davvero.

Mi piacciono a livello visivo, tutte. Età, altezza, peso, colori (pelle occhi capelli), eccetera, costruiscono singole figure irripetibili, con innumerevoli varianti e sfumature: lo trovo magico, commovente, mi incanta.

Mi piacciono per quel che fanno, dalle casalinghe alle astronaute.

Mi piace il loro cuore – passione e coraggio – per cui cerco, ascolto, leggo e racconto le storie delle attiviste per i diritti delle donne e il cambiamento sociale più spesso che posso.

Mi piacciono i loro linguaggi e i loro messaggi, quel che creano con il pensiero e con le mani: letteratura, poesia, saggistica, pittura, musica, teatro, danza, cinema, artigianato, cucina, erboristeria, sartoria…

India, Ananya Dance Theatre, performance sulla giustizia ambientale

India, Ananya Dance Theatre, performance sulla giustizia ambientale

Molte delle donne di cui traduco i pezzi e le interviste, o di cui narro le vicende, sono assai diverse da me. Alcune loro scelte non sono quelle per cui opterei io. Non tutto quel che dicono e fanno mi vede d’accordo al 100%. Ma fintanto che è sincero, onesto, appassionato e va nella direzione giusta – una vita migliore, una comunità migliore, un mondo migliore – lo onoro e mi piace.

Mi piace il riuscire a vedere ed apprezzare le altre donne nonostante le raffiche costanti dei messaggi d’odio diretti ai nostri corpi, alla nostra storia, alla nostra capacità di avere relazioni significative l’una con l’altra, alla nostra presenza ed esistenza qualora esse non si conformino alle regole patriarcali.

La mia rivoluzione è un mosaico di volti e di corpi di donne che frammentano, smantellano, cancellano la violenza: e nello spazio che si forma dalla sparizione di quest’ultima creano e curano e tessono e inventano ancora più di quanto già fanno. Data la gratitudine immensa che provo per quanto già fanno, potrei danzare di gioia tutti i giorni dell’anno e ad ogni ora del giorno. Mi sta più che bene farlo in compagnia il 14 febbraio prossimo.

Volevi sapere perché. Adesso lo sai. Le donne mi piacciono. Maria G. Di Rienzo

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(“My revolution”, di Eve Ensler. One Billion Rising 2015: Rivoluzione. Trad. Maria G. Di Rienzo. Ndt.: la punteggiatura è quella usata dall’Autrice.)

eve revolution

La mia rivoluzione inizia nel corpo

Non sta più aspettando

La mia rivoluzione non necessita approvazione o permesso

Accade perché deve accadere in ogni vicinato, villaggio, città o cittadina

al radunarsi di tribù, compagni di scuola, donne al mercato, sull’autobus

Può essere graduale e sommessa

Può essere spontanea e rumorosa

Può stare già accadendo

Può essere trovata nel vostro armadio, nei vostri cassetti, nelle vostre viscere, nelle vostre gambe, nelle vostre cellule che si moltiplicano

nella nuda bocca di capezzoli tesi e seni straripanti

La mia rivoluzione si sta gonfiando a partire dall’insaziabile battito fra le mie gambe

La mia rivoluzione è pronta a morire per questo

La mia rivoluzione è pronta a vivere alla grande

La mia rivoluzione è il rovesciamento dello stato mentale

detto patriarcato

La mia rivoluzione non sarà coreografata, sebbene cominci con alcuni passi familiari.

La mia rivoluzione non è violenta ma non si sottrae agli orli pericolosi dove fiere

dimostrazioni di resistenza caprioleggiano in qualcosa di nuovo.

La mia rivoluzione è in questo corpo

In queste anche atrofizzate dalla misoginia

In questa mascella fissata muta dalla fame e dall’atrocità

La mia rivoluzione è

connessione non consumo

Passione non profitto

Orgasmo non proprietà

La mia rivoluzione è della Terra e verrà da lei

per lei, a causa di lei

Comprende come ogni volta in cui noi infiltriamo o trivelliamo

o bruciamo o violiamo gli strati della sua sacralità

violiamo l’anima del futuro

La mia rivoluzione non si vergogna di premere il mio corpo disteso

sul suo pavimento di fango di fronte agli alberi di

Banano, Cipresso, Pino, Kalyaan, Quercia, Castagno, Gelso, Sequoia, Sicomoro

di inchinarsi senza pudore a uccelli color giallo shocking e cieli d’occaso rosa e blu,

cuore che esplode bouganvillea porpora ed acquamarina.

La mia rivoluzione bacia felicemente i piedi di madri e infermiere e serve e pulitrici e balie e guaritrici e di tutti coloro che sono vita e danno vita

La mia rivoluzione è in ginocchio

Sulle mie ginocchia piegate ad ogni cosa sacra

E a coloro che portano fardelli costruiti dall’impero dentro e sopra le loro teste e schiene e cuori

la mia rivoluzione domanda l’abbandono

Si aspetta l’originalità

Conta su combina-guai, anarchici, poeti, sciamani, veggenti, esploratori sessuali, divini imbroglioni (1), viaggiatori mistici, acrobati sulla corda e coloro che vanno troppo distante e provano troppo

La mia rivoluzione si mostra in modo inaspettato

Non è ingenua ma crede nei miracoli

Non può essere categorizzata etichettata marchiata

o persino localizzata

Offre profezia non prescrizione

E’ determinata dal mistero e dalla gioia estatica

Richiede ascolto

Non è centralizzata sebbene tutti noi si sappia dove stiamo andando

Accade in fasi e tutta su un colpo

Accade dove voi vivete e ovunque

Capisce che le divisioni sono diversivi

Richiede lo star seduti fermi e il guardare profondamente nei miei occhi

Andate avanti

Amate

(1) Nell’originale “tricksters”. Per un chiarimento del concetto vedi:

https://lunanuvola.wordpress.com/2011/03/09/le-trickster/

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L’informazione viaggia in sussurri nei corridoi, nei bagni, sta nel mezzo di occhiate e cenni, sembra evocare di per sé sensazioni dolorose e creare atmosfere spiacevoli. Somministrata con minuziosa cautela, l’informazione viaggia molto lentamente – nell’era di internet, già. Deve farsi strada fra ogni sorta di ostacoli. Deve valutare ogni possibile reazione. Alla fine arriva. E in ufficio, a scuola, nel circolo di amici e parenti, si sa che Tizio è un molestatore, che Caio alza le mani su moglie e figlie, che Sempronio ha – perché lo stupro va menzionato con un eufemismo – “forzato” questa e quella a far sesso con lui.

Tutti sanno. Tutti continuano a far finta di niente. Non possiamo non invitare Tizio alla cena annuale. Bisogna ridere alle battute umoristiche di Caio sulle donne, anche se si hanno i brividi nel pensare alle battute d’altro genere che lui alle donne riserva. Sempronio, dopotutto, è un ragazzo davvero affascinante.

All’informazione vengono appese, come palline di Natale, le giustificazioni più svariate:

So cosa ha fatto ma adesso ha una fidanzata, ha messo la testa a posto.

So cosa ha fatto a lei, ma non lo farebbe a me.

Non è che un tribunale lo ha condannato, e allora come puoi sapere se quella sta dicendo la verità.

Non sono affari miei, sono vicende private.

La tipa, però, ha una reputazione che te la raccomando.

Gli uomini (natura/cultura/tradizioni) sono fatti così.

E ci si aspetta che la recipiente delle attenzioni indesiderate di Tizio si sieda tranquilla vicino a lui durante la riunione; che la moglie di Caio dia la festa in casa per la sua promozione e sorrida sotto la cazzuolata di fard atta a coprire i lividi; che la tipa dalla reputazione non raccomandabile gestisca il suo dolore in silenzio e non rovini la promettente ascesa del giovane compagno di classe.

Perché noi non abbiamo nessuna responsabilità. Noi ci muoviamo nel mondo come se le nostre azioni, le nostre parole, le nostre scelte, fossero scevre da ripercussioni e non avessero alcun effetto sugli altri. Chiudiamo gli occhi. Niente deve perturbare il nostro sereno silenzio informato sulla violenza. Il prossimo molestatore, picchiatore, stupratore sa di poter contare su di esso.

Ecco perché è così importante spezzarlo. Mancano 2 giorni al 14 febbraio:

http://www.onebillionrising.org/

Creta danza

Sollevatevi, protestate, raccontate, ballate, chiedete giustizia, non tacete più. Condividete le vostre storie.

http://obritalia.livejournal.com

Ho sete delle vostre parole e dei vostri passi. Maria G. Di Rienzo

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(e anche noi: meno 7 al 14 febbraio – One billion rising for justice – http://www.onebillionrising.org/http://obritalia.livejournal.com )

siamo con te piccola amica

Giustizia. Per le bambine e le ragazze migranti, il cui viaggio verso altre città e nazioni è spesso preceduto da abusi e violenze sia quando si muovono da sole (stupri, prostituzione forzata, matrimoni forzati, lavoro coatto, mutilazioni genitali), sia quando partono con le loro famiglie o quel che ne resta (guerre, disordini civili, disastri ambientali, persecuzioni religiose/politiche).

Bambine e ragazze migranti incontrano abusi e violenze anche durante il viaggio stesso (truffe, rapine, molestie e violenze sessuali, rapimento e traffico, condizioni disumane e pericolose imposte dai trafficanti) e se ad esso sopravvivono è raro che siano accolte in modo decente nei paesi in cui arrivano, nei quali possono soffrire ulteriormente a causa di leggi inique, razzismo, xenofobia e sessismo. Io voglio giustizia per queste bambine e ragazze. Meritano un mondo migliore.

sorrisi

Giustizia. Per le bambine e le ragazze ovunque a cui non si permette di andare a scuola, di giocare, di fare sport, di ridere, di cantare, di avere sogni. Per i milioni di bambine e ragazze che lavorano dall’alba al tramonto a spaccar pietre, a pulire case, a raccogliere rifiuti nei campi. Metà degli assalti sessuali in tutto il mondo sono diretti a loro, a persone di sesso femminile dall’età inferiore ai 15 anni: la vita di 6.000 bambine e ragazze viene segnata per sempre, in questo modo, ogni maledetto giorno. Io voglio giustizia per queste bambine e ragazze. Meritano un mondo migliore.

Giustizia. Per le bambine e le ragazze che ovunque hanno fatto o stanno facendo esperienza di molestie sessuali a scuola e per strada (sei su dieci). Per le bambine e le ragazze che grazie al bombardamento dei media e alla pressione sociale sul modello unico di “femminilità” pensano di essere brutte (il 71%), e che cominciano a mettersi a dieta fra i 7 e gli 11 anni (una su cinque). Per le bambine e le ragazze che sono state fatte apparire e sentire delle stupide, delle incapaci, delle creature inferiori a causa del loro sesso: ammontano al 60%. E per le bambine e le ragazze già a conoscenza delle differenti aspettative sociali sul comportamento di maschi e femmine, che determinano come quel che per un maschio è scusabile, inevitabile e persino giusto, sia sempre un marchio d’infamia per una femmina: 76%. Io voglio giustizia per queste bambine e ragazze. Meritano un mondo migliore.

E renderlo migliore per loro lo renderà migliore per noi tutte/i. Maria G. Di Rienzo

namaste

Fonti: State of the World’s Girls: 2013 Report – Plan International; UN Women – Unite; About Face; 10 x 10 – Girls Rising; Girls on the move: 2013 Report – UN Foundation Popolation Council; Right to Education Project; Unicef; Unesco; European Union Agency for Fundamental Rights.

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Mancano poco più di due settimane al 14 febbraio, un giorno stupendo in cui ci solleveremo di nuovo, insieme, contro la violenza e per la giustizia.

rise

http://www.onebillionrising.org/

E’ vero che molte di noi lo fanno già tutti i giorni, nei gesti quotidiani e nell’impegno sociale/politico, con le parole e le azioni, in una sinfonia che tesse insieme suono e silenzio: mi riempie di gratitudine e di gioia vibrante il solo pensarci. Donne che creano, riparano, crescono e fanno crescere, sognano e fanno sognare, e cambiano tutto quel che toccano perché tutto quel che toccano le cambia. Ma sappiamo che i sistemi non cambiano ne’ abbastanza in profondità ne’ abbastanza velocemente se non li si scuote: essere visibili in un momento coordinato, su tutto il pianeta, fa parte di questa scossa necessaria. Qualsiasi cosa abbiate in mente per il 14 febbraio, non dimenticate di darne notizia alle organizzatrici italiane:

http://obritalia.livejournal.com

One billion rising 2014 è concentrato sul diritto e sulla necessità delle sopravvissute alla violenza di ricevere giustizia: chiede esplicitamente che noi si faccia un punto di forza delle nostre storie, testimoniandole. Storicamente, si tratta di un’azione diretta nonviolenta dal grandissimo potenziale: le Commissioni per la verità e la riconciliazione e i Tribunali delle donne, solo per fare un paio di esempi, hanno funzionato – e funzionano – sugli stessi principi.

old bailey statua giustizia

Le esperienze della persona che ha subito violenza acquistano nella dimensione pubblica legittimazione e dignità (che sono indispensabili per sostenere il viaggio di ogni vittima verso la guarigione). Il solo ascoltare, semplicemente l’ascoltare in rispettoso silenzio, accogliendo la testimonianza di un altro essere umano come parte della nostra storia comune, qualcosa che ha senso e valore, qualcosa per cui c’è spazio nella narrazione collettiva, restituisce alla vittima la coscienza dei propri diritti, della propria cittadinanza, della propria inviolabile umanità. La violenza ha spesso l’effetto di strappare da noi tutto questo, in modo feroce, ma altrettanto spesso basta una singola manifestazione di rispetto e accoglienza nei nostri confronti a farci ricordare chi siamo. Inoltre, le storie di vita vissuta hanno un impatto diverso e più forte di numeri, statistiche, percentuali e analisi, nel suscitare consapevolezza e nello spingere all’azione.

Se il vostro evento, il 14 febbraio, utilizzerà la modalità delle testimonianze, assicuratevi di creare un ambiente confortevole per chi vi farà dono della sua storia: radunate attorno a queste persone gruppi antiviolenza, case delle donne per non subire violenza, organizzazioni per i diritti umani, gruppi femministi – altre persone che hanno già abbracciato una visione del mondo in cui una donna che subisce violenza non è ritenuta responsabile e meritevole della stessa. Chi testimonierà deve sapere da prima di afferrare il microfono di non essere sola e di essere amata. Maria G. Di Rienzo

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