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cordelia

Del lavoro della neuroscienziata Cordelia Fine (in immagine) è possibile trovare, in italiano, “Maschi=Femmine – Contro i pregiudizi sulla differenza fra i sessi” (ed. Ponte alle Grazie), brutto titolo non rispondente all’originale “Delusions of Gender”, se posso permettermi, per un ottimo testo.

Cordelia è nata nel 1975 a Toronto in Canada, ha trascorso la sua infanzia negli Usa e in Scozia, ha conseguito una caterva di diplomi universitari e lauree in psicologia, criminologia, neuroscienze, e vive a Melbourne in Australia con il marito e due figli.

Il suo ultimo libro si chiama “Testosterone Rex: Unmaking the Myths of Our Gendered Minds”, pubblicato da Icon, e spero vivamente sarà tradotto anch’esso. Cordelia lo apre con la citazione della scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie conosciuta come “Dovremmo essere tutte femministe” e chiosa: “In aggiunta all’essere arrabbiata io sono anche fiduciosa, perché credo profondamente nella capacità degli esseri umani di ricostruirsi per essere migliori.”

testosterone-copertina

Il “Re Testosterone” di cui parla è la narrativa che spaccia per “naturale” la diseguaglianza (economica, politica, sociale) fra i sessi: se l’ormone in questione stimola nei maschi maggior crescita di peli e voce più profonda diventa ovvio, per tale narrativa, che esso produce altre caratteristiche stimate come “mascoline” tipo il comandare, l’usare violenza e l’essere – o il dire di essere – perennemente in calore. Purtroppo per qualcuno e per fortuna per altri/e, si tratta di una gigantesca menzogna.

Cordelia Fine la smonta nel suo libro in maniera scientifica, sistematicamente e senza lasciare ombra di dubbio. Nessun ormone può influenzare in maniera così diretta e inequivocabile i comportamenti e il testosterone, spacciato per una sorta di “ormone alfa” che dà ordini a tutto ciò che lo circonda, può invece lavorare solo in strutture relazionali: persino la formazione di qualcosa di incontrovertibilmente binario come i genitali maschili e femminili è dovuta a un sistema di collegamenti e interazioni. Pretendere che lo stupro o il divario di genere nei salari siano il risultato naturale del lavoro del “Re Testosterone” non è solo falso, è patetico e ipocrita.

In altre parole, essere maschi o essere femmine non è sufficiente a fare di ognuno/a di noi la versione di uomo o donna costruita culturalmente dalla società. Ma non appena nasci e ti si identifica come l’uno o l’altra, sei inondato/a da informazioni su come diventare quella versione: giocattoli, vestiti, libri, televisione, film, famiglia, religione, e un altro milione di suggerimenti palesi o sottesi te lo diranno o meglio, te lo imporranno… sino a spingerti a credere che quella sia l’unica versione possibile e “naturale” di te e che se non ti sta bene c’è in te qualcosa di sbagliato.

Mantenere questa visione equivale a mantenere relazioni di potere sbilanciate e favorevoli a una sola parte: dire che lo vuole la natura o che lo vuole dio non fa differenza, resta una falsità, un’indegnità e un’ingiustizia.

Nel finale, la scienziata suggerisce che forse è il momento di essere meno gentili e un po’ più decise a smontare le narrative funzionali all’oppressione: “come hanno fatto le femministe della prima e della seconda ondata.” Maria G. Di Rienzo

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“Internet ha avuto inizio come un bastione della libera espressione. Ha incoraggiato un maggiore coinvolgimento e idee diverse. Con il tempo, tuttavia, questa apertura ha abilitato la persecuzione di persone per i loro punti di vista, le loro esperienze, la loro apparenza o i loro retroscena demografici. Bilanciare la libera espressione con la privacy e la protezione dei partecipanti è sempre stata una sfida per le piattaforme dal contenuto aperto su internet. Ma l’atto del bilanciamento sta diventando sempre più difficile. I troll stanno vincendo. A darmi speranza è il potere che l’umanità ha di sconfiggere l’odio. Faccio il tifo per gli esseri umani contro i troll. So che possiamo farcela.” Ellen Pao, ex direttrice generale di Reddit, dimessasi dalla carica dopo quella che è stata definita “una delle più vaste aggressioni via internet della storia”, 16 luglio 2015

“La triste ironia è che i molestatori online abusano della forza fondamentale di internet come potente mezzo di comunicazione per amplificare e coordinare le loro azioni e intimidire e silenziare effettivamente gli altri.” Electronic Frontier Foundation, gennaio 2015

In Italia come va? A giudicare da quel che leggo online, male. Se ci aggiungo quel che vedo grazie al blog, peggio. Le teste di cocomero (marcio) che cercano schifezze del tipo “bambine incestuose”, “ragazze stuprate” ecc. (e vi risparmio i dettagli) sono una marea. Gli “insultatori” anche, come il tipo che digita “cicciona nera che fa yoga su repubblica” e viene qua tre volte a farmi vomitare: ehi, burino, Jessamyn è una donna grassa, grossa, larga – come preferisci nell’ambito del rispetto dovuto alla sua persona – che fa yoga, “cicciona nera” sarà la materia grezza e involuta contenuta nella tua cabeza. (Io ho ripostato alcune immagini di Jessamyn il 28 gennaio scorso e di recente La Repubblica ha scritto un articolo su di lei.)

the chariot - cristy road

Love and Respect, Queen Jess

Poi c’è la valanga di quelli che hanno scoperto “che è tutto un complotto”, che Plutone non esiste e che i respirariani vivono benissimo senza mangiare: le prove? Basta girare il web, chi vuole trovarle le trova! E tutt’e tre le categorie non riescono ad azzeccare una frase in italiano corretto che sia una.

Prestatemi orecchio, trollini ignoranti: poiché è abbastanza evidente che siete in possesso di mezzo neurone usato male, è possibile che un giorno dimentichiate – per esempio – il vostro nome. E naturalmente la prima cosa che farete sarà andare a cercarlo su Google: la carta d’identità è di sicuro un false flag, l’intestatario della bolletta Enel non potete essere voi perché mai vi pieghereste alle nefandezze del New World Order che controlla l’elettricità, e su vostra mamma non potete fare affidamento: sapete da anni che è un clone alieno messo in casa dai rettiliani per controllarvi, basta vedere come reagisce scompostamente alla presenza di topi in cantina, da vera ofide.

Solo internet può salvarvi e dirvi la verità! Ma, come abbiamo già specificato, con mezzo neurone malfunzionante è difficile usare i motori di ricerca. E io sono qui per aiutarvi.

Chi sono? Qual è il mio nome? Come mi chiamo? – niente di questo funzionerà. Al massimo finirete sul sito di qualche santone / guru / illuminato / geoingegnere o geometra che vi dirà solo come si chiama lui e quanti soldi vuole tramite paypal per avervi concesso il privilegio di saperlo. Allora, per scoprire chi siete, provate così:

“Cafone aggressivo e illetterato che abita a X” (X sta per il luogo in cui risiedete, non è una coordinata spaziale per Nibiru)

“Sessista imbecille analfabeta di ritorno domiciliato a Y” (come sopra, potete aggiungere X o Y alle seguenti)

“Odiatore di professione con diploma di 5^ elementare conseguito ad anni 18 dando mazzette alla maestra”

“Pornotossico assuefatto al disprezzo delle donne e affetto da coprolalia.”

“Pallone gonfiato laureato su YouTube, inquisitivo come un ravanello e educato come una discarica”…

Che c’è, troppi risultati? Eh, è proprio quello che dico anch’io. Troppi, siete. Maria G. Di Rienzo

miss piggy

La bellezza è nell’occhio di chi guarda. Può essere necessario, di tanto in tanto, fare nero l’occhio di chi guarda essendo stupido o male informato.

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neuroni

L’articolo comincia così: “Uno studio dell’Università di Pisa (…) avrebbe individuato le radici neuronali della gelosia delirante di cui è spesso affetto lo stalker: si troverebbero in un’area della corteccia frontale, una zona del cervello che sovrintende a complessi processi cognitivi e affettivi.” Immagino quanto avidamente alcuni (troppi) individui lo abbiano scorso esultando: Lo avevo detto, io! Chi fa queste cose è malato, non può essere ritenuto responsabile delle conseguenze di ciò che fa! Adesso metto finalmente a posto tutte quelle stronze femminaziste che tormentano poveri uomini con l’area della corteccia frontale scortecciata, ecc.

Purtroppo, il pezzo continua ignorando la propria premessa: non fornisce alcuna informazione al proposito, riporta citazioni che la contraddicono, non chiarisce l’uso del condizionale (avrebbe individuato non è ha individuato), e si rivela inutile alla realizzazione del desiderio finale suddetto. L’articolo infatti dice che: 1) “Non esiste una tipologia precisa di molestatori insistenti”, spiega Laura De Fazio, professore associato di criminologia all’Università di Modena, membro del Modena Group on Stalking. e 2) “Spesso lo stalker non ha un disturbo psichiatrico, ma solo una patologia delle relazioni: non accetta il distacco implicito nella fine di un legame, né il rifiuto della vittima.”, spiega Massimo Lattanzi, psicologo clinico e fondatore dell’Osservatorio nazionale stalking.

Persi per strada i neuroni con il raffreddore, lo psicologo cerca almeno di risollevare la speranza dei troll delusi: “Secondo nostri studi, uno dei maggiori fattori di rischio di atti persecutori perpetrati contro un ex partner è la mancata elaborazione di un lutto (50% dei casi).” Ah, ecco, una spiegazione c’è; il tizio perde la mamma e gli muore il pesce rosso, non elabora e perciò tempesta di minacce l’ex fidanzata e la pedina. Io ho perso una sorella maggiore che mi manca più di quanto sappia dire, un fratellino appena nato, amiche, amici, le mie adorate micie Thelma e Louise, e l’idea di tormentare il mio ex marito non mi è mai passata per la testa. Sarò una che elabora bene, cosa volete che vi dica… Comunque, l’asserzione dello psicologo è molto poco scientifica. Non sappiamo niente dei “loro” studi, di come sono stati condotti, di quante persone vi hanno partecipato e come, dei parametri di controllo utilizzati, e del perché siano stati messi in relazione di causa/effetto il non aver elaborato un lutto (è un processo lungo e diversificato per ogni essere umano) e il perseguitare una seconda persona che con il lutto summenzionato, per quel che ne sappiamo, non ha punto a che fare. La stessa ricerca è stata fatta in relazione alle vittime? Quante di esse avevano “lutti non elaborati” in valigia e però non sono diventate stalker? La socializzazione di persecutori e vittime è stata presa in considerazione? In particolare, se mi permettete, la socializzazione rispetto al loro genere, visto che le donne percentualmente subiscono molto più stalking di quanto ne perpetuino.

Per concludere restando sul nulla, arrivano i consigli davvero-molto-esperti:

“Alla richiesta d’iniziare o di riprendere una relazione, è fondamentale dire no chiaramente e senza bisogno di ripetersi.”

Be’, grazie, non ci avevamo proprio pensato. Il fatto è che ogni vittima di stalking dice NO al suo tormentatore almeno una volta, e che spesso lo stalking è cominciato proprio a partire da un NO detto dalla stessa vittima. E il fatto è che lo stalker non ha ascoltato in passato e non ascolta al presente, perciò si continua a dirgli di NO – si è costrette a ripetere – mentre si cerca disperatamente di evitarlo.

“Mai cadere nella trappola della comprensione, ma neanche della comunicazione negativa, percepita come forma di attenzione e quindi incentivo a continuare.” (Lattanzi)

Non dite loro di sì. Non dite di loro di no. (Veramente due righe fa ci avete suggerito il contrario) Non siate comprensive/i. Non reagite negativamente. E allora che cavolo si fa, mister?

Ecco qua: “Importantissimo è affidarsi a un supporto psicologico, che aiuti anche la vittima a superare i problemi pregressi: circa il 25% delle vittime di stalking, infatti, ha una personalità dipendente, che può farle ricadere in molestie perpetrate non solo dal primo autore, ma anche da altri stalker”, osserva Lattanzi.”

Perfetto: il concetto base è che le vittime di stalking sono corresponsabili delle molestie che subiscono, e per un quarto (il 25%) possono persino avere una ricaduta (nella loro malattia non meglio specificata). Qui, degli “studi” non c’è traccia: il dato spacciato per universale da dove viene? Vediamo un attimo, anche, chi sono le persone con disturbo dipendente di personalità: quelle che delegano di solito le decisioni e le responsabilità importanti ad altri; che consentono alle persone che si occupano di loro di prevaricare i loro bisogni; che presentano una bassa stima di sé e appaiono molto insicure circa la propria capacità di prendersi cura di se stesse; che ritengono comunemente di non sapere cosa fare e come farlo; che hanno difficoltà ad esprimere disaccordo verso gli altri per timore di perdere sostegno o approvazione, ecc., avete capito il quadro. Stati prolungati di malattia o un handicap fisico possono essere all’origine del disturbo; ansia e depressione vi sono di solito collegati.

Una persona soggetta ad un periodo di abuso psicologico (e a volte anche fisico) quale è lo stalking può avere un netto calo della stima di sé e manifestare legittimamente insicurezza, ansia e depressione. Il ripetere per abbastanza tempo a una donna “non vali niente”, “senza di me non sei/fai nulla”, “brutta – grassa – schifosa – troia solo io ti sopporto e se non torni con me mi/ti uccido” e via così, trova validazione negli standard culturali correnti, e nella socializzazione di genere di cui parlavo prima: ove la superiorità del maschio è scontata, il suo uso della violenza legittimo e naturale, il suo diritto ad “usare” la “sua” donna sancito… per cui, tale donna può finire per credere di non valere niente e di non essere niente e di non saper fare niente senza che il contesto attorno a lei si attivi granché per dirle il contrario: al massimo le consiglieranno di andare da uno psicologo (che temo non lavori gratis) a farsi curare la personalità dipendente .

Per la quale, non so se avete notato, le dobbiamo ancor meno simpatia del solito; il “disturbo” di lei la vittimizza ulteriormente (i suoi “problemi pregressi”), il “disturbo” di lui lo scusa o lo assolve. Ultima frontiera: studio sulle radici neuronali del sessismo, si troverebbero in una zona del cervello priva di cervello! Maria G. Di Rienzo

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