Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘maternità surrogata’

copertina klein

“Le nuove tecnologie riproduttive sono usate per “fare a pezzi” letteralmente donne reali e viventi nei nostri ovuli e uteri, per somministrarci cocktail ormonali invasivi e pericolosi e, nella maternità surrogata, per manipolarci psicologicamente a credere nel mito che essere gravide di un bambino con cui non si ha relazione genetica farà sì che noi non si sviluppi alcun senso d’affetto e perciò questi figli “surrogati” non sono i nostri “veri” figli.

Questa ideologia della divisione in compartimenti fatta dall’uomo crea le Donne Provetta. L’idea è quella di “giocare a essere Dio” (come i critici delle tecnologie riproduttive erano soliti dire negli anni ’80) e proroga i 6.000 anni di dominio patriarcale delle donne in cui due punti erano, e sono, centrali:

uno, gli uomini non possono entrare in gestazione della vita e dare alla luce bambini (necessari per la continuazione della specie Homo Sapiens); due, gli uomini come gruppo sociale aborrono le donne per i nostri corpi e per questo potere. Al contrario, quando le donne “falliscono” nel riprodursi, lo sdegno espresso nei loro confronti è severo.”

Tratto dal libro: “Surrogacy: A Human Rights Violation” di Renate Klein, di recente pubblicato. Renate Klein è ricercatrice e insegnante esperta di biologia, salute e sociologia, nonché editrice e attivista femminista. (Trad. Maria G. Di Rienzo)

Read Full Post »

(“Outsourcing pregnancy: a visit to India’s surrogacy clinics”, di Julie Bindel per The Guardian, 1° aprile 2016, trad. Maria G. Di Rienzo.)

A Ahmedabad, nel Gujarat, il mio autista sta cercando una delle cliniche IVF (= fertilizzazione in vitro) della città. Giriamo su un’affollata strada maestra e io individuo un cartello su un muro cadente che recita “bambini in provetta”.

Salgo una rampa di scale sudice ed entro in una piccola, buia sala d’aspetto. Nella stanza adiacente scorgo una barella ospedaliera e mensole piene di piastre di Petri, forcipi e siringhe ipodermiche.

Il dott. Rana (1) mi guida entro un ufficio privo di finestre. Ancor prima che ci sediamo, mi informa di un cambiamento di politica, in India, sulla maternità surrogata. Nell’ottobre dello scorso anno, il governo ha detto alle cliniche per la fertilità di cessare ogni trasferimento di embrioni agli stranieri. La mossa segue una proposta di modifica alla legge in vigore che limiterebbe l’accesso alla maternità surrogata alle coppie indiane o alle coppie in cui almeno uno dei genitori commissionari ha un passaporto indiano e la residenza in India.

Stabilito che ne’ io ne’ la donna che finge di essere mia cognata abbiamo un passaporto indiano, Rana mi consiglia di andare in Thailandia: “Costa il doppio rispetto a qui – dice – ma loro fanno anche la selezione del sesso, perciò molta gente dall’India ci va.”

Avendo sentito parecchie storie su quanto comune sarebbe l’esternalizzazione di gravidanza e riproduzione, sono in India per indagare sull’industria di “uteri in affitto” del paese. Come attivista femminista contro l’abuso sessuale delle donne e in particolare contro il commercio di sesso, l’idea di uteri in affitto mi fa star male. Mentre aspettavo nella clinica, guardando le donne eleganti che entravano per accedere ai servizi di fertilità, tutto quel che riuscivo a pensare era a quanto deve essere disperata una donna per portare avanti una gravidanza per danaro. So, da altre attiviste contro il traffico di uteri, che molte madri surrogate sono coartate da mariti abusanti e magnaccia. Nel vedere la sorridente segretaria riempire moduli a beneficio dei possibili genitori commissionari, potevo solo cercare di immaginare la miseria e la sofferenza di donne che finiranno per essere viste come null’altro che contenitori.

La stigmatizzazione è raramente un problema per coloro che esternalizzano la gravidanza a donne povere e disperate in India, ma ce n’è un bel po’ al livello delle madri surrogate. Molte scelgono di lasciare la propria casa durante la gravidanza, giacché non è visto come un modo rispettabile di guadagnare danaro, in particolare se vivono nell’India rurale.

La maternità surrogata commerciale è illegale in numerosi paesi, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Spagna fra essi. In India, tuttavia, l’industria – costruita su supremazia sessuale, razziale e di classe – non solo è legale ma si stima che il suo bilancio annuale superi gli 870 milioni di euro.

Le madri surrogate, in questa particolare clinica, sono pagate 5.600 euro: una somma notevole in un paese il cui reddito medio mensile nel 2012 era di 188 euro e in cui un quinto della popolazione vive al di sotto della soglia nazionale di povertà.

Le cliniche possono chiedere fino a 22.700 euro ai genitori commissionari. Il costo di portare a casa un bambino surrogato dall’India è approssimativamente cinque volte minore della somma necessaria negli Stati Uniti. Ma mentre le madri surrogate vengono di solito da retroscena di povertà, gli ovuli impiantati sono selezionati da donne al massimo 25enni, usualmente con alto livello di istruzione e sottoposte a screening per le malattie ereditarie.

A tutte le madri surrogate di queste cliniche viene detto cosa e quando mangiare e bere, e sono controllate affinché assumano i medicinali del caso e abbiano cura della loro igiene personale. Inoltre, alcune cliniche mantengono finanziariamente “colonie residenziali”, case che ospitano sino a 10 madri surrogate durante il periodo della loro gravidanza.

anand

(Madri surrogate in una “colonia residenziale” nella città di Anand. Fotografia di Mansi Thapliyal/Reuters)

Ho deciso di visitare quattro cliniche nel Gujarat, uno degli stati più religiosi dell’India, conosciuto come la “capitale” della maternità surrogata nel paese. Ho finto di essere interessata a ingaggiare una madre surrogata e una donatrice di ovuli per avere accesso a coloro che forniscono tali servizi. Volevo essere in grado di parlare per esperienza dell’abuso dei diritti umani che risultano dalla pratica e diventare maggiormente coinvolta nella campagna internazionale per abolirla.

Mi è stato detto che si usa comunemente impiantare embrioni in due o più madri surrogate e praticare aborti se ne risulta più di una gravidanza. Allo stesso modo, se più embrioni sono impiantati in una madre surrogata e ne consegue una gravidanza multipla, i feti non voluti sono spesso abortiti. Approssimativamente 12.000 stranieri si recano in India ogni anno per assumere madri surrogate e molti di loro provengono dalla Gran Bretagna.

La seconda clinica che ho visitato si trova in una quieta area suburbana di Ahmedabad, la maggiore città dello stato. Avendo parlato con la segretaria, sono stata introdotta a una impiegata che ha raccolto la mia storia medica. Le dico che voglio l’accesso alla donazione di ovuli e al servizio di maternità surrogata e lei risponde “Noi facciamo tutto questo”. Le chiedo se le madri surrogate vivono in ostelli durante la gravidanza, cosa che avevo visto in televisione prima di partire, e lei scuote la testa. Mi dice che posso pagare affinché la donna sia messa in una residenza per nove mesi “o, se vuole risparmiare, la tenga là per un poco e poi la rimandi a casa sua”.

In ognuna delle cliniche che ho visitato ho chiesto quanto le madri surrogate sono pagate. Nessuno mi ha fornito una cifra precisa, ma un medico mi ha detto che le donne guadagnano per i nove mesi di gravidanza l’equivalente di 6 anni di lavoro.

Alle 11 di sera, alla vigila dell’antico festival delle luci Hindu chiamato Diwali, una clinica è assai affollata. Numerose donne stanno facendo domanda per diventare madri surrogate; alcune di esse, all’apparenza analfabete, chiedono alla segretaria di riempire i moduli per loro. Alte, ben vestite e sorridenti e accompagnate dai mariti, stanno aspettando il loro turno per i servizi: almeno 150 donne accedono al trattamento IVF ogni mese in tale clinica. Mi viene detto però che non possono fare nulla per me: “A causa dei diritti umani il governo sta chiudendo (i servizi di maternità surrogata). Forse è perché i bambini non sono trattati bene.”, mi spiega uno dei medici.

Non ho mai sentito prima di bambini nati tramite la maternità surrogata maltrattati dai genitori commissionari, ma ci sono stati casi in cui i bambini sono stati abbandonati e lasciati in India con la madre biologica. Nel 2012, una coppia australiana si lasciò alle spalle uno dei due gemelli nati da una madre surrogata indiana perché, dissero, non potevano permettersi di crescere due bambini.

La mattina dopo ho l’appuntamento per una consulenza in una terza clinica, con la dott. Mehta. Dopo aver riempito parecchi moduli rispondendo a domande sulla storia della mia infertilità, pago le mie 1.500 rupie (19 euro e 93 centesimi) per il consulto. Dico a Mehta che la mia amica Lisa, con cui sto viaggiando, è di origine indiana e disponibile a essere il genitore commissionario ufficiale e poi a dare il bambino a me. Chiedo della donazione di ovuli e di come scegliere la donatrice.

La donazione di ovuli è anonima. Lei può darci le sue preferenze, come l’altezza e il colore dei capelli ma deve affidarsi a noi. – dice Mehta – La donatrice non saprà a chi verranno dati i suoi ovuli e lei non saprà di chi sono gli ovuli che riceverà. La madre surrogata invece la incontrerà. Le mostreremo un catalogo e lei potrà scegliere la madre surrogata.”

Tutti e quattro i dottori che ho incontrato nel Gujarat mi hanno detto che non va bene rimuovere le donne da casa durante questo periodo, ma tutti erano disposti a venirmi incontro: per una determinata cifra. “Possiamo farlo, se lei lo desidera, ma dovrà pagare. – dice ancora Mehta – Noi non vogliamo separare la madre surrogata dalla sua famiglia perché vivere dai due ai nove mesi in una stanza separata potrebbe deteriorare la sua salute mentale.”

Poiché ho sentito parecchie storie di donne forzate alla maternità surrogata chiedo a Mehta se è a conoscenza di casi dei genere. “Senza il consenso dei loro mariti noi non accettiamo madri surrogate. Non diamo loro tutto il danaro prima del parto. Lo prendiamo da lei ma consegniamo il saldo alla madre surrogata solo quando le consegna il bambino. Le diamo delle rate in precedenza, così può prendersi cura di partorire il bambino senza problemi.”

Mehta mi spiega che tentano di evitare che le madri surrogate formino legami con i neonati che partoriscono dando loro medicinali che impediscono la lattazione: “La donna non produrrà assolutamente latte e il bambino non le sarà mostrato.”

Alcune delle donne si accordano per vendere il loro latte, estratto in clinica e consegnato ai genitori commissionari. Altre si accordano per allattare direttamente il bambino, nonostante la possibilità di stringere un legame affettivo.

La “Indian Society for Assisted Reproduction” (Società indiana per la riproduzione assistita) ha in programma di sfidare il governo rispetto alla modifica di legge proposta: “Girano milioni di dollari nei cicli di IVF”, mi ha spiegato il dott. Rana.

In un’altra clinica di Ahmedabad, nella zona orientale, incontro la dott. Amin, in un edificio malmesso nascosto fra un garage e un negozio di articoli elettrici. L’ufficio è molto ingombro e senza finestre. Le pareti sono coperte da fotografie di neonati e biglietti di ringraziamento da genitori commissionari.

Amin mi mostra una manciata di fotografie di potenziali madri surrogate, mentre mi spiega i prezzi della donazione di ovuli: “Donatrice caucasica da 3.155 a 3.786 euro, donatrice indiana 1.262.”

Le madri surrogate restano a casa durante la gravidanza e sono controllate giornalmente. “Non permetto alle donne di vivere nelle “colonie residenziali”. – dice Amin – Il marito è il miglior sorvegliante in questi casi. E’ coinvolto nel programma e sa come prendersi cura della sua donna. Se la madre surrogata sta fuori casa si farà delle amiche e sarà difficile per me controllarla. Anche se le metto negli ostelli non so con certezza cosa capita là.”

Chiedo se le donne sono mai soggette a violenza domestica durante la gravidanza. “Raramente, ma capita. – risponde Amin – L’anno scorso abbiamo saputo che il marito di una madre surrogata la picchiava. E’ venuta da noi piangendo, così l’abbiamo nascosta. Dopo la nascita del bambino l’abbiamo rimandata a casa.” Secondo Amin, le donne che lei assume sono di classe media o alta: “Di recente abbiamo impiegato tre ragazze Braminiche, tutte istruite. Ne abbiamo un quarto, di questa classe. Il restante 85% sta bene economicamente.” Sospetto che questa sia una menzogna. Le ricerche dei gruppi di pressione come “Stop Surrogacy Now” dimostrano che, a parte casi rarissimi, sono le donne più povere delle caste inferiori che diventano madri surrogate.

Abbiamo discusso i recenti cambiamenti in politica e Amin mi ha raccontato di una clinica per la maternità surrogata a Hyderabad che ha prodotto cinque bambini per una coppia gay da cinque diverse madri surrogate. In India, alle coppie dello stesso sesso è stato bandito l’accesso ai servizi di maternità surrogata nel 2013, ma come mi ha detto un infermiere: “Tutto continua, a Delhi e ovunque, perché non è un’industria che abbia regole.”

Mentre stiamo lasciando la clinica, Amin indica una delle fotografie sul muro che ritrae una donna bianca con in braccio un bimbo scuro: “Ha chiesto una donatrice di ovuli indiana.” Chiedo perché. Il suo partner era indiano, per esempio? “No, voleva un bambino con i capelli neri.” replica Amin, radiosa mentre intasca il prezzo della consulenza e mi indica la porta.

(1) Tutti i nomi sono stati cambiati.

Ndt: Ho convertito direttamente in euro le cifre in dollari e sterline per rendere la lettura più scorrevole.

Read Full Post »

(brano tratto da: “A woman’s body is not a disgrace”, un più lungo articolo di Sarah Ditum per The New Statesman, marzo 2016, trad. Maria G. Di Rienzo.)

I ragazzi crescono diventando più grossi, più forti, più rumorosi. Le cose in cui un bambino è incoraggiato a essere bravo sono, per la maggior parte, le cose che si stimano pure in un maschio adolescente. Ma per le ragazze, l’adolescenza è un periodo di perdita.

Diventare donna significa rinunciare, spiega Deborah Cameron ne “Il mito di Marte e Venere” osservando le nuove occupazioni femminili nell’adolescenza: “In particolare, (le ragazze) abbandonano il gioco fisico: invece di usare i loro corpi per fare cose, cominciano a concentrarsi sull’adornarli.”

In un qualche punto del passaggio fra l’essere una bambina e diventare un’adulta, le ragazze apprendono che i nostri corpi non sono nostri, ma una proprietà portatile che noi dobbiamo coltivare, mostrare e commerciare ottenendo il miglior accordo possibile.

girl climbing tree

Io ho smesso di arrampicarmi sugli alberi, ho imparato a depilarmi le gambe. Le croste sulle mie ginocchia sono cadute. Mi vergognavo di sudare. Non c’erano partite di netball per le ragazze durante la pausa pranzo, nella mia scuola – la sola opzione era girare in cerchio attorno al campo, parlare, guardare, stando sempre attente al lancio maligno che poteva provenire dai ragazzi che giocavano. Sarebbe stato indecoroso correre, così diedi inizio a una lunga carriera di fuggitiva dall’educazione fisica, il che divenne più facile quando andai alle medie e potei dire che soffrivo di dolori mestruali. Mentivo mentre mi tenevo la pancia e fingevo di avere i crampi, ma era vero che era il mio corpo a impedirmi di partecipare: la mia pelle così pallida e orribilmente carnosa, striata da segni e con niente che fosse della forma giusta. Trovavo impensabile dover passare la vita essendo rappresentata da quel grottesco oggetto.

L’insistenza messa sull’affermazione che noi donne non siamo nulla di più dei nostri corpi ha funzionato storicamente come mezzo per limitarci, legandoci al supposto potere dei nostri ormoni come cani alla catena, estendendo il simbolismo del “nulla” imposto a buchi e cavità ai nostri corpi per vanificare le nostre rivendicazioni di umanità.

Una ragazza intelligente può rispondere a questo dichiarando “Io non sono il mio corpo.”, ma è una risposta sbagliata. Solo alle donne è richiesto di scegliere fra essere i nostri corpi o essere delle persone.

Il corpo maschile è incontrovertibilmente un corpo umano, che conferisce status di umanità. Un corpo femminile è uno svantaggio, una disgrazia. E’ più sicuro che tu non ti veda al suo interno, ma che ti separi da esso e immagini il tuo corpo come una cosa da migliorare e sfruttare.

Ci sono molti campi aperti per le donne che accettano la visione “escapista” del loro corpo come oggetto. La prostituzione, per esempio: una frequente difesa della prostituzione dice che le donne coinvolte “non vendono se stesse, vendono un servizio”, come se il servizio non comportasse il più intimo degli accessi al corpo, come se i nostri corpi non fossimo noi stesse.

O la maternità surrogata, dove un grembo fertile è semplicemente un magazzino che può essere affittato più volte. Queste cose sono coerenti alla perfezione con una società che tratta il corpo femminile come un oggetto, così come la monotona fatica del sesso obbligatorio, dove le donne doverosamente rendono i loro corpi disponibili per la soddisfazione dei loro compagni, senza alcuna aspettativa di ricavarne del piacere proprio.

E’ possibile credere che tutte queste cose siano innocue solo se credi che non ci sia nessuno in casa, nel corpo femminile, che possa essere ferito. E’ una finzione utile per coloro che trovano l’umanità delle donne disagevole, ma resta una finzione.

Non puoi fuggire dal tuo corpo; non ci sei tu, senza di esso. Il nostro essere risiede nelle nostre membra, nella nostra pelle e in tutti i nostri sensi.

E’ per questo che ho pianto sulla lettera di Caitlin Moran (scritta per le ragazze, ndt.). “Pensa di essere la tua bambina. – dice – Il tuo corpo vuole vivere, questo è tutto: e tutto ciò che è nato per fare. Lascia che lo faccia, nella sicurezza da te fornita. Proteggilo.” Vorrei aver pensato queste parole a 12 anni, a 16, a 22, tutte le volte in cui ho reso il mio corpo il mio avversario. Ma vorrei anche che ne’ io ne’ ogni altra ragazza fossimo mai state brutalmente spinte oltre il confine che fa di te un’aliena nella tua stessa pelle.

Vorrei che le ragazze non dovessero mai fingere di essere le proprie figliolette perché forzate all’esilio da se stesse. Tu sei il tuo corpo e il tuo corpo – tenero, esigente, appiccicoso e vulnerabile – è una cosa bellissima e umana.

free

Read Full Post »

Il direttore del quotidiano cattolico “Avvenire”, Marco Tarquinio, così commenta la “nascita surrogata” in casa Vendola: “Il triste mercato dell’umano cresce e ha ingressi di destra e di sinistra. Si smetta di chiamarli diritti.”, si rammarica del “linguaggio politicamente corretto usato in particolar modo dai notiziari del servizio pubblico radiotelevisivo. Un fenomeno impressionante di camuffamento della dura realtà della cosificazione di una madre senza nome, senza volto e ridotta a pura esecutrice di un contratto padronale” e specifica che “tutte le madri surrogate ‘acquistate’ da coppie eterosessuali od omosessuali sono povere e senza potere”.

Magari “oggettivazione” o “oggettificazione” andavano meglio di cosificazione, ma lasciamolo decidere all’Accademia della Crusca, il punto è un altro.

In tutto il mondo gruppi diversi e svariate chiese usano interpretazioni religiose per creare argomentazioni contrarie ai diritti umani, in special modo delle donne. La chiesa cattolica, egregio sig. Tarquinio, non solo non fa eccezione ma da tre anni conduce una lotta al “gender” (un criterio di analisi per le relazioni umane) completamente basata sul nulla, folle quanto violenta.

Non ho da eccepire alla frase “tutte le madri surrogate ‘acquistate’ da coppie eterosessuali od omosessuali sono povere e senza potere”, ma lei si è mai chiesto perché lo sono? Vediamo.

La povertà e la mancanza di potere possono essere viste come semplicemente accidentali: queste donne sono – per caso sfortunato – nate nel posto sbagliato, nella famiglia sbagliata e nell’epoca sbagliata. Ci fanno pena, ma cosa abbiamo noi miseri mortali da opporre al fato?

La povertà e la mancanza di potere possono essere viste come disegno divino: il misterioso e perfetto creatore dell’universo ha deciso così, vuoi per ricompensare degnamente la sofferenza di queste donne dopo la loro morte, vuoi per condurle all’illuminazione tramite triboli e travagli, vuoi perché hanno mangiato una mela proibita all’alba dell’umanità e la devono pagare per sempre. Anche qui, i documentari sulle loro disgrazie ci fanno piangere, ma ci consoliamo con la certezza che dio ne sa di sicuro più di noi… e poi cambiamo canale per vedere un po’ di tette-culi-cosce o la partita.

La povertà e la mancanza di potere possono essere viste come colpa: è probabile che queste donne miserabili non si siano impegnate abbastanza, non abbiano “lavorato duro” come avrebbero dovuto fare, abbiano compiuto scelte sbagliate, ecc. Adesso cosa vogliono, che la collettività si faccia carico del loro mantenimento? Dovremmo dar loro i NOSTRI soldi? Ma sapete quanto costa oggi andare a sciare a Courmayeur come autentici villani rifatti (io lo ignoro, ma potete chiedere a Matteo Renzi)?

Com’è ovvio, sig. Tarquinio, lei e io siamo consapevoli che di altro si tratta. Le donne sono i poveri del mondo (circa 80%), sono gli analfabeti del mondo (circa 70%) e sono le principali vittime di violenza ovunque perché sono donne. Cioè, sono stimate inferiori, incomplete, intrinsecamente incapaci e persino malvagie sulla base del loro sesso: costruire una mistica su un dato biologico e farla passare per “natura” o per “volontà di dio” è quanto la sua chiesa e altre hanno fatto per secoli e continuano a fare. In poche parole, il “genere” lo avete creato (anche) voi, perché è IMPOSSIBILE determinare in base al sesso di nascita le capacità, le attitudini e le inclinazioni di un essere umano. Quindi, attribuire a lui o lei dei “ruoli” predeterminati non è naturale, è prescrizione della comunità, precetto religioso e costume sociale.

Sinteticamente, le donne povere e senza potere di cui si acquistano gli uteri come se fossero macchinari sono tali grazie allo stigma posto sul loro genere e devono restare povere e senza potere per mantenere in essere una struttura di potere piramidale. Sulla vetta di quest’ultima banchettano una manciata di uomini – in maggioranza bianchi – che ricavano profitto dal loro sfruttamento lavorativo, emotivo, familiare, sessuale, ma ai livelli intermedi anche il maschio più derelitto può ricavare senso di legittimazione e scampoli di dominio credendo di essere superiore alle donne: infatti, quando queste ultime si ribellano in qualche modo alla faccenda il maschio stressato, disoccupato, in preda a raptus, depresso ecc. ecc. non ha altra scelta che “raddrizzarle” a botte o scannarle in via definitiva.

Non so se quel suo “si smetta di chiamarli diritti” nasconda un’insofferenza al discorso dei diritti umani in sé, ma ora che le ho detto perché in maggioranza le donne sono povere e senza potere le dirò come le si mantiene tali: negando loro il godimento dei loro legittimi diritti umani, quelli che la Dichiarazione di Vienna definisce “universali, indivisibili, interdipendenti e interconnessi”, in nome della cultura, della religione e della tradizione.

CEDAW, Protocollo di Maputo e Convenzione di Belem do Para obbligano infatti gli Stati firmatari a eliminare costumi e pratiche basati sull’idea dell’inferiorità o della superiorità di un sesso rispetto all’altro, riconoscendo che i ruoli stereotipati imposti a donne e uomini legittimano o esasperano la violenza contro le donne – che è sessuale, domestica, politica, economica… che le rende meri corpi esistenti per la soddisfazione degli uomini, in ogni senso. E che devo dirle, sig. Tarquinio, i governi firmano e i firmatari si fanno ritrarre con la penna in mano e i sorrisi smaglianti, ma spesso poi non applicano quel che hanno sottoscritto: principalmente per non disturbare le chiese presenti sul territorio nazionale, beninteso quelle che hanno potere, soldi, influenza sull’opinione pubblica ed è purtroppo il caso della chiesa sua.

In Salvador, per soddisfare la chiesa cattolica, le leggi che impediscono l’interruzione di gravidanza sono così medievali che le donne vanno in galera per gli aborti spontanei. In Paraguay, per soddisfare la chiesa cattolica, una bambina di 11 anni, rimasta incinta dopo uno stupro, è stata costretta a partorire contro la sua volontà. Nelle Filippine, per soddisfare la chiesa cattolica, l’aborto è illegale in ogni caso.

Astinenza: chiaramente non efficace al 100%

Astinenza: chiaramente non efficace al 100%

E dove la chiesa cattolica fomenta la convinzione che le persone omosessuali siano “sbagliate”, “confuse”, “malate” e così via, accadono cose spiacevoli come la morte di Paola Barraza (Comayaguela, Honduras – 24 gennaio 2016), attivista transgender per i diritti umani. In precedenza, nell’agosto 2015, Paola era già stata attaccata in prossimità della sede dell’ong in cui lavorava (Asociación LGTB Arcoíris): raggiunta da numerosi colpi di arma da fuoco era rimasta gravemente ferita ma era sopravvissuta. Il 24 gennaio scorso gli assassini hanno bussato direttamente alla porta di casa sua e quando ha aperto le hanno sparato tre volte in testa e due al petto. Nella settimana successiva ancora nessun investigatore si stava occupando del caso.

Paola Barraza è morta perché voleva quel che era già suo e le veniva negato: diritti umani. Innumerevoli donne, ragazze e bambine muoiono, sono vendute e comprate, stuprate e battute e vivono esistenze infernali per la stessa ragione: sono viste come meno-che-umane e i loro diritti sono subordinati ai loro supposti imprescindibili “ruoli” nella famiglia e nella società – guarda caso, sono tutti ruoli di servizio agli uomini.

Allora, sig. Tarquinio, se degli uomini pensano sia loro “diritto” comprare l’utero di una donna la colpa non è del “politicamente corretto”, ma sta un po’ più a monte. Per esempio, qualcuno che con questa colpa ha molto a che fare si affaccia a volte da un balcone, la domenica, per benedire urbi et orbi. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Gli argomenti che i neoliberisti usano per difendere la maternità surrogata sono in pratica esattamente gli stessi che usano per difendere il commercio sessuale. E’ tutto sulla “scelta” o la “libertà di agire”, o è “in che modo una donna potrebbe guadagnare così tanti soldi facendo qualcosa d’altro” oppure “alle donne piace”, tutti gli stessi ragionamenti.

Tenendo a mente questo parallelismo, possiamo vedere che la legalizzazione del commercio sessuale nei paesi in cui l’hanno sperimentata come la Germania, l’Olanda e il Nevada negli Usa, tutto quel che ha fatto è stato incoraggiare i mercati illegali che strisciano furtivamente dietro di esso.

Lo stesso accadrà con la maternità surrogata – non c’è possibilità di cercare una regolamentazione, dobbiamo cercare la sua abolizione.” Julie Bindel durante una conferenza femminista, 16 febbraio 2016.

julie bindel

Julie Bindel, nata nel 1962, è una femminista e scrittrice inglese, co-fondatrice del gruppo di assistenza legale “Giustizia per le Donne”.

Alla gente benestante nel nostro paese non è permesso prelevare organi dai corpi della gente povera ovunque. Sebbene la mancanza di donatori di organi sia un problema riconosciuto, c’è diffuso consenso sul fatto che lo sfruttamento di estreme diseguaglianze economiche non è la soluzione.

A meno che non si parli di maternità surrogata internazionale. (…) Le difficoltà sono presentate come interamente appartenenti alla prospettiva di chi vuole più facile accesso a uteri affittabili. Che le madri surrogate siano anch’esse persone, non proprietà di un mercato instabile, è un dato che va facilmente perso. Tuttavia, non dovremmo perderlo. C’è qualcosa di orribilmente distopico nella crescente accettazione della maternità surrogata transnazionale: comporta un’industria che piazza donne di colore povere in residenze monitorate e le tratta come terra da vasi per la piantagione e la crescita di bambini destinati a clienti più ricchi, di solito bianchi.

Questo è l’esempio più letterale delle donne trattate come uteri ambulanti, pure sembra sia cattiva educazione farlo notare.” Glosswitch, brano tratto da “Paid surrogacy makes disadvantaged women into walking wombs – an unacceptable solution to infertility”, 26 febbraio 2016, The New Statesman.

glosswitch

Glosswitch è lo pseudonimo di un’attivista femminista inglese, madre di due figli, che lavora nell’editoria.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: