Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘linguaggi’

Non possiamo più parlare. Il politically correct ha trasformato le nostre conversazioni in parole sintetiche. Di plastica. Le ha svirilizzate. Parlare come si pensa è diventato uno scandalo”. Trattasi di un passo dell’analisi (così la definiscono alcuni quotidiani) che il sig. Beppe Grillo ha reso pubblica il 18 agosto u.s.: in essa c’è una parola chiave che – almeno al momento in cui scrivo – nessuno dei commentatori, entusiasti o contrariati che fossero, ha notato. Non ve la dirò subito. E’ la conferma sfacciata di un’attitudine che sino ad ora è stata proprio avvolta nella foschia del “non sta bene a cinque stelle” (un politically correct autoprodotto e molto urlato, direzionato per lo più al maneggio della vil pecunia).

L’analista prosegue con una serie di esempi che dovrebbero farci capire quanto è grave la situazione, questa “piaga ipocrita”, questa “mascherata” che “sta travolgendo tutto e tutti”: ci sono i “parlamentari condannati che si fanno chiamare onorevoli” e Boldrini – poiché incensurata – chiamata in causa come la “politically correct” per eccellenza, ci sono gli spazzini che non dovrebbero chiamarsi operatori ecologici e vecchi rincoglioniti spacciati per anziani saggi – francamente nulla di nuovo e scommetto che la barzelletta sui “tiro-lesi”, in circolazione da circa trent’anni, su alcuni signori di una certa età non più arzilli a livello sessuale, la sa anche l’autore di questa geremiade.

Ma il problema principale è che “Mentre parli devi continuamente e seriamente valutare se ogni parola che stai per pronunciare può urtare la sensibilità di qualcuno: un gruppo religioso, un’istituzione, una comunità, un’inclinazione sessuale, un’infermità, un popolo.” E’ anche il principale errore dell’analista, che confonde la violenza verbale con la possibilità di esprimere opinioni. Se io dico pubblicamente che la tale istituzione è corrotta, inutile, dannosa, onerosa per la collettività sto esprimendo dei pareri (e può essermi richiesto di validarli: quali dati, accadimenti, ecc. comprovano ciò che io sostengo?). Se io dico pubblicamente che la tale istituzione dovrebbe essere messa a ferro e fuoco e chiunque ne faccia parte deve morire ammazzato, questo non è un “parere” come un altro, è apologia di reato (e può essermi richiesto di risponderne, perché dirlo a mia zia in tinello o dirlo da un palco a 20.000 persone, o dirlo in televisione fa ovviamente differenza ed è impossibile non rendersene conto). Fra la violenza verbale e il suo sviluppo in quella fisica sta solo il rigetto sociale, e con esso le leggi che da tale rigetto sono motivate: in mancanza di ciò, la violenza verbale diventa la miccia e poi l’alimentatore della violenza fisica. Urtare o meno la “sensibilità” di qualcuno c’entra assai poco. Qualcuno può pensare che la tal tizia “meriti” di essere stuprata e persino dirlo al proprio amico del cuore davanti alla sesta birra, ma non è un suo diritto dirlo pubblicamente e farla franca: perché sta perpetrando quella cultura della violenza che giustifica e legittima il prossimo stupratore.

Se io dico che “L’omosessualità mi mette a disagio”, esprimo una mia sensazione in piena legittimità; se sono una persona decente mi farò anche delle domande sul perché provo disagio, magari mentre ci penso decido di non frequentare bar gay, ma non sto facendo del male a nessuno. Se io dico che “L’omosessualità è una malattia” mento sapendo di mentire – la scienza non sostiene nulla di simile – e sto solo tentando: a) di fare soldi vendendo inutili “terapie” psicologiche o spirituali; b) di mettere una pezza giustificativa al mio odio ideologico o al mio disagio imprecisato. Sebbene io sicuramente ferisca le persone omosessuali con questa dichiarazione, è ben difficile che essa abbia le conseguenze da “piaga travolgente” evocate dal sig. Grillo. Visto che è un esperto di web, ci giri un po’ e legga la marea di stupidaggini simili per cui nessuno viene “sanzionato”. Anche quando sono false, le si difende come “opinioni” e là restano.

Un po’ diverso è il caso in cui io dico “L’omosessualità è una devianza criminale, una porcheria, una vomitevole perversione, una vergogna, e tutti gli omosessuali dovrebbero essere sottoposti a terapie coatte, castrati, mandati in galera, marchiati a fuoco, rinchiusi in campi di concentramento, uccisi, eccetera.” Chi dice queste cose, sicuramente non “sintetiche” e non “di plastica”, ha buone probabilità di trovare degli amici con simili vedute e di appostarsi con essi e un po’ di spranghe fuori dal bar gay di cui sopra, in attesa di manganellare le sue “opinioni” su crani che non lo avevano punto richiesto.

Parlare come si pensa ha un limite. Quel limite è costituito dalla presenza di altri esseri umani nella nostra vita. Ciò che ad essi diciamo, e ciò che di essi diciamo, ha influenza sulle loro, di vite. Persino sulla durata delle medesime: possiamo dir loro un po’ troppe cose e troppo a lungo, sino a che le vite se le tolgono da soli, specialmente se sono molto giovani e/o molto soli. Ciò che diciamo ad altri esseri umani ha influenza sulla loro salute psicologica e fisica, ha influenza sulla loro autostima, ha influenza sulle loro scelte. Questo non significa che non possiamo litigare con loro e mandarli a quel paese e sperare che la festa a cui non ci hanno invitati vada da schifo, ma facendo tutto questo terremo presente che dobbiamo loro del rispetto, come loro lo devono a noi, proprio e semplicemente perché entrambi siamo esseri umani.

Le parole non sono neutre. Alcune esprimono lo stesso concetto di base di altre, ma caricandolo di giudizi lapidari e negativi orientano la percezione di chi le ascolta. Credo che l’analista sappia molto bene cosa sto dicendo, dato che ha fatto ampiamente uso delle proprie parole in questo modo. Vorrei comunque ringraziarlo per aver indicato alle masse che la mascolinità è la qualità precipua nel rendere sensate e vere le conversazioni umane: la preoccupazione per le parole “svirilizzate” (questa la parola chiave che indicavo all’inizio) la dice lunga su che posto hanno le donne in questo immaginario. Ma, se me lo consente, vorrei rassicurarlo. Ne’ lui ne’ i suoi seguaci corrono il rischio di passare per “effeminati”, nemmeno le seguaci di sesso femminile. Basta che aprano la bocca e sono chiaramente, splendidamente, incontrovertibilmente MACHISSIMI. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Il lessico del nulla è fatto di tutte le parole possibili – ortografia e grammatica e sintassi sono opzionali – che ruotano attorno a pochissimi concetti: “posizione personale”, “opinione”, “confronto”, “io c’ero e non è andata così”, “conosco una persona che” e “…..” (sostituite ai puntini gli insulti più vomitevoli e sessisti e idioti e razzisti che avete sicuramente letto/sentito a iosa).

Immaginate un insegnante di storia. Il programma prevede che parli ai suoi studenti della II guerra mondiale. E lo fa in questo modo: “Qui sul libro si parla di campi di sterminio, ma non sono mai esistiti, è un complotto del sionismo internazionale e degli alleati per screditare il nazionalsocialismo e tutte le cose buone che ha fatto.” Qualcuno mugugna, alza la mano o cita Auschwitz. “Guardate che ci sono un sacco di studi e ricerche che provano quel che dico. E inoltre, questa è la mia opinione. E se può interessarvi, ci sono un mucchio di altre persone che la pensano come me. E se non bastasse, un amico di un collega di un mio cugino ad Auschwitz c’è stato e ha visto chiaramente alla base di un cancello il marchio made in Israel.

Ah, beh, se è così. Chiunque può avere un’opinione, ci mancherebbe, se poi è un’opinione condivisa da altri allora dev’essere per forza valida. Ditemi: in quanti commenti, dibattiti, discorsi, dialoghi, articoli, messaggi avete letto ragionamenti articolati (in modo circolare) come quello suddetto? Molti, scommetto. Fanno parte dell’incapacità di comunicare generatasi nell’era delle comunicazioni. Sembra un paradosso, eppure è vero. La santificazione della parola “opinione” nasce in questo scenario di vuoto comunicativo.

consciousness

L’omosessualità è una malattia”, dice un paio di giorni fa una catechista in quel di Milano (Segrate). I cresimandi si ribellano, la rete commenta – manda messaggi – scrive articoli e spuntano dotte asserzioni del tipo: “In fin dei conti ha espresso una posizione personale”, “Quella è la sua opinione.” Già. Ma proprio come quella del docente del mio esempio è un’opinione falsa. Solo perché un’opinione sbagliata e offensiva ce l’hanno in altri 300, altri 3.000, altri 3 milioni, non diventa ne’ meno sbagliata, ne’ meno offensiva: diventa, al massimo, più comune. Se la ripetono in 30 milioni ed è falsa, resta falsa (con buona pace di Goebbels). Nessuno studio “prova” che i campi di sterminio siano un’invenzione. Nessuno scienziato degno di tale nome definisce l’omosessualità una “malattia”.

La catechista ha definito “irremovibile” la “propria posizione”. Cioè, vuole continuare a pensare che l’omosessualità sia una malattia. Prego. Ma le sue “posizioni” non sono verità ne’ scienza, e per quanto ne so neppure misteri della fede. Se le vuole insegnare come dottrina cattolica e il magistero avvalla, l’intera congrega ci deve spiegare scientificamente di che malattia si tratta, quali sono gli organi colpiti, come la si contrae, come la si cura, se è infettiva o no, se viene da un virus o da un batterio. O magari, potrebbero dirci quel che pensano sul serio, e cioè: non siamo in grado di spiegarvi perché in maniera razionale, e niente nella realtà dei fatti ci dà un ritorno per le nostre convinzioni, ma riteniamo moralmente reprensibile qualsiasi interazione sessuale che non avvenga fra uomo e donna, nella posizione del missionario e finalizzata alla procreazione. Certo, fatta salva la necessità di “contestualizzare” qualche cosuccia diversa per gli uomini di governo o per i possessori di reti televisive (Bagnasco docet).

Qualche giorno fa ho scritto di “Beatriz” e del suo penoso travaglio per ottenere un aborto terapeutico in Salvador, una misura necessaria a salvarle la vita. Ho anche citato il solo quotidiano italiano su cui ho visto riportare la notizia (dopo di me, e con molte meno informazioni di quante ne ho io). I dati di base, quelli che ho riassunto nelle righe precedenti, comunque c’erano; quel che era allucinante era la qualità dei commenti, del tipo: “Io conosco una donna malata di lupus e quando ha smesso di dar retta ai medici è stata benone, per cui secondo me le cose non stanno come le raccontano.” Ecco il lessico del nulla all’opera. In un paese dove donne stanno scontando 40 anni di prigione per aver abortito, e i medici vanno parimenti in galera se praticano interruzioni di gravidanza, sono gli stessi medici a chiedere si salvi la vita di una giovane che ha già un bimbo, e il cui feto – anancefalico – non sopravviverà comunque al parto: ma il primo che passa sa come le cose stiano altrimenti. C’è di sicuro qualcosa sotto, si sa come sono fatte le donne. Questa non vuole un altro figlio per egoismo, altro che lupus e insufficienza renale, e pericolo di morte. Magari è rimasta incinta con l’amante e vuol farla franca di fronte al marito. Tutte puttane, l’ho sempre detto. Ma non posso scriverlo ad un giornale così, magari mi cancellano il commento o le terribili femministe mi aggrediscono, allora “conosco qualcuno che”. Loro non possono smentirlo, giusto? Come fanno a dire che mi sto inventando tutto di sana pianta, non possono provarlo. E nella prossima situazione che mi disturba perché odio le persone in essa coinvolte o dette persone non fanno/pensano quel che voglio io, dirò che “io c’ero e non è andata così”.

Gli “antagonisti” di qualsiasi colore politico sono famosi, in Italia, per la tiritera di loro sì che c’erano e hanno visto, e qualsiasi altro resoconto è spudorata menzogna. Ricordo il penoso caso di una fanciulla, anni or sono, che dimentica di aver già discusso con me un episodio – a cui lei era del tutto estranea – saltò fuori un paio di mesi dopo a giurarmi “che lei c’era” e non era andata come dicevano Tizio e Caia. Con il piccolo problema che io, oltre ad aver conservato la comunicazione in cui lei stessa si dichiarava inconsapevole dei fatti, ero una testimone oculare e di lei, durante l’episodio, non avevo rilevato traccia.

Il lessico del nulla è una palude etica dove tutto si equivale su un piano orizzontale, per supposta par condicio. E tutto si stempera e perde significato. Nessuno è responsabile di quel che dice. Sono sempre, solo, opinioni galleggianti nell’ambito del doveroso confronto, che vengano da chi può spararle su mezza dozzina di giornali e tv o da chi ha disposizione solo una casella di posta elettronica, che le esprima Barbablù o l’ultima sua moglie ancora viva, come se lo sbilanciamento di potere fra soggetti non esistesse. Come se i propugnatori e i sostenitori della cultura dominante non avessero spazio e ascolto sproporzionati con cui strafogarsi sui media, nella pubblicità e nelle istituzioni, o non avessero potere e denaro per influenzare e determinare scelte politiche che varranno poi per tutti, anche per quelli con “posizioni personali” diverse. E quando si arriva ai “…..” (svariati insulti, come già detto), che costituiscono l’ossatura di questo linguaggio vuoto, chi li proferisce crede non solo di conferire una straordinaria forza alle proprie opinioni tramite essi, ma di star enunciando a chi deve riceverli qualcosa di assolutamente nuovo: adesso li mettono a posto loro, questi x e questi y, dicendogli chi sono e cosa si meritano. Ma, mi dispiace deluderli, sono mere voci che si aggiungono alla cacofonia del dominio e in essa si perdono. Le donne sono circondate da messaggi denigratori tutto il santo giorno. Chiunque devi dai modelli imposti per aspetto, appartenenze, identità, riceve lo stesso scampanellio d’odio e rigetto nelle orecchie da quando si alza a quando va a dormire. Ci parlate di niente, signori, ed è pure un niente obsoleto e stantio. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Martin Luther King jr. disse “Ho un sogno.” (28.8.1963), non disse: “Ho una lista di fatti e cifre incontrovertibili.” (anche se sicuramente la aveva). Poiché era un attivista e leader molto intelligente, sapeva bene che fatti e cifre non sarebbero bastati. Che le privazioni fisiche, le fatiche, le sofferenze, l’impegno, trovano giustificazione ed alimento nelle emozioni e nella passione molto più facilmente che nei ragionamenti logici. “Dobbiamo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima.” La lotta per arrivare al “nostro giusto posto”, implica il dott. King, è non solo legittima: ha una qualità morale elevata che ci lega insieme. Martin Luther King jr. era uno “sciamano” impeccabile, come gli studiosi di linguistica definiscono chi sa trasformare lo spazio qualitativo culturale annodando o spezzando connessioni con grande abilità e proponendo nuove metafore credibili, che rendono comprensibili e persino tollerabili situazioni altrimenti difficili o disperate. Non per niente, nella “Lettera dalla prigione di Birmingham” il dott. King paragonò gli attivisti per i diritti civili ai martiri del cristianesimo; il posto che costoro occupano nello spazio qualitativo è simbolicamente alto, perciò l’uditorio ha, sempre a livello simbolico, poco spazio e deve riorientare la propria percezione. In breve lo sciamano offre, a livello linguistico, cure simboliche a mali sociali. I suoi farmaci possono essere efficaci o velenosi (la parola “farmaco” contiene in se stessa questa ambiguità), ma per fortuna il sogno del dott. King era bello, al punto che un’intera nazione riuscì a sognarlo con lui, e in tutto il mondo gliene siamo grati.

Ci sono però anche gli incubi. E toccano le stesse corde emotive. E coinvolgono le persone allo stesso modo. Invariabilmente, di fronte ad uno scenario di crisi, le nuove interpretazioni della realtà sono proposte dagli sciamani sotto forma di metafora. Durante la crisi i linguaggi impiegati sono i più basilari, i più “terra/terra”, e le metafore chiave su cui si reggono le culture sono ampiamente evocate ed invocate. Durante la crisi che portò alla II guerra mondiale – e che fu anche una crisi di senso, epistemologica – Hitler usò per lo più uno schema “religioso” e lo volse a fini politici (il salvatore della nazione, dio è con noi, ecc.). I suoi oppositori in Gran Bretagna usarono dapprima metafore orientative basate sulle opposizioni luce/buio o alto/basso; Roosevelt usò le analogie, ad esempio il blocco navale presentato come “quarantena”, qualcosa che isola dalla malattia, dal male.

In Italia, la metafora che la maggioranza delle persone adulte usa come filtro perpetuo è la guerra (o genericamente il combattimento), con tutto un grappolo di concetti legati al militarismo ed alle armi: “La vita è una guerra”, “In guerra e in amore tutto è lecito”, “Abbiamo perso una battaglia ma non la guerra”, “L’esercito dei volontari” (e, l’ho letto con questi stanchi occhi, addirittura “L’esercito dei pacifisti”!), “La battaglia elettorale”, “La conquista dell’amata/del seggio/del posto”, “La breccia aperta” in questo o quello, e poi strategie, tattiche, armi segrete, armi nascoste… per arrivare ai “cittadini con l’elmetto” di recente conio.

La metafora “guerra” implica una struttura in cui mentire, tacere delle informazioni, ingannare gli altri sono semplicemente le modalità della guerra stessa, il cui scopo è vincere. In guerra, ingannare il nemico segnalandogli una falsa posizione delle nostre truppe non è una bugia, e nemmeno una violazione delle regole: è solo uno dei modi in cui si agisce per vincere. La maggior parte della vita degli italiani si svolge attorno a questa metafora. Una conversazione diventa subito un combattimento. Un enorme ammontare di tempo viene speso in conflitti verbali, spesso su argomenti di cui ai “contendenti” non importa poi granché, perché la metafora del combattimento implica che uno dei due debba vincere. Lo stigma che la nostra cultura assegna al perdente, inoltre, è terribile: i termini con cui usualmente si definisce la sconfitta in uno scontro verbale implicano quasi tutti l’umiliazione sessuale del perdente (“trombato”, “fottuto”, ecc.).

Ho cercato di tenere questa premessa al minimo e di certo non vi ho detto abbastanza su cosa una metafora è, su quanti tipi di metafore ci sono e su come agiscono, ma spero di avere almeno reso l’idea. Il motivo per cui l’ho fatto è che questa parte di analisi manca del tutto nell’ambito della politica italiana e, nel suo piccolo, tale mancanza contribuisce a far sì che da oltre vent’anni si ripetano gli stessi errori con quella che comincia a sembrarmi un’ostinazione diabolica (e masochista).

Lo schema seguente indica uno dei modi peggiori sul piano etico per costruire un nuovo soggetto politico, ma la sua efficacia in termini di diffusione e di aggregazione del consenso non ne viene inficiata; come vi ho già detto, le medicine degli sciamani possono essere mortali: in senso ideale e generico per la democrazia, i diritti umani, l’economia, la pace, ecc. e in senso banalmente pratico per gli esseri umani che schiattano in vari modi durante il processo di cambiamento o a cose fatte.

Fase 1. Stante una situazione di crisi le persone sentono vacillare la propria capacità di creare senso, significato, o perdono del tutto la fiducia di poter leggere la realtà: gli elementi nuovi che la crisi introduce generano insicurezza e paura. Non sappiamo perché sta accadendo quel che accade, non sappiamo chi biasimare per la nostra sofferenza.

Fase 2. L’opportunista di turno, quale primo passo per la propria ascesa, crea il nemico. Bossi usa i meridionali prima e gli immigrati poi ma il bersaglio è “la politica di Roma”; Berlusconi usa i politici di professione/comunisti creando una contrapposizione di comodo fra “la politica romana vecchia” e “il nuovo imprenditore di successo”, Grillo e Casaleggio usano i politici in blocco e ovviamente pensano a “marciare su Roma”. Il gioco, stante la distanza di origine storica fra gli italiani e lo stato che dovrebbe rappresentarli, è facilissimo. Adesso sappiamo di chi è la colpa, lo sciamano ce l’ha detto, ma era un pezzo che me la sentivo, che lo sapevo…

Fase 3. Il primo motivatore per stare insieme su questa premessa è ovviamente l’odio. Segue quindi un periodo di clamorosi attacchi e scandalose rivelazioni e minacce sesquipedali dirette ai nemici. I dossier prepagati, le campagne giornalistiche diffamatorie, le macrospie negli uffici (Berlusconi trovava “cimici” grosse come cammelli…), i trecentomila bergamaschi secessionisti con il colpo in canna e i vaffanculo orgiastici collettivi hanno però la sola funzione di legare insieme i “militanti” (altra metafora di guerra) nella loro nuova alterità: sino a ieri hanno votato o sostenuto o apprezzato chi oggi maledicono, ma ora possono sottrarsi come desiderano alla loro responsabilità personale. Sono altri, sono leghisti o azzurri o grillini. Il sogno prende la forma dei “due minuti d’odio” di orwelliana memoria. Andate via, ladri, via tutti, via i comunisti, assassini, delinquenti, basta partiti, dovete morire, porci, putrefatti, via via via!

Fase 4. L’unico frammento di ideologia riscontrabile in tutti e tre gli esempi citati è il rigetto per la sinistra: in un’occasione o l’altra, gli sciamani coinvolti hanno detto tutti che il loro gruppo non è “ne’ di destra, ne’ di sinistra” intendendo, poiché siamo in Italia, “mai mai mai con la sinistra!”. Il trattamento riservato alla destra è infatti sempre diverso: la Lega secessionista fa i governi romani con Fini, e non demonizziamo Berlusconi dopotutto anche a me piacciono le donne, e con Casa Pound abbiamo delle affinità… mentre si augurano morte e menischi a qualsiasi “rosso” apra bocca, accusandolo di tutti i mali del mondo dal diluvio in poi. In questa fase, esponenti della sinistra si danno puntualmente al patetico tentativo di vedere qualcosa di buono nella valanga di insulti e aggressioni da cui sono seppelliti: perché, caspita, quelli che li assaltano hanno vinto le elezioni, o hanno preso il 25%! I numeri so’ numeri! Allora la Lega e l’M5S diventano “costole della sinistra”, Berlusconi “risponde a dei bisogni” e “bisogna valutare perché loro comunque sono sul territorio”.

Un unico frammento di ideologia però, anche se accoppiato a dosi massicce e quotidiane di odio, non è sufficiente a tenere insieme un gruppo a lungo. Basarsi solo su iniezioni continue di rabbia può provocare escalation non desiderate. Gli sciamani lo sanno. Perciò creano una mitologia manicheista in cui i loro seguaci possano trovare significati ulteriori e bearsi in un’illusione collettiva. Bossi si è inventato la Padania e ha abusato dei Celti in ogni modo possibile. Berlusconi ha creato una visione della vita come festino infinito a costo zero (meno tasse per tutti!) di un club maschile intrattenuto da donne mercenarie. Grillo si è inventato il web-panacea universale, la rete-paradiso, e una “democrazia digitale” assai singolare e schizofrenica, dove chi decide è il proprietario del marchio ma tutti i militanti sono convinti di essere lui. Anche i gesti clamorosi si sprecano, nella creazione della mitologia, perciò o si va a versare ampolline d’acqua nel corso del dio Po o si attraversa a nuoto lo stretto di Messina o si fonda un partito dal predellino di un’automobile fra la folla osannante. Lui è l’uomo giusto, l’uomo del destino, l’uomo della provvidenza, l’Unto del Signore, l’uomo forte che farà quel che c’è da fare.

Fase 5. L’imbonitore urlante di turno e/o i suoi seguaci hanno espugnato la cittadella (sì, un’altra metafora militare, proprio come “Arrendetevi, siete circondati”). L’Uomo del Destino, però, non può mantenere nessuna delle sue irrealistiche promesse, innanzitutto quella di distruggere il luogo ove ora siede, il famigerato Parlamento romano. Nessuno fa a pezzi la sedia che gli sostiene il didietro. L’Uomo del Destino, tra l’altro, è riuscito ad arrivare sin là non solo per la diffusione del suo vangelo fra gli elettori, ma perché ha rassicurato in vari modi gli altri poteri in gioco che la sua presenza non li disturberà: e così di volta in volta Confindustria o qualche istituto della finanza internazionale o l’Ambasciatore americano gli esternano il loro apprezzamento. Non può toccare i loro interessi, ma i loro interessi sono in gioco in parecchie promesse che lui ha fatto. Si apre così una lunga parentesi (può durare venti o trent’anni, grazie alla fede degli italiani nel loro idolo) di individuazione e additamento al pubblico ludibrio di altri nemici che impediscono le “riforme”: possono essere interni, ad esempio la solita sinistra antistorica che difende dinosauri come lo Statuto dei Lavoratori o la Costituzione, o esterni come l’Unione Europea e l’euro. Esattamente come si diceva di Mussolini, quest’uomo meraviglioso, questo santo, non lo lasciano lavorare. 

La fase n. 5 è in via di esaurimento per Bossi e Berlusconi, ma è appena cominciata per Grillo. I meccanismi perversi sono identici. Le risposte inadeguate o persino folli della sinistra politica sono identiche. E’ pazzesco che niente di diverso riesca a stracciare il fondale da tre decenni.

Messaggio finale ai leader politici che volessero provarci: rileggete le prime righe di questo testo. Grazie per le cifre e i fatti. Però manca qualcosa. Credo sia l’anima. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

« Newer Posts

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: