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Posts Tagged ‘malawi’

“Ho 23 anni e mio marito ne ha 30. Mi sono sposata quando ne avevo 15. Ho due bambini, uno di nove anni e uno di 18 mesi. Io non volevo sposarmi ma ho dovuto accettare perché a casa mia siamo poveri.

Abbiamo avuto una cerimonia in cui erano presenti i genitori di entrambi, che hanno parlato e hanno deciso che potevamo sposarci. Durante la cerimonia mi è stato detto di rispettare mio marito e di non negargli mai il sesso. Mi è anche stato detto che se avessi avuto problemi dovevo sopportarli, perché è così che vanno i matrimoni. Ho trovato la vita molto difficile, dopo le nozze. Ero una ragazza giovane e non sapevo niente del matrimonio.

A un certo punto, la mia pancia ha cominciato a crescere e avevo sempre un forte mal di testa. Ero spaventatissima, non sapevo cosa stava succedendo. Così sono andata all’ospedale e là l’infermiera mi ha detto che ero incinta di cinque mesi.

Mio marito è un muratore e io non ho un lavoro. Non sono felice con lui, perché se ne va per lunghi periodi senza lasciare cibo in casa, mi picchia e ha molte altre donne. Vorrei andarmene ma sto aspettando il momento giusto. Se lui non cambia, lo lascio. Quando mio marito torna dopo essere stato con altre donne e vuole sesso, io mi limito ad accettare perché è mio marito. Non usiamo preservativi: mi ha già infettata con l’Hiv.

Il matrimonio non è una buona cosa per le ragazze. Non c’è alcuna gioia in esso. Voglio che le cose cambino per le ragazze e questo è il motivo per cui voglio che esse ascoltino la mia storia, soprattutto quelle che stanno pensando di sposarsi.” Kalinde, Malawi, 2014. (Trad. Maria G. Di Rienzo. Il nome della giovane donna è stato cambiato per la sua protezione.)

http://www.girlsnotbrides.org/

http://www.hrw.org/

senegal

“Quando ero molto piccola, ho detto a mio padre che volevo andare a scuola.”

(Maoundé nel documentario ““Waylowaylo” – “Cambiamento” del 2013. Il film racconta, attraverso gli occhi di Maoundé e di suo padre, come un intero villaggio senegalese abbia deciso di investire nell’istruzione delle ragazze e di ritardare i loro matrimoni. In precedenza le ragazze non avevano accesso alla scuola e si aspettava compissero 13 anni per darle in mogli.)

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Fanny Chimbaya

Da 12 anni in polizia, prima come ispettrice ed ora come procuratrice, Fanny Chimbaya è una donna “insolita” nel suo paese, il Malawi, anche perché è molto più istruita del marito: “Lui non è andato all’università. La sua famiglia non aveva modo di pagare le tasse scolastiche per lui, perché c’erano molti bambini e non potevano permettersi di farli studiare tutti.” La madre di Fanny vendeva farina al mercato per pagarle la scuola. La poliziotta, il marito e le loro cinque figlie vivono in una piccola casa, piena di energia e di risate, in un sobborgo di Lilongwe. In cucina è appesa una carta dell’alfabeto: nel tempo libero, gratuitamente, Fanny sta insegnando a più di trenta donne e bambini a leggere e scrivere.

Come procuratrice, in polizia si occupa dei minorenni: “Abbiamo un mucchio di casi che coinvolgono bambini e ragazzi, a causa della loro vulnerabilità. In maggioranza sono gli orfani della pandemia Hiv-Aids, vanno in giro cercando qualcosa da mangiare e magari finiscono per essere arrestati per aver rubato del cibo. Le bambine e le ragazze sono vittime di abusi di ogni tipo.”

In Malawi, dai 15 anni in su puoi essere messo/a in prigione con gli adulti: mancanza di risorse, violenza e disperazione possono facilmente mettere un ragazzino/una ragazzina che finisca in galera per un reato minore nella situazione di darsi ad attività criminali più serie. Grazie ad un programma sulla “giustizia riparatoria”, come procuratrice Fanny è in grado di non formalizzare le accuse penali, e di offrire alternative ai minorenni – in particolar modo il cosiddetto “dirottamento” (diversion). Invece di mandare in galera chi ha rubato il pollo o la bicicletta, il dirottamento prevede che egli/ella accetti la responsabilità dell’atto commesso, si scusi per esso, ed intraprenda un processo di guarigione per se stesso/a, la sua famiglia, le sue vittime e la comunità. Lo scopo principale della giustizia riparatoria è risanare la frattura prodotta dall’atto criminale, e permettere alla comunità di ricostituirsi riaccogliendo l’offensore. Quest’ultimo punto prevede l’assicurarsi che le condizioni favorevoli alle sue attività illegali siano affrontate e trasformate per quanto possibile. Perciò, visto che c’è, Fanny fa volontariato anche con questi giovanissimi, tenendo seminari e laboratori per loro: “Mi rende felice vedere i ragazzi e le ragazze tornare a scuola, vederli eccitati nel sognare il loro futuro. L’impegno con persone così giovani ha conseguenze molto positive per la comunità, perché riduce l’ansia e lo stress e l’animosità nelle famiglie. Quando li vedo andare a scuola amo profondamente il mio lavoro: fare la differenza, costruire cambiamento.”

Un ritratto della Presidente del Malawi, Joyce Banda, è appeso in ogni centrale della polizia del paese e anche quella di Fanny ce l’ha; sebbene Fanny pensi che la Presidente abbia molto da fare nel contrastare il clima di corruzione che ha preceduto la sua elezione, prima di poter considerare un successo il suo mandato, dice che il suo impatto si sente: “Il solo fatto che è una donna sta segnando un esempio per i nostri figli, femmine e maschi.” In generale, le donne in Malawi hanno ancora un ruolo servile in casa, il loro accesso all’istruzione è limitato e soffrono alti tassi di malattia e violenza. Il paese è al 124° posto nella classifica del divario di genere; le donne hanno il 22,3% dei seggi parlamentari e solo il 10,4% ha la licenza di scuola media (metà della percentuale maschile).

Le infrastrutture per porre rimedio alla situazione, spiega Fanny, scarseggiano: “Per esempio, manca un ufficio apposito dove denunciare la violenza sessuale. Ma nel mio ufficio abbiamo messo in piedi una rete di donne. Lottiamo a partire da noi per avere le stesse opportunità degli uomini.” Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Irish Times, Safe World for Women, Venture Trust)

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(Vice direttrice esecutiva del dipartimento “Hunger Solutions” per l’agenzia delle Nazioni Unite “Programma alimentare mondiale” (WFP). Sisulu è stata Ambasciatrice negli Usa per il suo paese, il Sudafrica. Precedentemente lavorava come insegnante di scuola superiore ed era attiva nella lotta contro l’apartheid. A cura di WFP, 2012, autore/autrice non menzionato/a. Trad. Maria G. Di Rienzo)

 

Parlaci del tuo ruolo nel Programma alimentare mondiale. Come spieghi all’esterno quel che stai tentando di ottenere?

Il mondo è cambiato da quando il Programma nacque (1962, ndt.). All’inizio offriva soluzioni a situazioni specifiche basandosi su una prospettiva di eliminazione della fame a lungo termine. Ora l’intera architettura dell’aiuto umanitario richiede il coinvolgimento dei governi. Il mio ruolo è lavorare con i governi affinché la lotta alla fame sia parte delle loro strategie economiche e di sviluppo, affinché si muovano dalla nozione che stabilire la sicurezza alimentare per le persone estremamente povere sia solo una spesa e comprendano che in realtà è un investimento, e che darà ritorno all’economia.

Quando vado nei paesi africani uso molto una brochure: quella precedente mostrava una donna che se ne veniva via da un centro di distribuzione con una borsa di cibo. Ora, nell’opuscolo, la donna ha in mano del denaro. Non glielo abbiamo dato noi come aiuto umanitario: abbiamo comprato cibo da lei in Malawi ed ora lei ha molto più potere tenendo in mano quei soldi che tenendo la borsa degli alimenti. Il suo danaro viene dal cibo che lei fa crescere nei campi e negli orti. Nel processo, impara come preservare meglio i prodotti, come migliorarne la qualità e come ottenere il prezzo migliore. Analizza fertilizzanti e sementi, si avvantaggia delle stagioni migliori e in quelle peggiori ha comunque dei soldi per vivere, ma la cosa più importante è che prende decisioni. Decide che questi soldi serviranno per le rette scolastiche dei bambini, questi altri per le bollette, questi per l’acquisto di sementi, ed è finalmente lei la “capa” nella propria vita.

Tu hai sposato il figlio di un attivista anti-apartheid molto famoso. Parlaci della tua vita coniugale e familiare.

Mia suocera, Albertina Sisulu, è mancata da poco. Era veramente una seconda madre per me. Tradizionalmente, quando partorisci per la prima volta vai a farlo da tua madre, perché solo tua madre può capire pienamente le tue gioie e le tue fatiche quando dai alla luce il tuo primo figlio. Mia suocera era infermiera e levatrice. Discusse con mia madre, che non poteva prendere permessi al lavoro, e disse: “Ascolta, io posso prendere delle ferie, lo farò. Questo è il mio primo nipote che nasce in Sudafrica. Sarò io la levatrice per Sheila.”

E’ stata una cosa davvero straordinaria. Si prese due settimane di ferie ed ebbe cura di me. Ma ancora di più si prese cura di me successivamente, quando io dovevo tornare ai miei studi. Avevo appena stabilito il legame con il mio bambino e cominciavo a pensare: Be’, ora sono una madre, e una moglie, e sono felice, non importa se lascio gli studi in questo momento, li riprenderò più avanti. Mia suocera era una donna molto forte e mi disse no, tu vai e finisci i tuoi studi, devi avere un’istruzione, ed io ho promesso ai tuoi genitori che avrei avuto cura di te e lo farò. Infatti, si occupò di mio figlio sino a che io non ebbi terminato l’università. Ho passato quarant’anni nella sua famiglia e l’ho vista attraversare difficoltà incredibili. Era lei che sosteneva economicamente tutti gli altri, perché anche mio marito studiava e lavorava quando poteva, e mio suocero, Walter Sisulu, era completamente preso dalla lotta contro l’apartheid.

L’attivismo politico ebbe un effetto profondo su tutta la famiglia.

Mio suocero smise di lavorare per occuparsi a tempo pieno dell’ African National Congress (ANC) come segretario generale, per costruire l’organizzazione. Ed uno dei successi che ebbe fu il reclutare Nelson Mandela nell’ANC, ed incoraggiarlo ad usare il suo potenziale. Queste cose prendevano interamente il suo tempo e l’ANC non aveva soldi per pagarlo. Mia suocera continuava ad occuparsi di tutti noi. Ci sono stati momenti veramente duri, devo dire. Non c’era un giorno in cui il cibo non scarseggiasse in casa nostra, ma mia suocera riusciva sempre a risolvere la questione. Noi ci lamentavamo: Abbiamo fame. E lei rispondeva: Va bene, va bene, allora mangiatemi se non ce la fate più! Ma poi andava in cucina e metteva insieme qualcosa, briciole e avanzi, e voilà, ne usciva una vera cena.

Mio suocero, una volta che fu uscito di prigione, spesso ci diceva: “Non sarei mai riuscito a fare quello che mia moglie ha fatto se i nostri ruoli fossero stati scambiati.” Lui era un uomo che credeva profondamente nelle donne, nelle loro capacità e potenzialità, sia nella lotta politica sia nelle relazioni umane.

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