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UK Supreme Court

Cherrylin Reyes ce l’ha fatta. Il più alto grado di giudizio in Gran Bretagna ha accolto la sua denuncia contro i suoi ex datori di lavoro, finora rigettata per la copertura loro offerta dall’immunità diplomatica: si tratta dell’ex ambasciatore saudita Jarallah Al-Malki e di sua moglie. Al-Malki ha terminato il suo incarico nel 2014 e assieme alla famiglia è tornato al paese d’origine.

Cherrylin Reyes, filippina, ha lavorato per gli Al-Malki dal 18 gennaio al 14 marzo 2011. A sostituirla andò Titin Rohaetin Suryadi, indonesiana, dal 16 marzo al 19 settembre dello stesso anno. Entrambe le donne, trafficate nel Regno Unito, hanno riportato le condizioni disumane in cui erano costrette a vivere. Lavoravano 18 ore al giorno sette giorni su sette e non era loro permesso lasciare la casa, eccetto che per portare fuori l’immondizia. In più, erano costantemente soggette a abusi e insulti relativi alla loro appartenenza etnica. A Cherrylin i padroni sequestrarono il passaporto e le proibirono ogni contatto con la propria famiglia. Lo stipendio di Titin era inviato direttamente ai suoi parenti anziché essere pagato a lei: in ambo i casi, era notevolmente inferiore al minimo stabilito per legge.

Cherrylin fuggì dalla casa dell’ambasciatore il 14 marzo 2011 e andò diretta dalla polizia. Titin scappò il successivo 19 settembre, mentre l’ambasciatore era assente e la moglie dormiva.

Cherrylin Reyes ha continuato ad appellarsi alla legge sino a oggi, con l’aiuto di Kalayaan – un’organizzazione umanitaria fondata nel 1987 dalle lavoratrici domestiche e dai loro sostenitori – e dall’Unità anti traffico e sfruttamento del lavoro, una squadra di avvocati/e che fornisce assistenza legale alle vittime di questi abusi.

Le stime delle organizzazioni che lavorano con i/le migranti dicono che almeno 17.000 collaboratrici domestiche arrivano ogni anno in Gran Bretagna: molte sono trafficate, molte sono sfruttate dai datori di lavoro che si sentono in diritto di imprigionarle, batterle, insultarle, pagarle pochissimo o non pagarle affatto.

La sentenza sulla vicenda di Cherrylin ha stabilito il 18 ottobre 2017 un punto di non ritorno. La Corte Suprema ha giudicato ammissibili anche i reclami di due donne marocchine: Fatima Benkharbouce e Minah Janah, che hanno lavorato rispettivamente per le ambasciate del Sudan e della Libia nelle stesse condizioni ignobili. “Sono felice (per la decisione del tribunale). – ha detto Cherrylin Reyes alla stampa – So che ci sono un mucchio di altre domestiche che hanno sofferto quanto me e sono deliziata all’idea che saranno in grado di usare il mio caso per raddrizzare i torti e che non dovranno aspettare per tutto il tempo che ho aspettato io. Io mi vedo come una lottatrice. Portare il caso in tribunale mi ha resa più forte.” Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Thomson Reuters Foundation, Women in and beyond the global, The Guardian, The Independent)

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(tratto da: “The woman who will turn off her phone when the war in Syria is over”, di Sara Rosati per El Paìs, 4 maggio 2017, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Souad Benkaddour – nell’immagine – è originaria del Marocco e vive a Madrid.)

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La prima rifugiata siriana che Souad Benkaddour, 53enne, ha aiutato era una donna incinta con tre bambini arrivata alla stazione degli autobus Méndez Álvaro di Madrid nel settembre 2015. Souad spiega che in effetti lei era in viaggio per Segovia con la sua famiglia quando un vicino di casa la chiamò per sapere se avrebbe potuto fungere da traduttrice per la donna. “Lo dissi a mio marito e lui fece un’inversione a U.”, racconta Souad.

Allora non avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe stata d’aiuto a più di 500 persone provenienti da Siria, Palestina, Iraq e Bangladesh, o che il suo telefono sarebbe divenuto il numero di soccorso per così tanti rifugiati. Souad e i suoi vicini hanno reso possibile a quella donna siriana, Fayrouz, e ai suoi tre figli di continuare il viaggio verso la Germania. La donna e i bambini avevano attraversato il confine marocchino all’enclave spagnola di Melilla, lungo la costa nordafricana, nascondersi sotto i camion.

Souad e i suoi vicini scoprirono poco dopo che c’erano dozzine di rifugiati che dormivano nel parco antistante la suddetta stazione degli autobus e decisero di lavorare insieme per toglierli dalla strada. Era all’incirca il periodo in cui centinaia di migliaia di siriani bussavano alle porte d’Europa per fuggire dalla guerra. Molti attraversavano Tunisia, Algeria e Marocco per entrare in Europa tramite Melilla, ma per la maggior parte di loro la Spagna era il punto di partenza per altri luoghi – paesi che percepivano come in grado di offrire più sostegno e opportunità. Secondo l’Eurostat, solo 2.975 siriani hanno chiesto asilo in Spagna nel 2016, a paragone dei 300.000 nell’intera Unione Europea.

Centinaia di ong hanno raccolto denaro per aiutarli lungo la via, ma migliaia di persone comuni come Souad li hanno pure aiutati. Assieme ai suoi vicini, ha costruito un ingegnoso sistema di scambio di favori che sta ancora funzionando. Prima che partisse, Souad disse a Fayrouz di dare il suo numero a chiunque avesse bisogno di aiuto e cominciò a ricevere dalle 20 alle 30 chiamate al giorno.

La sua storia personale ha qualche somiglianza con quelle delle persone che assiste. Nella città marocchina di Al Hoceima, dov’è nata, Souad dice di non essere stata libera di agire come voleva: “Volevo poter sperimentare successi e fallimenti senza barriere.”, spiega. Aveva compreso di aver talento nell’aiutare gli altri e offriva sostegno alle ragazze marocchine incinte che avevano a che fare con famiglie intolleranti, mentre sognava di emigrare in un paese in cui le donne fossero libere di vivere le proprie vite. Quando giunse in Spagna all’età di 38 anni prese un profondo respiro: “Sentivo di poter essere me stessa, sentivo di essere libera.”

Sebbene siriani e marocchini presentino alcune somiglianze culturali, Souad non ne aveva mai incontrato uno prima del 2015: “Adesso so persino distinguere da quale città vengono.” C’è una condizione, comunque, per essere aiutati da Souad e dai suoi vicini: un rifugiato che ottenga assistenza deve, in cambio, assistere un’altra persona. “Spiego loro che quando arriveranno a destinazione ci sarà qualcuno ad aspettarli e che in futuro mi aspetto da loro che vadano ad accogliere qualcun altro.”, dice Souad.

La rete che Souad ha creato arriva sino alla Croce Rossa, che la chiama ogni volta in cui una corriera carica di rifugiati lascia Granada per andare a Madrid. L’Asla, la società di trasporti degli autobus, pure si rivolge a lei quando un rifugiato alla biglietteria ha bisogno di un traduttore. La passione con cui si è dedicata alle sofferenze dei rifugiati ha qualche volta interferito con la sua vita familiare. All’epoca, Souad passava ogni giorno della settimana alla stazione degli autobus e il suo telefono squillava 24 ore su 24. Quando lo spegneva, trovava dozzina di chiamate perse non appena lo riaccendeva: “Non potevo rispondere a tutte le chiamate. C’è stato un momento in cui ho dovuto imparare a bilanciare quel che stavo facendo con le necessità della mia famiglia.”

Nel marzo 2016 la Turchia firmò un accordo con l’UE e le chiamate cominciarono a diminuire, a causa della drastica diminuzione del numero di rifugiati in grado di entrare in Europa. In pochi mesi, le centinaia di arrivi giornalieri alla stazione Méndez Álvaro si erano ridotte a una cinquantina. Ora, Souad non va più alla stazione ogni giorni, ma sta ancora ricevendo chiamate, traducendo, organizzando l’accoglienza e aiutando in ogni modo a lei possibile: “Non ho rimpianti nel dare tempo e vita a questa causa.”

Souad non è sicura se definirsi un’attivista – semplicemente si sente a posto quando aiuta altre persone. Agisce per istinto e in modo indipendente. E sebbene centinaia di persone abbiano avuto il suo sostegno, a volte si chiede se non avrebbe potuto aiutarne di più. Ma questi dubbi pignoli sono zittiti dalla prossima telefonata: “Salam Alaikum, Souad. Abbiamo bisogno di te.” E lei risponde con naturalezza, come se la cosa fosse la più normale del mondo. “Spegnerò il telefono quando la guerra in Siria finirà.”, conclude.

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(tratto da: “100 Women 2016: Female Arab cartoonists challenge authority” – BBC News 28 novembre 2016; articolo di Severine Dieudonne e Naomi Scherbel-Ball, video di Dina Demrdash. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

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“Ciò che rappresenta meglio la “custodia” maschile delle donne nel nostro paese è la questione delle giovani spose. – dice la vignettista egiziana, pluri-premiata, Doaa el-Adl – C’è questo trend per cui uomini abbienti, provenienti dagli stati del Golfo, si recano nelle aree rurali impoverite dell’Egitto per trovare “spose a tempo determinato” molto più giovani di loro.” Anche se giovani, per la legge egiziana, significa almeno 18enni, sono i capi maschi della loro famiglia a decidere di darle come mogli a uomini stranieri: se uno di questi ultimi vuole una ragazza che sia più giovane di lui di oltre 25 anni il prezzo pagato ai familiari è di circa 5.800 euro (che per un petroliere sono spiccioli, ma per contadini ridotti in povertà è cifra più che appetibile). Nella maggior parte dei casi, la “sposa” acquistata in questo modo viene abbandonata dopo un breve periodo di utilizzo.

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Doaa el-Adl

“Quando ho cominciato a pubblicare i miei disegni l’ho fatto in modo così anonimo che tutti presumevano io fossi un uomo. – dice la fumettista tunisina Nadia Khiari – Non riuscivano a immaginare che una donna potesse saper disegnare, figuriamoci produrre personaggi umoristici e arguti.” Nadia è la creatrice di “Willis di Tunisi”, un gatto le cui avventure a fumetti forniscono un caustico resoconto su come si vive nella Tunisia post-rivoluzionaria.

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– Vostra figlia è stata picchiata e stuprata! Ma il suo stupratore vuole sposarla…

– Sollievo! Il nostro onore è salvo!

La sua vignetta è ispirata a quel che un conduttore di talk show televisivo ha detto nello scorso ottobre (poi è stato sospeso), sulla vicenda di una ragazza che ha subito anni di abusi sessuali da parte di tre parenti: essendo infine rimasta incinta, il conduttore suggeriva che avrebbe dovuto sposare uno dei tre. Quest’attitudine persiste, spiega Nadia Khiari, nonostante la nuova legislazione introdotta nel 2014 che include l’eguaglianza di genere nella Costituzione post “Primavera araba”: “Il corpo di una donna appartiene alla sua famiglia e anche se ha subito violenza sessuale è l’onore della famiglia che dev’essere preservato a ogni costo. L’Amministrazione tunisina non riconosce lo stupro per quel che è, non lo vede come un crimine grave.”

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Nadia Khiari

Riham Elhour è stata la prima vignettista in assoluto a essere pubblicata dalla stampa marocchina. Il suo compleanno cade nel Giorno Internazionale delle Donne, l’8 marzo, e lei dice di essere “nata femminista”. Disegnare, che era cominciato come un hobby nell’infanzia, è diventata la sua professione quando ha vinto un premio dell’Unesco più di 15 anni fa.

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Il tema che ha scelto per il suo fumetto è il viaggio all’estero e il fatto che numerosi uomini marocchini impediscono alle loro mogli di recarsi fuori dal paese usando la legge. Nonostante molte leggi sulla “custodia” maschile delle donne siano state cancellate da riforme del 2004 e del 2014, le donne in Marocco hanno ancora bisogno in determinate condizioni del permesso formale dei loro mariti per lasciare il paese: “Gli uomini usano questo per controllare le vite delle donne.”, attesta Riham, che è ancora l’unica donna vignettista del giornale per cui lavora. Ma resta fermamente convinta che tramite l’arte si possa cambiare il modo in cui le donne sono viste in Marocco: “Voglio che i miei disegni sollecitino le donne a lottare per i loro diritti. Non voglio che si limitino a lamentarsi della situazione. Io sono una lottatrice. Tutte le donne lo sono.”

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Riham Elhour

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Sono sempre stata affascinata dall’idea di un piccolo seme che contiene al suo interno il potenziale per diventare un albero gigantesco.”, dice Asmaa Benachir, artista e designer, “Io credo che le persone siano piccoli semi. Ognuno ha il potenziale per diventare qualcosa di più grande di se stesso. In “Ali Baba e i 40 ladroni”, il seme di sesamo ha il potere di aprire le porte. Crescendo, questo piccolo seme ci dà la capacità di rompere le barriere e di raggiungere nuove vette di conoscenza e di comprensione inter-culturale.”

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Benachir contribuì nel 1990 a fondare un’associazione che promuove arte e cultura nel suo paese, il Marocco, e ne fu la presidente per 10 anni: “Questa esperienza rafforzò la mia convinzione che l’arte permette alle persone marginalizzate di avere accesso ad una vita migliore. Perciò rassegnai le dimissioni e nel 2009 aprii il caffè letterario Au Grain de Sésame / Seme di sesamo.

Il Seme di Sesamo sta nella “medina” (città vecchia) di Rabat, che è “patrimonio culturale intangibile” per l’Unesco, ma non è esattamente un quartiere di lusso. La cosa straordinaria è che le donne locali hanno da subito affollato il caffè, trasformandolo in un batter d’occhio in laboratorio permanente: “Dopo aver parlato con loro, dei loro bisogni e del desiderio di migliorare le loro condizioni, ho deciso di condividere con queste donne le mie conoscenze ed esperienze artistiche. Molte di loro sono abili artigiane ma a differenza dei maschi sono illetterate e non sanno come commercializzare e vendere i loro prodotti in modo efficace. Numerose donne della medina specializzate in ricamo, ad esempio, sapevano riprodurre qualsiasi punto o schema venisse loro insegnato, ma non erano capaci di creare disegni propri.” Prima che Asmaa Benachir fornisse loro le ali con cui volare tramite i suoi seminari, beninteso.

ricamo

Avevo sperimentato nuove tecniche per creare vari prodotti ecologici, fra cui scatole, mobili e decorazioni per pareti, usando carta riciclata, e dalla fine del 2010 le insegno nei seminari per le donne emarginate e diseredate di Rabat e Salé (cittadina collegata alla capitale al punto da fungere da “sobborgo”).”

Le donne del Seme di Sesamo creano nuovi stili che combinano le tecniche artigianali tradizionali all’uso di materiali completamente naturali: in pratica tutto ciò che hanno intorno in cucina, nell’orto, in giardino o nei vasi alle finestre diventa materiale artistico, come le scorze delle noci essiccate e finemente tritate sino a diventare pittura per oggetti.

Nel contempo”, spiega sempre Benachir, “apprendono come progredire a livello artistico e personale, quali sono i loro diritti sociali e lavorativi, come continuare a lavorare da sole o a mettere in piedi cooperative una volta terminati i seminari. La fusione delle tecniche dell’artigianato tradizionale con stili moderni e internazionali ci ha permesso di preservare la nostra eredità culturale mentre sviluppiamo nuove espressioni artistiche.”

Il sistema ha riscosso abbastanza successo da conseguire premi a livello internazionale e aver bisogno di nuovi spazi: oggi il Seme di Sesamo consta del caffè, della galleria d’arte, del laboratorio e della sala d’esposizione dei prodotti artigianali. Parecchie donne che vivevano in povertà sono state messe in grado di fare delle loro capacità creative una professione.

Al Seme di Sesamo noi crediamo che lo sviluppo del capitale umano in campo artistico posso dare un contributo vitale al miglioramento delle condizioni socioeconomiche, in modo sostenibile. Lo sviluppo in campo artistico incoraggia l’inclusione sociale e promuove il dialogo culturale. Il nostro scopo principale è aiutare le donne della medina di Rabat – Salé ad ottenere indipendenza economica.”

dal lavoro delle mani di lei

(Nel 2014, Asmaa Benachir è stata premiata per il miglior progetto di scambio culturale dal “Museum Connect Program”: artiste e universitarie marocchine e statunitensi hanno aperto un processo di documentazione della storia orale delle donne artiste, chiamato “Dal lavoro delle mani di lei”. La foto si riferisce ad una sessione di lavoro congiunta al “Seme di Sesamo”.) Maria G. Di Rienzo

P.S. Sabato e domenica, come già sapete, sono via. Ci risentiamo qui martedì.

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(“When you’re forced to marry your rapist”, di Zainab Salbi per Women in the World, 29 luglio 2015, trad. Maria G. Di Rienzo. Zainab Salbi è un’autrice e un’attivista per i diritti delle donne che ha fondato Women for Women International – un’ong che si dedica al sostegno delle sopravvissute alle guerre. Il documentario di Hind Bensari cui si parla nell’articolo, “475: rompere il silenzio”, è stato determinante per l’emendamento – nel gennaio 2014 – dell’Art. 475 del Codice penale marocchino, che permetteva agli stupratori di evitare il processo purché sposassero le loro vittime.)

Hind Bensari sul set(Hind Bensari)

Credeteci o no, una vittima che sposa il proprio stupratore non è accadimento inusuale in Medioriente e Africa del nord. La pratica esiste non a causa dell’ignoranza della violazione che la donna ha subito, ma come tentativo di salvare il suo onore sposandola ad un uomo disposto ad accettare una non-vergine – anche se si tratta dello stesso uomo che ha commesso il crimine.

L’onore di una donna è definito, in parti della regione, dalla sua castità. Se perde la verginità, sia pure per uno stupro, perde il suo valore come materiale da matrimonio. Perciò l’unica via per “coprire il suo onore”, come si dice in arabo, è farla sposare al suo stupratore. Il matrimonio è l’unico prezzo che lui deve pagare per aver violato una donna e i sentimenti di lei riguardo all’unione sono irrilevanti.

La pratica è abbastanza prevalente in Medioriente e Africa del nord da essere menzionata nei film e nelle conversazioni casuali. Io ricordo di averne udito parlare non una, ma molteplici volte, mentre crescevo in Iraq. Mio zio raccontò una volta di come aveva aiutato la tal “povera donna” trovando il suo stupratore e convincendolo a sposarla. Mio zio era molto fiero dell’aver aiutato una donna a “coprire il proprio onore”. Questa logica non aveva senso, per me, ma non ricordo di aver protestato per le sue azioni.

Lo stesso non si può dire di Hind Bensari, una giovane donna marocchina che dopo aver sentito parlare dei matrimoni di vittime e stupratori invece di restare zitta ha agito contro l’ingiustizia. Hind lavorava nella finanza quando seppe del caso della 16enne Amina, che si suicidò per essere stata costretta a sposare il suo violentatore. La storia catturò l’attenzione dei media, in Marocco, ma nessuno ancora ne affrontò i sostegni culturali. Perciò Hind decise di fare qualcosa al proposito. Lasciò il suo impiego e sulla questione realizzò il documentario “475: rompere il silenzio”.

Il suo viaggio cominciò con l’aver compreso che anche se la vittima di stupro aveva avuto il coraggio di andare alla polizia e di chiedere un processo, la polizia e i giudici stessi tentarono di convincerla a sposare il suo stupratore per “coprire il suo onore”: allo stesso modo di mio zio, credevano di star aiutando la vittima. Hind Bensari scoprì che spesso l’Art. 475, diretto ad assolvere gli uomini che sposassero le giovani donne con cui avevano avuto relazioni sessuali fuori dal matrimonio, era usato per giustificare la pratica.

Hind sa che i matrimoni con gli stupratori nascono da una cultura di svergognamento e onore, ma nota anche che alla fine la cultura araba è anche radicata nei valori familiari: “Di sicuro questi comportamenti non creano famiglie felici o soluzioni giuste nel maneggiare lo stupro. – ha spiegato, quando l’ho incontrata in Marocco due mesi fa – Come dato di fatto, la pratica crea famiglie danneggiate, non sane. E quando tu parli alle persone da questa prospettiva non si sentono minacciate o insultate, rispondono e ci pensano su e arrivano alla conclusione che non vogliono ciò continui.”

Per convincere le vittime a testimoniare, ha speso mesi nel costruire fiducia con le donne e le loro famiglie, sino ad ottenere le interviste su cosa era loro successo. “Avevo più bisogno di capire che di giudicare. Avevo bisogno di andare a sentire pensieri diversi e prospettive diverse dalle mie. C’è molta gente in Marocco e non possiamo presumere che tutti la pensino alla stessa maniera.”, dice Hind Bensari. Ma fare il film non è stato facile. C’è stata resistenza da persone che le hanno detto che nessuno avrebbe consentito a parlare dell’argomento, che una donna stuprata non avrebbe mai voluto parlare in pubblico, che la cultura è un destino fatale e non può cambiare. Molti altri tentativi di dissuaderla sono stati fatti. La risposta di Hind è stata coerente: “Noi possiamo cambiare il destino del nostro paese e se non lo facciamo dovremo pagare le conseguenze della nostra inazione.”

Alla fine la gente ha cominciato a parlare. Alcune donne le hanno rilasciato interviste, condividendo i dettagli delle loro storie. Con i suoi magri risparmi, Hind Bensari ha realizzato un documentario di un’ora e ne ha messi 15 minuti sui social media. Entro pochi giorni migliaia di spettatori incendiarono il dibattito pubblico. Hind aveva avuto il fegato di portare un’istanza scomoda fuori dalle ombre – con un budget ristretto e senza sostegno organizzativo o esperienza nel girare un film – e aveva scoperto che molti altri avevano condiviso in silenzio le sue preoccupazioni. Dopo pochi mesi, portò il documentario al Parlamento marocchino per dare inizio alla discussione e convinse le autorità statali a proiettarlo in televisione.

La trasmissione televisiva presentò a Hind un altro ostacolo: “Una delle partecipanti principali al documentario mi chiamò due giorni prima della messa in onda e mi disse che si sarebbe suicidata se la mostravo nel film. Non faceva differenza che io avessi la documentazione con cui lei mi autorizzava o che la sua parte fosse già visibile nel segmento presente sui social media. La storia era differente se le cose finivano in tv. Rendeva il tutto più “pubblico” e il coraggio che lei aveva avuto nel parlare svanì davanti all’idea di affrontare il pubblico.” Hind tagliò il film, il film fu trasmesso e creò un dibattito nazionale che portò infine al ripudio della legge.

“Le leggi sono create dalle persone e possono essere cambiate dalle persone.”, dice Hind Bensari descrivendo la massa di e-mail che riceve da donne che avevano accettato il loro supposto “destino” ed ora vedono riconosciuti il loro dolore e il prezzo ingiusto che hanno dovuto pagare.

Il mondo arabo fronteggia sfide oscure, in questi giorni. Ma persone come Hind restaurano la fede nel futuro. Quando l’ho incontrata, ho visto una luce brillante in una giovane donna non intenzionata ad accettare l’ingiustizia, non in nome della cultura o per qualsiasi altra ragione.

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(Malika Slimani, una delle donne intervistate nel documentario.)

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Il 23 gennaio scorso, AWID – Association for Women’s Rights in Development, ha chiesto a un bel mucchio di femministe in giro per il mondo cosa si augurano per il 2015, quali sono le loro speranze, i loro sogni e le loro aspirazioni. Le risposte sono state raccolte da Nana Darkoa Sekyiamah e Mégane Ghorbani. Quella che segue è una mia piccola selezione (perché dieci pagine non le avreste mai lette, lo so). Maria G. Di Rienzo

Be Loud Be Proud di Lori Portka

YEWANDE OMOTOSO, 34enne, Barbados/Nigeria/Sudafrica, Scrittrice e Architetta.

Sarebbe grandioso svegliarsi in mondo dove i corpi delle donne non sono merci; dove ovunque io guardi non sono oppressa da immagini sui media che mi dicono come dovrei apparire per essere una vera donna o per essere davvero bella; dove bambine e bambini non siano dominati da quest’immaginario che normalizza qualcosa di profondamente problematico.

CRISTINA PALABAY, 35enne, Filippine, Segretaria generale di Karatapan – Alleanza per l’avanzamento dei diritti delle persone.

Nel 2015, mi auguro il rilascio di tutte le prigioniere politiche. Con rinnovata speranza, aspiro ad un più forte movimento delle donne che sfidi le strutture e le filosofie al centro dell’oppressione delle donne – patriarcato, globalizzazione, militarizzazione e fondamentalismo.

MORENA HERRERA, 54enne, El Salvador, Direttrice Colectiva Feminista para el Desarrollo Local.

Sogno una società che prenda passi concreti nella lotta per la libertà delle donne e la loro autonomia sui loro corpi e le loro vite. Sogno movimenti femministi coesi e più interazioni creative con altri movimenti sociali che mettono in questione i modelli capitalisti, patriarcali e omofobici, di società.

MINNA SALAMI, 36enne, Nigeria/Finlandia, Scrittrice e Direttrice di Ms Afropolitan.

Spero quest’anno di vedere più donne che prendano spazio e diano forma ad agende nella sfera geo-politica, in quella socio-economica e nelle nostre vite private. Abbiamo bisogno di più donne nella comunicazione e nel dar forma alla narrazione anche per il bene delle generazioni future. E’ importante che le ragazze e le bambine vedano donne che non hanno paura di dire come la pensano.

JULIETTE MAUGHAN, 33enne, Barbados, Consulente sul genere – Fondatrice di Ev-O!-lution e Co-editrice di Senseisha – Memorie dai Caraibi.

Ho in mente un anno in cui concentrarsi sul fornire alle donne lo spazio per definire e dar forma alla propria sessualità, sul creare una società che sia libera da ogni forma di violenza e in cui le donne abbiamo accesso a prodotti e servizi per le loro necessità di salute sessuale e riproduttiva.

SHEWAGA GEBRE-MICHAEL, 25enne, Etiopia, Coordinatrice comunicazione e raccolta fondi di RECFAM – Fondazione ricerca e consulenza per i migranti africani.

La mia speranza, il mio sogno e la mia aspirazione sono che chiunque comprenda davvero come i diritti delle donne concernano tutti. Dobbiamo tutti capire che non possiamo progredire come persone, come cittadini del mondo mentre neghiamo alle donne la loro umanità e minacciamo il loro diritto ad esistere.

YESICA TRINIDAD, 37enne, Honduras, Coordinatrice Rete Nazionale delle Difensore dei diritti umani.

Sogno il giorno in cui le donne potranno camminare per le strade senza temere per la propria vita. Sogno il giorno in cui le femministe e le difensore dei diritti umani saranno di più di una manciata e diventeranno una forza che si confronta con il patriarcato. Sogno che le donne disimparino i modi in cui la società ci ha insegnato ad avere relazioni l’una con l’altra e che noi si lasci da parte le competizioni che ci consumano.

AXELA ROMERO, 47enne, Messico, Segretaria Iniziativa Donne Mesoamericane Difensore dei diritti umani e Coordinatrice Gruppo di Lavoro per l’Inclusione Sociale.

Auguro a tutte noi donne la riconciliazione con i nostri corpi, così che noi si sia svelte a rispondere quando i nostri corpi chiedono riposo e lentezza e il godere di qualcosa. Mi auguro che noi si abbia cura di noi stesse senza provare sensi di colpa o doverlo giustificare. E mi auguro che nessuna di noi perda la capacità di lasciar sbrigliata la sua immaginazione, perché anche nelle peggiori condizioni il mondo è pieno di bellezza, potenziale e risorse sufficienti per rendere ognuna di noi felice e di valore.

MEGHANA BAHAR, 34enne, Sri Lanka, Specialista Comunicazioni di MUSAWAH.

Nel 2015 vorrei che i movimenti per i diritti delle donne incorporassero pienamente i principi per cui lottano: ciò significa allontanarsi da quelle strutture e sistemi che sostengono il patriarcato e disimparare il condizionamento patriarcale che mantiene le donne bloccate e le rende senza voce.

KHIRA ARAB, 55enne, Marocco, Giornalista – Famille Actuelle Magazine.

La bacchetta magica non ci aiuterà, ma la mobilitazione e la solidarietà lo faranno. Condivido con altre donne marocchine dei sogni per quest’anno: il vedere finalmente l’Agenzia per la parità e la lotta ad ogni forma di discriminazione prevista dalla Costituzione; piena ed eguale partecipazione delle donne alla vita politica ed economica; più uguaglianza in termini di diritti e giustizia; la fine di stupri e assalti di cui le donne soffrono; l’effettiva implementazione di una legge che protegga le donne da ogni forma di violenza e che la lotta contro la violenza di genere sia dichiarata nel 2015 Grande Causa Nazionale.

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Ogni scelta che facciamo può essere una celebrazione del mondo che vogliamo

Ogni scelta che facciamo può essere una celebrazione del mondo che vogliamo

Sul serio? Pensate davvero che noi femministe si passi il tempo a sparlare degli uomini, a puntare l’indice contro gli uomini, a odiare gli uomini? Vi illudete. Questo delirio paranoide che vi mette al centro della nostra attenzione non ha nessun riscontro nella realtà. Perché non cercate invece di espandere la vostra conoscenza in materia? Magari guardandovi un film. Anzi, ve ne offro quattro.

“Six Days: Three Women Activists, Three Wars, One Dream” – “Sei giorni: tre donne attiviste, tre guerre, un sogno” – 2013, regia di Nikolina Gillgren.

Il documentario segue tre difensore dei diritti umani: Nelly in Liberia, Maia in Abkhazia – Georgia e Lanja nella regione curda dell’Iraq, ognuna per sei giorni, mostrando cosa significa lavorare per la salute e l’istruzione di donne e bambine, contro la violenza di genere, i delitti “d’onore” e i “rapimenti di spose”. Se davvero non sapete cosa il femminismo fa per migliorare le vite di tutti, femmine e maschi, questo è il film che non vi lascerà dubbi al proposito.

“Sound of Torture” – “Il suono della tortura”, regia di Keren Shayo, 2013.

La dittatura militare li opprime e la sua politica è sparare a vista se tentano di uscire dal paese, l’Europa li rigetta come rifugiati dal 2006, così molti di loro finiscono per morire nei “campi di tortura” del Sinai. Stiamo parlando degli eritrei che fuggono cercando di raggiungere Israele e sono catturati, tenuti prigionieri in attesa di riscatto, venduti dai trafficanti di esseri umani beduini.

Il film mostra l’attivista per i diritti umani e giornalista radiofonica Meron Estefanos (svedese-eritrea), una delle poche a documentare questa terribile situazione, mentre cerca di liberare una donna torturata tenuta prigioniera assieme al suo bambino, e ne cerca un’altra scomparsa dopo che il suo riscatto era stato pagato. Se davvero non sapete con quanto coraggio e quanta passione il femminismo difende il diritto di tutti ad una vita dignitosa, questo è il film che fa per voi.

“Playing With Fire: Women Actors Of Afghanistan” – “Giocando con il fuoco: le donne attrici dell’Afghanistan”, 2014, regia di Anneta Papathanassiou.

Durante la dittatura talebana (1994-2001) il teatro in Afghanistan era bandito. Di recente, il suo potere narrativo e trasformativo è stato usato principalmente dalle donne: ma i fondamentalisti – e a volte le loro stesse famiglie – le minacciano di morte e le bastonano in pubblico. Additate come prostitute, anti-islamiche, apostate e quant’altro, molte sono costrette a fuggire dal paese e alcune sono già state uccise.

Il documentario vi farà conoscere Tahira, forzata all’esilio perché il suo lavoro teatrale ha vinto il primo premio ad un festival; e Sajida, una studentessa perseguitata dagli estremisti; e Monirah, la fondatrice di un innovativo gruppo teatrale femminile che vive sotto assedio; e Roya, Leena e Breshna, bersagli di continue molestie per il loro ruolo pubblico in tv e al cinema. Se davvero non sapete come il femminismo contribuisca al fiorire di ogni arte, questo filmato ve lo dirà.

“Casablanca Calling” – “La chiamata di Casablanca”, 2014, regia di Rosa Rogers.

Rivoluzionarie quiete e invisibili ai mass media, le marocchine Hannane, Bouchra e Karima stanno lavorando per trasformare il loro paese. In una nazione dove il 60% delle donne non è mai andato a scuola, fanno campagna per l’istruzione femminile; mettono in guardia contro i matrimoni forzati e precoci; offrono sostegno e guida a donne e bambine affrontando assieme a loro qualsiasi problema. Hannane, Bouchra e Karima sono “morchidat”, ovvero leader religiose musulmane assegnate a tre moschee in differenti parti del Marocco. L’Islam di cui le vediamo parlare è tolleranza, compassione, eguaglianza e amore per femmine e maschi.

Se non sapevate come femminismo e fede possano andare a braccetto verso un mondo migliore di quello che abbiamo sotto gli occhi, ecco il film che ve lo mostrerà. Maria G. Di Rienzo

I DVD di queste ed altre bellissime storie di donne, raccontate da donne, sono disponibili su Women Make Movies (Le donne fanno film).

http://www.wmm.com/index.asp

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