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(brano tratto da: “What We Want for 2018: The Biggest Movement Leaders Envision the Changes Ahead”, di Beverly Bell per “Yes! Magazine”, 5 gennaio 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Si tratta di una serie di brevi interviste a attiviste/i di spicco nei movimenti sociali, a cui è stato chiesto cosa prevedono e desiderano per l’anno nuovo. Io ho trovato particolarmente interessanti due donne.)

chiponda

Melania Chiponda (1) – Attivista femminista, fa campagna per la giustizia climatica ed è stata parte della sollevazione che, in Zimbabwe, ha rovesciato Robert Mugabe.

“La marcia di milioni di persone attraverso lo Zimbabwe, il 18 novembre, per la nostra democrazia, per la pace e la salvezza economica ha avuto successo nel far cadere Mugabe. E’ stata una rivoluzione.

Come femminista africana, ho marciato anche per qualcosa che sta più in profondità: per la liberazione delle donne, per l’eguaglianza delle persone di tutte le razze, religioni, generi, gruppi etnici e classi sociali. Ma da un punto di vista femminista la vera rivoluzione non è ancora avvenuta. Il mio sogno per il 2018 e oltre è di un vero cambiamento, non solo un cambio di guardia da Mugabe al suo ex braccio destro, il crudele Emmerson Mnangagwa.

Se vogliamo correggere il sistema politico e il sistema economico, dovremmo liberarci del capitalismo patriarcale. Io mi sento in trappola ove ogni strada di accesso al potere è dominata in modo schiacciante dai maschi. Un sistema economico più cooperativo ed egualitario non può essere basato sulla supremazia maschile.

In un mondo in cui le donne sono viste principalmente come madri e addette al lavoro di cura, e devono sconfiggere la forte resistenza ideologica e politica degli uomini per partecipare ai sistemi politici ed economici, la mia speranza è che noi si dia inizio a una vera rivoluzione contro il capitalismo patriarcale.

okon

Emem Okon – Direttrice del Centro delle Donne per lo sviluppo e le risorse di Kebetkache, un’organizzazione nigeriana eco-femminista che organizza la lotta contro le compagnie petrolifere.

Come donne del delta del Niger, speriamo questo per il 2018: Niente su di noi senza di noi!

Durante questo nuovo anno mireremo a maggior potere per il movimento eco-femminista mentre ci confrontiamo con le compagnie petrolifere che hanno rubato le nostre terre, degradato il nostro ambiente e la biodiversità, e aumentato la violenza.

Mi aspetto maggior visibilità per le donne mentre agiamo per la protezione, la bonifica e il ripristino del nostro ambiente naturale. Prevedo mobilitazioni di donne ancora più vaste e non vedo l’ora di partecipare alle consultazioni con le donne che stanno facendo pressione sulle compagnie petrolifere affinché conducano le valutazioni di impatto ambientale prima di cominciare le attività sulle terre delle loro comunità. Ho la visione delle aspirazioni di chi appartiene alle comunità: l’avere riconoscimento e rispetto dalle compagnie petrolifere.

Infine, prendo speranza dal sapere che spingeremo per una prospettiva relativa ai diritti delle donne mentre ci impegniamo per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e ne controlliamo il progresso, per assicurarci che nessuno sia lasciato indietro e che il governo e le compagnie petrolifere facciano le cose giuste.

(1) Vedi anche:

https://lunanuvola.wordpress.com/2016/09/13/defendher/

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(Fonti: Anti-Slavery International, Girls not brides, Agenzia Donne delle Nazioni Unite)

“Io appartenevo al mio padrone, potevo solo obbedirgli. Non mi era permesso neppure fare suggerimenti. Ero una cosa, un oggetto multiuso di cui si usufruiva in qualsiasi momento, comunque e dovunque.” Tikirit Amoudar, 45 anni, ex “wahaya”.

“La mia vita è miserabile. Nessuno nel villaggio mi rispetta, meno che mai nella casa in cui tutti gli altri mi isolano. I bambini del padrone mi chiamano bouzoua (schiava), solo per sbaglio pronunciano il mio nome.” Tast Aikar, 45 anni, “wahaya” da oltre vent’anni.

Cosa sarà mai essere una “wahaya”? In Nigeria e Niger designa una pratica di schiavismo in cui donne, ragazze e bambine sono vendute a fini di sfruttamento sessuale e lavorativo: significa “quinta moglie”. Nelle due nazioni un uomo può avere legalmente sino a quattro mogli, ma il suo prestigio si accresce se può comprare donne giovani: il costo di una wahaya varia dai 350 ai 1.000 euro. Sebbene la donna comprata si chiami “quinta moglie” non vi per lei è alcuna cerimonia nuziale e quindi non può esigere neppure i pochi diritti di una coniuge legale. La wahaya è proprietà, il suo status è inferiore a quello di qualsiasi altra persona, e chissà perché non sono sorpresa nel leggere quanti “leader religiosi” indulgono in questo rispettabilissimo costume del rendere schiavi degli esseri umani. Chissà come si sentono devoti, quando mettono alla caviglia della loro “quinta moglie” il simpatico contrassegno in bronzo pesante che potete vedere nell’immagine sottostante.

cavigliera da schiava

Il 43% delle wahaya sono vendute quando hanno fra i 9 e gli 11 anni d’età. L’83% sono diventate schiave prima di compierne 15. La wahaya coltiva i campi del padrone e accudisce il suo bestiame, in casa fa i lavori domestici e scalda il suo letto, e generalmente prende un sacco di botte da lui e da tutti gli altri membri della famiglia, perché è un oggetto, una schiava, e chiunque può sfogare il suo malumore su di lei.

Hadidjatou, in Niger, è diventata una wahaya a 12 anni. Fu venduta ad un uomo di 46, il sig. Elhadj Souleymane, quando costui aveva già quattro mogli legali e altre sette “quinte mogli”. Hadidjatou fu pagata l’equivalente di 627 euro e il sig. Souleymane si è assicurato negli anni seguenti il rientro della spesa e qualche guadagno usando la ragazzina in tutti i modi possibili. Pestaggi e stupri erano “regolari”, racconta Hadidjatou, e il lavoro non finiva mai. A 21 anni, nel 2005, Hadidjatou aveva avuto quattro figli dal suo padrone, ma solo due erano sopravvissuti. In quel periodo, il padrone venne a sapere di una nuova legge contro la schiavitù e decise di liberare solo formalmente la giovane donna e di sposarla subito dopo (evidentemente si era liberato un posto). Hadidjatou, come vide il certificato che la liberava lo afferrò e fuggì: nove anni di schiavitù le erano stati più che sufficienti.

Successivamente, Hadidjatou si sposò con un uomo di sua scelta ed ebbe un altro bimbo. Ma quando Elhadj Souleymane lo venne a sapere denunciò la sua ex schiava e suo marito per bigamia. Nel maggio 2007, la coppia ricevette una sentenza a sei mesi di prigione e una multa. Nonostante i loro appelli, furono tenuti in galera mentre il processo continuava, ben oltre i sei mesi previsti. Solo tardi nel 2008, quando il Tribunale della comunità economica degli stati africani occidentali condannò il Niger per non aver protetto Hadidjatou dalla schiavitù, la giovane donna e suo marito tornarono in libertà. Il governo del Niger ha pagato a Hadidjatou un compenso pari a 26.000 euro.

Una sua connazionale, Mariama, è in questo momento – anno del signore, e mai della signora, 2013 – nella medesima situazione in cui si trovava Hadidjatou otto anni fa. Venduta come wahaya da bambina e poi fuggita, sta lottando per riavere legalmente la sua libertà, ma il suo compratore la reclama come “moglie”. Non riesce a parlare di quel che ha subito senza piangere. L’anno scorso, in Nigeria, solo l’intervento di un gruppo di attivisti anti-schiavismo ha evitato ad una bimba di sette anni di diventare wahaya. Maria G. Di Rienzo

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Durante gli anni ’80, un’organizzazione non governativa implementò un progetto per provvedere acqua corrente a diversi villaggi messicani. L’organizzazione fornì le pompe ed addestrò i residenti locali all’uso ed alla manutenzione delle stesse. Un anno più tardi, una squadra andò a verificare lo stato dell’arte del progetto: la maggioranza delle pompe non funzionavano. Come mai? L’ong si era preoccupata di addestrare solo gli uomini, ma nei villaggi erano le donne ad essere responsabili per l’acqua. I tempi sono cambiati, eppure il genere resta largamente non discusso o non previsto nel discorso sull’acqua. Anche se ormai si riconosce che le donne sono le principali provveditrici d’acqua a livello domestico, la prospettiva in cui sono collocate nel discorso è quella delle vittime o dei membri di gruppi vulnerabili, invece di quella reale: a causa delle ineguaglianze di genere le donne sono le più colpite dalle crisi relative all’acqua o ai cambiamenti climatici, ed allo stesso tempo sono le più attive nel rispondervi e nell’operare cambiamenti. Lasciate che vi racconti “tre storie d’acqua”.

Veronica Nzoki, kenyota, è la presidente dell’Associazione utenti acqua di Endui. Il gruppo l’ha creato assieme ad altre donne per ottenere dal governo che l’acqua sia portata più vicina alle case e che la sua qualità sia migliorata. Veronica risiede a Endui, nel Kenya orientale, da più di cinquant’anni: “Ricordo bene come il ciclo dell’acqua fluiva quando ero bambina. Coltivavamo abbastanza e conservavamo abbastanza acqua da rispondere agevolmente alle occasionali siccità. Ma questo non è più possibile. Nelle ultime due stagioni i terreni non hanno risposto alla coltivazione ed il bestiame è morto di fame. Per la prima volta da quando è stata costruita, e cioè dal governo coloniale più di mezzo secolo fa, nel 2009 la diga Kiiya si è completamente prosciugata. Noi donne ci muoviamo verso la sorgente più vicina già alle sei del mattino. Stiamo in coda per ore ed ore. Quando abbiamo raccolto l’acqua e ci avviamo a tornare a casa è già passato mezzogiorno. Questo ci toglie ogni energia. Quelle di noi che avevano piccole attività commerciali hanno dovuto abbandonarle per provvedere l’acqua alle proprie famiglie.”

Ayibakuro Warder, madre di cinque bambini, vive nella regione del Delta del Niger. Di mestiere fa l’impiegata comunale, ma resta coinvolta nella pesca e nell’agricoltura che sono le attività principali della sua famiglia. E’ riconosciuta come leader non solo dalle donne, con cui condivide l’attivismo, ma dall’intero suo clan. Ayibakuro, come Veronica, ricorda tempi diversi: “Quando ero bambina i miei genitori ottenevano grandi raccolti e anche la pesca era proficua. L’estensione dei campi di cassava allora, per fare un esempio, non è neppure paragonabile a quella odierna. Le nostre sorgenti, i nostri laghi, i nostri ruscelli, sono stati uccisi dai continui sversamenti di petrolio. Qui nessuno ha dubbi: i raccolti più scarsi, i problemi di salute che aumentano soprattutto fra i bimbi, li dobbiamo all’estrazione del petrolio. Senza quasi più risorse economiche diventa difficile cercare aiuto medico. Troppe donne sono morte di petrolio.

Nello sversamento del 2007 le donne di Ikarma persero tutta la cassava che avevano messo a mollo nel fiume. Il petrolio distrusse anche le reti da pesca e i pesci. Allora guidai una manifestazione di donne e andammo a protestare davanti alla base logistica della Shell a Kolocreek. Ma non importa quali giustificazioni tirino fuori: che parlino di sabotaggi o di guasti, la Shell non ha mai ritenuto giusto compensare le proprie vittime. Invece, manda il suo personale militare ad intimidire le comunità affinché non parlino pubblicamente delle loro lamentele.”

Rasheda Begum, del Bangladesh, è una profuga ambientale: “Avevo una casa a mezzo chilometro dalla spiaggia, a Khudiar Tek sull’isola Kutubdia. La mia casa fu spazzata via da un ciclone nel 1991. Allora mi sono costruita una capanna tre chilometri più in là. Come le mie vicine, ero devastata da un terrore inesplicabile, quello del fuggire verso una destinazione ignota. Credo che questa paura derivasse dal fatto che, a differenza degli uomini, i nostri movimenti come donne sono sempre stati ristretti. Nel 2007 abbiamo lasciato l’isola e ci siamo trasferiti in un ghetto urbano, alla periferia di una cittadella turistica. Il posto non ha nessun servizio per chi non è un turista, come situazione è molto stressante. Mi sto organizzando con altre donne, ma ogni giorno devo pensare a come dar da mangiare alla mia famiglia. Lavoro a giornata, nel trattamento del pesce secco: è un impiego stagionale che si svolge in condizioni igieniche disastrose. E sono costantemente in ansia per le mie tre figlie più grandi, perché non ci sono leggi che proteggano i poveri, specialmente i rifugiati ambientali dei ghetti.” Maria G. Di Rienzo

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Andiamo al cinema? Sì, va bene, però non voglio vedere ne’ “Vacanze squallide”, ne’ “L’amore guarisce tutto, anche il cancro”, ne’ “Smembramenti selvaggi III”, ne’ “O’ vampiro ‘nnammurato”… Vero, esclusi questi generi mi resta ben poco da scegliere. Ma andrei al cinema, molto volentieri, a vedere uno dei seguenti film:

“Black Butterflies” (Farfalle Nere) – Regista: Paula van der Oest, Cast: Carice van Houten, Rutger Hauer, Liam Cunningham.

E’ la storia (vera) di Ingrid Jonker, la scrittrice sudafricana la cui poesia “Il bimbo morto di Nyanga” fu letta da Nelson Mandela in occasione del suo primo discorso al Parlamento sudafricano. Ingrid visse a Cape Town negli anni ’60 dello scorso secolo, in pieno apartheid e avendo per padre un funzionario di governo addetto alla censura. Il trailer mostra una scena stupenda – per me, ovvio – in cui il padre di Ingrid fa a pezzi un foglio su cui è scritta una sua poesia, proprio davanti a lei. La giovane donna, nonostante abbia gli occhi pieni di lacrime, risponde: “Fa’ pure.”, e indicandosi la testa aggiunge, “Tanto quelle parole sono tutte qui dentro.” Tra l’altro, il film potrebbe riconciliarmi con il “replicante” Rutger Hauer dopo la sua discutibile performance padana…

“Circumstance” (Circostanza) – Regista Maryam Keshavarz, Cast: Sarah Kazemy, Nikohl Boosheri, Reza Sixo Safai.

Le immagini, sebbene io le veda nella piccola finestra del trailer online, sono di una bellezza incantevole. Posso solo sbavare leggermente al pensiero di come devono risultare sul grande schermo… Il film è stato bandito dal governo iraniano (tanto per cambiare) e narra la storia di due ragazze sedicenni di Teheran, dell’amore che le lega, del loro viaggiare fra il mondo di “circostanza” (la scuola, il codice di abbigliamento coatto, ecc.), il mondo dei loro desideri (“Se potessi essere in qualsiasi posto al mondo, ora, dove vorresti essere?”) e quello ribelle della vita notturna nei club segreti della città.

“Pariah” – Regista: Dee Rees, Cast: Adepero Oduye, Pernell Walker, Aasha Davis, Charles Parnell, Sahra Mellesse, Kim Wayans.

Sempre in tema di adolescenti “fuori posto”, il film è la storia di Alike, ragazza afroamericana 17enne di Brooklyn. Come accade molto spesso, Alike deve lottare non con la propria identità omosessuale, che riconosce ed accetta con grazia ed umorismo, ma con la percezione che la sua famiglia e i suoi conoscenti hanno di essa. Grazie alla propria tenacia ed all’aiuto dell’amica del cuore, la giovane “pariah” è però intenzionata ad affrontare tutte le sfide.

“Oranges and Sunshine” (Arance e luce del sole – per metafora: Arance e bel tempo) – Regista: Jim Loach, Cast: Emily Watson, David Wenham, Hugo Weaving.

Storia (vera) di Margaret Humphrey, una comune donna inglese che – senza sostegno alcuno – costrinse le autorità del suo paese a rivelare la deportazione di massa di 130.000 bambini dagli orfanotrofi britannici all’Australia, dove furono vittime di abusi sessuali e fisici. Come risultato del suo lavoro, molti di questi bimbi furono soccorsi e tornarono in patria.

“The Naked Option” (L’opzione nudità), documentario – Regista: Candace Schermerhorn.

Narra la vicenda delle donne del Delta del Niger, di come dal 2002 denunciarono i disastri ambientali causati dalle compagnie petrolifere, di come occuparono i siti d’estrazione (uno per dieci giorni di seguito) – “armate” di grandi foglie con cui danzavano – e di come minacciarono di violare il tabù ultimo della loro comunità restando senza vestiti. E’ costume che quando tutto il resto, negoziazioni e discussioni, fallisce, le donne si spogliano: la loro nudità è una “maledizione” per chi vi è esposto, non per loro.

“The Lady” (La signora) – Regista Luc Besson, Cast: Michelle Yeoh, David Thewlis, Jonathan Ragget.

Forse, dato il nome del regista, sarà l’unico film della lista che riuscirò a vedere nei nostri cinema. E’ la storia della leader politica birmana, nonché Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi. La pellicola intreccia le vicende pubbliche a quelle intime e familiari della protagonista, e mi pare riesca a mostrare cosa una lotta per i diritti umani comporta davvero. Sono particolarmente felice della scelta di Michelle Yeoh per il ruolo principale, perché spesso questa grande attrice non ha l’occasione di recitare, ma solo di mostrare le sue (straordinarie) qualità in scene d’azione e combattimento.

“The Rescuers” (I soccorritori), documentario – Regista: Michael King.

Documenta l’amicizia fra lo storico dell’Olocausto Sir Martin Gilbert e l’attivista ruandese contro il genocidio Stephanie Nyombayire. Questi due, un anziano signore ed una giovane donna, hanno viaggiato insieme in tre continenti per raccogliere testimonianze dei sopravvissuti ed onorare i coraggiosi “soccorritori” che hanno salvato migliaia di vite durante l’Olocausto e in Africa. Nel trailer si vede Stephanie portare fiori sulle tombe della sua famiglia (interamente sterminata) mentre riattesta la sua fiducia nella vita e negli esseri umani. E’ una di quelle persone che mi piacerebbe abbracciare, ma visto che non succederà potreste almeno, esimi cinematografari, farmi vedere il film? Maria G. Di Rienzo

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