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Mphatheleni Makaulule

Mphatheleni (detta Mphathe) Makaulule, sudafricana, è la fondatrice della “Mupo Foundation” e l’organizzatrice chiave delle donne riunite sotto la sigla “Dzomo la Mupo – La Voce della Terra”: come spiega lei stessa, il significato di mupo (che si traduce come “Terra”) è “la naturale creazione dell’universo che dà spazio a ogni essere sul pianeta”.

Da anni, nella provincia di Limpopo, queste donne organizzano campagne per la protezione del loro ambiente, che vanno dall’opposizione alle attività della compagnia mineraria australiana “Coal of Africa” alla registrazione legale delle foreste come aree protette. Il gruppo fa parte della Rete Africana per la Biodiversità.

Mphathe crede che la distruzione delle foreste sia inestricabilmente legata alla distruzione di valori, cultura e futuro. Ecco perché: “Il sapere indigeno è nelle mie vene. Mio padre, mia madre, mia nonna, mi hanno insegnato condividendo le loro storie anche mentre lavoravamo insieme nei campi. Lavorando la terra ho appreso la conoscenza dei semi e dei sistemi alimentari e ho così tanti anziani e anziane attorno me a istruirmi, io li chiamo le mie “librerie viventi”, sono i miei migliori amici. Quando ho cominciato a difendere la spiritualità indigena, le donne e l’ambiente tramite la Fondazione Mupo ho incontrato anziane/i della Colombia, dell’Etiopia, del Kenya e ho imparato molto anche da loro. Se la conoscenza non ha agganci con le generazioni più giovani, si dissipa.

Ognuna e ognuno di noi si origina nella via della Madre Terra. In questa via, le donne sono i veri semi. Sono le donne che raccolgono, selezionano, immagazzinano e piantano semi. I nostri semi vengono dalle nostre madri e dalle nostre nonne. Per noi, il seme è il simbolo della continuità della vita. I semi non hanno a che fare solo con i raccolti. Il seme concerne il suolo, l’acqua, la foresta.

Quando piantiamo i nostri semi, non lo facciamo comunque e dovunque. I nostri anziani ci hanno insegnato il calendario ecologico. Il seme segue il suo naturale flusso ecologico. Quando crea un altro seme, questo viene piantato e il ciclo continua. Se tagli il ciclo del seme, tagli il ciclo della vita. Noi non riusciamo a capire come qualcosa di geneticamente modificato o trattato chimicamente possa essere chiamato “seme” se non è in grado di dar continuità al ciclo della vita.

seed woman di pawel-jonka

Io vivo in un ambiente fatto di montagne, fitte foreste e terra fertile. Le attività minerarie stanno minacciando ingiustamente la nostra acqua, il nostro suolo, le montagne, i semi e la sovranità alimentare. Il governo sta permettendo scavi sul nostro territorio e nelle montagne, incluse aree tropicali con buona terra e acqua pulita. E l’agricoltura commerciale ha contribuito a cacciare l’agricoltura tradizionale, perché guarda solo al denaro come prodotto finale: i semi dipendono da sostanze chimiche e non crescono secondo il ritmo ecologico naturale. Semi “chimici” e fertilizzanti rendono il suolo secco come una crosta. Il nostro terreno è danneggiato e inaridito. I nostri semi naturali non riescono a crescere in questo terreno.

Quando il suolo è danneggiato e la foresta non porta più frutti, le prime a soffrirne sono le donne. In Africa, la maggioranza delle donne non ha un impiego. Il nostro guadagno viene dalla terra dove possiamo far crescere il cibo, dalla foresta dove raccogliamo frutti organici, dal rivo e dal fiume dove raccogliamo acqua pulita e pura. A livello globale, le donne che non hanno un impiego e non sono istruite stanno sperimentando il problema del non poter più crescere il cibo che mangiano, come avevano fatto da generazioni.

Ora, le persone dipendono solo dai mercati, per il cibo che mangiano, perché i campi non producono più cibo naturale e loro devono comprare tutto, semi inclusi, il che dà come risultato fame e povertà. La gente non tocca più la terra per avere cibo: trovano lo stesso pacchetto congelato sullo stesso scaffale in ogni stagione. Noi donne che seguiamo la conoscenza indigena sappiamo bene che il cibo ha effetti sulla salute. Abbiamo bisogno di varietà in quel che mangiamo. Non poter trovare i nostri cibi naturali, stagionali, peggiora la salute delle nostre famiglie.

Quando i bambini e i familiari sono malati, le prime a soffrirne sono le donne. Le donne non trovano più le erbe medicinali nella foresta, perché gli alberi sono stati tagliati e il terreno non fa crescere i semi da cui dovrebbero germogliare le piante che ci servono per guarire.

L’alternativa è riportare il ruolo di semi alle donne. Le giovani e le bambine devono ricollegarsi al suolo e ai campi delle nostre nonne, alle foreste vicine alle nostre case e ai semi locali indigeni. Le donne sono l’alternativa. Dobbiamo rivitalizzare i nostri metodi e le nostre tecniche tramite la permacultura o l’agroecologia. Anche se il terreno è stato danneggiato da fertilizzanti e semi geneticamente modificati, c’è l’opportunità di ricostruire, compostare e lavorare il terreno sino a che divenga vivo di nuovo.

Le donne di “Dzomo la Mupo” si stanno portando a casa la sovranità alimentare. Nei nostri orti e nei nostri campi, noi insegniamo ai bambini che il cibo viene dal suolo, non dagli scaffali del supermercato. Le donne conoscono il calendario ecologico e le stagioni per piantare, quando selezionare i semi e quali semi produrranno cibo. Questo è sapere di donne in tutto il mondo. Quale futuro può esserci, se noi ci arrendiamo? Se non parliamo di questo noi donne, chi capirà?

Noi siamo quelle che difenderanno le restanti foreste indigene dalla distruzione.” (trad. Maria G. Di Rienzo)

Dzomo la Mupo

Le donne di “Dzomo la Mupo” riunite prima di una marcia di protesta.

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sofia ashraf

Questa è Sofia Ashraf, giovane rapper indiana, come appare nel suo ultimo video (oltre due milioni e mezzo di visualizzazioni su YouTube).

https://www.youtube.com/watch?v=nSal-ms0vcI

Usando la melodia di “Anaconda” di Nicki Minaj, Sofia racconta le vicissitudini della popolazione e dei lavoratori di Kodaikanal, in India: da quattordici anni questa gente soffre perché Unilever ha scaricato nella città i residui tossici di mercurio dalla sua fabbrica di termometri e non ha mai ripulito l’ambiente che ha inquinato così pesantemente, ne’ ha mai ascoltato le preoccupazioni e gli avvisi dei suoi operai.

Come risultato, 45 di questi lavoratori e 12 dei loro bambini sono morti di avvelenamento da mercurio. Altri hanno riportato danni neurologici e all’apparato riproduttivo dovuti a contaminazione da mercurio. Nessuno dei lavoratori ha mai ricevuto compenso per quel che ha subito.

Sofia Ashraf e i lavoratori di Kodaikanal stanno chiedendo al mondo di firmare la petizione che chiede ad Unilever di prendersi le sue responsabilità (e come dice Sofia nel video, di non limitarsi a fare grandi dichiarazioni e “sorrisi al dentifricio”).

Potete trovarla qui: http://www.jhatkaa.org/unilever/

Maria G. Di Rienzo

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(“Meet Amel: One of the 900,000”, di Yosra Akasha per World Pulse, 31 marzo 2015. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

La storia delle Montagne Nuba come zona di conflitto risale agli anni ’80, quando molte persone nella regione cominciarono ad unirsi all’Esercito di liberazione del popolo sudanese (ELPS) e a combattere contro il governo centrale a Khartoum.

La regione ha testimoniato la guerra dal 1991 al 2002, ma ha ricevuto scarsa attenzione. La guerra è scoppiata di nuovo, fra l’ELPS ora M/ELPS – N (Movimento/esercito di liberazione del popolo sudanese – nord) e l’esercito nel giugno 2011 al momento della secessione del Sudan del Sud. Da allora la regione è fuori portata per l’assistenza umanitaria e per i radar dei media.

Nel 2012, Human Rights Watch riportò che 900.000 persone erano sfollate a causa del conflitto. Di recente, nel gennaio 2015, l’Agenzia NU per i rifugiati ha riportato che 3.000 persone avevano attraversato il confine con il Sudan del Sud in un solo mese.

Aldilà delle cifre delle persone che fuggono il conflitto e i video di bombardamenti aerei e corpi linciati, è raro sentire qualche storia delle Montagne Nuba. Ma quei 900.000 individui hanno storie di vita che necessitano essere raccontate. Hanno volti che devono essere mostrati ai loro concittadini che vivono in pace e a un mondo che continua a ripetere “mai più” ma chiude un occhio su molti devastanti conflitti, come la guerra continua e infinita in Sudan.

Nuba

Incontrate Amel. (Ndt. Il nome è stato cambiato per la sua protezione) Amel è un’attivista, una donna di circa 35 anni con un diploma universitario. Vive nella sua città natale: un piccolo villaggio nella contea di Umdorain nelle Montagne Nuba, che è controllata dal M/ELPS – N. Lavora con un’organizzazione locale nel monitoraggio delle violazioni dei diritti umani ed istruisce la sua comunità su tale istanza. Le piace la bellezza del suo villaggio specialmente durante la stagione delle piogge: quando ogni cosa intorno, montagne comprese, si copre di verde.

Amel conferma che la regione soffre per la guerra specialmente nelle aree controllate dal M/ELPS – N, che è attaccato di frequente con raid aerei da parte delle forze governative: “Ora la gente vive nelle caverne e in montagna, senza accesso all’aiuto umanitario. C’è un enorme movimento di popolazione nei paesi confinanti. Una delle cinque unità amministrative di Umdorain ha tutte le scuole chiuse a causa dei bombardamenti, mentre altre due ne hanno chiuse metà. Inoltre, le bombe hanno inquinato l’ambiente. Le fonti d’acqua sono pesantamente inquinate da munizioni inesplose. Molte pompe manuali non funzionano più. Le persone usano l’acqua delle polle a livello del suolo, un’acqua che di recente è diventata marrone e sta causando malattie; io stessa mi sono ammalata più volte bevendola.”

La vita di Amel non è stata facile. All’inizio degli anni ’90 viveva a Khartoum con i genitori e 8 fra fratelli e sorelle, quando la guerra scoppiò nel Kordofan del sud. Il salario del padre era appena sufficiente per la famiglia, ma non fu più tale quando dovettero ospitare i parenti profughi. “La mia famiglia ha lottato disperatamente per pagare le tasse scolastiche di noi figli. Io non riuscivo più a studiare. E’ stato un periodo durissimo per noi.”

Alla ripresa della guerra nel giugno 2011 la famiglia si è divisa. La madre di Amel vive nella contea di Umdorain, il padre nel Sudan del Sud. Alcuni fratelli si sono trasferiti nelle città del nord, altri sono richiedenti asilo nel campo profughi di Kakuma in Kenya, e uno vive in Uganda.

“I miei genitori non sono insieme da un po’ e hanno bisogno di stare insieme, con i figli, e di curarsi di loro. Tuttavia questo è difficile da ottenere ora con quel che poco che io, mio padre e mia madre riusciamo a guadagnare. I miei fratelli e le mie sorelle sono giovani, ci sono adolescenti che hanno necessità di guida e direzione. Due delle mie sorelle passano da un guaio all’altro e sono rimaste incinte. La mia sorella più giovane continua a scappare a Khartoum nel tentativo di avere un’istruzione o prova a raggiungere la nostra sorella maggiore negli Usa, mentre quest’ultima sta facendo gran fatica per riuscire appena a mantenere se stessa: non la vediamo dal 1999. Vorrei tanto potermi curare delle mie sorelle.”

Amel è un’attivista per i diritti umani, e una donna single, in una zona di guerra: questo fa di ogni suo giorno una sfida. “Sebbene le dinamiche sociali stiano cambiando, persistono molti stereotipi. I ruoli di genere sono strettamente definiti. Da una donna ci si aspetta che svolga certi compiti predestinati. Io mi sono trovata in situazioni difficili non solo nel contatto con le comunità locali, ma anche con i miei colleghi. Alcuni si sentono intimiditi se solo io propongo nuove idee o assumo un ruolo di guida. Usualmente sento commenti del tipo: “E’ una donna, dovrebbero essere i colleghi maschi a dirigere.” Questo mi fa infuriare, perché io sostengo sempre i miei colleghi maschi. Non riescono a tollerare che io sia più capace di loro e che riesca a lavorare sotto pressione.”

Amel ha una visione per il futuro delle donne in Sudan. Spera che tutte possano essere istruite, anche le anziane che non sono mai andate a scuola potrebbero usufruire di classi di alfabetizzazione per essere in grando di leggere e scrivere. “Le donne dovrebbero prendere decisioni sui loro ruoli e impieghi. Dovrebbero rappresentare le loro sorelle, qualificarsi per questa rappresentazione e non opprimere mai le altre donne. Le donne che sono sopravvissute alla guerra hanno mostrato di aver il potenziale per guidare uomini e donne a discutere dei ruoli sociali predefiniti.”

E’ ottima sul futuro del Sudan, nello specifico su quello della regione delle Montagne Nuba. Pensa che la società sia abbastanza ben organizzata e politicamente consapevole e che ciò porterà ad un Sudan democratico dove nessuna tribù o etnia verrà schiacciata e le persone godranno di eguali diritti.

Sul suo futuro personale, però, è incerta: “Alcuni anni fa, pensavo che avrei continuato gli studi, che avrei goduto la vita familiare con i miei genitori e fratelli e sorelle, ma è accaduto l’opposto. Non sono felice, ma resto ottimista. Sono molto più forte ora, per quante difficoltà devo affrontare come donna: vivere in zona di guerra ha trasformato la mia personalità e mi ha fatto acquisire flessibilità. Io credo che tutto accada a tempo debito. Non appena sarò pronta seguirò i miei sogni e servirò la mia comunità a livello locale, nazionale e internazionale.”

Amel manda un messaggio finale alla gioventù del Sudan: “Non perdete la speranza, siate ottimisti, pensate e agite. La gente è stata vittimizzata da continui conflitti che hanno avuto inizio molti anni fa. Noi abbiamo preso la decisione radicale di prevenire questa ricorrenza di conflitti. Nessuno è privo di potere, tutti abbiamo responsabilità e potenziale. Non importa quanto a lungo dobbiamo impegnarci, possiamo farlo accadere.”

E alla comunità internazionale: “Fattori d’interesse possono ritardare il chiamare i criminali a rispondere delle loro azioni. Tuttavia io credo ancora che il Tribunale penale internazionale debba fare il proprio lavoro, altrimenti mi chiedo quali siano i benefici derivati della sua esistenza.”

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(id est: responsabili)

vaccino

Lo fanno per i loro figlioli. Perché li amano. Non vogliono svegliarsi, il mattino dopo la vaccinazione, e trovarseli affetti da autismo o chissà cosa. Qualche giorno fa l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha richiamato l’Italia per le sue politiche sulle vaccinazioni, mentre negli Stati Uniti, ultimamente, Repubblicani e fondamentalisti religiosi di vario tipo diffondono con vigore la retorica anti-vaccinazioni obbligatorie e strillano contro “uno stato oppressivo che ci dice cosa fare”. I giornali americani riportano le storie di comunità rurali come quella di San Geronimo in California, dove il 40% degli scolaretti delle elementari non sono vaccinati contro il morbillo e il 25% non sono vaccinati contro la poliomielite. Il sovrintendente scolastico spiega che il non vaccinare i bambini è una scelta “di fede” che i genitori fanno, ma non necessariamente religiosa: “Crescono i loro figli in un ambiente naturale e organico e sono sospettosi delle compagnie farmaceutiche.”

Anch’io sono sospettosa di direzioni commerciali che in Italia chiedevano alle proprie operaie di cambiare le etichette su medicinali scaduti (ho conosciuto queste donne personalmente); di medicastri che prescrivono sostanze in cambio di mazzette provviste dagli “informatori scientifici” delle compagnie farmaceutiche; dei furboni che scrivono le linee guida della “lotta al grasso” mentre i due terzi dei loro molto più grassi introiti derivano da “consulenze” alle multinazionali che producono cibi dietetici e sostanze dimagranti; di vaccini anti-influenzali spesso superflui o addirittura dannosi. E’ bene essere cauti, vagliare e raccogliere informazioni accurate, perché la salute può diventare un grandioso affare in mani poco scrupolose.

Altra cosa è credere, basandosi su uno studio screditato di un ex medico finito in galera, che le vaccinazioni causino l’autismo o credere che un ambiente “naturale e organico” esista isolato da virus e batteri, i quali sono entità biologiche, organici e naturali anch’essi. Prima dell’introduzione dei vaccini si poteva morire – e si moriva a palate – di morbillo e di scarlattina e di vaiolo e di poliomielite. Una mia cugina contrasse quest’ultima da bambina perché i suoi genitori erano sospettosi (ante litteram) dei vaccini e si salvò per un pelo solo perché un medico ospedaliero ebbe la prontezza di aprirle la gola per farla respirare: stava morendo, asfissiata dalla paralisi del diaframma.

Conseguenze della poliomielite

Conseguenze della poliomielite

Altra cosa ancora è credere che il proprio diritto di non essere vaccinati o di non vaccinare i propri figli sia più importante della salute collettiva, intrinseca al patto sociale che ci tiene insieme e che prevede lo sradicamento delle malattie contagiose potenzialmente mortali. Il vostro diritto di non vaccinarvi finisce dove inizia il diritto degli altri membri della comunità a non essere contagiati da voi. Perché le persone più vulnerabili non hanno accesso a cure private, medicina alternativa, cibi organici o ambienti protetti: sono i poveri e i figli dei poveri, quelli il cui sistema immunitario è indebolito o compromesso dal vivere a ridosso delle discariche, dal respirare aria inquinata dai fumi industriali e dal bere acqua inquinata dagli sversamenti industriali e privati. Questi bambini dal sistema immunitario non più completamente funzionale possono persino contrarre malattie per le quali sono già stati vaccinati – e riportarne danni permanenti o morirne.

Nessuno di noi deve a qualcun altro l’essere in salute, in special modo in un’epoca come questa dove il concetto di “salute” è sfuggito all’etica e alla scienza per diventare estetica e moda, ma se viviamo in una comunità umana abbiamo di sicuro il dovere di non minacciare la salute altrui. Maria G. Di Rienzo

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(tratto da un più ampio servizio di Leanne A. Grossman, “A Matter of Life and Health: Villagers in Kazakhstan Fight Big Oil”, 7 novembre 2011, per Women International Perspective. Leanne A. Grossman è una scrittrice-viaggiatrice che ha documentato le prospettive e le preoccupazioni delle donne in Africa, Asia, Europa ed America Latina. E’ fra le fondatrici di “Girl Child Network Worldwide” che si occupa delle bambine vittime di violenza sessuale in tutto il mondo. Trad. Maria G. Di Rienzo)

Il tossico odore di uova marce soffia regolarmente sul villaggio rurale di Berezovka, in Kazakistan. I fumi vengono direttamente dal campo estrattivo di petrolio e gas di Karachaganak, a cinque chilometri di distanza: sono le emissioni di solfato d’idrogeno correlate all’estrazione ed alla raffinazione dei prodotti. Il campo è stato costruito dal  Karachaganak Petroleum Operating (KPO), un consorzio fra alcune delle più facoltose compagnie commerciali che si occupano di energia: LUKOIL (Russia), BG Group (Gran Bretagna), ENI Agip (Italia) e Chevron (Stati Uniti). Nel 1997 il KPO ha siglato un accordo con il governo kazako che permette le operazioni di raffinazione in loco.

Le circa 1.300 persone che vivono vicino all’impianto soffrono di emicranie e brividi, perdono i capelli, la loro vista si deteriora e sviluppano l’anemia. Svetlana Anosova, residente del villaggio, insegnante di musica, madre di tre figli e nonna di svariati nipoti, descrive altri problemi di salute che si pensa siano collegati ai cambiamenti ambientali imposti dall’impianto petrolifero: malattie ai reni, problemi digestivi, perdita dell’udito. Sua figlia è diventata epilettica, e lei teme che sia il risultato dell’inquinamento proveniente dal campo estrattivo, ma non può provarlo.

Poiché le strutture sanitarie locali sono limitate, Rosa Khusainova, direttrice della Casa della Cultura e madre di due figli, ha dovuto chiedere un prestito per pagare i trasporti e i costi relativi alle cure mediche della figlia, coperta da gravi eruzioni cutanee. Quando uno dei medici le ha chiesto perché non si trasferisce Rosa ha replicato: “Non ho il denaro per muovermi, ne’ un altro posto dove andare. Io sono di Berezovka, perché dovrei trasferirmi? E’ la compagnia petrolifera che se ne dovrebbe andare.”

Per nove lunghi anni Svetlana e Rosa hanno organizzato gli abitanti del villaggio affinché usassero ogni strategia legale accessibile per proteggere le loro famiglie e avere giustizia. Il solo raccogliere informazioni è una grossa sfida in un paese in cui gli uffici governativi sono storicamente costruiti sulla segretezza. Zhasil Dala (Steppa Verde), l’organizzazione che Svetlana e Rosa hanno fondato, ha dovuto condurre da sé le ricerche sull’avvelenamento dell’ambiente. L’inquinamento dell’aria non è l’unico problema. I residenti del villaggio hanno visto mutazioni nelle loro coltivazioni: il livello di cadmio nel suolo è almeno due o tre volte più alto del normale. L’avvelenamento da cadmio causa stordimento, mal di testa, debolezza, dolori al petto e infine edema polmonare. Anche gli alti livelli di nitrati preoccupano i residenti. Le emissioni provenienti dal campo estrattivo sono sospettate di aver aumentato tali livelli nelle fonti d’acqua e nel terreno. Quando gli abitanti del villaggio hanno mandato campioni d’acqua ad un laboratorio indipendente ad Orenburg, in Russia, i risultati hanno mostrato che essa non è potabile. I campioni di aria inviati ad un altro laboratorio indipendente in California hanno confermato la presenza di 25 elementi chimici tossici nell’aria di Berezovka.

La maggioranza dei residenti oggi vuol essere ricollocata in un ambiente pulito e sicuro, lontano dal campo d’estrazione. Tramite “Steppa Verde” hanno indirizzato proteste formali ed informali al consorzio ed al governo chiedendo che il loro diritto umano di vivere in una zona sana sia rispettato. Nel 2003, il  costante e coraggioso impegno di Svetlana Anosova attirò l’attenzione della BBC che all’epoca commentò: “Ciò che è certo, è che nell’ex Unione Sovietica ci sono migliaia e migliaia di persone come Svetlana che dal libero mercato non hanno avuto beneficio alcuno.”

Nel gennaio 2011, Serik Ilyasov, un lavoratore agli impianti, fu ucciso sul colpo (ed un suo collega gravemente ferito) quando un guasto agli idranti rilasciò una gran quantità di solfato d’idrogeno. Le indagini mostrarono che solo 25 idranti avevano dispositivi di sicurezza: nonostante la promessa che le operazioni a Karachaganak sono svolte usando la miglior tecnologia disponibile, il consorzio KPO non si cura della sicurezza dei suoi lavoratori più di quanto si curi della sicurezza dei residenti all’esterno del campo. Sebbene nel paese esista una legislazione che protegge l’ambiente, KPO la ignora. Quando le loro violazioni delle leggi ambientali diventano palesi, come nel caso delle improvvise eruzioni di gas, si appellano a cavilli burocratici per non far proseguire le cause legali, e persino quando sono condannati e devono pagare delle multe i soldi non arrivano mai ai residenti del villaggio: restano al corrotto governo nazionale. Perciò, il governo non ha alcun incentivo a fermare l’inquinamento facendo pressione sulle compagnie petrolifere affinché rispettino i regolamenti.

Lo scorso anno i residenti di Berezovka hanno avuto un’altra sorpresa: nel loro suolo si aprono crateri (un effetto che si sa associato all’estrazione di petrolio). “Adesso ho paura di vivere in casa mia.”, dice Nagaisha Demesheva, che ha scoperto un cratere nella sua piccola proprietà nel dicembre 2010. Immaginatevi se fosse successo alla villa di John Watson della Chevron o di Vagit Alekperov della Lukoil, il sesto uomo più ricco della Russia. E’ proprio vero che non siamo tutti eguali.

“Steppa Verde” ha tentato di aver giustizia tramite gli investitori del KPO. Ma dopo tre proteste formali alla Banca Mondiale, che ha prestato 150 milioni di dollari per il progetto petrolifero nel Kazakistan, Svetlana e Rosa hanno deciso che non perderanno più tempo a presentare il caso in simili uffici: hanno scoperto che per quanto i funzionari esprimano loro simpatia, nessuna azione concreta viene intrapresa per migliorare o risolvere la loro situazione. Dovendo fronteggiare oppositori a più livelli impiegano tecniche molteplici e  flessibili: ad esempio, alleandosi con “Salvezza Verde”, un’ong nonprofit del Kazakistan, il loro gruppo ha denunciato legalmente il governo per il fallimento nel proteggere i suoi cittadini. Due famiglie e un’impresa commerciale hanno vinto in tribunale il diritto di essere collocati altrove. E’ un precedente significativo, sebbene non ci siano ancora segni di implementazione della sentenza. Ad ogni modo, i residenti di Berezovka non saranno soddisfatti sino a che tutti non saranno ricollocati in un’area sicura, distanti dalle emissioni tossiche che stanno rovinando le loro vite.

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