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Her Liberty (la libertà di lei) Namibia” è un’organizzazione femminista fondata nel 2012 da quattro giovani donne: Jossy Nghipandua e Tanyaradzwa Daringo (giornaliste radiofoniche), Tikhala Itaye e Paskaline Ngunaihe (attiviste per i diritti umani). L’ong è stata creata con la missione di sviluppare, fortificare e incoraggiare nelle donne della loro età le doti di leadership femminista, affinché costoro agiscano come catalizzatrici del cambiamento nelle loro diverse comunità. La visione di “Her Liberty Namibia” è un movimento unito di donne dove le giovani sono indipendenti, sicure di sé e completamente consapevoli della propria abilità di influenzare le società in cui vivono. Lo scopo finale? Non abbiatevene a male, gentili (?) complottisti-gender: è l’uguaglianza di genere.

Tanyaradzwa Daringo

Tanyaradzwa Daringo – in immagine qui sopra – spiega: “Non è facile essere una giovane donna quando l’ambito culturale ti ha insegnato a stare a casa a fare le faccende, o che restare in una relazione in cui si abusa di te va bene perché sei incastrata in una povertà allucinante. Non è facile essere una giovane donna e restare incinta quando sei ancora a scuola, e dover abbandonare gli studi perché non esistono strutture di sostegno che mi incoraggino a continuarli.”

Tikhala Itaye

Tikhala Itaye – sempre in immagine qui sopra – aggiunge: “Viviamo in un mondo in cui ogni giorno vediamo bambine, ragazze e giovani donne affrontare svariate difficoltà. Che siano sfide sociali o economiche, esse pongono barriere che impediscono a costoro di sviluppare il loro pieno potenziale. Io sono profondamente toccata dallo stato in cui si trovano nella nostra società e non ero a mio agio con il fatto di aver avuto accesso a istruzione e opportunità mentre così tante ragazze e donne non lo hanno. Perciò, con le co-fondatrici dell’organizzazione, ho deciso di fare qualcosa.”

Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità”, dicono le attiviste sul loro sito, “circa 16 milioni di ragazze fra i 15 e 19 anni e un milione di ragazze sotto i 15 anni partoriscono ogni anno, in maggioranza nei paesi più poveri. Sono dati allarmanti e i problemi delle ragazze che affrontano una gravidanza precoce e non desiderata potrebbero essere prevenuti ed eliminati dai rispettivi paesi.

Come persone giovani, anche senza bisogno dei dati e dell’evidenza su carta, comprendiamo l’importanza e l’urgenza di rafforzare le risposte nazionali all’epidemia di HIV e di ridurre l’impatto delle nuove infezioni sessualmente trasmissibili, di combattere la violenza sessuale e l’abuso, di contrastare le gravidanze precoci e indesiderate e di maneggiare i molti altri problemi che le giovani ragazze africane si trovano di fronte. Le persone giovani sanno e capiscono che le dinamiche sociali sono il solo modo di influenzare e trasformare i mali sociali che affliggono la gioventù quando sono posti come partner chiave in ogni agenda.”

Due anni dopo la fondazione, “Her Liberty Namibia” ne ha avuto la riprova quando ha tenuto un’audizione per realizzare una serie televisiva su HIV/AIDS e violenza (eh sì, Avvenire, mi dispiace..) di genere. Il piccolo annuncio su un giornale locale ha portato all’audizione centinaia di giovani uomini e donne, provenienti da tutto il paese. La serie si chiama “Non baciare e dillo”.

Essendo giovane e femmina, – continua Tanyaradzwa Daringo – io stessa ho trovato barriere nel tentativo di accedere ai miei diritti di salute riproduttiva: se voglio curarmi della mia salute sessuale devo avere il potere di essere informata, devo poter dire se voglio o no fare dei test eccetera, perché nessun altro oltre a ME può capire la pressione sessuale su di me esercitata. Inoltre, in 17 paesi in via di sviluppo, metà della popolazione è minore di 18 anni: solo questo dovrebbe essere sufficiente a chiamarci all’azione, perché se permettiamo che metà della popolazione sia esposta alle infezioni da HIV, ai matrimoni forzati e precoci, alla gravidanza da adolescenti, alla bassa qualità dell’istruzione, all’inaccessibilità dei servizi sanitari, allora perdiamo per strada il 50% del capitale umano che costituirà la prossima generazione in età lavorativa e che può nutrire lo sviluppo economico. I progetti che noi iniziamo nelle comunità speriamo di vederli di generazione in generazione, con i membri delle comunità che li assumono come propri.”

Sul motivo che le ha indotte a chiamare l’organizzazione “la libertà di lei”, Tikhala risponde che volevano un nome con cui le donne potessero identificarsi: “Per essere forti e indipendenti, le donne hanno bisogno di essere libere. Libertà è il nome di una donna forte.”

C’è potere nella parola libertà. – dice Tanyaradzwa – Noi vogliamo un mondo in cui le donne sono libere dall’oppressione, libere dalla dipendenza e libere dalla diseguaglianza.” A tante miglia di distanza e tanti anni di differenza, è esattamente quel che voglio anch’io. Maria G. Di Rienzo

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(“Namibia: It is Time for Societal Change”, di Gwen Lister per The Namibian, 30.7.2010, trad. Maria G. Di Rienzo)

I namibiani sono (giustamente) furibondi per lo stupro ed il brutale omicidio di Magdalena Stoffels, avvenuti questa settimana sul greto di un fiume prossimo alla scuola “Dawid Bezuidenhou”, come del resto dovremmo sempre essere verso lo stupro e l’abuso di tutte le donne e i bambini, al di là delle circostanze.

Noi nei media possiamo a buon diritto essere chiamati a rispondere del fatto che mentre la morte della diciassettenne Magdalena ha ricevuto ampia copertura sulle nostre pagine, ciò non è accaduto per altri stupri ed omicidi. Il fatto è che grazie alla vicinanza dei luoghi siamo stati in grado di coprire l’evento e le sue conseguenze, e abbiamo potuto concentrare l’attenzione dei lettori sulla tragedia e l’orrore di questo crimine. La perdita di una vita non è più importante di un’altra, ma molti casi ci arrivano come segnalazioni, e noi non siamo presenti per descrivere o catturare nei dettagli le immagini che circondano tali delitti.

Ma poiché siamo stati capaci di farlo con lo stupro e l’assassinio di Magdalena, si spera che ciò serva ad attirare di nuovo l’attenzione sulla violenza contro le donne ed i bambini, ed in effetti il nostro lavoro ha galvanizzato la comunità. Mentre ci si trova nel processo in cui la comunità stessa lascia uscire all’esterno il suo dolore e la sua indignazione per questa tragedia, i media hanno anche il compito di non incitare alla violenza pubblica, o alla “giustizia della folla”. L’angoscia e la rabbia sono comprensibili, ma le chiamate alla vendetta non sono la risposta al problema, ne’ lo è la reintroduzione della pena di morte, o la castrazione, o la richiesta alla polizia di sparare per uccidere.

Magdalena è stata violata e uccisa sul letto di un fiume; altre vengono assalite nelle loro stesse case, o di notte, o in zone affollate. Sono aggredite e uccise non da “animali” ne’ da “mostri”, ma da altre persone, ed i namibiani devono accettare il fatto che i crimini sono commessi principalmente da loro stessi.

Maneggiare questo flagello della nostra comunità significa riesaminare il nostro sistema di valori, e scoprire dove abbiamo sbagliato se così tante persone commettono queste atrocità in Namibia. E’ semplicistico e del tutto insensato adottare il concetto di uccidere le persone quando esse uccidono, o di tagliare membra quando la gente ruba, o di stuprare chi stupra: perché ciò rimuove dalle nostre spalle la responsabilità di far sì che tutti i namibiani crescano in un sistema di valori che riduca al mimino i crimini violenti nella nostra società.

Le nostre famiglie, chiese, organizzazioni della società civile, scuole e comunità, stanno facendo abbastanza per insegnare un codice etico alla nostra gioventù? Insegnamo ai giovani che la violenza è sbagliata, che è inaccettabile picchiare le donne, che non dobbiamo commettere abusi ai danni di bambini e di animali, che è inaccettabile rubare?

Le nostre famiglie, chiese, organizzazioni della società civile, scuole e comunità, stanno cercando soluzioni al problema che ci affligge? Non possiamo solo puntare il dito e biasimare il governo, e biasimare le municipalità, e trovare capri espiatori di modo da non essere coinvolti. Gli sforzi pubblici avrebbero definitivamente maggior successo, in termini di ambienti più sicuri, se fossero diretti ad aggiustare le cose invece che a lamentarsi di continuo.

E dobbiamo davvero analizzare il sistema di valori che sta sotto a tutto, per evitare l’ipocrisia. Le voci più alte contro il crimine e la corruzione sono talvolta quelle di persone che comprano merci rubate; il marito che picchia la moglie siede poi in chiesa con aria soddisfatta la domenica; il ricco uomo d’affari che ottiene una concessione tramite le conoscenze giuste può essere la stessa persona che invoca pene esemplari per i ladri che gli sono entrati in casa.

I namibiani in generale devono essere tenuti per responsabili, non solo il loro governo, la polizia e le altre istituzioni. Il tasso di violenza contro donne e bimbi, nella nostra società, è spaventoso. E’ ora che noi persone comuni si faccia qualcosa al proposito, e invece di chiedere vendetta si cambi l’immorale tessuto della nostra società. Non può sicuramente esserci modo migliore di ricordare le innocenti che sono morte a causa della nostra negligenza come nazione.

(N.B. La traduttrice, d’accordo al cento per cento, pensa che sostituendo alla parola “Namibia” la parola “Italia” il risultato non cambi.)

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