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Posts Tagged ‘linguaggi’

Imparare un nome

(“Learning a name” di Patricia Camille Antony, nota anche come Camillea, poeta contemporanea. Trad. Maria G. Di Rienzo. Ndt: il testo è privo di maiuscole.)

diya

qual è il tuo nome?

una collisione che attende di accadere –

una frana di schegge sulla lingua.

cigni congelati in volo in pieno Dicembre.

aghi di ghiaccio, e lumini ad olio (1) che siedono pesantemente sulla laringe.

no, com’è che si pronuncia?

chiamalo come preferisci;

è un corpo che si curva, come le galassie,

come un sacro naufragio

come il massacro di una crociata

aggredisce brutalmente,

ma non c’è alcun big bang.

ho lasciato la mia coscienza pressata fra petali secchi.

ma perché i tuoi genitori hanno scelto quel nome?

mia madre sapendo che ero nata soffice

fece del mio nome un’atmosfera,

stirando sin troppo gli affetti.

lei non desiderava che io divenissi una proprietà,

e nessuno andrà a letto con un nome che non riesce a pronunciare.

mio padre, non voleva che io facessi scivolare il mio nome

come una lettera di scuse sotto porte chiuse.

non desideravano che io fossi battezzata da lingue rigide.

dillo di nuovo.

cancella. cancella. il mio nome non è mio quanto

la tua domanda. cancella. solo in parte racconto,

in parte tendini spezzati. io, occhi castani

io, pelle/colpa più oscura.

io, una ladra.

perché non c’è storia.

suona esotico.

come polvere che cade dal tappeto del venditore,

o il suono delle cavigliere della mia nonnina.

strappa il santuario dalla mia terra natia

avvolgilo nella tua pelle di latte

e dimmi, che ha gusto di chai (2).

risparmiami la tua eucarestia.

risparmiami le tue foglie d’ulivo.

non augurarmi il silenzio quando

la guerra si fa con i tuoi denti.

dillo di nuovo.

pelle di rifugiata, estemporaneamente dolce,

coperchi del sacrificio sottolineati dal kohl.

perché sulle spalle restano cicatrici, perché i sorrisi sfregiano,

a causa di un record permanente di sopravvivenza.

la lampada ha un tremolio, e io sussulto

quando colgo un barlume del mio nome seduto sulla tua bocca.

(1) diyas nell’originale, come quello raffigurato nell’immagine sopra.

(2) tè speziato.

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lehua

(“Banana Queen”, di Lehua Taitano – in immagine qui sopra -, trad. Maria G. Di Rienzo. Lehua M. Taitano, nativa Chamorro di Yigo, nell’isola di Guam che fa parte dell’Arcipelago delle Marianne, si definisce “poeta, scrittrice e artista queer”. E’ l’autrice di due raccolte di poesie, A Bell Made of Stones e Sonoma, e di una di racconti brevi intitolata appalachiapacific e vincitrice del premio letterario Merriam-Frontier nel 2010. Guam è uno dei “territori non autonomi” ancora esistenti: in pratica, una colonia degli Usa. La vita del popolo Chamorro si è a lungo basata su gruppi familiari estesi matrilineari: questo concetto di “clan” deriva da una comune antenata di sesso femminile ed è in uso ancora oggi. Il suo perno è la parola inafa’maolek che significa “farsi del bene l’uno con l’altro” ed è spesso tradotta come “interdipendenza”.

Secondo una leggenda Chamorro, il mondo fu creato da due gemelli, un maschio e una femmina che si chiamavano Puntan e Fu’uña. In punto di morte, Puntan chiese alla sorella di creare l’universo con le parti del suo corpo: così Fu’uña prese i suoi occhi e ne fece il sole e la luna, usò le ciglia per creare arcobaleni eccetera. Finito il lavoro, mutò se stessa in una roccia sull’isola di Guam e da tale roccia emersero gli esseri umani.)

REGINA DELLE BANANE

Nel mezzo di Ovunque

è ciò che ho detto

a questo che chiedeva

Dove.

Invece di Nessun Luogo

come lui pretendeva.

Trovalo, disse,

su questa mappa qui.

Fallo.

Tutta la cartografia nel suo

mondo non poteva

farne altro

che una tana di moscerino.

Injun (1), disse quest’altro.

Dev’essere così, con un nome

come Quello.

(Tutto quel a cui stanno tentando di arrivare

è: l’aroma con cui cui dovremmo chiamare

la tua fica.)

Tu non sembri proprio –

quest’altro ancora

disse

– una Guamanita.

(Guamaniana. Guamese. Guamariana.)

Straniera, disse un altro ancora.

Banane.

Non aveva sentore

della mia avversione, che è la più vera

delle allergie, con crampi.

Con un nome

come Quello,

lui disse, io penso che tu dovresti essere

la Regina delle Banane.

(                                     )

Dovrei io estrarre

ogni insulto come

una freccia e smontare

ciascuno di essi e in caso

come.

Inoltre, quale ferita

è più profonda, la punta

o la cocca dell’arco.

Ad ogni modo le mie faretre

sono profonde come scafi di navi e

le rocce dell’oceano sono l’acciottolio

di piume che cantano e si frantumano

in ossa di pesce.

Le onde fremono e

ogni

vertebra è una vocale

ogni

costola è una coniugazione,

sino a che ogni

bianco frammento

si salda a maglia in una minuta

poesia, in un natante

scheletro di ogni cosa che io

potrei mai

dire.

(1) Termine spregiativo per “pellerossa”

guam-oceano

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Un’artista siriana

yara-al-lavoro

Yara Said (in immagine qui sopra) è un’artista femminista nata a Sweida in Siria nel 1991. Si è laureata all’Università delle Belle Arti di Damasco nel 2014. L’anno successivo si è trasferita in Olanda, dove ora vive, lavora e fa un intenso attivismo sulle questioni riguardanti i rifugiati nell’Unione Europea. I materiali preferiti con cui compone i suoi dipinti sono giornali vecchi e stoffe usate.

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(il titolo del quadro di Yara è: “Rilassati, è solo un film”)

Questo è quel che dice della sua arte:

Non voglio che sia un manifesto, voglio che faccia manifestare le persone: voglio che le persone ne siano toccate e che la mia arte le scuota in modo conscio e inconscio.

Se c’è qualcosa che la mia arte esprime allora è la natura umana, il fatto che le mie esperienze sono simili alle tue. Questo è il mio linguaggio, che ho appena trovato.

Come artista siriana desidero raccontare la mia storia, la storia del mio paese, le storie dei miei amici in un modo che sia chiaro al mondo intero. Forse così facendo gente in tutto il mondo riuscirà ad avere la percezione di quant’è terribile quel che sta accadendo in Siria ora e quanto è devastante l’effetto che ciò ha sulle vite umane.”

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Parole di luna

(“Words” e “The Lebanese Woman Speaks”, Due poesie di Wendy Videlock, poeta contemporanea nata nel 1961, trad. Maria G. Di Rienzo.

PAROLE

Parole,

noi non vi ascoltiamo.

La scorsa notte la luna, come al solito,

è riuscita a dire tutto quel che c’è da dire

sul cambiamento e su come esso continui e continui.

Questo è il tipo di unicità che solo

una madre conosce.

moonheadmama

LA DONNA LIBANESE PARLA

Io parlo gatto.

Se

non lo conosci

se ti senti disposto

pensa al vino persiano,

pensa moschea e sudario

e duna e mano

e felino come

i tratti della

terra di sabbia.

O prova con il corvo

o la colomba in lutto,

o il blu di Prussia.

Io parlo questi, anche.

fantasy cat

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(“Q&A: What is it like to be a scientist in Greenland?”, intervista a Lene Kielsen Holm, 12 maggio 2016, Science Nordic, trad. Maria G. Di Rienzo. Scienziata, attivista ecologista e per i diritti dei popoli indigeni, Lene lavora per l’Istituto Groenlandese per le Risorse Naturali, ove studia l’impatto dei cambiamenti climatici e ambientali sulle popolazioni Inuit.)

lene

SN: Presentati, per favore.

LKH: Il mio nome è Lene Kielsen Holm. Sono nata a Qaqortoq nel 1963 – prima che la Groenlandia avesse un autogoverno, perciò ho studiato in Danimarca fra il 1981 e il 1984. Dopo di che sono tornata in Groenlandia e ho studiato Cultura Groenlandese e Storia a Ilisimatusarfik. La mia istruzione primaria era molto eurocentrica, non avevo imparato nulla della mia stessa cultura. Per esempio, non sapevo che esistessero 5 diverse specie di foche prima di far ricerche personali, perché non impariamo nulla di ciò a scuola. Perciò sono andata all’università, per apprendere di più della mia cultura e della mia storia. Adesso sto studiando la cultura Inuit in Canada, Alaska e qui in Groenlandia.

SN: Hai sempre lavorato in Groenlandia?

LKH: Sì, ho sempre lavorato qui ma ho viaggiato molto. Prima di lavorare per l’Istituto Groenlandese per le Risorse Naturali, ho lavorato otto anni nel Consiglio Circumpolare Inuit. Ho visitato molti posti dove i membri del Consiglio operavano o tenevano incontri, così sono stata in tutti gli otto paesi artici. Ho anche lavorato con altre organizzazioni indigene basate in Canada, Alaska e Russia.

SN: Sei sempre stata una scienziata?

LKH: No. Prima di studiare a Ilisimatusarfik sono stata per cinque anni una ufficiale del traffico aereo per Air Greenland. Forse è così che il mio interesse per i popoli nativi è nato, perché viaggiavo parecchio. Ma poi, ho sposato un pescatore a Nuuk e ho anche appreso molto sulle risorse naturali e su come le persone ricavano da esse sostentamento. Ottengo molta ispirazione da mio marito e dalla sua famiglia.

SN: Quante lingue parli?

LKH: Sono della Groenlandia del sud, perciò parlo il nostro dialetto. Parlo anche danese, inglese, francese e le altre lingue scandinave. Bisogna imparare le altre lingue, altrimenti il resto del mondo è un’entità chiusa. Nella Groenlandia dell’est e del nord la gente ha pure i propri dialetti. Li comprendo sempre di più mano a mano che viaggio nel paese.

SN: Sei quello che volevi essere da bambina?

LKH: Penso di sì. Quando ero piccola volevo essere la “capa” dell’asilo e a scuola volevo essere la migliore (ride). Mentre studiavo a Ilisimatusarfik ho passato un anno in Canada, nel Quebec, e ho imparato molto degli studi Inuit in quel luogo. I docenti di antropologia parlavano Inuit e quando facevano lavoro di ricerca sul campo andavano a stare per un anno con la gente locale, per stabilire con essa una buona connessione. Ho visto che sei vuoi fare scienze sociali in Canada devi essere connessa alle persone – e ancora di più se lo vuoi fare in Groenlandia.

SN: Com’è la giornata tipo di una scienziata in Groenlandia?

LKH: Cambia ogni giorno. Quando viaggiamo nel nord del paese, per esempio, intervistiamo le persone e chiediamo loro di scrivere le loro osservazioni ed esperienze per noi, che in questo modo documentiamo le loro conoscenze. I loro dialetti sono molto diversi, così quando leggo le cose che hanno scritto posso rimanere incastrata dal fatto di non conoscere una particolare parola: è un lavoro che prende del tempo. Negli ultimi due mesi sono stata coinvolta nel progetto di traduzione di un libro “Il significato del ghiaccio” in groenlandese. E’ stato anche tradotto nelle lingue locali in Canada e Alaska.

SN: Qual è stato il tuo progetto di ricerca preferito, o la tua scoperta preferita?

LKH: Apprendere quando perspicace e intelligente è la mia stessa gente sull’ambiente, le risorse viventi che abbiamo e il clima.

SN: Incoraggeresti scienziati stranieri a venire a lavorare in Groenlandia?

LKH: Ne abbiamo un mucchio e ovviamente sono assai benvenuti, giacché noi in Groenlandia vogliamo essere parte della comunità globale. Ma c’è una cosa che vorrei chiedere loro di fare prima di cominciare le ricerche ed è stare qui in una comunità locale e parlare alle persone e apprendere quali sono le nostre necessità. Per molti anni la scienza e la ricerca che si sono fatte qui sono andate a principale beneficio di scienziati e ricercatori e non molto a beneficio del popolo groenlandese. Gli scienziati stranieri sono i benvenuti, ma dovrebbero tenere nelle loro menti il rispetto per il popolo groenlandese.

SN: Cosa fai quando non sei impegnata nel lavoro?

LKH: Ho un figlio, una figlia e due nipotine, perciò passo molto tempo con loro. E quando il tempo non è brutto come oggi, stiamo all’aperto e ci godiamo la natura: specialmente in questo periodo dell’anno, in cui spuntano le piante. Mi piace insegnare alla nipotina più grande delle diverse piante che ci sono a Nuuk e andare con lei sulla spiaggia a osservare la vita marina. Stare all’aperto è il massimo.

SN: Dove ti vedi fra dieci anni?

LKH: Spero che starò lavorando a Ilisimatusarfik, per trasmettere agli studenti le mie conoscenze sul coinvolgimento dei popoli nativi nella ricerca scientifica, così che il mio tipo di lavoro possa continuare in futuro.

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Care donne e ragazze, finalmente il “mistero” della violenza di genere è stato svelato. Gettate pure nel cestino analisi femministe, storiche, giuridiche e socio-economiche; gettatevi anche studi, ricerche, dati e percentuali, stracciate testimonianze delle sopravvissute e resoconti delle attiviste. E gioite! Perché la faccenda – come dimostrano i più recenti episodi di stupro, aggressione sessuale e femminicidio accaduti nel nostro soave paese – è davvero semplicissima: gli uomini non capiscono il nostro linguaggio. Perciò, quando noi diciamo NO, BASTA, VATTENE, E’ FINITA, NON VOGLIO loro non colgono il messaggio e presumono che noi si sia pienamente consenzienti. Grida, lacrime, spintoni, tentativi di sottrarsi parimenti non vengono intesi come rifiuto, dal che si desume che anche il nostro linguaggio corporeo è per loro alieno. D’altronde noi abbiamo tutte l’aspetto della figura qui sotto, somigliamo a esseri umani in modo molto superficiale e non è certo colpa di assalitori, stupratori e assassini se in noi non riescono a cogliere nessuna umanità e non provano per noi empatia alcuna.

zirofax

(I brani fra virgolette sono citazioni da articoli di quotidiani italiani a tiratura nazionale. Non sono stati corretti dagli errori di grammatica e sintassi indegni della professione di giornalista.)

14 maggio 2016, Ravenna: Giovane stuprata in spiaggia: fermato un 17enne. L’ha filmata mentre si rivestiva.

La ragazza 18enne e un’amica coetanea, assieme a un gruppetto di amici, avevano raggiunto la località rivierasca per partecipare a una festa in uno stabilimento molto frequentato da giovani. (…) Il 17enne – secondo l’accusa – non appena rimasto solo con la ragazza, ne ha approfittato per le prime avances. Ma al netto rifiuto di lei, l’ha spogliata con la forza e l’ha violentata nonostante le urla della giovane.”

Però lui non c’era, se c’era dormiva e se dormiva sognava di non esserci: “Il 17enne, raggiunto dai Carabinieri nella notte tra domenica e lunedì, ha prima negato tutto sostenendo che la notte precedente si trovava invece in una discoteca di Faenza. E quando i militari hanno trovato nel suo telefonino un video della 18enne mentre si stava rivestendo aiutata dall’amica, ha parlato di rapporto consenziente. Su una spalla gli sono stati trovati arrossamenti compatibili con un ultimo tentativo di difesa della ragazza. Davanti al Gip, ha poi sostenuto di non avere inteso il rifiuto della 18enne a causa della sua difficoltà a comprendere l’italiano. (Nda: è romeno) E per quanto riguarda il video, ha detto di averlo registrato non per morbosità ma perché, nel nel tentativo di fare luce con il proprio apparecchio, avrebbe sbagliato tasto.”

Visto? Semplice problema di comunicazione. Non vorremo mica “mostrificare” questo povero stronzo definendolo uno stupratore e rovinargli la vita – è così giovane! – perché la sconsiderata gli ha parlato nella propria incomprensibile lingua aliena.

15 maggio 2016, Forlì: Professore bacia studentessa 15enne: arrestato. Filmato dalle telecamere piazzate in seguito alle segnalazioni di alcuni genitori. Il 40enne docente delle superiori dovrà rispondere di violenza sessuale aggravata.

La polizia sta cercando di capire ora se la minorenne sia l’unica, presunta, vittima del docente. All’insegnante vengono contestate le aggravanti visto il ruolo ricoperto (abuso della sua autorità) e la minore età della ragazzina.”

Ora il docente, 40enne, che lavorava in un istituto superiore di Forlì, è in carcere. Con una accusa infamante per un insegnante: violenza sessuale aggravata dall’età della vittima e dall’aver abusato della sua autorità su di lei. Interrogato, ha spiegato di aver creduto che fosse consenziente.

Dopo una prima fase di smarrimento per l’accaduto, ha ammesso il bacio. Ma avrebbe spiegato di essersene invaghito e di credere che la giovane fosse consenziente. Anche se al termine dell’interrogatorio con la Pm avrebbe mostrato segni di aver capito che, difficilmente, si possa parlare un rapporto «consenziente» con una minorenne di 15 anni. L’uomo però avrebbe fermamente negato di aver avuto approcci nei confronti di altre ragazzine.”

Adesso limoniamo un po’, sei d’accordo?”, dice il professore. “Pha ish ilaisrus, i’arrasu”, risponde lei nell’idioma di un pianeta orbitante attorno a Alderamin (α Cephei). Cosa diamine poteva capire, lo sventurato? (Io la traduzione la so, in inglese viene come “Go fuck yourself, asshole”)

Comunque, chiedere è lecito, errare è umano, la carne è debole eccetera eccetera. E poi questo è un docente delle superiori, mica scherziamo, preparazione accademica e intelletto gli hanno persino permesso di arrivare vicino a comprendere di aver usato violenza a una minorenne. Non vogliamo dargli un’altra possibilità? Magari fra cinque-dieci anni capisce la differenza fra una donna e una bambola gonfiabile.

16 maggio 2016, Firenze: uccide la ex moglie a coltellate e poi si toglie la vita.

Ha suonato il campanello: “Scendi ti devo rendere tutti i tuoi vestiti”. Aveva in macchina una valigia con le cose della ex moglie. Lei ci ha creduto, è salita sull’auto bianca che poco dopo la polizia ritroverà lungo l’Arno, nella zona dell’Isolotto, alla periferia di Firenze con due corpi già senza vita. Aveva preparato la trappola Mattia Di Teodoro, 33 anni (…) Era caduto in depressione da quando la moglie, Michela Noli, 31 anni lo aveva lasciato lo scorso aprile. Aveva fatto innumerevoli tentativi di riappacificazione. Ieri sera ha localizzato lei spiandola con il gps del cellulare (…) Mattia non riusciva a rassegnarsi alla fine del loro matrimonio. L’altra notte ha mandato un messaggio ad alcuni amici: “L’ho ammazzata”. (…) Di certo i due non stavano più insieme, Mattia aveva postato sul suo Facebook una nuova moto scrivendo, una Harley: “E’ la mia rinascita”. Nel suo profilo decine di foto di lui e Michela nel tempo in cui stavano insieme: facce sorridenti, luoghi di vacanza, gli scatti del matrimonio. A lasciarla non ci riusciva, agli amici diceva che era convinto che sarebbero tornati insieme. Così le ha dato quell’ultimo appuntamento. (…) La giovane ha 20-25 coltellate sul corpo, ha cercato fino all’ultimo di proteggersi dalla furia di lui.” L’omicida-suicida lascia un biglietto di scuse alla propria famiglia “per quello che avrebbe fatto di lì a poco: uccidere Michela e poi togliersi la vita. Perché? Mi sono sentito umiliato e deriso

Per quale motivo, vi chiederete: forse la “moto della rinascita” era scarburata? Mai quanto la narrazione dell’articolista, comunque, zeppa di tutti i luoghi comuni più vieti e dannosi del canone che giustifica la violenza, una narrazione che riesce a rubricare lo stalking e la premeditazione dell’omicidio come “ultimo appuntamento” per “tornare insieme” al culmine degli “innumerevoli tentativi di riappacificazione”.

Si è trattato anche qui, purtroppo, di un problema di comunicazione. La moglie ha detto qualcosa del tipo LA NOSTRA RELAZIONE E’ FINITA, ma parlava nel suo idioma femminile non umano e il marito – miserello! – ha sentito “Non sono inferiore a te e ho signoria sulla mia vita”, sentendosi perciò umiliato e deriso nel suo superiore status padronale.

Ma ora che abbiamo individuato il vero problema (le donne parlano male e non si fanno capire) vediamo di correre ai ripari. Qui sotto c’è la prima lezione per salvare gli uomini dalle brutte cose che le donne li costringono a fare, CIAO – COME TI CHIAMI – IO MI CHIAMO… in tre lingue fantastiche: Na’vi, Elfico e Klingon.

languages

Rispetto, civiltà, rifiuto della violenza imparateli con comodo. Maria G. Di Rienzo

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Lingue Madri

(“Mother Tongues”, di Kirsti Simonsuuri, trad. Maria G. Di Rienzo. Kirsti Katariina Simonsuuri, finlandese nata nel 1945, è poeta, scrittrice e studiosa di letterature antiche.)

Kirsti

LINGUE MADRI

Poi venne la solitudine fresca remota

distante dall’inferno di altri

Io sola io parlavo in tutte le lingue

forgiavo chiavi per codici segreti

acqua dolce: Latino

fragola selvatica: Finlandese

Il mio silenzio era profondo

come quando, un tempo, mi trovavo nell’utero

inner goddess

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Il sessismo è un silenziatore delle emozioni e produce negazione e trascuratezza delle stesse. Zittire ciò di cui le donne hanno bisogno, ciò che pensano, ciò che provano, ciò che vogliono, danneggia il loro benessere emotivo e la relazione fra madri e figlie.

Nelle mappe madre-figlia che io disegno emerge la lunga storia generazionale della negazione e della trascuratezza e come questo fa vivere le donne in uno stato di fame emotiva. In molte famiglie, ciò di cui la madre e la nonna avevano bisogno emotivamente, per esempio riguardo i loro mariti, non era noto ne’ discusso. E poiché tale linguaggio non era parlato in famiglia, le figlie oggi non sanno come usarlo per se stesse.

mothers di haydee romero

Vedo donne sia giovani sia anziane trovarsi in difficoltà, rispetto a ciò di cui hanno emotivamente bisogno, perché la loro madre non riusciva a sapere e a dire di cosa aveva bisogno a livello emotivo e perché la società patriarcale in cui vivono non considera le donne come esseri che hanno necessità proprie.

Questo è un punto chiave, per le madri e le figlie di oggi, e causa di sofferenza, impotenza emotiva e conflitto.

Quando le donne non sono ascoltate, madri e figlie litigano su chi deve essere ascoltata.

Quando i bisogni emotivi delle donne non sono soddisfatti, madri e figlie litigano su quali bisogni devono esserlo.

Quando le vite delle donne sono ristrette da ruoli di genere sessisti, madri e figlie litigano sulla loro mancanza di libertà personale.

Imparare a dire di cosa abbiamo emotivamente bisogno, io credo, è uno stadio della lotta delle donne per l’eguaglianza e la visibilità. Le donne non possono essere eguali se non possono dire di cosa hanno bisogno. E le nostre necessità non saranno udite ne’ considerate ai tavoli ove si prendono le decisioni se essere donne è ancora definito dal dono incondizionato e dalla negazione di sé. Rosjke Hasseldine

(tratto da: http://www.motherdaughtercoach.com/

Trad. Maria G. Di Rienzo)

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(tratto da: “10 Simple Words Every Girl Should Learn”, di Soraya Chemaly per Role Reboot, 5 maggio 2014, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Soraya Chemaly scrive di genere, femminismo e cultura per The Huffington Post, Fem2.0, Reality Check, BitchFlicks, Alternet ed altri. E’ particolarmente interessata a come i sistemi di pregiudizio ed oppressione sono trasmessi ai bambini attraverso l’intrattenimento, i media e le culture religiose.)

talk

“Smetti di interrompermi.”

“Ho detto proprio quello.”

“Non ho bisogno di spiegazioni.”

In quinta elementare, vinsi il “premio cortesia” della scuola. In altre parole, ho vinto perché ero educata. Mio fratello, invece, era considerato il commediante della classe. Eravamo stati socializzati in modo tipico come “la signorina” e “il maschio che fa il maschio”. Globalmente, le lezioni sulla cortesia date all’infanzia sono asimmetriche per genere. Socializziamo le bambine a fare i turni, ad ascoltare più attentamente, a non imprecare, a resistere alla tentazione di interrompere, in modi che non richiediamo ai bambini. Messa altrimenti, in generale insegniamo alle ragazze abitudini servili e ai ragazzi ad esercitare il dominio.

Non è difficile scoprire perché così tanti uomini presumono di essere grandiosi e che quel che dicono ha maggiore legittimazione e che sono titolati a spiegarti anche quel che tu sai e loro no. Comincia nell’infanzia e non finisce più. I genitori interrompono le figlie il doppio di quanto facciano con i figli e insegnano loro norme di comportamento più severe. Gli insegnanti rispondono ai ragazzi, che correttamente vedono l’interazione invadente e distruttiva come il marchio di una mascolinità dominante, più spesso e in modo più dinamico di quanto rispondano alle ragazze. Questo è il motivo per cui, come i ricercatori riassumono: “Avere un posto al tavolo non equivale ad avere voce in capitolo.”

La parte migliore viene quando si pensa che siamo socializzati/e a pensare che le donne parlano di più, mentre in realtà gli uomini occupano il campo. I linguisti hanno concluso che la credenza popolare su uomini e donne che “vengono da diversi pianeti” a livello verbale, confonde “il linguaggio delle donne” con “linguaggio privo di potere”.

Le eccessive norme di cortesia imposte alle ragazze, da cui ci si aspetta che fungano da esempio per i ragazzi, hanno un impatto reale sulle donne: soprattutto quando si suppone possano semplicemente mettere da parte la socializzazione ricevuta nell’infanzia per essere assertive, domandare un aumento di stipendio, negoziare, eccetera.

Le persone spesso mi chiedono cosa insegnare alle bambine e alle ragazze, al proposito, o cosa loro stesse possono fare: “Come affronto il sessismo che incontro? E’ difficile dire qualcosa, soprattutto in ambito scolastico.” Io rispondo di far pratica di queste parole, ogni giorno:

“Smetti di interrompermi.”

“Ho detto proprio quello.”

“Non ho bisogno di spiegazioni.”

Farebbe a maschi e femmine un mondo di bene.

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Melisanda si avventura nel grande mare del web. Ha opinioni. Le piace discutere. Fa ragionamenti logici. E’ aperta e informata. Che tipi di atteggiamenti incontrerà? Come minimo, TUTTI quelli descritti di seguito.

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Attacco personale:

Di base, il dichiarare l’erroneità e/o la falsità di un ragionamento o di un’affermazione poiché proviene dalla tal persona, o il rovesciare su quest’ultima ogni sorta di insulti e insinuazioni invece di affrontare il merito (e cioè il ragionamento/l’affermazione in questione).

La frase ricorrente è del tipo: “Certo, Melisanda, non potevi dire altro essendo… una femminista odiatrice di uomini, una che non scopa, una lecchina, una buonista, una nazista, una vacca, una radicale, ecc.”

Una volta che le si abbia appiccicato l’etichetta in fronte, nulla di quanto Melisanda ha da dire è degno di considerazione, e tutto quello che dice proviene comunque dall’etichetta frontale ed è perciò sbagliato e nefando a priori.

Attacco alla fonte:

Il proclamare che l’informazione di cui si discute deve essere una panzana perché la fonte è ritenuta non (abbastanza) accurata. “Melisanda, scusa, sono dati dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità? Ma per favore, lo sanno tutti che l’Organizzazione Mondiale per la Sanità la finanziano poteri occulti per non farci avere le medicine mistiche lasciate sulla Luna dagli alieni!” E non si chieda a chi dice ciò di suffragare le sue affermazioni con qualcosa di più concreto e logico del “lo sanno tutti”, per carità! Se ha bisogno di concretezza e logica, Melisanda si è già qualificata come fiancheggiatrice del male/del complotto/della casta/della controrivoluzione…

Attacco alla competenza:

La delegittimazione di ogni critica su qualsivoglia argomento/prodotto con l’affermazione che – ad esempio – poiché Melisanda non è una scrittrice non può dire niente sul tal libro, e visto che non è un’economista non può dire niente della manovra economica, e visto che non è una chef non può lamentarsi della qualità del cibo nel MIO ristorante: deve mangiare spaghetti scotti o pizza bruciata e stare zitta.

Spaventapasseri:

E’ la distorsione di un ragionamento, argomento o affermazione, creata per aver un bersaglio più facile da colpire. Non ha niente a che fare con il convincere l’oppositore (è raro che abbia quest’effetto) ma serve a rincuorare i seguaci di chi attacca, spesso intervenuti in seconda battuta e non in grado di vedere la differenza fra lo spaventapasseri e la questione reale. Se l’omino di paglia viene demolito, esulteranno per la propria vittoria.

Melisanda parla del suo programma tv preferito, e dice che il personaggio X però non le piace – è troppo carico, troppo potente, sovraesposto, e ogni volta in cui appare in scena il plot va a farsi friggere e tutto ruota attorno a lui/lei.

Ed ecco cosa ricevono gli “amici” del/la fan di X su Facebook:

1) “La faccia tosta di questa femminista isterica è incredibile! Melisanda odia X solo perché è un uomo che fa sesso! Secondo questa schifosa dovremmo tutti tagliarcelo!” (E non importa che non abbia mai detto nulla del genere, che non si sia lamentata degli uomini che fanno sesso, che fra “non mi piace” e “lo odio” ci sia differenza, ecc.)

2) “La faccia tosta di questa sessista misogina è incredibile! Melisanda odia X solo perché è una donna che fa sesso! Secondo questa schifosa dovremmo tutte metterci le mutande di latta!”(E non importa che non abbia mai detto nulla del genere, che non si sia lamentata delle donne che fanno sesso, che fra “non mi piace” e “la odio” ci sia differenza, ecc.)

Doppio standard:

E’ particolarmente presente sulla violenza, dove ad esempio per lo stupratore immigrato si invoca la pena di morte e per quello italiano si forniscono le giustificazioni più insensate e cervellotiche, e nell’evidenza richiesta a sostegno dell’opinione altrui rispetto alla propria:

Mia cara Melisanda, le fate esistono eccome. Com’è possibile che ci siano tante storie, libri, film, fumetti, mitologie, modi di dire che riguardano le fate, se le fate non esistessero? Per quanto riguarda quel che dici sul sessismo, mi dispiace, vorrei delle prove, dei testimoni oculari, citazioni di studi specifici e bibliografie.”… che per le fate, va da sé, non sono necessarie.

Polarizzazione – detta anche “bianco e nero tagliati con l’accetta”:

Consiste nell’incastrare a forza qualsiasi cosa in categorie binarie molto ristrette: è il cosiddetto pensiero “o/o” che non prevede altre opzioni o sfumature e alimenta l’attitudine “noi contro di loro”, ove noi abbiamo ogni virtù e risplendiamo di purissima luce, mentre loro sono l’incarnazione di Satana.

Melisanda ha detto qualcosa che ci piace? Wow, che perfetto essere umano è quella donna, chiunque non ami Melisanda è un deficiente!

Melisanda ha detto qualcosa che non ci piace? Aaargh, che sacco di immondizia è Melisanda, chiunque ami Melisanda è un deficiente!

La nostra Meli, come ogni altra creatura umana, è un mix di pregi e difetti ma questa possibilità non è contemplata dalla polarizzazione, così come non è possibile per chi la usa attaccare le opinioni o le pratiche di Melisanda senza rovesciare valanghe di insulti sulla sua persona.

La polarizzazione ci porta direttamente al…

Pensiero causa/effetto “non euclideo”:

Perché piove? Perché quella stronza di Melisanda si è messa a cantare “Singing in the rain”, e quando ha finito è cominciato il diluvio! Coincidenza, eh? Sveeegliaaa!!!

Perché il gruppo etnico di Melisanda mostra alti tassi di depressione, suicidio e povertà? Be’, perché loro sono più inclini a queste cose per natura, cultura e tradizioni: non sia mai che si prenda in considerazione la discriminazione a cui sono soggetti.

Perché Melisanda non è riuscita a… (qualsiasi cosa)? Perché è una donna, e le donne non possono, non dovrebbero, non sono capaci, non sanno, ecc. ecc. ecc.

Questo tipo di pensiero ha una variante importante, quella che ritiene “meritato” qualsiasi accadimento – buono o cattivo – nella vita (degli altri). Se Melisanda imprenditrice è ricca sfondata, è evidente che deve averlo meritato in qualche modo: di sicuro ha lavorato duramente, e con onestà, e per lunghissimo tempo, era povera quando ha cominciato! Non importa che i suoi profitti vengano dallo sfruttamento dei lavoratori nei paesi in cui è legale pagarli pochissimo e metterli in condizioni pericolose, o del tagliare le paghe dei suoi operai locali al minimo di sopravvivenza, o dell’usare materiali difettosi nelle sue produzioni ecc.

Melisanda è stata stuprata? Doveva aspettarlo, visto come si veste!

Il marito di Melisanda le ha sparato? Lei deve aver fatto qualcosa per provocarlo.

Il paese di Melisanda è stato devastato da un uragano, nella stagione degli uragani, in un’area nota per la ricorrenza di uragani? Se Melisanda e i suoi compatrioti pregassero di più e criminalizzassero l’interruzione di gravidanza non sarebbe successo.

Il falso dilemma:

E’ il presentare una questione come se avesse solo due possibili soluzioni (e quella che noi indichiamo è di sicuro la migliore, mentre l’altra conduce ad un abisso infernale).

Se non vuoi lavorare in quel posto a cinquanta centesimi l’ora, Melisanda, allora devi accettare di essere una scioperata mangiapane a ufo, una choosy, una bambocciona viziata! E diventerai una mendicante come tua zia! E morirai in solitudine, strozzata da un osso di pollo alla mensa dei poveri!!!”

Senti, Melisanda, tu dici di non credere ai fantasmi, ma in questo libro di Grande Esperto Famoso (GEF) sulla nostra città ci sono storie di incontri con gli spiriti. Allora tu implichi che GEF, docente universitario, è un completo bugiardo, uno che si inventa tutto! Io non penso sia un bugiardo, perciò questi incontri con fantasmi sono davvero accaduti.” Ma ci sono altre possibilità: che le storie siano state incluse come parte dell’eredità culturale della nostra città e non come fatti storici, o che GEF creda in buona fede nel soprannaturale anche se questo non prova assolutamente un fico secco; inoltre, il fatto che Melisanda invece non ci crede non implica null’altro che questo, che Melisanda non ci crede.

Erosione del significato:

L’alterare una definizione, un termine, una parola, di modo non abbia più il significato che il nostro oppositore intendeva esprimere usandola, il che rende l’argomento originario difficile o persino impossibile da discutere ulteriormente. Ha la funzione di un cerotto silenziatore sulla bocca altrui: la ridefinizione avviene in modo da restringere o annullare la possibilità dell’altra persona di comunicare un particolare concetto.

Melisanda, non so di che parli quando dici violenza di genere. Il genere non esiste, in ognuno di noi ci sono parti maschili e parti femminili, siamo tutti persone e la violenza non ha sesso.” Mettetevela via, che le vittime di violenza siano in stragrande maggioranza femmine e i perpetratori in stragrande maggioranza maschi è un mero caso.

Guarda, maiali che volano!

Ovvero, tecniche di distrazione di massa: il gettare nel discorso qualcosa di completamente irrilevante per far deragliare la discussione.

Melisanda, perché sei così… (quel che volete)?”, oppure: “Il tuo tono, Melisanda, indica che… (quel che volete)” Non discutiamo più della questione, discutiamo di Melisanda, psicanalizziamo Melisanda, costringiamo Melisanda a giustificare la propria esistenza, hip hip hurrà!

Non ci sono cose più importanti di cui preoccuparsi? Ben altri sono i problemi, cara Melisanda… Dici che un tetto di alluminio è pericoloso, ma lo sai o no che ci sono persone che neppure lo hanno, un tetto?”

Senti, Melisanda, se l’evoluzione fosse un dato di fatto allora l’eugenetica sarebbe giustificata. Se tu mi dici che credi all’evoluzione è come se mi dicessi che ti sta bene esporre alla nascita i bambini malformati, o fare esperimenti assieme a Mengele, e io non posso discutere con una persona malvagia come te!”

Fuori contesto:

Tecnica nota anche come “la parte per il tutto”.

Melisanda, astrofisica e romanziera, dice in un’intervista: “Come scrittrice di fantasy, un mondo con draghi e vampiri è per me del tutto plausibile, ma come scienziata so che il nostro mondo è diverso dalla mia immaginazione.”

Su Facebook, Twitter, ecc.: “Avete letto? Anche Melisanda dice che un mondo con draghi e vampiri è del tutto plausibile, adesso dovete finirla di dirmi che ho le visioni perché persone rispettabili e autorevoli – e la scienziata Melisanda è solo una di loro – la pensano come me!”

Oppure, basta estrapolare una frase da un libro e attribuire all’autore/autrice il pensiero che lui/lei mette in bocca ad un personaggio (il “cattivo” della storia, per esempio) e si demonizza chi scrive e ciò che ha scritto in un batter d’occhio.

Vero per sfinimento:

La semplice arte di ripetere il proprio punto di vista ad oltranza, senza preoccuparsi di avere qualcosa di concreto per sostenerlo o del fatto che è già stato demolito centocinquantasei volte.

Mi dispiace, Melisanda, ma non c’è nessuna prova che – come tu dici – le mele crescano sugli alberi.”

Melisanda mostra foto di meli carichi di frutti.

Ok, ma questa non è una prova che le mele crescano sugli alberi, è solo la prova che tu hai delle fotografie, e come dicevo…”

Melisanda mostra testi di orticoltura.

Guarda, questo prova solo che dei testi sono stati scritti, tu non hai evidenza del fatto che le mele…”

Melisanda spedisce tramite i drone di Amazon un intero frutteto di Golden Delicious, Granny Smith, Seuka e Renetta.

Quando non si hanno prove, Melisanda, non si dovrebbe insistere a dire che le mele…”

Melisanda manda a quel paese il suo oppositore e si rifiuta di discutere ulteriormente.

Visto? Avevo ragione, Melisanda non dice più niente, ho vinto io!!!”

Associazioni fallaci:

L’errore logico per cui se A condivide una caratteristica con B, allora condivide anche tutto il resto (o gran parte) delle caratteristiche di B: “Io sono allergico ai limoni, che sono gialli. Perciò so di essere allergico anche alle banane, pur non avendo mai provato a mangiarle, ne’ fatto alcun test al proposito, perché anch’esse sono gialle.”

Melisanda, allora tu sei vegetariana? Bella roba. Lo sapevi che pure Hitler era vegetariano, sì?”

Eh, non mi stupisce che Melisanda abbia un labrador e un siberian husky, anche a Hitler piacevano i cani…”

A rovescio:

Sei amica di Melisanda? Ma allora sei anche tu (quel che volete) come lei!”

La tua attrice preferita è Melisanda? Allora dovresti anche tu (quel che volete) come lei!”

Ehi, fatti coraggio e resta allegra, Melisanda. Pensa che come “obiezione” hanno detto a qualcuno che conosco: “Ah, be’, se vai avanti con la logica…”

Maria G. Di Rienzo

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