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Gulmira

“Il mio nome è Gulmira Mendibaeva, vivo nella zona di Ysyk-Kul in Kyrgyzstan, e sono membro di ALGA (cioè un’istruttrice di istruttrici per Donne2030). Lavoro principalmente sul miglioramento delle condizioni di vita delle donne rurali.

Per me, l’implementazione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile da una prospettiva di genere significa miglior accesso, per le donne e le bambine rurali, all’istruzione, all’informazione, all’addestramento, ai servizi sanitari per la salute riproduttiva e alla protezione sociale. Significa anche che donne e bambine rurali possano aver accesso a risorse differenti: finanziarie e tecnologiche, acqua, servizi igienici, commercio, ecc.

Le sfide che incontro nel mio lavoro includono la mancanza di consapevolezza, perché non solo noi gente rurale abbiamo scarso accesso alle informazioni, ma anche ai nostri governi locali mancano informazioni e conoscenza. Un’altra sfida è il diritto consuetudinario, che è negativo per noi donne da molte prospettive. Ci sono anche le barriere economiche, perché noi donne non siamo indipendenti.

Alcuni dicono che le donne dovrebbero possedere risorse ma io no, io non voglio solo il diritto al possesso, io voglio che mi sia garantito l’accesso. Questa è la cosa più importante: avere eguale accesso alle risorse ed essere eguali.

Per combattere queste difficoltà lavoriamo sull’aumento di consapevolezza e sull’istruzione. Si tratta delle attività maggiormente necessarie per noi, poiché cambieranno la coscienza della popolazione. Nel nostro villaggio siamo nel mezzo del processo che ci porterà a vincere tali sfide.

Spero, il prossimo anno, di condividere con voi il mio successo.”

Testo raccolto da Hanna Gunnarsson, 7 marzo 2018, trad. Maria G. Di Rienzo.

(Il Programma Donne 2030 è costituito da una coalizione di organizzazioni che collaborano per realizzare gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile in modo che siano equi rispetto al genere e rispondano ai criteri di giustizia climatica. La coalizione ha ottenuto, per un anno, il sostegno della Commissione Europea per la Cooperazione Internazionale, e perciò Gulmira dice che spera di presentare risultati positivi l’anno prossimo.)

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(“From where I stand: Aiturgan Djoldoshbekova and Aigul Alybaeva”, dal sito dell’Agenzia Donne delle Nazioni Unite, 14 novembre 2016, immagine di Theresia Thylin, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Il Kyrgyzstan ha leggi contro la violenza domestica, ma l’accettazione sociale della violenza contro donne e bambine, inclusa la pratica del “rapimento di spose”, resta assai diffusa.

Aiturgan Djoldoshbekova, 16enne, sta partecipando a un programma d’istruzione con base nella sua scuola implementato dalla “Federazione nazionale delle comunità femminili del Kyrgyzstan” e sostenuto dal Fondo NU per mettere fine alla violenza contro le donne. Il programma mira a dar forza alle ragazze, a iniziare dialoghi inter-generazionali e a cancellare i rapimenti di spose e i matrimoni precoci/forzati. La madre di Aiturgan, Aigul Alybaeva, sostiene la partecipazione della figlia al programma e discute con lei di molti argomenti, inclusa la violenza contro donne e bambine.

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Aiturgan, la figlia: Fin dall’infanzia ho visto ragazze e donne trattate in modo non equamente e diversamente da ragazzi e uomini. Vedo questo nella vita di tutti i giorni e nei film che guardiamo.

Sono interessata a saperne di più delle leggi. Perché le leggi dicono che siamo uguali: ragazzi e ragazze, donne e uomini dovrebbero essere uguali.

Non ho paura del rapimento perché ora conosco i miei diritti. So che se qualcuno mi rapisce sta violando la legge e che posso fare appello al tribunale.

E’ importante che le ragazze conoscano i loro diritti. Io desidero che tutte noi si sia femministe e si lavori insieme contro la violenza diretta a donne e bambine.

Quel che imparo a scuola, sui diritti umani, lo condivido con il mio fratello minore. Anche lui deve conoscere i suoi diritti. Gli dico sempre che dobbiamo avere una posizione fermissima contro la violenza.

Aigul, la madre: Aiturgan è sempre stata una brava a scuola, ma ora è ancora più interessata a imparare. Vuole diventare pubblico ministero.

Il femminismo è nel suo carattere. Conosce i suoi diritti e condivide con me quel che impara a scuola. Parliamo anche della violenza. Lei sa già che leggi sono infrante o quali diritti sono violati in una determinata situazione.

Noi tentiamo di sostenerla, di creare un ambiente favorevole in casa, di modo che lei abbia il tempo necessario a studiare e a prepararsi per i compiti che le sono assegnati.

Se mia figlia fosse rapita, io sicuramente la riprenderei con me: alcune madri non lo fanno. Ma io voglio che lei sia felice e sposi la persona che ama.

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(“Kyrgyz Politician Gets Her Bride-Theft Law”, di Altynai Myrzabekova per IWPR – Institute for war and peace reporting, febbraio 2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

 Aynuru Altybaeva

La donna politica dietro la severa nuova legge sul “rapimento di spose” in Kyrgyzstan spera che essa dissuaderà gli uomini dal rapire donne, oltre a punirli dopo il fatto. Quando la parlamentare Aynuru Altybaeva presentò la bozza di legge per la discussione, nello scorso autunno, si trovò di fronte l’opposizione dei colleghi che erano riluttanti a bandire una pratica vista da alcuni come parte della tradizione kyrgyza. Il 13 dicembre dello scorso anno, tuttavia, la legge è passata con larga maggioranza. Firmata dal Presidente Almazbek Atambaev il 26 gennaio, è entrata in vigore all’inizio di febbraio. Ora, gli uomini che rapiscono donne e le costringono al matrimonio sono puniti con sette anni di carcere invece dei precedenti tre (Ndt: previsti per generico rapimento); se la vittima è minore di 17 anni, l’età legale per sposarsi, il massimo della sentenza sale a dieci anni. In un’intervista per IWPR, Altybaeva ha spiegato il percorso e l’applicabilità della legge.

Aynuru Altybaeva: Sino ad ora non vedo difficoltà. L’unica cosa, ovviamente, è che dobbiamo continuare a spiegare la legge, perché il Parlamento non ha solo il compito di fare le leggi ma di sorvegliare la loro implementazione. E’ probabile che creeremo campagne di sensibilizzazione per la gioventù. E ci sono altre persone coinvolte nei matrimoni, come i parenti, gli amici, i chierici musulmani. Tutti costoro devono sapere che rapire una ragazza non è una tradizione popolare, ma un crimine.

IWPR: Come funzionerà la campagna?

Aynuru Altybaeva: Una legge sulla pubblicità ha appena passato la prima votazione: richiede ai media di tener da parte il 5% del loro spazio per le informazioni di pubblica utilità e speriamo che i media la sostengano. Nel frattempo incontriamo costantemente i nostri elettori ed io personalmente parlo della legge ogni volta in cui incontro donne. Sono contraria all’idea di mettere la gente in galera e basta: è possibile che qualcuno faccia delle cose senza sapere che sono illegali, perciò quello di cui abbiamo bisogno è prevenzione e spiegazione.

IWPR: Fra gli ostacoli al funzionamento della legge, gli attivisti per i diritti umani sottolineano che le attitudini tolleranti verso il “rapimento di spose” persistono e dubitano che pene severe saranno applicate. Un altro problema è che le vittime hanno paura di rappresaglie se portano gli offensori in tribunale.

Aynuru Altybaeva: Tali questioni concernono il processo giudiziario. Nel maneggiare i casi, il giudice dovrà valutare la colpevolezza dell’uomo, degli eventuali amici che si sono fatti complici, dei suoi genitori e di chiunque altro sia implicato. Quando ho dovuto difendere la legge ho usato le statistiche che citano fra i 13.000 e i 15.000 rapimenti ogni anno. Solo pochi casi sono denunciati. Meno ancora arrivano in tribunale e meno ancora di questi finiscono con una condanna. Come mai? La ragazza, la vittima, non è sempre in grado di andare a fare la denuncia. I suoi genitori possono dire: “Non farlo, lui è del nostro villaggio”; il colpevole può uscire dai guai pagando mazzette; la polizia stessa può biasimare la ragazza, dicendo che se l’è voluta. Fino ad ora, la vittima non poteva cercare protezione da un pubblico ministero che agisce per conto dello stato, ma adesso che il crimine è diventato un’offesa seria, non c’è bisogno che la ragazza faccia denuncia. Le procedure di legge si applicano nel momento stesso in cui un rapimento avviene e le indagini cominciano non appena la ragazza viene rapita. Quando la sentenza per un crimine tocca i dieci anni di prigione non si tratta più di un’azione legale privata, ma di un’azione legale da parte dello stato.

IWPR: Cosa accadrà nel caso in cui una coppia si metta d’accordo per inscenare il rapimento allo scopo di evitare un’altra tradizione, e cioè il “prezzo della sposa”, perché lo sposo non può permetterselo? Sarà considerato un crimine?

Aynuru Altybaeva: No, questo tipo di cose non sono previste nella legge. Bisogna tracciare una distinzione: quando due giovani si accordano per sposarsi ma non possono permettersi di tenere una festa matrimoniale o il pagamento della sposa, la legge non si applica. Il punto chiave della legge è il riferimento alla volontà della donna. In altre parole, quando non vi è il suo consenso.

IWPR: E’ stato notato che anche se le pene sono più severe, le sentenze saranno sempre meno gravi di quelle relative al furto di bestiame, che può toccare gli 11 anni di carcere.

Aynuru Altybaeva: E’ vero. Sono 11 anni per il bestiame e fino a 10 per una persona: ma prima erano 3, al massimo 5, oppure solo una multa. Il nostro obiettivo principale era mettere il rapimento di una ragazza alla pari con gli altri tipi di rapimento.

IWPR: Come sei riuscita a far passare la legge, quando al primo tentativo non sembravi aver raccolto abbastanza sostegno?

Aynuru Altybaeva: Alla terza lettura solo quattro membri del Parlamento hanno votato contro, mentre alla prima erano in quattordici. Ho incontrato di persona chiunque disapprovasse e gli ho spiegato le mie ragioni. Sono molto grata alle organizzazioni non governative che hanno condotto campagne informative. Durante la seconda lettura hanno distribuito la lettera di una donna che era stata rapita ai parlamentari. Descriveva com’era accaduto, il suo desiderio di fuggire e di come avesse tentato di suicidarsi e fosse sopravvissuta ma rimasta disabile. L’offensore non è stato ritenuto responsabile. Adesso è sposato con un’altra.

IWPR: Cosa ti ha spinto a scrivere la legge?

Aynuru Altybaeva: Conosco molta gente le cui figlie sono state rapite, e le donne in persona mi hanno raccontato le loro storie. Questo è il motivo per cui ho dato inizio alle procedure per due leggi: una che definisce i requisiti richiesti affinché i matrimoni siano registrati dallo stato (che deve ancora passare) e questa. Una donna su tre, in campagna, è in un matrimonio non ufficiale; nelle città è una donna su quattro. Non possono chiedere alimenti, diritti sulla terra o sulla casa. Ciò le lascia impoverite e incapaci di affrontare i costi dell’istruzione per i loro figli, che restano indietro.

IWPR: Cosa rispondi a chi insiste a dire che il “rapimento di spose” fa parte della cultura kyrgyza?

Aynuru Altybaeva: La nostra Costituzione, all’articolo 37, dice che lo stato non sostiene quei costumi che violano i diritti umani. L’art. 36 dice che un matrimonio non può essere registrato se entrambi i partner non hanno dato volontario e mutuo consenso. Ho fatto riferimento a questi due punti quando discutevamo la legge.

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