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Si stima che circa 25.000 nativi della Liberia siano residenti a Filadelfia in Pennsylvania – Usa, la maggior parte dei quali vi sono giunti come rifugiati delle guerre civili nel loro paese (1989-1996 e 1999-2003). Come tutti i migranti, quale che sia la causa del loro spostamento, incontravano e incontrano una serie di problemi: barriere linguistiche, impoverimento economico, razzismo, la non familiarità con burocrazia e cultura. Avendo poi alle spalle anni di violenza e perdita – di persone amate, di modi di vita, di proprietà – e dovendo fare i conti con i sentimenti di paura e rabbia che ne conseguono, è facile sprofondare nell’isolamento.

E’ per combattere questo stato di cose che è nato il Coro delle Donne Liberiane per il Cambiamento (in immagine) e per ritornare ai liberiani fuori dal proprio paese natale il senso di appartenere a qualcosa.

liberian women chorus

Le donne che lo hanno fondato sono tutte artiste di talento con una propria riconosciuta carriera: Fatu Gayflor, Marie Nyenabo, Tokay Tomah e Zaye Tete. Il loro approccio verso la comunità è sensibile alla sua storia complessa, che le coriste hanno condiviso, e mette gentilmente in relazione le persone tramite canti e storie tradizionali, evocando un senso di continuità nel “nuovo mondo” e tracciando le responsabilità e le possibilità presenti in quest’ultimo.

Alle loro applauditissime performance è però accaduto che le spettatrici chiedessero di affrontare un tema specifico (e nascosto) della propria vita quotidiana e cioè la violenza domestica. Il Coro delle Donne Liberiane per il Cambiamento non ha avuto bisogno che lo domandassero due volte. Si sono messe in contatto con attiviste antiviolenza, docenti universitarie, organizzazioni di sostegno ecc. e hanno sparso la voce, organizzando una campagna contro la violenza di genere che si prospetta grandiosa. Musiciste e leader spirituali come Nana Korantemaa, danzatrici come Sagay Sheriff, esperte di violenza domestica come Azucena Ugarte – e ve ne sono molte altre – sono saltate a bordo con entusiasmo.

Nei parchi e nei musei, nelle sale da ballo e nei teatri e nelle chiese: ovunque le porte si aprono solitamente per il Coro, le artiste canteranno, danzeranno, parleranno della violenza contro le donne e poi daranno la parola al loro pubblico. In poche parole, le adoro. Maria G. Di Rienzo

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(“Are Women Really Peaceful?”, di Sanam Naraghi Anderlini, 2014, trad. Maria G. Di Rienzo. Sanam Naraghi Anderlini è la co-fondatrice di International Civil Society Action Network (ICAN) – http://www.icanpeacework.org -, una rete internazionale della società civile. Esperta di genere e conflitto, Sanam fu una dei membri della società civile che parteciparono alla stesura della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su donne, pace e sicurezza.)

sanam

Sono davvero pacifiche, le donne?

Questa è la domanda che inevitabilmente sorge durante ogni discussione sull’inclusione o il contributo femminile alla costruzione di pace.

Per alcune donne occidentali l’assunto che le donne siano orientate alla pace implica l’essere troppo “soffici”. E’ spiacevole, perché il dialogo, la diplomazia e il compromesso sono faccende molto più dure e complesse dell’affidarsi alle opzioni militari.

Le persone mettono in discussione l’essere orientate alla pace delle donne puntando il dito su leader come Margaret Thatcher, Golda Meir ed altre che hanno guidato i loro paesi in guerra. Indicano le donne che si uniscono a ISIS o i membri femmine nei movimenti di ribelli armati, come Farc in Colombia o i maoisti in Nepal, per provare che le donne non sono pacifiche.

Questi esempi raccontano solo una piccola parte della storia. Metà dell’umanità non può essere omogenea nelle sue azioni. Anche il contesto va preso in considerazione.

Ci sono tre modi di rispondere alla domanda. Il primo potrebbe essere: no, le donne non sono pacifiche. Come individui, le donne possono essere violente o sostenere la violenza. Molte si uniscono ad eserciti, gruppi armati o altri movimenti che predicano e perpetrano violenza.

Per alcune donne il servizio militare è la strada verso l’eguaglianza, l’empowerment e fuori dall’oppressione. Numerose donne nepalesi nel movimento maoista si sono unite alla lotta per i principi di eguaglianza e giustizia sociale asseriti dal movimento. Si uniscono dopo aver testimoniato l’uccisione dei propri padri, mariti o fratelli da parte dell’esercito. Alcune fuggono dalla violenza nelle loro case o per vendicare il proprio stupro. Alcune sono forzate.

Ci sono situazioni in cui donne spingono i loro parenti maschi alla vendetta o a cercare retribuzione per la violenza da loro subita, ma globalmente le donne sono ancora una minoranza nei gruppi armati o negli eserciti.

Il secondo modo di rispondere alla domanda è: sì, se le azioni collettive delle donne, come movimenti organizzati per lottare per i propri diritti di base e l’autodeterminazione, sono prese in considerazione. Attraverso la Storia e il mondo, l’organizzarsi collettivo delle donne ha le sue radici nella nonviolenza e usa la resistenza civile e altre tattiche simili per arrivare ai suoi scopi.

Il movimento delle donne afgane è uno di questi casi. Nonostante trent’anni di guerra e di oppressione diretta, nonostante minacce di morte e aggressioni, le donne afgane continuano la loro lotta per i diritti e la pace in modo nonviolento.

Vi è inerente ironia e contraddizione, in questo. Martin Luther King e il Mahatma Gandhi sono onorati per la loro aderenza alla nonviolenza. Ma la maggior parte delle leader e delle attiviste nei movimenti per i diritti delle donne sono tipicamente ne’ celebrate ne’ onorate, mentre quelle che hanno usato violenza sono spesso ricordate nelle narrazioni storiche.

La risposta finale è considerare come le donne, collettivamente e individualmente, contribuiscono a metter fine alla violenza e alla costruzione di pace, durante le guerre e nei contesti interessati da conflitti.

Sovente, le esperienze personali hanno spinto le donne come singoli individui a sollevarsi come attiviste per la pace. In Sri Lanka, Visaka Dharmadasa ha incanalato il dolore seguito alla sparizione del figlio (che era nell’esercito) verso il cercare il leader dei ribelli e l’iniziare con lui un dialogo che ha contributo a un “cessate il fuoco”. Lei scelse di pensare ai ribelli, in maggioranza giovani uomini, attraverso la lente di una madre, anche se costoro erano responsabili della sua perdita.

Allo stesso modo negli Usa, donne che avevano perso figli e mariti l’11 settembre non solo istigarono la Commissione 11/9, ma stabilirono organizzazioni umanitarie che promuovono l’empatia per le vittime di violenza e celebrano la diversità religiosa.

Questa capacità di lavorare su un dolore profondo volgendolo in positivo è una qualità straordinaria.

In Somalia, un gruppo di donne anziane appartenenti all’elite usarono il proprio status per interagire con i clan guerreggianti e incoraggiarono la loro partecipazione ai colloqui di pace, e negoziarono la riapertura dell’aeroporto e dell’ospedale con i ribelli di al-Shabaab.

Non tutte le donne in un movimento per i diritti umani delle donne fanno attivismo pacifista.

Non tutte le donne pacifiste emergono dai movimenti per i diritti umani.

Sebbene siano una minoranza, le donne che combinano l’attivismo per la pace con l’attivismo per i diritti gettano ponti sui divari e attirano sostenitori da ambo le parti. I loro successi sono basati su tecniche che esse stesse hanno ideato, spesso specifiche per un dato contesto culturale, e radicate nel loro invisibile potere.

In molti paesi, le donne hanno usato scioperi del sesso come tattica all’interno del loro più ampio sforzo per metter fine agli scontri.

In Sierra Leone, donne anziane appartenenti alla chiesa chiesero un incontro con un leader del movimento ribelle. Furono insultate e come risposta si sfilarono le vesti e rimasero nude, conoscendo alla perfezione le conseguenze. La loro azione accese la mobilitazione degli uomini appartenenti alla chiesa e ciò portò alla fine della violenza.

In Liberia, donne si interposero direttamente durante le resistenze al processo di disarmo e convinsero i giovani uomini a consegnare loro le armi.

In numerosi scenari, le donne hanno portato informazioni e prospettive importanti ai processi di pace su istanze quali sicurezza, giustizia, governance e recupero economico. Mentre i belligeranti sono spesso concentrati sulla propria quota di potere, le donne sono concentrate sulle responsabilità verso le loro comunità, famiglie e bambini.

Persino donne anziane dei movimenti ribelli del Salvador e del Guatemala, che entravano nelle negoziazioni come combattenti stagionate e rappresentanti dei loro gruppi, diventarono subito consapevoli dei gruppi marginalizzati, fra cui le donne – e parlarono in loro favore.

Invariabilmente, la loro comprensione della pace e della proverbiale “tavola della pace” ha più sfumature ed è più complessa di quella dei partiti in guerra o dei mediatori. Le donne sanno che metter fine alla violenza è una priorità, ma riconoscono anche che ciò non può essere fatto in modo efficace senza affrontare le cause profonde della guerra ed articolare una visione condivisa di pace e società.

In nessun altro luogo questo è tanto visibile quanto nell’odierno Medio Oriente. Nella lotta contro gli estremismi insorgenti e il militarismo di stato, le donne in Siria, Libia, Iraq, Egitto ecc. osano contrapporsi e intervenire. Sono le prime a rispondere con soccorso, cura e “normalità” nel bel mezzo del caos. E nonostante tutta la violenza e le minacce di morte, sanno che le risposte militari non metteranno mai fine alla crisi. Si basano sulla loro propria storia e difendono diritti umani, pluralismo e pace. Esse sono l’unico movimento transnazionale che sta offrendo una visione condivisa e dei valori condivisi, in alternativa a visione e valori degli estremisti.

“Chiediamo al mondo: perché ci aiutate ad ucciderci l’un l’altro? – ha detto un’attivista siriana – Perché non ci aiutate a parlare l’uno all’altro?”

Le donne sono gli assetti chiave per la pace, eppure la comunità internazionale persiste nell’ignorarle o marginalizzarle. Forse è il momento di girare sottosopra la domanda iniziale.

Perché il mondo continua ad ignorare o indebolire donne che sono abbastanza coraggiose da lottare per la pace, pacificamente?

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Ogni scelta che facciamo può essere una celebrazione del mondo che vogliamo

Ogni scelta che facciamo può essere una celebrazione del mondo che vogliamo

Sul serio? Pensate davvero che noi femministe si passi il tempo a sparlare degli uomini, a puntare l’indice contro gli uomini, a odiare gli uomini? Vi illudete. Questo delirio paranoide che vi mette al centro della nostra attenzione non ha nessun riscontro nella realtà. Perché non cercate invece di espandere la vostra conoscenza in materia? Magari guardandovi un film. Anzi, ve ne offro quattro.

“Six Days: Three Women Activists, Three Wars, One Dream” – “Sei giorni: tre donne attiviste, tre guerre, un sogno” – 2013, regia di Nikolina Gillgren.

Il documentario segue tre difensore dei diritti umani: Nelly in Liberia, Maia in Abkhazia – Georgia e Lanja nella regione curda dell’Iraq, ognuna per sei giorni, mostrando cosa significa lavorare per la salute e l’istruzione di donne e bambine, contro la violenza di genere, i delitti “d’onore” e i “rapimenti di spose”. Se davvero non sapete cosa il femminismo fa per migliorare le vite di tutti, femmine e maschi, questo è il film che non vi lascerà dubbi al proposito.

“Sound of Torture” – “Il suono della tortura”, regia di Keren Shayo, 2013.

La dittatura militare li opprime e la sua politica è sparare a vista se tentano di uscire dal paese, l’Europa li rigetta come rifugiati dal 2006, così molti di loro finiscono per morire nei “campi di tortura” del Sinai. Stiamo parlando degli eritrei che fuggono cercando di raggiungere Israele e sono catturati, tenuti prigionieri in attesa di riscatto, venduti dai trafficanti di esseri umani beduini.

Il film mostra l’attivista per i diritti umani e giornalista radiofonica Meron Estefanos (svedese-eritrea), una delle poche a documentare questa terribile situazione, mentre cerca di liberare una donna torturata tenuta prigioniera assieme al suo bambino, e ne cerca un’altra scomparsa dopo che il suo riscatto era stato pagato. Se davvero non sapete con quanto coraggio e quanta passione il femminismo difende il diritto di tutti ad una vita dignitosa, questo è il film che fa per voi.

“Playing With Fire: Women Actors Of Afghanistan” – “Giocando con il fuoco: le donne attrici dell’Afghanistan”, 2014, regia di Anneta Papathanassiou.

Durante la dittatura talebana (1994-2001) il teatro in Afghanistan era bandito. Di recente, il suo potere narrativo e trasformativo è stato usato principalmente dalle donne: ma i fondamentalisti – e a volte le loro stesse famiglie – le minacciano di morte e le bastonano in pubblico. Additate come prostitute, anti-islamiche, apostate e quant’altro, molte sono costrette a fuggire dal paese e alcune sono già state uccise.

Il documentario vi farà conoscere Tahira, forzata all’esilio perché il suo lavoro teatrale ha vinto il primo premio ad un festival; e Sajida, una studentessa perseguitata dagli estremisti; e Monirah, la fondatrice di un innovativo gruppo teatrale femminile che vive sotto assedio; e Roya, Leena e Breshna, bersagli di continue molestie per il loro ruolo pubblico in tv e al cinema. Se davvero non sapete come il femminismo contribuisca al fiorire di ogni arte, questo filmato ve lo dirà.

“Casablanca Calling” – “La chiamata di Casablanca”, 2014, regia di Rosa Rogers.

Rivoluzionarie quiete e invisibili ai mass media, le marocchine Hannane, Bouchra e Karima stanno lavorando per trasformare il loro paese. In una nazione dove il 60% delle donne non è mai andato a scuola, fanno campagna per l’istruzione femminile; mettono in guardia contro i matrimoni forzati e precoci; offrono sostegno e guida a donne e bambine affrontando assieme a loro qualsiasi problema. Hannane, Bouchra e Karima sono “morchidat”, ovvero leader religiose musulmane assegnate a tre moschee in differenti parti del Marocco. L’Islam di cui le vediamo parlare è tolleranza, compassione, eguaglianza e amore per femmine e maschi.

Se non sapevate come femminismo e fede possano andare a braccetto verso un mondo migliore di quello che abbiamo sotto gli occhi, ecco il film che ve lo mostrerà. Maria G. Di Rienzo

I DVD di queste ed altre bellissime storie di donne, raccontate da donne, sono disponibili su Women Make Movies (Le donne fanno film).

http://www.wmm.com/index.asp

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(tratto da: “Liberia’s child prostitues”, di Clair MacDougall per The Daily Beast, 19 maggio 2014, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

ragazza liberiana - foto di R. Blackwell

Jatu ha 14 anni. Dalla soglia della capanna dal tetto di latta in cui vive, in una sola stanza, guarda passare le studentesse delle sua età in uniforme. Hanno i capelli ben pettinati e le loro scarpe ticchettano sul suolo irregolare della strada di New Kru Town, un sobborgo fatto di tuguri a Monrovia, Liberia. Jatu ha una maglietta molto scollata su un reggiseno imbottito e un paio di leggings. Mentre le ragazze passano, Jatu gira la testa per nascondere il lato sinistro del suo volto, segnato da cicatrici che si estendono al collo e alle spalle: quando aveva otto anni un taxi l’ha letteralmente falciata. Il guidatore è scappato lasciandola a terra per morta.
Jatu ha lasciato la propria famiglia a 11 anni, consapevole di essere diventata un peso per la sua madre single e i tre bambini più piccoli. Dice che si è trattato di una sua scelta. Non era in grado di pagare le tasse scolastiche, così è andata a vivere con un’amica più anziana che l’ha avviata alla prostituzione. Aveva sempre 11 anni quando questa donna le presentò due ragazzi in un bar. Jatu ballò con loro e bevve birra con loro, poi si separarono. L’amica le chiese di aspettarla ad un incrocio vicino, ma invece sparì: al suo posto c’erano i due ragazzi, e le dissero che avevano pagato la sua amica per “averla”. Prima che Jatu potesse solo aprire bocca gliel’avevano chiusa con le mani. La trascinarono dietro un’automobile e la stuprarono entrambi, abbandonandola sanguinante sul terreno. Fu sua nonna a prendersi cura di lei e ad andare con lei alla polizia per denunciare lo stupro. La polizia chiese 1.000 dollari liberiani per registrare il caso (circa 20 euro). Non ha mai trovato i perpetratori. “Si sono mangiati i miei soldi.”, commenta Jatu, “A mia nonna dissi: dimenticatene.”
Subito dopo, Jatu fu forzata a diventare una prostituta. Dormiva con i piedi legati assieme ad altre 9 bambine, all’inizio, sorvegliata da donne più grandi che si prendevano una fetta dei loro guadagni. Poi ha deciso che lo avrebbe fatto di “propria volontà” e ora lavora in modo indipendente: paga i “gronnah”, uomini e ragazzi di strada, affinché la proteggano e manda quasi tutto quel che resta a sua madre, che vive con i suoi fratelli e sorelle in un altro sobborgo. Si prostituisce sullo stesso angolo di strada in cui è stata stuprata.
Jatu è una delle tante minorenni a Monrovia che barattano i loro corpi per cibo, oggetti e pochissimo denaro, a volte meno di un dollaro a prestazione. La maggioranza di quelle che ho intervistato hanno fra i 13 e i 16 anni e usano i loro guadagni per mantenere le loro famiglie, tenendo per sé piccole somme. Moltissime hanno abbandonato la scuola per lo stesso motivo di Jatu, e quasi nessuna dice la verità alla famiglia sul denaro che invia. Ma l’aspetto più clamoroso della prostituzione minorile a Monrovia è la sua visibilità: bar, chioschi e alberghi noti per lo spazio offerto alle ragazze e ai loro clienti. Nei club le giovanissime danzano di fronte a clienti allineati al bar con i loro drink in mano, come ora stanno facendo Jatu e la sua amica coetanea, Naomi.
Se fossero stuprate non si rivolgerebbero mai alla polizia: “Vai da loro e la questione è morta.”, ha spiegato Naomi, “Mettono te in prigione. Se mi aggrediscono, invece di andare dalla polizia andrei in ospedale, per le medicine. Comprerei la pillola.” E Jatu ha raccontato di aver dovuto fare sesso con un poliziotto che l’aveva aiutata ad avere il denaro da un cliente che in albergo si rifiutava di pagarla. Lei offrì parte della somma al poliziotto, ma lui preferì riportarla in quello stesso albergo e fare sesso con lei. Jatu aveva 12 anni, allora.
Naomi, a differenza di altre ragazze che definiscono quel che fanno “affari”, dice che è stupro: “E i clienti sanno che è stupro (per la legge liberiana) ma non credo ci si possa fare niente.” E balla alla musica assordante del club con Jatu, che si assicura di avere le cicatrici coperte da una sciarpa. Giovani uomini vanno verso di loro. Le due ragazzine continuano ad eseguire le movenze di cui hanno fatto pratica insieme. Senza mai guardarsi negli occhi.

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(di Leymah Gbowee, Op Ed del Los Angeles Times, 14 maggio 2014, trad. Maria G. Di Rienzo. Leymah Gbowee, liberiana, ha conseguito il Premio Nobel per la Pace nel 2011.)
Dopo settimane dal rapimento di più di 300 studentesse nigeriane, forzatamente coinvolte in un caso di massa di traffico a scopo sessuale, i media globali infine hanno preso nota del crimine.
Perché l’interesse? A causa del coraggio delle donne nigeriane, che sono scese in strada a chiedere che il mondo prestasse attenzione. Le donne africane tendono ad essere raffigurate come vittime – le stuprate, le sofferenti, le povere madri delle povere ragazze. Ma attraverso tutta l’Africa le donne stanno mettendo fine a conflitti, riformando governi e facendo luce su istanze cruciali. In questa storia, come in molte altre, loro sono le eroine.
Alcuni giorni dopo che le loro figlie erano state prese, quando fu chiaro che l’esercito non avrebbe fatto nulla, le donne e gli uomini di Chibok, nello stato di Borno, hanno raggranellato i soldi, comprato carburante per le loro motociclette e coraggiosamente si sono messi in viaggio per i 30.000 chilometri quadrati della Foresta di Sambisa, dove Boko Haram si nasconde. Gli abitanti dei villaggi che incontrarono lungo la via dissero loro di aver visto le ragazze, ma che seguirle era troppo pericoloso. Quando i genitori tentarono di condividere con l’esercito ciò che avevano saputo, fu detto loro di scrivere un rapporto.
Di fronte al silenzio ufficiale, donne arrabbiate di tutta la Nigeria cominciarono ad alzare la voce. Il 24 aprile, una coalizione dei gruppi per i diritti umani delle donne, nel Borno, annunciò che era pronta a mobilitare migliaia di donne per entrare nella foresta e chiedere il rilascio delle ragazze. Dal 30 aprile in poi, ogni singolo giorno, folle di donne hanno dimostrato nella capitale, Abuja.
Il primo di maggio, una coalizione di donne musulmane e cristiane ha protestato nello stato di Kaduna. Il due di maggio, le donne minacciarono di convergere a Lagos per poi camminare in massa sino al Borno e penetrare nella Foresta di Sambisa in cerca delle ragazze.

washington post - protesta donne nigeriane

Il cinque di maggio, le donne dello stato di Ogun organizzarono una dimostrazione per mostrare la loro solidarietà e la presidente dell’Associazione donne mercanti delle Nigeria ordinò la chiusura per protesta dei sei più grandi mercati di Lagos: per analogia, è come se si fosse chiuso il New York Stock Exchange. Queste donne che vivono del loro commercio nei mercati hanno deciso di ignorare le loro stesse necessità – alcune famiglie hanno saltato i pasti – perché quel che accadeva nella comunità era per loro più importante. Le donne hanno protestato negli stati di Kwara, Nasarawa e Plateau. Confrontate queste azioni con quelle dei leader nigeriani, la cui governance è troppo spesso basata su quel che dà di loro una buona impressione a livello internazionale. Nel momento in cui le ragazze furono rapite, loro erano concentrati nel mandare forze di polizia ad Abuja, per ripulire la città e renderla sicura per i leader politici che dovevano partecipare al World Economic Forum.
Miti e stereotipi accecano il mondo sulla realtà di cosa le donne africane stanno ottenendo. Nel 1996, quando 139 ragazze furono rapite dalla loro scuola di Aboke, in Uganda, dai membri del Lord’s Resistance Army, la vicepreside Sorella Rachele Fassera, una suora italiana, seguì i perpetratori e riuscì a contrattare con loro il rilascio di 109 ragazze. Angelina Atyam, madre di una delle ragazze che non erano tornate, divenne una delle leader pacifiste dell’Uganda e viaggiò sino alle Nazioni Unite nel suo attivismo a favore delle ragazze mancanti. Quelle che sopravvissero infine furono riunite alle loro famiglie, compresa la figlia di Atyam. Per anni, i media occidentali non hanno avuto idea di cosa fosse successo.
Durante i giorni peggiori della guerra civile nel mio stesso paese, la Liberia, una guerra che continuava da 14 anni, migliaia di donne cristiane e musulmane si riunirono in un campo adiacente la strada principale della capitale – e là sedemmo per mese nella pioggia e nel sole, chiedendo pace. Le proteste delle donne si diffusero in tutto il paese, e quando i colloqui di pace in Ghana si interruppero, noi barricammo la stanza in cui si tenevano sino a che essi ripresero. Ma fuori dalla Liberia, sembrava che nessuno ci notasse.
Come donna e come madre, sto pregando per il ritorno delle ragazze rapite, sane e salve. E plaudo alla forza delle donne che continuano a lottare per loro. Sono donne africane, donne che possono “funzionare” nelle condizioni più dure, che di fronte all’omicidio e allo stupro continuamente si sollevano e lottano. Forti. Resistenti. Potenti. E’ ora che il mondo metta via l’immagine delle africane come vittime e le veda come le eroine quotidiane che in effetti sono.

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(“I will not allow any man to treat me like they generally treat women”, intervista a Nelly Cooper di Malin Ekerstedt per Kvinna till Kvinna, 8 gennaio 2014, trad. Maria G. Di Rienzo. Nelly Cooper è la fondatrice dell’organizzazione “West Point Women for Health and Development Association” – WPWHDO, che è attiva nell’area dei bassifondi di West Point a Monrovia, in Liberia. Nell’immagine, di Iván Blanco, Nelly sta tenendo una lezione sui diritti delle donne e la salute riproduttiva.)

Nelly Cooper

Come sei diventata un’attivista?

Perché non mi piace che brutte cose accadano alle persone. Mi fa arrabbiare e mi spinge all’azione. Non permetto a nessun uomo di trattarmi come in genere trattano le donne.

Poi, c’è stata la guerra. Ho visto accadere un mucchio di malvagità, gente marginalizzata e brutalmente maltrattata e donne di cui si è abusato. Io non sono stata stuprata, ma ho visto altre essere stuprate: da donne di 60/70 anni a bambine di due. Ovunque mi trovassi, protestavo contro i maltrattamenti. Non pensavo ai pericoli che correvo. C’è qualcosa dentro di me, devo aiutare le persone.

A cosa stai lavorando in questo momento?

La mia organizzazione lavora in molte aree. Facciamo attivismo contro la violenza di genere e le mutilazioni genitali femminili. Le mutilazioni sono ancora comuni in Liberia. E’ triste dirlo, ma spesso sono un attrezzo che le donne usano per aver potere su altre donne.

Lavoriamo sull’empowerment con le ragazze giovani e forniamo loro istruzione e formazione professionale, e facciamo funzionare un programma sanitario per le donne che sono state violentate o che sono state picchiate in cui le accompagnamo negli ospedali.

Gestiamo anche un programma di risoluzione/mediazione dei conflitti, dove le donne dell’organizzazione agiscono come mediatrici nei conflitti fra membri della comunità, mariti e mogli, giovani, per risolvere le questioni in modo pacifico.

E poi lavoriamo con gli uomini che hanno abbandonato le loro famiglie, cosa che qui è molto comune. Andiamo a parlare con loro e tentiamo di convincerli a sostenere economicamente le donne che stanno crescendo i figli di entrambi.

Queste sono solo alcune delle cose che facciamo. Ci sono così tanti problemi, così tanto a cui dare una mano.

Quali sono le tue speranze per il futuro?

Spero di vedere il mio paese diventare una comunità libera dalla violenza. E vedere che le donne hanno uguale accesso, come gli uomini. Gli uomini non dovrebbero continuare a marginalizzare le donne, ma accettare che siamo tutti/e eguali.

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Quando studi capisci cose che chi non va a scuola non capisce. Il modo in cui parli diventa diverso, le decisioni che prendi sono diverse e sono benefiche per te e per la tua famiglia. Se non sei istruito, sei come del tè senza zucchero.” E’ per questo che l’adolescente liberiana Mercy Womeh spacca pietre per molte ore al giorno, guadagnando circa 30 centesimi di euro per ogni secchio riempito: vuole un diploma liceale. Mercy crede fermamente che avere un’istruzione trasformerà la sua vita. Tre anni fa, la sua famiglia si è trasferita dalla campagna alla capitale, Monrovia, cercando lavoro. In un paese con la disoccupazione all’85%, l’unica scelta era spaccare pietre.

L’istruzione è ora libera e obbligatoria, in Liberia, ma Mercy ha scelto di frequentare un liceo privato: “Non ci sono abbastanza insegnanti nella scuola pubblica, e quelli che ci sono spesso neppure si presentano. Le classi sono sovraffollate. E devi comunque pagare per i testi scolastici e altro materiale. Se non hai soldi per farlo, devi lasciare la scuola. Quando abitavamo in campagna nessuno di noi bambini andava a scuola. I nostri genitori non avevano i soldi per far studiare me e i miei fratelli. Io li aiutavo nei campi, cacciando gli uccelli dalle piante o battendo il riso durante il raccolto. Adesso spacco pietre perché non ho altro modo per mantenermi. Quando mi pagano io pago le tasse scolastiche, e con il resto compro da mangiare. Mi piacerebbe andare all’università, in futuro, lasciare questo lavoro e farne uno più sostenibile.”

Mercy dice anche che la Presidente Ellen Johnson Sirleaf è un’ispirazione, per lei: “E’ istruita, e promuove l’istruzione per donne e bambine. Io credo che dobbiamo tentare di somigliarle, perché ha dato grande speranza a tutte le donne della Liberia.” Le donne e le ragazze giocano un ruolo chiave nell’economia liberiana. Sono il 54% della forza lavoro, provvedono il 93% dei raccolti di piante alimentari, svolgono l’85% delle attività di vendita ad essi relative, e si sobbarcano tutto il lavoro domestico e di cura. Nelle infrastrutture e nei settori pubblici sono pochissime. E, ovviamente, guadagnano meno degli uomini.

Mercy Womeh studia di notte, alla luce di una lampada solare. A me sembra che risplenda di suo. Maria G. Di Rienzo

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