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Posts Tagged ‘madri’

(tratto da: “Translation and the Family of Things”, di Crystal Hana Kim, giovane scrittrice contemporanea, per Guernica, 2019, trad. Maria G. Di Rienzo.)

earth and sky di kathleen marver

Alle letture del mio primo romanzo, “If You Leave Me”, la gente mi ha spesso chiesto se i miei genitori erano orgogliosi di avere una scrittrice in famiglia. Ma io non ero l’unica scrittrice. Il mio posto è stato creato dalle donne che sono venute prima di me. Mia madre cominciò a scrivere poesie in coreano quando io mi stavo diplomando. Sono stata connessa al linguaggio da lei – e anche da sua madre.

Mia nonna è sempre stata una narratrice, ma era anche una donna che aveva vissuto la colonizzazione giapponese e la guerra di Corea e che non aveva mai ricevuto un’istruzione superiore. Pensava che nessuno a parte i suoi figli e i figli di costoro avrebbe desiderato ascoltare le sue storie.

Quando aveva 17 anni fu costretta ad accettare un matrimonio da una suocera che le aveva promesso un’istruzione, solo per rimangiarsi tutto al termine della cerimonia. Alla morte del primo marito rimase con un bimbo e senza un soldo. Quando implorò la sua stessa madre di tenerle il bambino così che potesse frequentare un corso per parrucchiere, fu respinta.

Questi aneddoti hanno riempito la mia infanzia. Non mi sono mai scocciata con lei nel modo in cui mi scocciavo con i miei genitori. Forse era perché siamo separate da una generazione o forse, dato che lei parla solo coreano, ho accettato il fardello della traduzione. E poi, nel maggio del 2019, la mia nonna 84enne ha pubblicato le sue prime poesie in Corea.

Due anni prima, la mia nonna si era iscritta a corsi per cittadini anziani a Hoengseong, dove vive. Si è unita a un coro, a un gruppo di suonatori d’armonica e a una classe in cui si insegna poesia. Ha cominciato a scrivere i suoi versi nel centro comunitario locale. L’insegnante, impressionata dalla qualità del suo lavoro, ha inviato le poesie a un giornale letterario. Tre sono state scelte per la pubblicazione, sorprendendo noi tutti. “Nel crepuscolo della mia vita, ho ricevuto un regalo meraviglioso.”, mi disse mia nonna.

Mia zia mi spedì la rivista letteraria non appena uscì. Ho accarezzato la copertina color verde sbiadito e poi ho trovato le poesie di mia nonna all’interno. Le ho lette una volta, due, tre. Non capivo. Quando mia nonna ed io parlavamo, stavamo sullo stesso terreno: salute, cibo, il nostro affetto reciproco, i suoi malanni. Mi ha raccontato ripetutamente le stesse storie piene di pathos. Ma le poesie erano imagiste (1), liriche e piene di metafore. Rivelavano un intelletto e un’immaginazione che non avevo mai considerato. Mi sentivo imbarazzata dalla mia stessa miopia.

Copiai le poesie della nonna in un documento Word e restai a fissare le parole. Avrei tradotto quei versi, sino a che avessi capito. Volevo che il linguaggio mi collegasse alla mia famiglia, anziché agire come una barriera. Volevo comprendere pienamente quanto poco sapevo, con che superficialità avevo immaginato le menti di mia madre e di mia nonna.

Più tentavo di tradurre le poesie, più diventavo intimidita. Volevo essere precisa e rigorosa, ma inerente alla traduzione è l’interpretazione, l’agire proprio del traduttore. Mi preoccupavo. Dovevo aderire alle parole o ai ritmi, ai suoni o ai significati? La poesia doveva risultare facile nella lingua della traduzione, o doveva conservare alcune delle indicazioni sintattiche dell’originale? (…)

Sorprendentemente, mentre lavoravo da sola alle strofe nei giorni seguenti, scoprii che mi piacevano di più quando le parole non si concatenavano chiaramente l’una con l’altra. Lo spazio sfocato tra le lingue dava la sensazione di un’apertura. Alla fine, tradussi i versi di mia nonna come:

Porta un passo al successivo, dalla Terra al Cielo,

intreccia la scala vermiglia di luce dell’autunno,

così che noi si possa testimoniare per sempre.

Vermiglia. Testimoniare. Ho fatto queste scelte basandomi sul suono, il ritmo e il tono. Ma ho anche considerato quel che sapevo di mia nonna. Lei parlava della morte ossessivamente. Ma cos’altro potrebbe riempire i tuoi pensieri se tu avessi attraversato la fame, la colonizzazione, la guerra, la povertà? Questo è il suo modo di esercitare controllo su ciò che è incontrollabile. Ma quando parla a me del morire lo fa in termini semplici: che tipo di ritratto funebre vuole, come dev’essere vestita nella bara, io che dovrei avere figli perché lei morirà presto. Pratica, utilitarista. Ma nella poesia la sua ossessione si trasforma. C’è un certo splendore nel considerare il passaggio della morte come una scala di luce vermiglia.

(1) da Imagismo, corrente letteraria dell’inizio del Novecento con centro a Londra e diffusione in Irlanda e Usa, dichiarava la necessità di immediatezza e concisione nel linguaggio poetico. Inusuale per l’epoca, le maggiori figure imagiste erano donne.

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“Insulti sessisti in consiglio comunale: è la denuncia postata su Facebook da Francesca Sodero, consigliera comunale di minoranza del M5S a Tricase, nel Leccese. L’esponente pentastellata racconta che nel corso dell’ultima riunione di consiglio comunale, lo scorso 19 dicembre, un consigliere di maggioranza l’avrebbe invitata a «trombare più spesso». Un’offesa, aggiunge la donna, lanciata alla presenza di tutta l’assise e di cittadini.”

Questo è più o meno l’occhiello dei giornali (pochi) che riportano la notizia. I brani seguenti sono tratti dal post originale della consigliera, le frasi in corsivo sono mie:

“Se una donna esprime idee con forza e durezza ed in generale si dimostra rigorosa ed intransigente su alcuni valori e principi, è facile che le tocchi scontrarsi con uno dei (purtroppo) numerosi esponenti di uno strisciante maschilismo di cui ahi noi – ahinoi, controllate pure sul dizionario – sono infestate anche la politica e le Istituzioni.

A questi personaggetti proprio non scende – prego? – che una donna non risponda a certi canoni (dolcezza, fragilità, rassegnazione, remissività) che consentono loro di sentirsi machi e superiori, e quando ne incontrano una che non le manda a dire, arrivano a concludere che “dovrebbe trombare più spesso”. (…) Dirò che al di là del sessismo insito in queste basse esternazioni, c’è un dato preoccupante che non deve passare inosservato. La durezza, il rigore, la forza con la quale si difendono certi valori, anche in politica, è sintomo di tensione morale e prova di una coscienza non sopita dinanzi a malefatte e falsità. Ad una madre che rimprovera un figlio non si direbbe mai che “dovrebbe trombare più spesso”! Perciò, cari signori maschilisti, se non vi scende – I beg your pardon? – che le donne spesso portano nella vita politica ed istituzionale questa tensione morale, ve ne dovrete fare sempre di più una ragione!” Chiude il testo un’immagine tratta da “Frasimania”: Ogni volta che una donna lotta per se stessa, lotta per tutte le donne – Maya Angelou.

Vi state chiedendo se ha la mia solidarietà? Sì, il disprezzo e l’irrisione di cui è intriso lo stupidissimo rimarco che ha subito sono innegabili e irricevibili. Il problema principale è che io (e non solo io) non ho la sua, quello secondario è che gli abusi ai danni della lingua italiana non mi lasciano indifferente.

Francesca Sodero è laureata – ignoro in cosa, ma presumo non in Lettere. Il punto principale del ragionamento che espone su FB è questo: le aggressioni nei suoi confronti sono motivate dal rigore con cui ella difende valori e principi (sarebbe utile specificare quali essi siano); inoltre, tale atteggiamento richiama quello di una madre che riprende il figlio: pertanto è espressione di tensione morale posta ad un livello superiore che mai potrebbe essere attaccato allo stesso modo – e qui Sodero si sbaglia, sia perché di madri a cui sono rivolte le medesime esortazioni sessiste ce n’è una marea, sia perché essere madre non ti fornisce automaticamente “una coscienza non sopita” e infatti c’è un’altra marea di donne con figli che l’etica non sanno cosa sia.

Sodero suggerisce con il suo finale di star lottando “per tutte le donne”, però ciò costringe a chiedersi che ci faccia nel M5S, il quale per rispetto delle donne non ha mai brillato. La consigliera ricorda il “Cosa faresti in macchina con la Boldrini” del fondatore del suo partito? Nota gli insulti sessisti volgarissimi rivolti continuamente alle avversarie politiche dallo stesso, da sodali e commentatori? Non occorre rispondere “a certi canoni”, come Sodero pensa, per ricevere secchiate di immondizia machista in faccia: succede anche a quelle dolci, fragili, rassegnate e remissive, perché non è il loro atteggiamento a innescare le aggressioni ma ciò che loro sono, donne.

Donne e quindi inferiori, intrinsecamente perfide e inaffidabili, stupide, incapaci, mero materiale da scopata. Essere madri le nobilita solo nei presepi, la cronaca è questa:

28 dicembre 2019: “Dovrei farti mangiare nella ciotola del gatto. I carabinieri arrestano il marito-padrone a L’Aquila – Il figlio minorenne gettato sopra il divano e preso a pugni, la moglie anche lei umiliata, vessata e picchiata (…) l’uomo fin dal 2014 avrebbe terrorizzato moglie e figlio. (…) «Ringrazia Dio che non ti faccio dormire nella cuccia del cane in garage e ti faccio mangiare seduta a tavola e non per terra nella ciotola del gatto, dovrei farti pulire i pavimenti con la lingua e leccare dove passo…».”

29 dicembre 2019: “Picchia la moglie davanti ai tre figli e le frattura le ossa del volto: arrestato. – L’uomo è stato bloccato nella sua abitazione dopo che aveva brutalmente malmenato la propria compagna, in presenza dei tre figli minori. Per motivi banali, l’uomo aveva colpito ripetutamente la donna, 29 anni, causandole fratture al volto ritenute guaribili in 30 giorni.”

A Francé, te scenne quarcosa?

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Heartbroken Spanish woman knits butterflies as call to stop domestic violence”, di Sophie Davies per Thomson Reuters Foundation, 23 dicembre 2019, trad. Maria G. Di Rienzo.)

mariposas

Una donna spagnola, le cui bambine sono state assassinate dal suo abusante ex marito, ha cominciato a lavorare a maglia farfalle viola per raccogliere sostegno all’azione contro la violenza domestica, con politici dal Primo Ministro in giù che indossano i suoi manufatti.

Le due figlie di Itziar Prats, Nerea e Martina di 6 e 2 anni, sono state uccise l’anno scorso dal loro padre, Ricardo Carrascosa, nella loro casa nei pressi di Valencia nella Spagna orientale. L’uomo si è poi gettato da una finestra ed è morto.

Prats, 43enne, racconta di aver presentato numerose volte denunce alla polizia e in tribunale sulle minacce di morte che l’ex marito rivolgeva alle bambine e sulla sua violenza, ma il suo caso fu classificato come “a basso rischio” e le sue proteste non sono state prese sul serio.

Esponendosi al pubblico con la sua storia e la campagna delle farfalle, Prats si è aggiunta a un crescente dibattito sui modi in cui la violenza di genere è trattata da polizia e magistratura in Spagna, ove già 55 donne sono state uccise quest’anno da partner o ex partner.

“Per me, la condivisione delle farfalle significa che (le mie figlie) sono ancora con me e che io posso aiutare altre persone che fronteggiano la violenza nelle loro vite quotidiane.”, ha detto Prats a Thomson Reuters Foundation.

Prats ha aggiunto che è decisa a dare maggior visibilità alla violenza di genere in Spagna, dove dal 2003 un totale di 1.033 donne sono state assassinate da compagni o ex compagni secondo gli ultimi dati forniti dal governo. Normalmente, Prats fa dalle 10 alle 15 farfalle al giorno e ne ha già regalate più di 3.000, anche ad alunni/e delle scuole durante visite formative.

Ha detto che vuole radunare consenso per l’azione, incluso il togliere ai partner violenti il diritto di far visita ai loro bambini sino a che non siano riabilitati e l’ottenere miglior aiuto per i minori che si trovano in situazioni di violenza domestica. Sta pure chiedendo un’indagine ufficiale su come le sue stesse figlie sono state trattate dal sistema giudiziario.

“Vorrei che i bambini fossero ascoltati e presi in considerazione e, soprattutto, protetti.”, ha detto.

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Jasmine Cristallo

“Salvini, le scrivo queste righe perché agli slogan violenti bisogna necessariamente contrapporre parole e concetti.

Alla macchina infernale che mi ha aizzato contro, ho risposto cantando una canzone ed inviando i miei amici a non rispondere alle offese o a farlo con parole positive e versi di poesie.

Io e lei siamo genitori e credo che il nostro compito principale sia RENDERE PARTECIPI DELLE PROPRIE AZIONI I FIGLI, che si educano attraverso l’ESEMPIO, PERCHÉ QUESTO È FONDAMENTALE in ogni loro fase di sviluppo.

Abbiamo entrambi figlie femmine ed è per questa ragione che le chiedo se ha intenzione di raccontare a sua figlia, quando non sarà più piccina, che oggi sulla sua pagina Facebook permette a legioni di frustrati di sfogare pulsioni sessuali represse.

Lo saprà sua figlia che consente ai suoi sostenitori di inneggiare allo stupro di gruppo per “punire” una donna che semplicemente non la pensa come lei?

Racconterà a sua figlia che espone foto di donne solo per farle dileggiare e violentemente aggredire con frasi e aggettivi raccapriccianti?

Racconterà che ha postato su Facebook la foto di una ragazzina che ha fatto scioccamente un gesto con il dito medio (lo stesso che lei utilizza spessissimo per rispondere a giornalisti e contestatori, come testimoniano molteplici scatti) e che per quel gesto, quella ragazzina è stata costretta a chiudere le sue pagine social per proteggersi dalla valanga di violenza verbale (speriamo solo quella) che le ha volutamente scatenato contro?

Quando teneramente le mette lo smalto o assiste alle recite natalizie, ci pensa a come si sentirebbe se fosse sua figlia LA vittima di quella stessa violenza che infligge ad altre donne?

Posso per ora raccontarle come ha reagito la mia di figlia, che ha 19 anni ed ha commesso la sciocchezza di leggere i commenti a me destinati dai suoi campioni di civiltà: tremava.

Dopo lo smarrimento iniziale è passata ad un istintivo desiderio di protezione nei riguardi di sua madre.

Una missione evidentemente impossibile per una giovane donna di fronte a quella mole di brutalità e aggressioni gratuite mosse dalla “Bestia”.

L’ho rassicurata così come una madre può e sa fare e le ho spiegato che certe battaglie passano anche attraverso queste prove certamente non gratificanti, ma che meritano, comunque, di essere condotte con tenacia e convinzione.

Ha compreso come solo attraverso il sentire femminile si può comprendere…

Quanto a lei, Salvini, non mi aspetto delle risposte ma sappia che da oggi ho una ragione in più per non arretrare di un passo e difendere il mio diritto al dissenso, a battermi per un mondo civile, in cui le donne non vengano brutalizzate.

Lo devo a noi donne, a mia figlia ed anche alla sua.”

Jasmine Cristallo, coordinatrice di “6000 Sardine” in Calabria, 22 dicembre 2019

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born 1982

“Kim Ji-young, nata nel 1982” è davvero un film da record – e non solo perché nella natia Corea del Sud, il 27 ottobre, ha superato il milione di spettatori cinque giorni dopo la sua uscita nei cinema.

Il romanzo del 2016 di Cho Nam-joo, da cui è tratto, è un best seller in Corea, Giappone e Cina – ne sono state stampate oltre un milione e duecentomila copie – e i diritti per la pubblicazione sono stati venduti ad altri 16 Paesi. Il film ha collezionato però ulteriori primati:

– ha ricevuto migliaia di recensioni negative prima di essere proiettato;

– una petizione è stata inviata al Presidente coreano affinché ne vietasse l’uscita;

– l’attrice che interpreta il personaggio principale, Jung Yu-mi, è stata inondata online di commenti odiosi e insultanti (che in misura minore non hanno risparmiato il resto di cast and crew);

– allo stesso modo sono state assalite attrici e personalità che avevano solo attestato sui propri social media di aver letto il libro.

Vi state chiedendo cosa diamine succede di così terribile e controverso in questa storia e io ve lo dico: niente. O meglio, niente che non vediate all’opera tutti i giorni in termini di sessismo. Kim Ji-young è uno dei nomi più comuni in Corea, da noi potremmo tradurlo come Maria Rossi e gli anglosassoni come Jane Doe o Jane Smith. L’Autrice dà con tale scelta la prima precisa indicazione di quanto la storia sia generalizzabile: la piccola Ji-young nasce e sua madre si scusa per aver messo al mondo una femmina; ad ogni stadio successivo della sua vita – va a scuola, trova un lavoro, si sposa, ha una figlia – subisce discriminazioni di genere più o meno violente.

Come tutte noi cerca dapprima di capire e adattarsi, come a moltissime di noi le è stato detto che ora le donne, se si impegnano abbastanza e studiano e sgobbano, possono fare tutto: ma per esempio sempre guadagnandoci meno, intendiamoci. Le donne coreane soffrono un gap salariale assurdo (63% in meno degli uomini) e la nazione è stimata una delle peggiori al mondo per le lavoratrici.

Nel libro la voce narrante non è quella della trentenne Ji-young, ma quella dello psichiatra maschio da cui è finita in terapia… perché la sua ribellione a una società profondamente patriarcale e quindi profondamente ingiusta ha preso una forma singolare: la giovane donna sembra “posseduta” dagli spiriti della madre scomparsa, della sorella maggiore, di diverse donne con cui è in relazione.

Per sua bocca, intere generazioni chiedono ragione del trattamento subito – e giustizia. E’ questo ad aver mandato fuori di zucca gli odiatori coreani. E’ una cosa – aspettate, tratteniamo il fiato, corazziamoci, teniamoci alle sedie – FEMMINISTA! Aaargh!

Ai loro assalti il protagonista maschile, l’attore Gong Yoo,

(https://lunanuvola.wordpress.com/2017/01/18/goblin)

ha semplicemente risposto di aver accettato il ruolo perché leggendo la sceneggiatura era scoppiato più volte in lacrime: e tale lettura, ha ribadito, ha rinforzato il suo desiderio di essere un figlio migliore per sua madre.

cho nam-joo

Cho Nam-joo (in immagine sopra), grazie e congratulazioni. Hai fatto uno splendido lavoro, maledetta strega femminista, sorella nostra.

Maria G. Di Rienzo

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“La mia carne può essere stata portata via,

ma non potrò mai essere privata del mio cuore.”

Abida Dawud

sara regista

La giovane donna in immagine qui sopra è la regista egiziana Sara Elgamal. In collaborazione con il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione ha creato “A piece of me” – “Un pezzo di me”, una serie di tre film brevi che raccontano le storie di Zahra, Abida e Khadija che, sopravvissute alla mutilazione genitale, sono diventate straordinarie attiviste nelle loro comunità per metter fine alla pratica.

Quando, l’anno scorso, Sara ricevette la proposta di realizzare i documentari non sapeva granché delle MGF. “Perciò feci le mie ricerche – racconta la regista – e nel processo scoprii che la mia stessa madre, le mie zie e la maggior parte delle donne anziane nella mia famiglia sono state soggette alla mutilazione. E’ stato estremamente disturbante venire a sapere che così tante donne a me vicine avevano subito una pratica così crudele e che le loro vite erano state prive di piacere sessuale.”

La cosa che le fu subito chiara, mentre tentava di definire che tipo di impostazione avrebbe avuto il suo lavoro, è che non avrebbe raffigurato le donne come vittime impotenti: “Ho deciso di rappresentare le donne nel modo in cui io comprendevo chi fossero nonostante i loro traumi: dignitose, potenti, belle, complesse. Ho deciso di creare una campagna che le celebrasse. L’approccio che ho usato nel girare i filmati, di proposito, è esteticamente molto simile a un servizio di moda. Volevo sfidare la nozione di ciò che vediamo come “supermodelle” o come eroi e portare il lavoro a un livello di visuale cinematografica che normalmente non è associato alle campagne delle Nazioni Unite.”

Ottenere un simile livello di produzione è stata una sfida. Sara e i suoi collaboratori lavoravano in una regione semi-desertica dell’Etiopia dove si trovano i villaggi rurali di Zahra, Abida e Khadija, le tre guide e maestre comunitarie che hanno rifiutato di sottoporre alle mutilazioni genitali le loro figlie e che educano altre persone a seguire questo esempio. L’equipaggiamento ha dovuto essere adeguato all’ambiente, la regista ha dovuto partecipare a incontri diplomatici con i capi dei villaggi per ottenere il permesso di effettuare le riprese e così via: “Non l’avevo mai fatto prima in nessuna delle mie precedenti produzioni, ma era necessario affinché tutti capissero i nostri scopi. Le cose sono diventate sempre più facili mano a mano che la gente vedeva come stavamo mettendo il cuore nel nostro progetto. Alla fine, uno dei capi ci disse che tutto il nostro duro lavoro e il nostro atteggiamento lo avevano indotto a riflettere su che tipo di impegno vuol mettere a favore della sua comunità.”

Sara voleva una storia che trascendesse la narrativa della vittimizzazione: “Desideravo raccontare la vicenda di donne splendide e forti che sono state in grado di ridefinire la loro propria versione della passione e dell’amore, nonostante i traumi subiti nel passato – e spero di essere riuscita ad ottenere questo con Un pezzo di me.”

Maria G. Di Rienzo

Potete dare un’occhiata a due brani della serie qui:

Khadija Mohammed – https://vimeo.com/336139069

Zahra Mohammed Ahmed – https://vimeo.com/336131676

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Cosa non si fa per le donne. Il titolo recita: “Campagna contro la denatalità: partorisci in Veneto, avrai lettino e ombrellone gratis a Bibione o Jesolo“.

L’articolo schiuma di entusiasmo e spiega che “in alta stagione non è certo facile trovare un posto in spiaggia, ma chi partorirà a San Donà o Portogruaro non avrà pensieri perché il posto è gratis”!

Poiché i reparti maternità delle due cittadine suddette rischiano di chiudere se stanno sotto la soglia dei 500 parti l’anno, l’Usl 4 se n’è uscita con questa straordinaria promozione in collaborazione con Unionmare Veneto (“un’associazione che rappresenta la corrispondente regionale per il Veneto del S.I.B. – Sindacato Italiano Balenari e componente di Confturismo”) e con il contributo di una banca.

“Nel momento della dimissione post-parto alla mamma viene consegnato, se lo vuole, un “Beach pass” che le consente di utilizzare gratuitamente un ombrellone per 15 giorni, scegliendo se utilizzarlo nell’estate corrente o nell’estate 2020. (…) Obiettivo è, da una parte, invogliare a partorire tra il basso Piave e il Lemene e allo stesso tempo garantire un’organizzazione tale che il servizio comprenda anche i benefici del sole e l’elioterapia per mamma e bambino”.

Sull’organizzazione e il resto del servizio non c’è niente – e per quanto anche una profana come me sappia che l’esposizione alla luce serve a ridurre l’ittero nei neonati, mi è pure noto che essa va usata in maniera estremamente cauta e controllata, non sbattendo la creatura in spiaggia con il beach-pass – perché ovviamente questa genialata è tutto frutto della dirigenza Usl e le madri non le ha ascoltate.

Se lo avesse fatto, invece che all’ombrellone avrebbe collegato l’offerta ospedaliera al senso di fiducia e sicurezza di cui una partoriente ha bisogno, tipo: “gli ambienti sono confortevoli, intimi, tranquilli; le ostetriche sono esperte e asseconderanno i ritmi fisiologici del tuo travaglio; non ci saranno pressioni o forzature nei tuoi confronti; potrai muoverti liberamente con l’assistenza del personale e non sarai inchiodata a un lettino; non sarai sottoposta a procedure superflue (depilazioni ecc.) dal punto di vista medico; potrai avere accanto a te durante il travaglio e il parto una persona cara – la cosa più importante per noi è il tuo benessere, da cui discendono un parto sereno e il benessere del nascituro.”

Ma figurati. Scaduta l’opzione spiaggia nel 2020 – e credetemi, l’ombrellone sarà un flop – l’Usl dovrà inventarsi qualche altra promozione ma naturalmente ancora non andrà nel verso giusto, quello del rispetto che non considera le donne incinte un mero target pubblicitario. Ecco quindi qualche suggerimento al sig. direttore Carlo Bramezza (che io conosco per interposta persona, cioè conosco persone che hanno lavorato con lui – e non mi diffondo in merito).

Per esempio, per attirare partorienti a San Donà si potrebbe offrire loro:

– 2 biglietti gratis per il ritorno nei cinema de “Il caimano del Piave” (1951, ambientato proprio a San Donà), per mamma e partner o amica/o, accoppiati a un bonus babysitter di tre ore, così da unire al beneficio culturale una piccola salutare passeggiata – terapia elioterapica mobile – o la breve visita a un bar sponsorizzato: l’Usl consiglia un succo di frutta ma chiuderà un occhio se non resistete alla tentazione di uno spritz;

– una settimana di cene tipiche a base di brodo di rane, cotechino con polenta bianca, trippa di maiale e dadini di lardo in tegame, sardèe in saór, ritagli di fegato macinato (figadéi), pinza e vin brulè: anche il latte materno deve avere un po’ di gusto, perdinci;

– ingresso gratuito a tutti gli eventi relativi alla Fiera del Rosario (1° ottobre) e eventuale posto bancarella se la madre desidera: a) vendere il surplus di regali stupidi che le hanno fatto per la nascita del bambino; b) raccogliere firme per sollecitare cambiamenti ai vertici gestionali dell’Usl 4.

Maria G. Di Rienzo

P. S. : Per Portogruaro direi di concentrare l’offerta promozionale sui vini: una bella cassa di Lison-Pramaggiore Chardonnay, diciamo almeno 12 bottiglie, dovrebbe essere l’ideale.

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anti-slavery campaign

“Tre anni fa, ero una madre single con due bambini che viveva con sua madre vedova. La situazione era così difficile che quando un’amica mi ha parlato dell’andare in Germania, gente, sono partita!

Siamo arrivate solo sino in Libia. Sono stata venduta, stuprata e torturata. Ho visto molti nigeriani morire, inclusa la mia amica Iniobong.

Oggi sono una fornaia a Benin e guadagno abbastanza soldi per provvedere alla mia famiglia. I miei ragazzi non cresceranno vergognandosi della loro madre. Il mio nome è Gift Jonathan e non sono in vendita.”

(trad. Maria G. Di Rienzo)

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Il 1° aprile, i titoli relativi all’assassinio di Stefano Leo erano di questo tenore: “Volevo uccidere, ho scelto Stefano perché mi sembrava felice”. Ragazzo di 27 anni confessa l’omicidio dei Murazzi.”

Il biasimo diretto all’ex compagna dell’omicida, Said Mechaquat, è già presente ma contenuto all’interno degli articoli (“gli negava la possibilità di vedere il figlio” – “La cosa peggiore – avrebbe detto a proposito del suo passato – è sapere che il mio bimbo di quattro anni chiama papà l’amico della mia ex compagna” ).

Il giorno successivo, 2 aprile, i titoli virano decisamente su questa “gustosa” visione alternativa della realtà, per la quale se un uomo uccide, la responsabile è una donna: “Torino, i verbali della confessione di Said: La mia ex non mi fa vedere mio figlio da due anni.” oppure “La confessione di Said Mechaquat, 27enne di origini marocchine, per l’omicidio di Torino: mi hanno tolto un figlio e non ho più l’amore per vivere.”

Nei primi pezzi si attesta che l’omicida “era stato condannato per maltrattamenti in famiglia, era stato lasciato dalla compagna, che non gli lasciava più vedere il figlio”, ove la condanna è una spiegazione più che sufficiente per il tentativo della donna di proteggere il figlioletto e se stessa, ma nei successivi la condanna scompare e si trasforma in “piccoli precedenti penali” non specificati, mentre l’evento chiave è invece “una separazione consensuale causata dall’arrivo di un altro uomo, e turbata dal comportamento di lei che “voleva che il figlio chiamasse il nuovo compagno papà”.”

Le narrazioni partono da qui per spiegare tutto il resto della vita a rotoli di Said Mechaquat, che perde l’impiego per “una discussione” con il datore di lavoro e non ne trova mai un altro, che è senza fissa dimora, che è seguito dai servizi sociali e che, sbocco prevedibile della brutta favola, il giorno dell’omicidio “sentiva delle voci nella sua mente, il richiamo del male” e “avrebbe agito obnubilato da un raptus”.

Esaminiamo un attimo quest’ultimo nelle parole del reo confesso, che si sveglia “molto innervosito”, va al discount e compra un set di coltelli da cucina, poi va a sedersi su una panchina del Lungo Po dove aspetta che passi “quello giusto”:

1. “Io volevo ammazzare un ragazzo come me, togliergli tutte le promesse che aveva, toglierlo ai suoi figli e ai suoi parenti.”

2. “Non sopportavo la sua aria felice (nda: di Stefano Leo). Gli sono andato dietro e l’ho colpito mentre gli sono arrivato quasi sul fianco, sul suo lato destro e impugnando il coltello con la mano sinistra l’ho colpito al collo. (…) Quello è il modo più sicuro di uccidere. Se lo colpisci di schiena è meno sicuro, anche se lo prendi al polmone non sei certo di ammazzarlo.”

3. “Ho colpito un bianco, basandomi sul fatto ovvio che giovane e italiano avrebbe fatto scalpore. (…) Una persona la cui morte avesse una buona risonanza. Non un vecchio di cui nessuno parla.”

4. “Ho visto che cercava di respirare. Si è accasciato dopo aver fatto le scale, cercando di prendere aria. Si è inginocchiato e poi è caduto a terra.”

Nessuno nega che l’autore di un simile omicidio manifesti profondi disturbi psicologici, ma la pianificazione e il resoconto dell’atto sono un po’ troppo lucide per parlare di “obnubilamento da raptus”. Io vedo un soggetto non troppo dissimile da altri della sua generazione: egocentrico e solipsista (un individuo il cui interesse è accentrato su di sé al punto di renderlo incapace di percepire e capire interessi altrui), rancoroso, totalmente privo di empatia (può stare a guardare l’agonia della sua vittima senza provare nulla), che deve scaricare su terzi il peso dei propri fallimenti, che usa la violenza per affermarsi e sentirsi importante (lui sì che conosce i “modi sicuri” per uccidere, cool!) e che ovviamente, in quest’epoca in cui chi commette reati li filma e li pubblica sui social media, deve renderla il più “spettacolare” possibile.

Ma in tutto questo, suggerisce il giornalismo nostrano, Said Mechaquat non ha vere responsabilità, perché sono le donne che l’hanno fatto piombare in un “abisso di delusioni”: si era “sposato giovanissimo in Marocco con una connazionale” ma il tutto è finito con una separazione; la relazione con la giovane italiana da cui ha avuto un figlio “è durata alcuni anni, poi lei si è trovata un altro”; “ha cercato affetto e “coccole” in altre donne” ma anche queste lo hanno “deluso” e “Mechaquat ne ha sofferto” – però non è mai riuscito a riflettere su se stesso, perché le relazioni di coppia si fanno funzionare o si fanno fallire in due (e la sofferenza è condivisa anche da chi prende la decisione di chiudere) e se tu ripeti lo stesso schema comportamentale ogni volta senza imparare dalle lezioni del passato sì, forgi il tuo personale destino come una serie di delusioni a catena. Ma sei sempre TU a forgiarlo, non LEI o LUI.

Suggerire che se le donne l’avessero coccolato di più Mechaquat non avrebbe ucciso, oltre a essere una tesi abominevole, fornisce validazione e ulteriore spinta alla violenza, anche contro le donne stesse a cui invariabilmente è addossata la colpa di azioni e decisioni prese dagli uomini con cui hanno / hanno avuto relazioni.

Permetti a un uomo violento di passare il tempo con tuo figlio e poi lui lo ammazza, vergognati. Non permetti a un uomo violento di passare il tempo con tuo figlio e poi lui ammazza una persona a caso, vergognati. Mettete fine a questa attitudine, redazioni giornalistiche, perché non c’è ammontare di click che valga una vita umana.

Infine, scusatemi, non provo alcuna commozione nel sentire che Mechaquat “non ha più l’amore per vivere” perché ho il fondato sospetto, dato dalla sua storia personale e dalla fine dell’innocente Stefano Leo, che costui non sappia nemmeno cosa l’amore è.

Maria G. Di Rienzo

* “Delitto Murazzi, ipotesi scambio” – Gli aggiornamenti odierni confermano la mia impressione di un’azione lucidamente programmata: il giovane ucciso somigliava molto al compagno della ex di Mechaquat, già minacciato da quest’ultimo di “taglio della gola”: conoscendone le abitudini, l’assassino avrebbe atteso un’ora e un quarto per poi assalire la persona sbagliata. La manfrina però non è ancora cambiata. Il compagno dell’ex è infatti definito come “l’uomo che aveva preso il suo posto nella vita della ex e di suo figlio”. Noi donne non siamo fatte di una fila di sedie al cinematografo. Quando avete una relazione con noi ciò non equivale a esservi comprati la tessera per una poltroncina perenne nelle nostre vite.

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(“I did it for my daughter, says woman arrested for headscarf protest in Iran”, di Emily Wither per Reuters, 14 febbraio 2019, trad. Maria G. Di Rienzo.)

azam

Il cuore di Azam Jangravi (in immagine sopra) batteva forte quando si arrampicò sulla cabina di un trasformatore elettrico, nell’animata Via della Rivoluzione a Teheran, un anno fa. Sollevò in aria il suo foulard e lo sventolò sopra la testa.

Si formò una folla. Alcune persone le urlavano di scendere. Lei sapeva fin dall’inizio che sarebbe stata arrestata. Ma lo ha fatto comunque, dice, per cambiare il paese a beneficio della sua figlioletta di otto anni.

“Ripetevo a me stessa: Viana non dovrebbe crescere nelle stesse condizioni in cui questo paese ha fatto crescere te.“, ha ricordato Jangravi questa settimana, durante un’intervista nell’appartamento di una località segreta fuori dall’Iran, ove sta attendendo notizie sulla sua richiesta di asilo.

“Continuavo a dirmi: Puoi farcela, puoi farcela. – ha dichiarato – Provavo la sensazione di un potere molto speciale. Era come se non fossi più del genere secondario.”

Dopo la protesta fu arrestata, licenziata dal suo lavoro in un istituto di ricerca e condannata a tre anni di prigione per aver “promosso l’indecenza” e aver “volontariamente violato la legge islamica”. Il tribunale minacciò di sottrarle la figlia, ma lei riuscì a fuggire dall’Iran – con Viana – prima di entrare in prigione: “Ho trovato un contrabbandiere (ndt. che fa uscire persone dal paese) con molta difficoltà. E’ successo tutto assai velocemente, ho lasciato dietro di me la mia vita, la mia casa, la mia automobile.”

disegno

Mentre parla, Viana fa dei disegni (in immagine sopra). Mostrano sua madre mentre sventola in aria l’hijab bianco. Sin dalla rivoluzione islamica in Iran, il cui quarantennale si dà questa settimana, alle donne è stato ordinato di coprirsi le teste per il bene del decoro. Le donne che contravvengono sono pubblicamente ammonite, multate o arrestate.

Jangravi è una delle almeno 39 donne arrestate lo scorso anno in relazione alle proteste sull’hijab, secondo Amnesty International che dice come altre 55 persone siano state imprigionate per il loro lavoro sui diritti delle donne, incluse donne che hanno tentato illegalmente di entrare negli stadi delle partite di calcio e avvocate che difendono le donne. Le autorità si spingono a “limiti estremi e assurdi per fermare le campagne (ndt. delle donne). – dice la ricercatrice di AI per l’Iran Mansoureh Mills – Fanno cose come il perquisire le case in cerca di spillette con su scritto Sono contro l’hijab forzato.” Le spillette sono parte dello sforzo continuato per mettere in luce la questione del fazzoletto, assieme alla campagna che vede le donne indossare hijab bianchi di mercoledì.

Jangravi ricorda ciò che le raccontava sua madre della vita prima della rivoluzione: “Mi disse che la rivoluzione aveva causato un grande ammontare di sessismo e che donne e uomini erano stati separati a forza.”

E’ stata ispirata ad agire dopo che altre due donne erano state arrestate per proteste simili sulla medesima strada. “Ovviamente non ci aspettiamo che chiunque si arrampichi sulla piattaforma in Via della Rivoluzione. – ha detto – Ma questo consente alle nostre voci di essere udite nel mondo intero. Ciò che noi “ragazze” abbiamo fatto è stato il rendere questo movimento qualcosa che continua a andare avanti.”

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