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Posts Tagged ‘irlanda’

Isaia 64:6 (cito a memoria, so che ci sono traduzioni leggermente differenti ma il senso resta quello)

Siamo tutti diventati come una cosa impura,

tutta la nostra giustizia come stracci sporchi;

avizziamo tutti come foglie,

e le nostre iniquità ci portano via come il vento.

straccio

Il Cardinale – Segretario di Stato Pietro Parolin è “molto triste” e lo fa sapere a tutti i giornali: il referendum irlandese che ha sancito la legalità dei matrimoni fra persone dello stesso sesso è “una sconfitta dell’umanità” e di fronte a quest’orrido scenario la chiesa cattolica deve “veramente fare di tutto per difendere, tutelare e promuovere la famiglia”. Ma prima forse, signor Parolin, è meglio sincerarsi di essere adeguati a tale scopo e legittimati dai portatori di interesse primario. La mia famiglia non vuole essere “difesa” ne’ da lei ne’ dai suoi correligionari, ed in special modo NON da questi suoi “colleghi”:

19 gennaio 2015 – Milano.

Don Mauro Inzoli, indagato dalla Procura di Cremona per abusi su minori, partecipa ad un convegno (omofobo) sulla “famiglia”. Inzoli, uomo di riferimento di Comunione e Liberazione in Lombardia, vicepresidente della Compagnia delle Opere, fondatore del Banco Alimentare, guida dell’associazione “Fraternità onlus”, ex parroco di Crema, conosciuto come “il prete in Mercedes” e come amante dei lussi, era stato costretto dal Vaticano a ritirarsi a vita privata nel giugno 2014, come si legge nel decreto della Congregazione per la Dottrina della fede: “In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizioni, la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale. (…) Non potrà svolgere accompagnamento spirituale nei confronti dei minori o altre attività pastorali, ricreative o culturali che li coinvolgano. Non potrà assumere ruoli di responsabilità o operare in enti a scopo educativo. Dovrà inoltre intraprendere, per almeno cinque anni, un’adeguata psicoterapia.”

29 gennaio 2015 – Vigevano.

Don Padova, parroco del Duomo di Vigevano, subisce un ricatto a sfondo sessuale da parte di un ex sacrestano, già indagato per imprese simili. E’ il periodo in cui si è aperto, davanti al Tribunale di Pavia, il processo per le estorsioni “a luci rosse” al Santuario della Madonna della Bozzola di Garlasco e le indagini appaiono collegate: il ricattatore sosteneva di avere registrazioni di telefonate compromettenti fra il parroco del Duomo e alcuni romeni legati ai due che sono accusati di aver ricattato per anni (e per centinaia di migliaia di euro) l’allora rettore del santuario e un suo collaboratore. Le indagini hanno appurato che in realtà le registrazioni non esistono, ma l’ex sacrestano ha cercato di speculare su conversazioni hard veramente avvenute e di cui era a conoscenza.

26 marzo 2015 – Verbania.

Condannato a 4 anni per spaccio di droga don Stefano Maria Cavalletti, parroco di Carciano. Era stato arrestato nel luglio 2014, a Milano, mentre partecipava ad un “coca party”: quando la polizia fece irruzione Cavalletti cercò di sbarazzarsi della cocaina e di distruggere il suo passaporto, per non essere identificato. Cavalletti ha giustificato in tribunale il suo uso di droga con la depressione causatagli dai suoi infelici trascorsi con la giustizia: nel settembre del 2013 il sacerdote era infatti già stato condannato in primo grado per una truffa nei confronti di un’anziana signora che aveva convinto a versare, tramite bonifico, 22mila euro sul suo conto corrente.

7 aprile 2015 – Rovigo.

Denunciato per vessazioni ed abusi sessuali don Antonio Calvieri, già rimosso dalla Curia pugliese per “condotta moralmente riprovevole”. Al querelante prometteva lavoro se gli avesse presentato “giovani ben dotati anche diciassettenni”.

23 aprile 2015 – Arezzo.

Arrestato padre Gratien Alabi con l’accusa dell’omicidio e dell’occultamento del cadavere di Guerrina Piscaglia. La donna, sposata e madre di un figlio disabile, è scomparsa il 1° maggio 2014.

23 aprile 2015 – Foggia.

Arrestato Giovanni Trotta, ex sacerdote ridotto allo stato laicale nel 2012 grazie alla sua abitudine di molestare bambini (cosa che gli inquirenti hanno però scoperto dopo tre anni) per: “violenza sessuale aggravata e continuata commessa per induzione, abusando delle condizioni di inferiorità fisica e psichica della vittima, nonché produzione di materiale pornografico attraverso rappresentazioni di pornografia minorile e distribuzione, divulgazione, condivisione e pubblicizzazione di materiale pedopornografico in danno di un minore di 14 anni” – il bambino violentato ne ha 11 e Trotta ha spensieratamente messo online sue foto, la cui natura potete dedurre dalle righe precedenti. Nonostante i trascorsi – la dispensa dal sacerdozio e l’essere stato indagato in passato da altre Procure per diffusione di materiale pedopornografico – Trotta è rimasto socio della Scuola Calcio locale sino al 2014 ed è in questo ambito che ha prevelato il piccolo aspirante calciatore e se l’è portato a casa per “fargli doposcuola”.

24 aprile 2015 – Vercelli.

Arrestato don Massimo Iuculano – parroco del Sacro Cuore e direttore dell’istituto professionale Cnos-Fap – per violenza sessuale, aggravata dall’aver commesso il fatto all’interno dell’istituto suddetto, e per favoreggiamento della prostituzione minorile.

A Iuculano non bastavano i partner maggiorenni (documentati). Adescava ragazzini anche nell’oratorio salesiano Belvedere, su Facebook, usando What’s App. Offriva loro “massaggi” sportivi che si trasformavano in richieste sessuali. Almeno 3 vittime, una di quattordici anni e due di diciassette sono acclarate. Le prove? Una montagna: dalle testimonianze alle riprese di telecamere, dalle intercettazioni ambientali in parrocchia a quelle telefoniche.

L’arcivescovo di Vercelli Marco Arnolfo, sospendendo il sacerdote “in via cautelativa”, ha definito la vicenda “un momento delicato” e assicurato che prega per le famiglie “eventualmente coinvolte”.

Per cortesia: continuate a pregare e astenetevi dal fare altro. Non avete, per fare altro, la necessaria statura morale. Maria G. Di Rienzo

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anita

Qualche mese fa, Anita Thoma ha fatto sensazione in Irlanda – soprattutto ma non solo – ed è metaforicamente rimbalzata qua e là fra quotidiani e televisioni. Anita è una splendida persona e quando avrete letto di più di lei capirete il perché, ma il motivo di tanto clamore suona un po’… ridicolo. Anita è diventata la Capo-cuoca del ristorante dublinese “Il Primo” e la sua abilità ha attirato gran fama al locale. Perché questa notizia è sensazionale? Be’, perché Anita Thoma è una donna e, santo cielo, una donna che dirige le persone al lavoro in una cucina e sapete quanti uomini ci sono fra queste persone?

Tutti quelli che ogni volta in cui noi donne apriamo bocca ci dicono “vai/torna in cucina”, insomma, trasecolano: loro intendevano cucine private dove sgobbare in silenzio, diamine, non che noi si faccia della preparazione del cibo una professione, e tanto meno che si assuma in quest’ambito una posizione prominente. Non parliamo poi del dar ordini a degli uomini. Scandalo!

Quello che segue è un estratto dall’intervista che Anthea McTeirnan, per The Irish Times, ha fatto ad Anita Thoma il 21 novembre 2014:

Il cibo è un’istanza femminista?

TUTTO è un’istanza femminista, per me.

Che ruolo gioca il cibo nella tua vita?

Alcune persone sono appassionate di musica, arte o moda, io sono appassionata di cibo. Anche se cucino per vivere, per me è più di un lavoro. Il cibo può tenere insieme le persone come un grande abbraccio. Ciò detto, sono profondamente consapevole che ci sono troppe persone che non hanno abbastanza da mangiare ogni giorno e che c’è un grosso spreco di cibo nella società in cui vivo.

Sei mai stata a dieta?

No. Non sempre ho tempo, ma mi curo della mia salute.

Cosa ti ricorda, il cibo, della tua infanzia?

In casa i miei genitori cucinavano entrambi, così ho splendidi ricordi collegati a questo. La nostra famiglia coltivava molti ortaggi, allevavamo pollame e avevamo tonnellate di fragole fresche d’estate, il che era un po’ inusuale nella Clondalkin degli anni ’70. (Ndt: Clondalkin è una cittadina situata a circa 10 chilometri da Dublino.)

Perché la maggioranza degli chef sono uomini?

Le donne, in genere, non sono rappresentate in posizioni di potere nelle cucine, ma non è sorprendente dato che il luogo di lavoro spesso è un microcosmo della società. Una donna nel ruolo di capo è sovente descritta come “dura” in un modo negativo che non ho mai udito usare per gli uomini. Quando cominciai il mio addestramento da chef mio padre mi disse che, come donna, mi sarebbe stato richiesto di essere sempre migliore degli uomini con cui lavoravo. E aveva completamente ragione. (Ndt.: anche il padre di Anita era uno chef, emigrato dalla Svizzera in Irlanda negli anni ’40.)

Dunque, abbiamo in cucina una femminista assai abile e determinata, che nei suoi discorsi pubblici incoraggia e apprezza altre donne e che prepara dei risotti da favola (il suo preferito è quello allo zafferano).

Se qualche divinità vuol favorirmi prima che io tiri le cuoia, apprezzerei la possibilità di farmi una bella chiacchierata a pranzo o a cena con Anita – cucina lei, ovviamente, io mi impegno a lavare i piatti. Il vino in genere non mi piace molto, ma visto che Anita è un’esperta di vini toscani, per l’occasione potrei affidarmi e bere un goccio. Maria G. Di Rienzo

guerrilla gourmet

(Icona del programma televisivo Guerrilla Gourmet, a cui Anita Thoma ha partecipato con grande delizia dei produttori e degli spettatori.)

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La questione del linguaggio

(“The Language Issue”, di Nuala Ní Dhomhnaill, poeta contemporanea, trad. Maria G. Di Rienzo. Nuala, nata nel 1952, scrive le sue poesie esclusivamente in lingua irlandese: per la traduzione io ho utilizzato una delle versioni in inglese. E’ particolarmente apprezzata dalle donne perché nei suoi versi ne descrive spesso il potere, le lotte, i desideri, le emozioni, facendo emergere donne reali dalle rappresentazioni stereotipate.)

Nuala

Ho messo a nuoto la mia speranza

nella piccola barca del linguaggio

proprio come si metterebbe un infante

in una culla

fatta di foglie intrecciate di iris selvatico,

una mistura di bitume e pece

strofinata dentro la parte di sotto.

Per poi lasciarla andare

fra l’erba acquatica

e il lamento delle donne fatate

lungo il bordo del fiume,

e osservarla e chiedersi

se la corrente la prenderà

guardando per vedere se, come accadde a Mosè,

verrà una figlia del Faraone a salvarla?

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Questa donna era Savita Halappanavar, 31 anni, di professione dentista, sposata con Praveen Halappanavar, ingegnere 34enne. Savita era incinta di 17 settimane quando il 21 ottobre scorso si presentò all’Ospedale universitario di Galway, Irlanda, perché lamentava forti dolori alla schiena. Di lì a poco, mentre i medici tentavano di convincerla a tornare a casa perché tutto sarebbe andato bene, le acque si ruppero e fu chiaro che Savita stava avendo un aborto spontaneo. Gli stessi medici attestarono che il feto non poteva farcela e che in poche ore tutto sarebbe finito. Ma non andò così. Per tre giorni, mentre la febbre saliva e lei perdeva le forze, Savita chiese ai medici di estrarre il feto che non usciva. Costoro rifiutarono, perché anche se era chiaro che non sarebbe sopravvissuto il feto aveva un battito cardiaco: Questo è un paese cattolico, le dissero. Savita, indiana e induista, replicò: “Io non sono ne’ irlandese ne’ cattolica.”, e ancora nessuno fece nulla.

“Quella stessa sera”, ricorda il marito, “Savita cominciò a tremare e vomitare. Tentò di usare la toilette e collassò. I medici le diedero degli antibiotici. La mattina dopo era in condizioni terribili ed io chiesi di nuovo che mettessero fine a tutto, ma mi risposero che non potevano.” Solo quando il battito cardiaco fetale cessò il feto fu rimosso e Savita trasportata in rianimazione. La sua cervice era completamente aperta da 72 ore, il che crea un pericolo d’infezione altissimo. Così Savita ha perso rapidamente la funzionalità dei reni e del fegato, ed è morta di setticemia nelle prime ore del 28 ottobre 2012.

Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, più di 26 milioni di donne, ogni anno, si sottopongono ad interruzioni di gravidanza non sicure perché non hanno accesso ne’ a contraccezione ne’ ad interventi ospedalieri legali: nel processo, 47.000 muoiono. Non sappiamo quante muoiano come Savita dell’arroganza e dell’ignoranza di persone che hanno prestato il giuramento d’Ippocrate.

Gli antiabortisti potrebbero spiegarci come il negare un procedura medica abbia salvato la sacra vita di qualcuno? Il feto è morto, la donna è morta. Dio è contento? Io no. Maria G. Di Rienzo

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(di Aoife Valley, 17.9.2012, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

La vergogna è il maggior ostacolo alla guarigione dagli abusi sessuali. Quando l’abuso accade all’interno di una struttura familiare investe tutti. La vergogna combinata di coloro che infliggono gli abusi, di coloro che non li fermano e delle vittime è ciò che generalmente tiene in vita un’enorme bugia familiare. Questo è ciò che è accaduto nella mia famiglia, in Irlanda del Nord.

Sino al 2009 sono stata coinvolta nelle indagini poliziesche che riguardavano mio padre ed i suoi amici per le loro attività pedofile. Sfortunatamente le altre vittime devono ancora farsi avanti, perciò la polizia non è stata in grado di mettere insieme abbastanza prove affinché il caso finisse in tribunale. Non aver avuto “giustizia” dopo tanti anni di lotte non è stato facile da sopportare, ma so che il mio lavoro non è ottenere personalmente giustizia, ma raccontare la mia storia per proteggere me stessa e gli altri.

Sono cresciuta nella casa di mio padre, in Irlanda del Nord, durante il periodo che noi chiamiamo “Dei guai” (gli anni ’80 e ’90, ndt.). La cultura in cui ero immersa e la mentalità tormentata di mio padre creavano un ambiente volatile ed insicuro in modo permanente. Bombe esplodevano, edifici saltavano in aria in centro città, adolescenti morivano di colpi d’arma da fuoco ed io ero stuprata e torturata da mio padre e, più tardi, dai suoi amici. Mia madre la vedevo di tanto in tanto, ma era soggetta a crolli nervosi e a volte scompariva per anni interi. Noi figli abbiamo vissuto con lei per due anni nel periodo in cui io entravo alle scuole medie, ma dopo di ciò lei ebbe un altro crollo e noi tornammo a vivere con mio padre.

Mio padre cominciò a stuprarmi e a torturarmi quando avevo cinque anni. Quando tornammo da lui dopo i due anni con mia madre io rifiutai di lasciarmi toccare e lui mi buttò giù dalle scale. Mi avrebbe lasciata là a sanguinare se non fossero tornati a casa i miei fratelli che lo costrinsero a chiamare un’ambulanza. La caduta mi causò una gamba rotta, danni al collo e un bel po’ di lividi. Mio padre venne in ospedale a portarmi rose rosse e a minacciarmi di morte in caso avessi parlato con qualcuno. Le infermiere sembravano intuire che qualcosa non andava, ma io ero diventata muta dal terrore. Mio padre mi aveva minacciata di morte per anni, ed ora sapevo che era capace di mettere in pratica quel che diceva.

Dopo questo episodio ricominciò a violentarmi periodicamente, sino a che, quando avevo 14 anni, mi presentò altri uomini che fecero lo stesso, uomini che ora identifico come un club di pedofili. In questo periodo restai incinta e fui portata in Inghilterra ad abortire. Diventai profondamente depressa, sino a non essere più capace di parlare o camminare. La cura che mio padre mi somministrò consisteva nel portare i più schifosi tra i suoi amici a “darmi una svegliata”. Per mano di quest’uomo io ho sofferto le esperienze più umilianti e orribili della mia vita. Quando avevo fra i cinque e i dieci anni, mio padre capitava in camera mia di notte, mi stuprava e poi mi faceva stare in piedi nel mezzo della stanza per il resto della notte. Diceva che se mi fossi seduta o sdraiata lui lo avrebbe saputo subito perché poteva “leggere la mia mente e vedermi” dalla sua camera. Io rimanevo in piedi finché ce la facevo, e mi risvegliavo al mattino sul pavimento.

Dai 16 anni in poi ebbi vari problemi di salute, il che significò stare spesso in ospedale: benché patissi del dolore, era meraviglioso essere via da casa. In seguito mio padre si trovò una specie di fidanzata e cominciò a passare pochissimo tempo con noi figli. Era un sollievo, ma significava anche che raramente in casa c’erano provviste o mezzi per scaldarci. Attraverso tutta la mia infanzia e la mia adolescenza la fame e il freddo sono stati problemi seri. Ricordo anche che a scuola ero dolorosamente conscia di non essere pulita, ma la vergogna era parte della mia identità. Quando ebbi 18 anni mio padre mi lasciò andare all’università in Inghilterra. Sembrava che la sua ossessione di distruggermi si fosse attenuata, così scappai di corsa prima che potesse tirarla fuori di nuovo e fermarmi. I miei ricordi pian piano svanivano dalla mia memoria. Fu quando ebbi 26 anni che cominciai ad avere dei flash back. Era il periodo in cui mio padre mi telefonava di continuo per insultarmi ed accusarmi di essere “pazza come mia madre”. Così abbandonai gli studi di specializzazione che avevo intrapreso a Dublino e mi trasferii nel Donegal, immergendomi nella natura per avere conforto. Dissi allora la verità alla mia famiglia sugli abusi che avevo subito. Le telefonate paranoiche di mio padre cessarono quando gli dissi che lo avrei denunciato alla polizia se avesse osato avvicinarsi a me. Gli dissi anche che ora aveva a che fare con una donna adulta, e non più con una bimba terrorizzata. Da allora in poi ho potuto andare avanti a vivere, sollevata dal fatto che mio padre aveva perso qualsiasi potere su di me. Ora era lui a temere me.

La meditazione è stata l’attrezzo che mi ha aiutata a guarire. Tutti i miei ricordi sono tornati a me, ed è vero che è stato come aprire un bidone di spazzatura fissa e puzzolente, ma io ho mutato tutto in oro nero. Meditare ti permette di sciogliere nodi e tensioni mentali, ma anche i dolori del corpo. Per anni il mio corpo è stato un concentrato costante di sofferenze, al punto da non poter neppure usare un asciugamano su braccia e gambe dopo un bagno. Il liberarmi da tutto questo è stato divino.

La fiducia è un problema enorme per le persone che hanno sofferto tradimenti estremi nei loro anni formativi: poiché la meditazione è una medicina che tu dai a te stessa in solitudine non oltrepassa confini difficili come altre tecniche che comportano l’intervento di terzi. Ma guarire non sarebbe comunque stato possibile senza l’aiuto di alcuni buoni amici, di membri della famiglia e di terapeuti.

Murales di Aoife Valley

Sono ancora in Donegal: il vasto Atlantico in distanza, le montagne attorno me. Sono qui e faccio tutto quel che posso per restare bilanciata, amarmi ed aiutare altri a trasformare in paradisi i loro inferni. Spero che chiunque legga questo giunga a maggior comprensione del suo stesso dolore: perché quando capiamo il nostro dolore esso può svanire come per magia, e lasciare dietro di sé solo la fontana del sollievo che risiede in ciascuno di noi.

Da quando ho pubblicato questo resoconto della mia vita sul mio sito web sono stata minacciata di denuncia da mio padre. Ho detto ai suoi legali che non ho la minima intenzione di negare la mia storia o di stare zitta. Sino a che avrò del respiro in questo corpo, io dirò la verità. Aoife Valley.

 

(Sull’Autrice: Sono nata nel giugno 1976, ho studiato arte in Gran Bretagna e a Dublino. Sono anche stata istruita in comunicazione nonviolenta a Findhorn, in Scozia. Vivo nelle montagne del nordovest del Donegal, in Irlanda, con una schiera di bellissimi animali: i gatti Leah, Dooey e Sunny, il cane Scrappy, le capre Dewla, Bouncy e Borage, ed un alveare pieno di api nere locali. Lavoro al Centro Risorse a Pobal Eascarrach e insegno meditazione. Il mio primo libro per bambini è uscito nel 2009.)

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(tratto  da: “African Women in Europe Victims of Human Trafficking” di Beatrice Mariotti per InDepth, 4.7.2011. Beatrice Mariotti lavora per l’ong “Solwodi” – Solidarietà con le donne in difficoltà – a Berlino. Trad. Maria G. Di Rienzo)

Mentre  i paesi europei si arrovellano per trovare una soluzione a Lampedusa, che è diventata il simbolo dell’assai disprezzata migrazione africana in Europa, poca attenzione viene data alle donne africane ed ai bimbi africani in Europa, coloro che devono confrontarsi con le nuove forme di schiavitù e colonialismo di cui fanno esperienza giorno dopo giorno nei democratici stati del “Nord” per altri versi attenti ai diritti umani.

Sebbene dati precisi non siano disponibili, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite stima che circa due milioni e mezzo di persone l’anno siano trafficate attraverso i confini in tutto il mondo. Dopo lo spaccio di droghe, il traffico di esseri umani è, assieme a quello di armi, la seconda industria mondiale del crimine (con un giro di 7/10 miliardi di dollari annui) e l’Ufficio su droghe e crimine delle NU lo dice in rapida crescita.

Eurostat stima vi fossero 90.000 donne africane migranti in Europa nel 2007, ma paesi quali l’Italia, la Francia, l’Irlanda ed il Portogallo non avevano fornito alcun dato. Nel 2009, davvero pochi paesi ne hanno forniti: l’Italia ha tuttavia riportato di avere 30.000 donne africane migranti. Il tedesco “Bundesamt fuer Statistik” ha riportato nel 2009 la presenza di mezzo milione di migranti africani (uomini e donne) in Germania. Solo a Berlino, ci sono circa 30.000 africane migranti, metà delle quali non documentate. (…)

Solwodi (acronimo di Solidarity with Women in Distress) è un’ong fondata in Kenya che da più di 25 anni contrasta il traffico di esseri umani in Kenya come in Germania, e in tutta Europa. Negli ultimi tre anni ha lavorato a Berlino principalmente con donne africane vittime del traffico. Queste donne sono l’esempio più evidente del fallimento
dei programmi bilaterali di cooperazione e delle politiche di sviluppo. Esse sono il segno concreto che qualcosa non ha funzionato nel discorso dei diritti umani.

Ad ogni modo, esse sono anche l’evidenza che la “verità” non ha bisogno di avvocati, che la verità difende se stessa e trova la propria via sottoterra come il fuoco attraverso le ceneri, sino a che irrompe e cambia i sistemi dal basso, mostrando che il potere della vita e la dignità delle persone non possono essere ristretti o soffocati.

Queste donne sono qui, in mezzo a noi, e nonostante la loro sofferenza non hanno perso speranza e potere interiore. Le loro storie sono molto simili. Hanno lasciato i loro paesi a causa della povertà. Qualcuno doveva sostenere la famiglia. E’ stato loro offerto lavoro in Europa.  Non c’era alternativa, quindi non c’era senso nel fare troppe
domande.
Sono partite, affrontando un lungo viaggio attraverso il deserto ed alcune non ce l’hanno fatta. Altre sono arrivate in Italia o in Spagna. L’unico lavoro per loro è stato la prostituzione. Parte di esse sono state inviate in Germania, parte in altri paesi del Nord per soddisfare la richiesta, come se fossero merci, facili da ottenere, da usare e da gettare via.

Questo tipo di mercato nero sta fiorendo qui nel bel mezzo del cosiddetto “mondo civilizzato”, dove le donne africane sono vittime di abusi, ignorate, marginalizzate e trattate dai nostri uffici pubblici come un fardello per le nostre società. In Germania, molte di quelle che si sono liberate dalla schiavitù moderna hanno tentato di avere un figlio da un uomo con un permesso di residenza permanente, l’unico modo per loro di restare nel paese e di non essere rimpatriate dopo essere state sfruttate e derubate di tutto, compreso il rispetto per se stesse. Le leggi sono chiare, non c’è altra maniera. (…)

Lovely (non il suo vero nome) sta ancora vivendo con un “Duldung”, una sorta di permesso temporaneo che non consente a chi lo possiede di assicurarsi lo standard minimo grazie a cui sopravvive ogni nativo tedesco: “Ho lavorato in numerosi paesi europei come prostituta. Dovevo lavorare in strada anche quando ero incinta. A Berlino ho partorito un bimbo prematuro a causa dello stress e degli anni di abusi. E’ stato difficile, molto difficile, ma io sono forte e so che ce la farò e che mio figlio avrà un futuro migliore in Germania. Un giorno mi piacerebbe lavorare per un’organizzazione come la tua, ed aiutare le altre donne ad avere una possibilità, una seconda possibilità. Dio mi ha dato il potere di andare avanti e di lottare per la mia vita.”

Brigid (non il suo vero nome) ha l’Aids a causa degli abusi che ha subito, grazie alla forte domanda di “merci” come lei: “Mi auguro vita e amore, ecco cosa spero per me stessa. C’è un mondo fatto di oscurità che tenta di prevalere, ma io so che l’amore è
più forte. L’amore, una famiglia, io sogno questo. Vedo il futuro di fronte a me ed è luminoso.” Con queste parole Brigid descrive un suo dipinto, che ha fatto al Centro di Solwodi. Il suo talento è incredibile, così come la sua forza interiore.

La nostra società vuole davvero perdere l’occasione di riapprendere la speranza, come Lovely, come Brigid, come le molte donne africane che nonostante gli enormi travagli attraversati sanno ancora danzare, cantare, ridere e ringraziare Dio per il dono della vita?

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