Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘internet’

(tratto da: “Former IS Woman Combats Online Radicalization in Indonesia”, di Sirwan Kajjo e Rio Tuasika, 26 dicembre 2019, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Naila Syafarina

Naila Syafarina – in immagine sopra – aveva 19 anni quando si trasferì con la famiglia in Siria nel 2015. Tutto ebbe inizio quando sua sorella minore cominciò a cercare letture religiose su internet e più tardi ebbe a conoscere qualcuno online che la persuase ad andare in Siria.

La sorella ebbe successo nel convincere la famiglia a trasferirsi. Ma la vita sotto il dominio dello stato islamico (IS) era completamente differente da quella che era stata promessa online. Determinati a fuggire dalla terribile realtà siriana, Naila Syafarina e i suoi riuscirono a tornare in Indonesia nel 2017.

Syafarina, ora 23enne, assieme a diversi giovani indonesiani che si erano uniti all’IS, sta facendo campagna fra la gioventù contro i pericoli della radicalizzazione online, giacché essa è una delle principali preoccupazioni da alcuni anni in Indonesia, il più grande paese musulmano al mondo.

“Cercate una seconda e una terza opinione. Dopo di che, non accettate tutto di colpo, continuate a pensare in modo critico.” consiglia Syafarina, aggiungendo che molti versetti nel Corano chiedono alle persone di riflettere.

Ci sono circa 600 persone di nazionalità indonesiana che sono tornate a casa dopo essersi unite allo stato islamico in Siria, secondo la rete di ong “Società civile contro l’estremismo violento” (C-SAVE). “Fra esse, circa il 20% è pronto a reinserirsi nella società. – spiega Mira Kusumarini (in immagine sotto), direttrice di C-SAVE – E’ più facile lavorare con quelli che sono tornati, poiché hanno visto con i loro occhi che le promesse erano false, che la realtà era davvero diversa da ciò che la propaganda dell’ISIS dice. Facebook è il canale preferito dagli estremisti per individuare possibili adepti. Poi i contatti proseguono su canali privati come Telegram.”

Mira Kusumarini

Naila Syafarina crede che un modo efficace di contrastare l’estremismo nei giovani sia l’incoraggiare il dialogo fra le fedi: “Continuate a impegnarvi in conversazioni con altre persone, in special modo con quelle che appartengono a una differente etnia e hanno una differente religione. Questo è ciò che apre le nostre menti.”

Read Full Post »

La vicenda di Erika, a cui fa riferimento il pezzo di ieri, è a questo punto: ha cancellato i suoi spazi social e ha dichiarato in un messaggio affidato a terzi di aver scattato la foto con intenzioni diverse da quelle che le sono state attribuite. In tale testo spiega di aver ricevuto “insulti pesanti, minacce di morte, intimidazioni varie e materiale pornografico” e conclude con “il cyberbullismo esiste e quest’oggi io ne sono stata vittima. Le parole possono fare male più di quanto crediate e questo, purtroppo, non sembra essere un parere condiviso.” La 19enne afferma inoltre di non interessarsi di politica e smentisce di essere una “sardina”.

E’ un disinteresse che troverà alimento in questa sua esperienza: per due giorni interi, dei “professionisti” pagati dall’intera nazione invece di dedicare le loro energie a politica fiscale, politica industriale (ex Ilva, Alitalia), giustizia, nomine, trattati internazionali ecc. si sono occupati di lei.

Fra post e interviste, Salvini è apparso particolarmente ossessionato: “Se fosse mio figlio due schiaffi non glieli toglierebbe nessuno quando torna a casa. A quella ragazzina l’educazione civica sui banchi di scuola servirà.”, “Speriamo di avere una vicina di volo educata” ecc., ma gli altri non sono stati da meno.

Daniela Santanché: “In che mondo siamo arrivati? Non sarà mica una sardina quella ragazza? Anche io l’ho fatto, sì, (il dito medio) ma ai centri sociali che mi urlavano contro cori a sfondo sessuale decisamente non piacevoli. Cosa c’entra con il gesto di una ragazzina? Non è certo bello a prescindere dall’appartenenza politica, condanno il dito medio e mi interrogo da madre. Salvini, che piaccia o non piaccia, è il leader di (un) partito.”

Roberta Ferrero: “Ecco a voi la coraggiosa del giorno. Fa il medio a Matteo Salvini, mentre dorme. (Poi vanno alle manifestazioni delle sardine per dire che in Italia c’è un linguaggio d’odio.)”

Maurizio Gasparri: “Il gesto di quella ragazza è vile, proprio perché rivolto a una persona che dormiva e non poteva rispondere. Sicuramente si tratta di una mentecatta che voleva dimostrare di esser coraggiosa. Lo feci anche io (sempre il dito) ma in risposta a una turba di grillini che davanti alla Camera mi insultavano e mi minacciavano addirittura di morte.”

Roberto Calderoli: “Avrei dei suggerimenti per la ragazza su dove potrebbe mettersi il dito. Viva la democrazia sempre, ma farlo a uno che dorme richiede un coraggio da leone di cartone. Io l’ho fatto più volte ma sempre rivolto a soggetti che erano in grado di rispondere. Quel gesto rivolto a una persona che dorme è di una viltà assoluta. Sarebbe dovuta esser coerente fino in fondo, magari Salvini le avrebbe risposto. Chissà, con una carezza.”

A questo punto i farabutti da tastiera si sono scatenati, sino al punto di augurarsi che la ragazza fosse “stuprata a turno” eccetera, perché gli elementi dell’aggressione erano già stati forniti dai loro idoli: 1) sicuramente Erika era un’ipocrita e vigliacca “sardina” (strumentalizzazione); 2) meritevole di schiaffi e di suggerimenti “su dove potrebbe mettersi il dito” (sdoganamento della violenza). Lo scenario immaginato da Calderoli, ove raffigura la possibile carezza di Salvini, contiene anche lo sconfinamento nel privato del corpo: l’ex ministro sarebbe autorizzato a mettere le mani addosso a una sconosciuta se questa gli rivolge un gesto qualsiasi ma ciò resta una violenza comunque lo si faccia, con carezze o ceffoni.

Per cui, gentile signora Ferrero, la risposta alla sua implicita domanda è “Sì, in Italia c’è un linguaggio d’odio assai diffuso e lo schieramento politico a cui lei appartiene lo usa troppo spesso.”

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(tratto da: “Women leaders driven offline and out of work by social media abuse”, di Annie Banerji e Sarah Shearman per Thomson Reuters Foundation, 14 novembre 2019, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Londra: l’abuso pervasivo delle donne sui social media sta spingendo le leader di sesso femminile fuori da internet e, in alcuni casi, fuori dal lavoro come è stato detto durante una conferenza giovedì.

A due anni dall’inizio del movimento globale #MeToo, con le donne che trovavano forza nel condividere le storie di molestie sessuali, ora il virulento abuso da loro subito online ne sta facendo uscire alcune dalla vita pubblica. Che si tratti di politiche o di attiviste, molte ne hanno avuto abbastanza e biasimano i loro detrattori digitali per la decisione di sottrarsi.

“Perché dovrei andare su una piattaforma dove sono chiamata cagna e puttana?”, ha detto Karuna Nundy, una delle avvocate più note dell’India, durante una pausa della conferenza annuale di Thomson Reuters Foundation a Londra. “Il “trolling” può essere estremamente disturbante. Può infiltrarsi nel tuo telefono, diventare assai personale e sbattuto in faccia.”, ha aggiunto Nundy, che si è aggrappata al proprio lavoro nonostante anni di diffamazioni online.

L’ex candidata alla presidenza degli Usa Hillary Clinton ha detto questa settimana che i social media – da Facebook a Youtube – premiano le pubblicazioni offensive e le teorie della cospirazione, molte delle quali dirette a donne dall’alto profilo. Il suo commento segue la notizia per cui un certo numero di donne politiche hanno dichiarato che non si presenteranno alle elezioni del 12 dicembre in Gran Bretagna, citando gli abusi subiti sulle piattaforme dei social media che includevano minacce di stupro e di morte. La Ministra della Cultura Nicky Morgan ha fatto riferimento agli alti livelli di abuso che le donne politiche “affrontano di routine” nella sua lettera di dimissioni. (…)

Le ditte che hanno la proprietà dei social media sono sotto pressione affinché rimuovano i bulli e Twitter ha promesso regole più dure sulle molestie sessuali online e anche penalità più severe per i trasgressori. Molte donne non possono esprimersi liberamente su Twitter senza timore di violenza, aveva detto Amnesty International l’anno scorso. Twitter non aveva commentato.

L’abuso può spaziare dal “doxing” – il rivelare dati personali come l’indirizzo di casa o il nome di un figlio – al postare immagini di nudo. “Sono le donne, in modo sproporzionato, a fare esperienza dei contenuti più ripugnanti.”, ci ha detto al telefono Julia Gillard, che è stata Primo Ministro dell’Australia. Sostiene che la rapida crescita dei social media ha significato diventare bersagli di aggressioni per un maggior numero di donne con un profilo pubblico.

La tecnologia in se stessa non è da biasimare, ha detto la scrittrice e attivista per i diritti delle persone disabili Sinead Burke (Ndt. – in immagine), invitando gli utenti a pensarci bene prima di pubblicare su piattaforme enormemente popolari come Facebook o Twitter.

sinead

“Sì, possiamo dar la colpa alle piattaforme per i loro algoritmi… ma come ci assicuriamo che le persone capiscano di aver responsabilità per le proprie azioni?”, ha detto Burke, la quale vive con l’acondroplasia, una patologia della crescita ossea che causa il nanismo.

Burke ha ricordato come un ragazzino la saltò alla cavallina mentre il suo amico filmava la scena per avere un video da pubblicare sui social media, “in un tentativo di diventare virali”: “Il problema non è la tecnologia – sono le persone.”

Read Full Post »

Accappatoi

Caro Alessandro Bartezzaghi, temo sia indirettamente colpa sua: da quattro giorni un (o una) aspirante solutore di cruciverba scrive su google “si indossano fuori dall’acqua” e viene qua a leggere una – peraltro molto bella – poesia,

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/03/30/fuori-dallacqua/

che però purtroppo non gli/le fornisce la definizione richiesta. Da 96 ore questa creatura fissa le caselline bianche e nere e soffre. E ogni volta che lo ritrovo sugli stats soffro un po’ anch’io, perciò spero che lei non si adonti se suggerisco: ACCAPPATOI, tizio o tizia, sono gli ACCAPPATOI.

Trattasi di vestaglie di spugna, con o senza cappuccio, usate per asciugarsi dopo il bagno o la doccia; portano questo nome anche le mantelline che i parrucchieri ti mettono sulle spalle prima di sbizzarrirsi sui tuoi capelli. Se non ne hai mai visto uno, ecco qua:

bathrobe

E adesso, ti prego, chiudi La Settimana Enigmistica, spegni il computer e va’ a fare una passeggiata. E’ ciò che per qualche giorno (il mio braccio non è guarito) farò anch’io.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

Oggi tutti i quotidiani aprono con la crisi di governo, ove Salvini getta la maschera di Zorro e si candida a “salvatore” della patria (forse voi non ricordate di averla già sentita, questa idiozia, io purtroppo sì), ma ci sarà tempo per parlarne nei prossimi giorni.

Quel che volevo invece esaminare qui è un altro tipo di notizie che infestano i giornali, soprattutto le loro versioni online:

1. Si riferiscono a persone evidentemente assai note di cui io non ho mai sentito parlare e quando ricevo le informazioni relative (non apro i click-bait, chiedo direttamente a amici – conoscenti o a google) scopro che i mestieri – si fa per dire – di queste persone sono youtuber, influencer o al massimo rapper o modella. L’unico caso diverso ha riguardato, per me, un economista la cui soluzione per i problemi italiani è che le donne facciano più figli: non riuscivo assolutamente a ricordare chi diamine era questo personaggio lungimirante che chiede alle italiane di perdere il lavoro, di essere penalizzate su di esso o di non trovarlo proprio più; di maneggiare in allegria il sostegno zero dato dalla società alla loro condizione prima di partorienti e poi di madri (scarso o nullo rispetto in sala parto, niente nidi – asili o prezzi esorbitanti per essi, ecc.); di guardare a un futuro disastrato a livello ambientale per il pianeta in generale e a livello sociale-politico in particolare per l’Italia e dire “Ok, adesso ci butto dentro un altro essere umano, lo faccio per il bene del Paese”. Massima solidarietà e infinite benedizioni per le madri, ma quelle che non vogliono diventarlo hanno ragioni razionali e consistenti che un economista dovrebbe essere in grado di leggere (e al di là delle proprie specializzazioni, dovrebbe comunque portare rispetto alle scelte riproduttive delle donne, le quali sono esseri umani a 360° e non uteri ambulanti).

2. Hanno frasi-chiave ripetute ossessivamente del tipo “Tizio lancia una scarpa e il gesto scatena i social”, “Il video / l’immagine di Caia in mutande è virale”, “Migliaia, milioni (se facciamo più figli presto miliardi) di followers” e titoli surreali: “Sono sanissima e fino ai 13 anni ho dormito con i miei” (suppongo i genitori, ma dormirci regolarmente insieme sino all’adolescenza non mi sembra poi sanissimo), “Mi accusano di parlare di sesso per fare clic, in realtà sono un romantico” (e – chi – se – ne – frega), e via così. In questi giorni in lizza c’è anche un video in cui appare Luciana Castellina, ma solo perché era “la comunista più bella” – adesso è anziana, ovviamente, per cui il suo preparatissimo intervistatore le ricorda che “Lei era bella, come questo ha influito ecc.”: voglio dire, è una donna con una storia politica lunghissima e appassionante a cui potevano essere poste domande molto interessanti e pertinenti, ma no, lei era bella (sottinteso: lei ha potuto fare questo e quello perché era bella, ma adesso è un rottame di vecchia che nessuno scoperebbe più, come si sente al proposito?)

Ai due criteri esplicitati sopra appartengono anche i recenti “articoli” – scusatemi, le virgolette in questi casi sono un obbligo – relativi a tal Gianluca Vacchi, definito da essi “imprenditore con oltre 11 milioni di followers” e “figlio del fondatore dell’IMA, azienda che si occupa di progettazione e produzione di macchine per realizzazione e confezionamento di cosmetici, farmaci e prodotti alimentari”. Non so se siano questi i titoli per cui è ospitato in televisione, ma ho letto della sua spassosissima battuta rivolta in tono sprezzante a Luciana Litizzetto, per cui se la stessa si “fosse messa a novanta si sarebbe potuto anche fare”. Che un simile signore si degni di ipotizzare la concessione del suo sublime apparato così generosamente, purché l’indegna recipiente dello stesso non gli mostri la faccia, è davvero lodevole.

Le immagini di Vacchi ricordano l’uomo illustrato di Bradbury, con la differenza che questo figlio d’arte e di cospicui conti bancari sembra passare il suo tempo fra palestre e spiagge e centri estetici e non ha alcuna storia da raccontare sulla propria pelle.

E’ invece solito pubblicare online video in cui balla. Nell’ultimo piazza una serie di modelle in bikini a culo all’aria su uno yacht e “suona” le loro natiche come tamburi. Ancora una volta, le facce delle donne lui proprio non le sopporta. Gli bastano i pezzi. I volti costringono a ricordare che si ha a che fare con persone, non con attrezzi da masturbazione.

Molti che hanno preso visione dell’opera suddetta ne sono rimasti schifati a sufficienza per chiedere a Vacchi di cominciare a rispettare le donne.

“Io le rispetto molto, – ha risposto lui – imparate a scherzare se volete rispettare la vita.”

E’ vero: la vita per le donne, in Italia e ovunque, consiste per lo più nel sopportare il continuo lancio di secchiate di escrementi che prendono a bersaglio forma e aspetto dei loro corpi, la loro posizione sociale, i loro compiti e doveri (figli e cucina), il loro intelletto, le loro professioni, le loro capacità in ogni campo dello scibile umano. Non si capisce proprio perché non riescano a riderne 24 ore su 24 – ma se c’è qualcuna che lo fa si trova probabilmente in un istituto specializzato per le malattie mentali e chi ce l’ha mandata sono le azioni di questi “rispettosi” individui.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

E’ uscito il mese scorso il rapporto “Peoples under Threat 2019: The role of social media in exacerbating violence” – “Popoli minacciati 2019: il ruolo dei social media nell’esacerbare la violenza”, a cura di due organizzazioni pro diritti umani britanniche: Ceasefire – Centre for Civilian Rights e Minority Rights Group International.

report 2019

https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/PUT-2019-Briefing-with-spread.pdf

Di seguito, un brano tratto dalla presentazione del lavoro (trad. Maria G. Di Rienzo).

“In molte parti del mondo, atrocità a vasto spettro e altri abusi dei diritti umani continuano a minacciare le popolazioni, in special modo quelle che appartengono a gruppi minoritari e genti indigene. Mentre il raggio dei social media si espande sempre più dilagando globalmente, così fa il suo impatto in contesti ove genocidio, omicidi di massa o violenta repressione sistemica accadono o sono a rischio di accadere.

La situazione delle nazioni in cima all’indice di “Peoples under Threat 2019” illustra come, caso per caso, i social media giochino un ruolo importante nell’incoraggiare l’assassinio. Le piattaforme social ora occupano un posto centrale nel stigmatizzare i gruppi indicati come bersaglio, nel legittimare la violenza e nel reclutare gli assassini.

La disinformazione deliberata, false accuse e disumanizzazione dei gruppi presi di mira comprese, è stata nei secoli una caratteristica durevole del conflitto. Ma nell’era dei social media, il processo è accelerato a un livello senza precedenti.

Il facile accesso ai social media ha dato a ogni razzista violento una potenziale piattaforma pubblica, e l’anonimato dei social media ha dato agli Stati la capacità di incubare e incitare odio attraverso i confini. Narrative di conflitto, teorie di cospirazione e visioni estremiste trovano velocemente una casa sulle piattaforme dove ogni voce compete per avere attenzione e le voci moderate e il linguaggio misurato necessari per la costruzione di pace sono sovrastate.

Leader politici, gruppi ribelli, attivisti e comuni cittadini hanno tutti usato i social media come attrezzo comunicativo. Persino nelle società più fragili e divise ove l’accesso a internet resta minimo, come il Sudan del Sud, il ruolo dei social media sta crescendo, mentre gli scenari mediatici tradizionali si trasformano rapidamente. Il devastante conflitto in Siria, d’altra parte, in cui le piattaforme social sono usate da tutte le parti in causa e video caricati su YouTube hanno ricevuto milioni di visualizzazioni, è stato ripetutamente descritto come “guerra di social media”.

I social media promettono di influenzare sempre di più come il conflitto e gli episodi di violenza sono percepiti, le loro traiettorie e i modi in cui si risponde a essi. Nessuna società divisa o contesto di conflitto può essere compreso senza considerare come i social media sono usati da una gamma di attori statali e non statali. In effetti, i critici hanno accusato le ditte proprietarie dei social media di accettare scarsa responsabilità quando l’uso delle loro tecnologie serve a fomentare divisione e violenza in società instabili o interessate da conflitti.

Molti indicano il Myanmar – dove le Nazioni Unite hanno chiesto alle autorità di rispondere alle accuse di genocidio – come l’esempio più crudo del collegamento fra i social media e il commettere atrocità. Là il linguaggio disumanizzante e l’aperto incitamento all’omicidio di massa furono amplificati via Facebook e Twitter, contribuendo alla vasta presa di mira della comunità musulmana Rohingya. Nello scorso novembre. Facebook rilasciò un rapporto che aveva commissionato in relazione all’uccisione dei Rohingya, il quale concludeva che “Facebook è diventato un attrezzo per coloro che cercano di diffondere odio e causare danni.” Ma mentre la compagnia riconosceva che “possiamo e dovremmo fare di più”, Facebook e altre corporazioni proprietarie di social media continuano a fare affidamento sull’auto-regolamentazione, basandosi quasi del tutto sulla moderazione in linea con “gli standard comunitari” – un approccio che si è dimostrato miseramente inefficace quando ha dovuto confrontarsi con campagne organizzate, e a volte sancite ufficialmente, di odio violento.

“Peoples under Threat” attira la dovuta attenzione su numerosi altri casi in cui, nel contesto di spaccature sociali, instabilità politica e insicurezza, i social media rischiano di esacerbare o di pavimentare la via a violenta repressione sistemica e omicidi di massa. In molti dei paesi ove il rischio di atrocità di massa è più pronunciato, la gioventù che ci fare con internet supera il resto della popolazione. Dove infuriano mortali conflitti armati, dalla Libia all’Afghanistan, i combattenti spesso hanno un fucile in una mano e un cellulare nell’altra: gli obiettivi fotografici di quest’ultimo sono trasformati in armi nella guerra di propaganda che unisce i campi di battaglia e il cyberspazio.

(…)

Ma i social media possono anche giocare un ruolo positivo. Nel far circolare informazioni di valore, possono fornire un servizio pubblico. Molte piattaforme sorvegliano i movimenti di eserciti e insorgenti, come il gruppo FB libanese “Sentiero Sicuro” che indirizza chi lo usa a evitare determinate strade su cui si danno combattimenti. In questo stesso modo i civili possono essere guidati verso località in cui ricevere aiuto umanitario.

Il dialogo che oltrepassa le divisioni sociali può essere facilitato dai social media, che possono spostare attitudini, promuovere la comprensione fra gruppi che non hanno altro modo di comunicare, effettuare un’operazione di ingegneria inversa sulle condizioni di ostilità e violenza.

Fornendo l’opportunità a basso costo per l’acquisizione, la confezione e la circolazione delle informazioni, i social media sono cruciali per portare e condividere testimonianza, per dare documentazione delle violazioni delle leggi umanitarie internazionali e diffondere ampiamente contenuti che incitano all’azione gruppi per i diritti umani e organizzazioni internazionali. I social media possono giocare un ruolo nel mettere fine alla passività e all’impunità, assicurando responsabilità e riparazione per le violazioni. (…)

Il sostegno di lunga data alla libertà di espressione è stato sovvertito in un’estesa accettazione sociale delle espressioni dell’estremismo violento. I governi si sono dimostrati universalmente non all’altezza dei loro obblighi di proteggere non solo la libertà di espressione ma anche di proibire ogni “patrocinio dell’odio nazionale, razziale o religioso che costituisca incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza”, come richiesto dalla Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici (Articolo 20(2)).”

Read Full Post »

“Ricorda cosa devi fare

quando ti svalutano,

quanto pensano

che la tua mitezza sia la tua debolezza,

quando trattano la tua cortesia

come se fosse un loro vantaggio.

Tu risvegli

ogni drago,

ogni lupo,

ogni mostro

che dorme dentro di te

e ricordi loro

che aspetto ha l’inferno

quando indossa la pelle

di un gentile essere umano.”

Nikita Gill, giovane poeta indiana-inglese contemporanea.

(Altri suoi versi e pensieri su:

https://lunanuvola.wordpress.com/2018/06/27/esistere-resistere/

https://lunanuvola.wordpress.com/2017/11/21/le-persone-non-nascono-tristi/ )

Questa è la mia dedica di ringraziamento e apprezzamento all’iniziativa “Odiare ti costa”, lanciata il 22 luglio u.s. dall’avvocata Cathy La Torre, dello studio WildSide, e dalla filosofa Maura Gancitano del collettivo Tlon, per perseguire in sede civile diffamazioni e minacce veicolate tramite web, in particolare usando i social media. Un gruppo di esperti esamina le segnalazioni inviate a odiareticosta@gmail.com, ne analizza l’autenticità e offre gratuitamente la propria consulenza per eventuali procedimenti legali.

“Se il diritto di critica – ha detto alla stampa Cathy La Torre – la libertà di opinione, la libertà di dissenso, anche aspro, duro, netto, schietto, sono diritti sacri e inviolabili, la diffamazione, l’ingiuria, la calunnia, l’offesa e la minaccia non lo sono. Sono delitti che arrecano danni che vanno risarciti. Fino a oggi le vittime di questi delitti sono state lasciate sole. Stiamo ricevendo migliaia di segnalazioni, 600 mail al giorno e il numero continua a crescere: l’ottanta per cento arriva da donne che hanno subito offese legate al loro aspetto fisico o insulti sessisti e auguri di morte e di stupro.”

not pass

Haters, you shall not pass! Ancora grazie, di cuore. Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

“Salvini è un superfemminista. Crede nella parità tra uomo e donna al punto che tratta le donne alla pari, nel bene e nel male. Chiamando Carola ‘sbruffoncella’ l’ha elevata a interlocutrice politica, insomma le ha fatto un regalo.” Annalisa Chirico, 11 luglio 2019

Il giorno in cui potrò smettere di ripetermi sarà un gran giorno. Non è oggi, purtroppo.

Il femminismo è un insieme di movimenti, ideologie, teorie e pratiche che intendono:

– definire, stabilire, ottenere, implementare e difendere eguali diritti politici, economici, sociali, culturali per le donne;

– creare pari opportunità per le donne negli ambiti dell’istruzione e del lavoro;

– promuovere autonomia, integrità del corpo, diritti riproduttivi delle donne;

– estinguere la violenza di genere: violenza domestica, violenza sessuale, sessismo;

– svelare/indagare le connessioni fra le varie forme di oppressione e privilegio, decostruendone il sostrato simbolico e opponendosi alle loro applicazioni concrete.

Definire Carola Rackete, come Salvini ha fatto, “sbruffoncella” “ricca comunista tedesca delinquente”, “mercenaria”, “comandante criminale”, “fuorilegge”, “potenziale assassina” e lasciare indisturbati sui suoi spazi online i commenti dei suoi amiconi del tipo “dopo 14 giorni che ti prendi pisellate da 43 mao mao decidi di sbarcare per far raffreddare la fregna e gli sfinteri”, “non si capisce se è un uomo o una donna, non è decorosa, sciattona, borderline della società, puzzolente, fa schifo”, “Prima la raso a zero, poi la lavo con un po’ di acido muriatico per vedere che effetto le fa… tanto lei è ricca, tedesca di razza ariana, ha fatto tre università e conosce 5 lingue. Con la sua vorrà gentilmente leccare la piastra del ferro da stiro”, come vedete, non rientrano nelle caratteristiche specificate sopra.

cyberviolence

In secondo luogo, chi pensa che l’interlocuzione politica si faccia a insulti e aggressioni può aver facilmente derivato questa convinzione dalla mera osservazione dell’operato del “governo del cambiamento”, ma si sbaglia. Il tipo di interazione all’opera è un misto di bullismo, incapacità, superficialità, spinte anticostituzionali autoritarie e buona vecchia corruzione che non è mai mancata nella storia d’Italia, tuttavia ciò non definisce di per sé la politica che secondo il dizionario è “la scienza e l’arte di governare, cioè la teoria e la pratica che hanno per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione dello stato e la direzione della vita pubblica”.

Dulcis in fundo, usare il verbo “elevare” in relazione all’essere messi sul proprio stesso piano dal sig. Salvini o è satira (e non pare) o è una descrizione alla rovescia, servile e adulatrice, della realtà. Ad ogni modo, reitera la collocazione delle donne in una posizione data di inferiorità da cui solo gli uomini possono sollevarle: tenetevi a casa questo tipo di regali, per favore, perché ne riceviamo già abbastanza.

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

(brano tratto da: “Women are hostages: Rallying against the rape cartel in South Korea”, un lungo saggio di Hyejung Park, Jihye Kuk, Hyedam Yu, Caroline Norma per Feminist Current, 6 luglio 2019, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. Hyejung Park è una lesbica femminista e una traduttrice; Jihye Kuk è la direttrice della casa editrice femminista Yeolda Books e un’attivista contro la violenza maschile; Hyedam Yu è una femminista radicale che ha tradotto in coreano “Beauty and Misogyny” e “Loving to Survive”; Caroline Norma è una femminista abolizionista, docente universitaria e scrittrice. Ho lasciato i nomi “occidentalizzati” delle Autrici coreane come da originale, ma più correttamente sarebbero stati Park Hye-jung ecc.)

le autrici

(da sinistra: Jihye Kuk, Caroline Norma, Hyejung Park, and Hyedam Yu)

I titoli recenti sulla scia dello scandalo relativo al “Burning Sun” potrebbero avervi indotto a credere che la Corea del Sud sia composta da due mondi molto differenti: un mondo in cui a uomini di prestigio è permesso fare qualsiasi cosa desiderino, e un altro mondo per gli uomini comuni. Nel mentre è vero che maschi celebri e uomini potenti stanno commettendo crimini orribili contro le donne ed evitano di essere puniti, non stanno agendo da soli. E di certo gli uomini “normali” non sono meno colpevoli.

In aprile, un programma sudcoreano di attualità della MBC rivelò che un certo numero di club nella zona di Gangnam – la cosiddetta “Beverly Hills di Seul” – ospitavano festini con stupri di gruppo per i loro clienti importanti, usando squadre di quelli che chiamavano “inceneritori” per ripulire le conseguenze.

Locali come il Burning Sun affittavano appartamenti in edifici residenziali o commerciali dove ricchi clienti maschi pagavano per abusare sessualmente e fisicamente di donne durante la notte. Gli “inceneritori” arrivavano al mattino a ripulire macchie di sangue e a bruciare ogni prova di violenza. A volte, medici erano chiamati negli appartamenti di notte per arrestare le emorragie delle donne abusate o per praticare trasfusioni di sangue. (…)

Lo scandalo del 2018 del club Burning Sun è cominciato con il Grande Seungri. Il 28enne mega star del K-pop vanta più seguaci su Twitter del presidente sudcoreano Moon Jae-in. E’ diventato famoso dapprima come membro di una boy band, i Big Bang, e le sue numerose attività commerciali hanno pure avuto enorme successo. Notorio per le sue feste esagerate, Seungri era detto “il Grande Gatsby coreano”. Di colpo, si è trovato coinvolto in uno dei peggiori scandali relativi alle celebrità della storia coreana.

I servizi per gli stupri di gruppo e di pulizia successiva sono solo la punta dell’iceberg. Ciò che accadeva nel club stesso è ancora più orrendo. Le cosiddette “droghe per lo stupro” sono usate per vittimizzare le donne in tutto il mondo ma, in questo caso, il personale del club svolgeva un ruolo attivo nel fornire donne drogate agli ospiti di gran nome con la compiacenza di poliziotti corrotti.

Le conversazioni trapelate fra i promotori del club (noti come MD), che erano responsabili del procurare donne drogate per l’abuso sessuale, forniscono un’idea delle pratiche d’affari quotidiane del locale:

MD 1: “La stanza VIP sta cercando una mulge.”

MD 2: “Okay, ne cerco una.”

MD 1: “Sbrigati a trovarla.”

(dopo qualche minuto) MD 1: “Non ci serve più, trova solo qualcuna che sembri non in sé.”

MD 2: “Cerco una lumaca, allora.”

MD 1: “Aiutami a fare un grosso centro.”

I manager del club tentano di assicurarsi una “mulge” (il loro termine per “ospite femmina attraente”) da introdurre ai clienti della stanza VIP. Una “mulge” non è una hostess pagata o una prostituta, sebbene i manager la trattino da tale. E’ solo qualcuna che entra in un club per divertirsi e ballare.

Poi, secondo le conversazioni registrate, i VIP cambiano idea sul volere una vittima cosciente e richiedono invece una “lumaca”, slang coreano che indica donna priva di sensi e facile preda per il sesso. Da notare che “mulge” suona simile alla parola “foca” in coreano. Che siano foche o lumache, le ospiti di sesso femminile sono paragonate a esseri non umani che possono essere consegnati a richiesta. I manager fornivano persino ai loro clienti abituali le sostanze stupefacenti da usare con le donne.

Tutto lo staff era a conoscenza di ciò che accadeva e Seungri ne era consapevole: in effetti, lui e i suoi celebri amici hanno commesso una lista infinita di crimini contro le donne: assalto sessuale di donne inconsapevolmente drogate, la condivisione di film di sesso girati di nascosto, lo sfruttamento commerciale sessuale, eccetera.

Forse la natura onnicomprensiva dei crimini di questi uomini risulta meglio nelle loro stesse parole. Cospirano per vittimizzare donne su KakaoTalk, la più grande applicazione per messaggistica telefonica in Corea, e le loro conversazioni sono state la fonte principale delle prove dello scandalo. Durante un dialogo fra Seungri e altre “star” di sesso maschile, il cantante Jung Joon Young propone, possibilmente come scherzo, che tutti “aggancino una donna online, si va tutti insieme in un locale di spogliarelli e poi le stupriamo in macchina”. Un altro partecipante risponde pianamente: “Lo sai che queste cose le facciamo già nella vita reale. Quel che facciamo è come un film. Pensaci un minuto. Non è che uccidiamo nessuno.”

Il paragone con i film è da sottolineare. Le editrici di SECOND, magazine femminista di cinema, fanno notare che nell’industria cinematografica coreana “è diventato un cliché ritrarre la violenza sessuale contro le donne in eleganti soggiorni ove gli uomini si riuniscono per dimostrare il loro potere e queste raffigurazioni non sono più da tempo descrivibili come critica culturale.” Potenti personaggi maschi, che siano industriali, procuratori, avvocati o politici tendono a scegliere i soggiorni dei bar-karaoke come sede di collusione e la violenza contro le donne come rituale di vincolo. (…)

Nel libro “Loving to Survive”, di recente tradotto e pubblicato in Corea, Dee Graham interpreta la pratica degli uomini di condividere i loro atti sessuali: “Quando gli uomini si mettono insieme a parlare di “fottere” donne, di “fare centro” o delle loro conquiste sessuali, stanno dicendosi che, sebbene facciano sesso con donne, i loro legami emotivi sono l’uno con l’altro. Stanno comunicando ai loro compagni maschi “Tu sei più importante, per me, della donna con cui ho fatto sesso”. (Forse questa è la ragione per cui le persone di sesso femminile con cui fanno sesso non sono importanti per così tanti di loro.) Stanno anche comunicando che le loro relazioni sessuali con le donne hanno come scopo lo sfruttamento. Questo tipo di discorso mette gli ascoltatori di sesso maschile nell’atto sessuale con il parlante maschio e la donna. I compagni sono invisibili, ma sono là con l’uomo che si fa la “scopata”, condividono la sua vittoria nell’utilizzo della donna, e i legami fra maschi si rafforzano in questa condivisione, ove sono uniti nella loro soggiogazione del genere femminile.” (…)

Se il sesso, la violenza sessuale e lo sfruttamento sessuale sono tutti collegati nel mondo degli uomini, allora le risposte delle donne a tali questioni devono pure essere collegate. In questo senso il “Movimento 4B” nato fra le giovani donne coreane – le quattro B fanno riferimento al boicottare l’uscire con gli uomini, il fare sesso, il matrimonio e la gravidanza – non è così radicale.

L’anno scorso, 6 dimostrazioni di sole donne contro la pornografia delle telecamere nascoste hanno portato 350.000 donne nelle strade di Seul, aprendo la strada alla marcia contro i crimini collegati alle droghe per stupro nel marzo di quest’anno. Nel maggio 2019, dopo che il tribunale aveva respinto un mandato d’arresto per Seungri, nonostante le prove del suo coinvolgimento nel procurare donne per la prostituzione e la violenza sessuale, un migliaio di donne sono scese in strada contro il “cartello dello stupro”. La guerra di resistenza delle donne contro il terrorismo sessuale in Corea del Sud è in corso e continuerà sino a che gli uomini continueranno ad abusare delle donne.

Read Full Post »

analfabeta

La storia

– A questo individuo, come realtà virtuale non bastavano i Pokémon. Perciò si è inventato uno scenario tutto suo dove figurare come “eroe”.

– In effetti, è molto coraggioso circondare in tanti una persona sola, armata inoltre di pericolosissima carta igienica (sì caro, si scrive così).

– Al giorno d’oggi, però, non serve a niente compiere atti eroici di questo tipo se non li si pubblicizza adeguatamente, perciò il nostro si diffonde nel primo resoconto (a sinistra nell’immagine) e lo affida al web.

– Poiché ignora che ogni essere umano è titolare di diritti umani a prescindere dal suo orientamento politico, ignora pure che vantarsi di averne pestato uno in gruppo è un’ammissione di reato.

– Come se non bastasse, è furbissimo: cita caratteristiche identitarie – “ultras”, “casapound” – dei propri complici, così se qualcuno indaga sa dove andare a pescarli.

– Quando, presumibilmente, qualcuno gli fa notare tutto ciò, il tipo sconfessa se stesso, nega ogni coinvolgimento e posa da vittima: il gruppo Facebook era “privato”! Si è trattato di “satira e goliardia”! Sono soggetto a “gogna mediatica”!!! “Violento antidemocratico” io? Quando mai!

I testi

– L’autore dei post sembra un analfabeta di ritorno (“di cui non ne necessitano”???). Chi gli ha insegnato l’italiano potrebbe attualmente essere in terapia per la depressione.

– Mi piacerebbe sapere chi è “l’uomo fumetto dei Simpson” – confesso di non seguire la serie: si tratta di Homer o esiste nella saga un personaggio detto uomo-fumetto? Comunque prendo nota per l’ennesima volta che l’aggressione fisica riesce meglio se prima si umilia il proprio bersaglio, disumanizzandolo.

– La signora anziana che parla come un ultrà (lo scambio di battute con il contestatore è francamente inverosimile) dev’essere un ulteriore parto della satirica e goliardica fantasia del nostro eroe.

– Confrontate i due testi: le migliaia di persone del primo diventano centinaia nel secondo. Da “tempo dieci secondi lo circondiamo” a “ero accanto ai fatti” (creatura, tu al massimo eri accanto ad altre persone e presente quando i fatti sono accaduti o molto vicino al luogo in cui i fatti sono accaduti: la lingua italiana non è un’opinione)…

– Perché dunque costui ha scritto un sacco di balle? Si è fatto “prendere dalla foga del momento”, il momento in cui ha pensato che più fai lo stronzo più sei “fico” e perciò non sei tenuto a rispettare nessuna regola del vivere civile ne’ a osservare alcuna legge.

– Se il primo testo è, per ammissione del suo autore, un’accozzaglia di menzogne, quanto è credibile il secondo?

Maria G. Di Rienzo

Read Full Post »

« Newer Posts - Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: