Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘kuwait’

Presto lei se ne andrà

(“Soon She Will Leave” – “Presto lei se ne andrà”, di Saadia Mufarreh, trad. Maria G. Di Rienzo. Saadia – in immagine qui sotto – è una poeta, scrittrice, critica d’arte, editorialista del Kuwait. Dice di non stare ad aspettare che i suoi sogni si realizzino, quel che si aspetta sempre dalla vita sono sorprese. E anche: “Non credo di essere in grado di scrivere la mia autobiografia, sono troppo onesta e non oso scrivere di me stessa.”)

saadia

PRESTO LEI SE NE ANDRA’

1

Presto lei se ne andrà. Lei è

indaffarata a scegliere il suo abito migliore.

Si mette la cipria con precisione,

e scorre le chiamate perse

sul suo cellulare.

2

Lei sta preparando un pranzo

ordinario mentre scrive la sua morta

poesia. Lei canta

con il ritmo

3

del Golfo.

Lei mescola sorpresa

con sale umido, lei disegna la sua piccola

casa di pietre grigie.

4

Lei crea linguaggio

e lo danza

sugli arpeggi.

Per chi, tutte queste parole?

Per chi lei sta facendo la punta

alle sue matite?

5

Con un tocco lei crea

l’umanità e gli ultimi giorni della stessa.

Lei non ha bisogno di filosofia

per dare una ragione all’esistenza.

Lei riempie le sale della gioia

con segreti, lei viaggia

verso luoghi senza mappe.

6

Lei si fa più scuri gli occhi

con il kohl, si mette

il suo rossetto preferito,

poi lascia la sua stanza

piena di crimine.

leaving

Read Full Post »

(“No One Should Work This Way – Ending the Abuse of Asian Women Domestic Workers”, di Karen Emmons per l’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Trad. Maria G. Di Rienzo. Dal 2012 al 2014 la giornalista Karen Emmons, insieme con il fotografo Steve McCurry, ha raccolto nella regione asiatica del Pacifico le testimonianze di persone che lavorano come domestiche/i.)

Per due anni ho viaggiato attraverso l’Asia con il fotografo Steve McCurry per documentare gli abusi che alcuni lavoratori domestici sopportano nelle case dei loro datori di lavoro, nei loro paesi e all’estero. Abbiamo trovato casi di lavoro minorile, lavoro forzato, traffico di esseri umani, stupro, denutrizione, eccessiva lunghezza dell’orario lavorativo, scarso salario o nessun salario e restrizioni sulla libertà di movimento e di comunicazione.

Abbiamo parlato con persone che sono state picchiate con pentole, scope, bastoni e tubi di metallo.

domestic worker2

Abbiamo sentito le storie delle donne che sono tornate a casa in coma o in una bara. Le vittime erano femmine e maschi, giovani e anziani, istruiti e illetterati (e chi aveva abusato di loro condivideva questa varietà: femmine e maschi, ricchi e classe media, vecchi e giovani). Ciò che le univa era una combinazione tossica di disperazione, nata dalla povertà, e di mancanza di protezione da parte della legge; nella maggioranza delle nazioni i lavoratori domestici non sono protetti dalle leggi sul lavoro, e in alcune sono visti come un forma di “proprietà”.

Abbiamo incontrato una donna nepalese che è rimasta cieca a causa dei ripetuti pestaggi a lei inflitti dalla sua datrice di lavoro in Arabia Saudita, che le sfregava pure feci sul volto. La schiena di una donna indonesiana era stata pesantemente piagata – in modo surreale nella forma di ali d’angelo – da acqua bollente gettatale addosso dal suo datore di lavoro maschio in Malesia. Ho tentato di contare le cicatrici sul corpo di un’altra donna indonesiana ma ho perso il conto dopo essere arrivata a 20.

domestic worker

In Nepal abbiamo intervistato una donna incinta che, quando disse alla sua datrice di lavoro in Oman che il marito poliziotto di costei l’aveva stuprata, fu gettata in prigione per cinque mesi per “seduzione”. Poiché aspettata un bambino rimaneva nascosta, nel timore che la sua famiglia l’avrebbe respinta. Un’altra donna nepalese, assunta da una famiglia in Kuwait affinché badasse a 13 bambini, ha subito un pestaggio per essersi rifiutata di lavorare nel bordello familiare.

In un rifugio di Hong Kong una donna indonesiana mi ha raccontato come la sua datrice di lavoro si rivolgeva a lei: “Vieni qua, cagna. Sei stupida. Sei una cagna. Qua, serva, muoviti.” Nello stesso rifugio, una sua compatriota ricordava come, a causa del poco cibo che le davano, perse quasi 14 chili prima di riuscire a scappare.

Una donna filippina ci disse che le era stato assegnato come letto il ripiano della lavatrice. Spiegò che il suo datore di lavoro preferiva fare il bucato di notte, perciò lei doveva tentare di prender sonno mentre la lavatrice ribolliva e si scuoteva. Ma che poteva fare? A Hong Kong (uno dei pochi paesi al mondo che ha effettivamente una legislazione riguardante il lavoro domestico) la legge stabilisce che i domestici devono vivere con i loro datori di lavoro, anche se la loro “stanza” è un armadio, una rampa di scale, un bagno – o il ripiano della lavatrice.

Non si tratta solo di cattivi datori di lavoro e di leggi inadeguate. Anche le agenzie per l’impiego sono colpevoli di questi abusi. Abbiamo fotografato una donna indonesiana ad Hong Kong a cui chi l’aveva assunta disse: “Se ti pesto e ti uccido, non lo saprà mai nessuno.” La sua agenzia reagì offrendole un aumento di stipendio perché restasse. Quando lei rifiutò, l’agenzia mandò al suo posto un’altra donna. Quando anche questa lasciò il posto, l’agenzia la rimpiazzò con la cameriera indonesiana Erwiana Sulistyaningsih (1), i cui otto mesi di orripilanti abusi hanno avuto titoli internazionali e sono risultati in accuse penali contro il datore di lavoro.

Un’ulteriore donna indonesiana che abbiamo incontrato era scappata, in Malesia, a causa delle battiture inflittele dal giovane datore di lavoro maschio. Ha perso un dente quando lui le ha tirato una scarpa in faccia per aver riscaldato la zuppa “sbagliata” ed ha un’orecchia deformata in modo permanente dal costante torcergliela di costui. Pure, la polizia l’ha riportata indietro e l’agenzia di impiego l’ha minacciata di azioni legali se fosse fuggita di nuovo. Oggi sta considerando, riluttante, l’idea di tornare all’estero per lavorare come domestica perché suo marito non riesce a trovare un’occupazione.

Non si tratta di esperienze poco comuni. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che ha finanziato il nostro progetto fotografico, stima vi siano più di 52 milioni di lavoratrici / lavoratori domestiche/i al mondo. Se anche solo un piccola percentuale di esse/i fa esperienza di stupefacente meschinità e di azioni criminali, si tratta sempre di un vasto numero.

Ovviamente, molte persone che svolgono lavoro domestico hanno esperienze buone. E ci sono certamente molti datori di lavoro decenti, in ogni paese. Ma noi vogliamo far sapere a chi abusa che quel che accade dietro le porte chiuse non può essere tenuto segreto.

Steve McCurry ed io volevano che si sapesse come tali abusi lasciano le loro cicatrici sulle esistenze delle persone quanto le lasciano sui loro corpi. Steve, che è l’autore della famosa copertina del National Geographic detta “Ragazza afgana”, sa come i ritratti riescano a portare istanze alla luce e a rendere l’impegno per il cambiamento irresistibile e indimenticabile. Insieme, volevamo sostenere la campagna che chiede per le domestiche / i domestici la stessa effettiva protezione legale garantita agli altri lavoratori.

Nel 2011, una nuova Convenzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro che tratta nello specifico i diritti di svolge lavoro domestico è entrata in vigore. (2) Sino ad ora, è stata ratificata da 16 paesi – solo uno (Filippine) appartiene all’Asia del Pacifico e nessun paese l’ha ratificata in Medioriente. Ratificare la Convenzione n. 189 è importante, non solo perché obbliga i governi ad allineare ad essa le loro leggi nazionali, ma anche perché manda alla società il messaggio che le domestiche / i domestici hanno gli stessi diritti degli altri lavoratori.

Nessuno dovrebbe lavorare nelle condizioni in cui hanno lavorato le persone che abbiamo fotografato.

(1) Vedi anche:

https://lunanuvola.wordpress.com/2015/05/17/una-donna-come-me/

(2) Ndt.: L’Italia ha ratificato la Convenzione n. 189 nel 2013.

Read Full Post »

Un ex membro del Parlamento kuwaitiano parla pubblicamente durante una manifestazione di protesta. I dimostranti sono in strada contro lo spreco di risorse e tempo da parte delle autorità statali e la manifestazione si chiama “Basta assurdità”. L’ex parlamentare, Musallam al-Barrak, parlando all’Emiro dice fra l’altro: “Altezza, in nome della nazione non le permetteremo l’esercizio di una modalità autocratica di governo. Altezza, la Storia registra: perciò, cosa lei vuole la Storia scriva sulla sua pagina?” Nell’aprile scorso, viene arrestato e condannato a cinque anni di prigione.

In questo momento, è difficile trovare un kuwaitiano che non conosca le due frasi riportate sopra. Fanno da suoneria per i telefonini, la gente le ripete – in apparenza casualmente – mentre passeggia o sosta in un parco, alcuni clacson improvvisano concerti notturni sul ritmo delle parole “non le permetteremo”.

Una delle cose accadute dopo l’arresto dell’ex parlamentare, è che Rana Al-Saadoun (attivista per i diritti umani, membro del “Comitato nazionale per il monitoraggio delle violazioni”) ha postato la registrazione dell’intero discorso in un video clip su YouTube:

http://www.youtube.com/watch?v=I7q2Bug9ULA

Rana Al-Saadoun

Attualmente, Rana è sotto processo e le è proibito lasciare il paese. Le accuse iniziali contro di lei erano: insulti al Capo dello Stato (l’Emiro); sfida all’autorità del Principe; l’aver ripetuto un discorso in un luogo pubblico (come a dire: ha parlato in “Piazza YouTube”). Solo gli “insulti” possono fruttarle cinque anni di galera. Dopo ulteriori indagini, è stata anche accusata di “aver fatto gruppo con più di cinque persone nell’intento di commettere un crimine”: questo per aver monitorato una protesta nella città di Kaifan.

Il bando sulla possibilità di viaggiare all’estero è contrario sia alla Costituzione del paese, sia ai trattati internazionali che il Kuwait ha sottoscritto, ma sapete come vanno le cose. Questa è la vita quotidiana di quelli e quelle che, come Rana, difendono davvero in tutto il mondo il diritto umano alla libertà di espressione.

Quando sento i nostrani diversamente intelligenti e pentastellati piangere perché scrivere di una donna “ammosciacazzi”, “baldracca patetica”, “cesso”, “frustrata tromba di più”, “ma ce l’hai qualcuno che ti scopa ogni tanto”, “che racchia – sedia elettrica subito”, ecc. sarebbe libertà di espressione e persino legittima difesa contro il mestiere della donna stessa (giornalista) l’Emiro, pur restando patetico e violento, mi sembra persino un moderato. Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Gulf Centre for Human Rights, Der Spiegel, Safe World for Women)

Read Full Post »

(di Surekha Kadapa-Bose per Women’s Feature Service – http://www.wfsnews.org

17.8.2011. Trad. Maria G. Di Rienzo. Surekha Kadapa-Bose è una giornalista indipendente di Mumbai, India.)

 

Una donna gira un film sulle sopravvissute al traffico di esseri umani in Nepal che ora  cercano attivamente i trafficanti per assicurarli alla giustizia. Una donna crea gioielli con le pallottole esplose. Queste ed altre hanno ricevuto il riconoscimento di “Freedom to Create” un’organizzazione che si concentra sul potere dell’arte di guarire e cambiare.

Quando la giornalista indipendente australiana Wendy Champagne si imbatté in una sedicenne sfuggita alla prostituzione forzata, il suo percorso per creare il film “Bas! Beyond Red Light” cominciò. Il film narra le storie di giovani donne nepalesi che sono scappate dai bordelli e che stanno lottando per fermare il traffico di donne nepalesi in India. Champagne è stata ispirata da Geeta, una ragazza identificata solo con il primo nome, che ha mostrato una straordinaria resistenza. “La maggior parte delle sopravvissute preferisce dimenticare ciò di cui ha fatto esperienza.”, dice Wendy Champagne, “Geeta era diversa. Dopo che fu soccorsa e rimandata a Kathmandu la sua determinazione era portare chi l’aveva trafficata in tribunale.”

Geeta ha vissuto per un anno in un rifugio gestito da un’ong chiamata “Maiti Nepal”. Dopo aver lasciato il rifugio, si è messa a cercare i trafficanti. “Dopo un anno ne ha rintracciato uno ed ha subito informato la polizia.”, racconta ancora Champagne, “Più tardi è riuscita a rintracciare gli altri due ed ha fatto il giro dei tribunali per assicurarli alla giustizia. Infine è tornata a Mumbai, ha trovato lavoro presso la Rescue Foundation, un’organizzazione che soccorre le ragazze vendute ai bordelli, ed ha rintracciato il tenutario di quello in cui era stata portata, e che l’aveva sfruttata crudelmente.”

Il film ha fatto parte dell’evento multimediale che ha incluso pellicole, video, musica, dipinti, e che si è tenuto dal 19 maggio al 2 giugno u.s. qui a Mumbai, organizzato da “Freedom to Create”, organizzazione con base a Singapore.

I travagli di Geeta ebbero inizio a Kathmandu, Nepal, quando aveva 13 anni e lavorava presso una scuola cattolica prendendosi cura dei bambini piccoli. Qui conobbe due uomini amichevoli che le presentarono le loro “sorelle”. Una di esse chiese aiuto a Geeta per la cura dei suoi due bambini e quando ebbe la ragazzina in casa le somministrò della droga. Qualche giorno più tardi Geeta riprese piena coscienza a Nuova Delhi, dove venne poi venduta ad un bordello di Mumbai. Ci sarebbero voluti due anni prima che fosse soccorsa. Per completare il film Wendy Champagne ci ha messo più di quattro anni. E’ ora usato per istruire, informare e raccogliere fondi a beneficio delle sopravvissute al traffico di esseri umani. Champagne dice che il più grosso ostacolo sono stati i trafficanti e i proprietari di bordelli nei distretti a luce rossa, che proprio non gradivano la sua videocamera. “Era pericoloso. A volte abbiamo dovuto chiedere aiuto ai politici locali. Ma il mio interesse come regista era che le ragazze potessero raccontare le loro storie, piuttosto che illustrare la sordida vita dei bordelli.”

Il lavoro di Laura Boushnak, fotografa palestinese nata in Kuwait, ha pure fatto parte dell’esposizione. Le sue istantanee ritraggono donne egiziane che seguono corsi di alfabetizzazione nei sobborghi de Il Cairo. Laura ha lavorato con un’ong ed il beneplacito del Ministero per l’Istruzione per disegnare il programma diretto a donne fra i 15 e i 45 anni.

“L’Egitto è fra i numerosi paesi che hanno firmato gli Obiettivi del Millennio delle Nazioni Unite.”, dice la fotografa, riferendosi alle promesse globali che le nazioni hanno fatto per migliorare lo standard di vita in alcuni dei paesi più poveri del mondo, “Uno degli obiettivi è lo sradicamento dell’analfabetismo.” Laura Boushnak pensava che le partecipanti avrebbero mirato ad un’istruzione ancora migliore: ha scoperto invece che le donne volevano aiuto dall’alfabetizzazione per le difficoltà delle loro vite quotidiane. “Come la donna che si era persa nel labirinto dei trasporti pubblici e voleva essere in grado di leggere i cartelli stradali. O la donna che voleva imparare a contare il danaro per non essere più imbrogliata al mercato. E un’altra voleva leggere le prescrizioni del medico, per essere sicura di dare le medicine giuste a suo figlio.” Laura Boushnak dice che queste donne cresceranno i loro figli in modo migliore dopo aver partecipato ai corsi: “Tutte erano d’accordo su una cosa, e cioè che i loro bambini sarebbero andati regolarmente a scuola.” La fotografa non ha mai incontrato gli uomini che condividono l’esistenza di queste donne, ma ne ha percepito tutto il potere: “Prima che io potessi scattare una foto, la maggior parte delle donne doveva chiedere il permesso ad un membro maschio della famiglia, il marito o il padre. Alcuni membri delle loro famiglie le
hanno estraniate, perché vedono la loro alfabetizzazione come una minaccia.”

Un’altra fotografa presente all’evento era la giornalista statunitense Lynsey Addario. Non c’è nulla che possa preparare chi guarda le sue immagini, allo stesso tempo commoventi e spaventose, di donne che si sono date fuoco per sfuggire alle loro terribili esistenze. Rilasciata da una prigione libica nel marzo scorso, assieme a tre colleghi del New York Times, Addario ha vinto il Premio Pulitzer per il suo lavoro in Afghanistan ed altri paesi dilaniati dalla guerra: “Centinaia e centinaia di donne in Afghanistan si danno fuoco nel tentativo di sfuggire a mariti violenti o agli abusi quotidiani.”, dice Addario, “Numerose giovani donne non vedono altra via d’uscita da ciò che subiscono.” La giornalista ha anche incontrato e ritratto i medici ed personale sanitario dei centri per ustionati, che lavorano intensamente per salvare queste donne.

Altra donna sotto le luci dei riflettori è stata Salomè, una rapper iraniana. Salomè non vuole la compassione di nessuno. Nel catalogo di “Freedom to Create” scrive: “Non intendo lamentarmi su quanto è dura la vita per una rapper in Iran. Voglio essere conosciuta per le mie canzoni.” Canzoni che parlano di ingiustizia sociale, guerra, potere femminile e pace.

E poi c’era Lovetta Conto, una liberiana che è cresciuta in un campo profughi del Ghana. Lovetta ha dovuto lasciare la Liberia dopo aver perso l’intera famiglia nella lunga guerra civile del paese. Questa donna trasforma i proiettili e le schegge di bombe in gioielli. Fonde il metallo e sulle collane, gli orecchini, i bracciali che crea incide una semplice iscrizione: VITA.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: