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Posts Tagged ‘incesto’

Ogni volta in cui il “progressista” papa in carica apre la bocca in materia di relazioni fra uomini e donne – e dei rispettivi ruoli sociali – infila perle di medioevo senza che nessuno dei giornalisti / commentatori riesca a contestualizzarne e contestarne neppure una. E’ ovvio, dicono, che Bergoglio si esprima in tal modo, è questa la dottrina della chiesa cattolica.

Così, l’aborto “è di moda”, praticato da “nazisti in guanti bianchi” su donne che vogliono una “vita facile” e respingono i bambini “mandati da dio” con qualche difetto: portare avanti una gravidanza per dare alla luce una creatura che morirà a causa di una grave malformazione congenita non appena partorita (come per l’anencefalia, decesso sicuro al 100%) o che vivrà un’esistenza breve e tormentata è meglio, dio e Bergoglio sono contenti – dopotutto, non è toccato a loro.

Poi, sempre durante lo stesso pistolotto rivolto al Forum delle Famiglie (un plurale che il papa non gradisce e che ha subito “corretto”) ha lodato quelle che fanno finta di niente mentre i loro mariti si puliscono il didietro con i voti coniugali: “Una cosa che nella vita matrimoniale aiuta tanto è la pazienza, sapere aspettare. Ci sono nella vita situazioni di crisi forti, brutte, dove anche arrivano tempi di infedeltà”. Di qui, la lode di Francesco alla “pazienza dell’amore che aspetta. Tante donne, ma anche l’uomo talvolta lo fa, nel silenzio hanno aspettato, guardando da un’altra parte, aspettando che il marito tornasse alla fedeltà. La santità che perdona tutto perché ama.”

A questo punto vorrei mandarlo al cinema. A New York, tanto a lui i soldi per il viaggio e il biglietto non mancano, al Film Festival di Human Rights Watch (14 – 21 giugno 2018), per vedere “Un migliaio di ragazze come me”.

A Thousand Girls Like Me

E’ un documentario su una giovane donna afgana, la ora 23enne Khatera – in immagine nel poster – che la regista Sahra Mani presenta così: “Ogni donna in questo paese ha un centinaio di proprietari. Padri, fratelli, zii, vicini di casa: tutti credono di avere il diritto di parlare per noi e di prendere decisioni al nostro posto. Questo è il motivo per cui le nostre storie non sono mai udite, ma vengono seppellite con noi.” La religione è diversa, ma i fondamenti patriarcali sono gli stessi.

Khatera è stata presa a botte e abusata sessualmente da suo padre per più di 13 anni. E’ rimasta incinta e ha abortito innumerevoli volte. Due figli, una femmina e un maschio, li ha messi al mondo. Come da precetti suggeriti da Bergoglio, è stata molto paziente. Sua madre ha cercato di guardare da un’altra parte. Hanno aspettato, immerse ogni singolo giorno in un dolore letteralmente inenarrabile – non dovevano parlare, perché la vergogna e la condanna sarebbero ricadute su di loro. E la violenza non è finita.

Non è finita sino a che Khatera ha denunciato il suo stupratore ed è riuscita a mandarlo in galera. Lei e sua madre ricevono a tutt’oggi minacce di morte dai parenti per aver “rovinato la loro reputazione”. Tollerare l’abuso e la sofferenza, scusando e legittimando con ciò il comportamento dei perpetratori maschi, è il consiglio che non solo il papa cattolico, ma sistemi giudiziari e attitudini socio-culturali sessiste danno alle donne in tutto il mondo. Può darsi che ciò le renda “sante” agli occhi di qualche dio, ma noi non possiamo farci carico delle vostre fantasie, signor Bergoglio, in quelle che sono le nostre esistenze reali e anche se ci aspetta l’inferno dopo la morte (del che molte di noi dubitano seriamente) preferiamo mettere fine all’inferno in cui sono state trasformate le nostre vite.

Maria G. Di Rienzo

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Brisa

Brisa de Angulo – in immagine – è la fondatrice e presidente di “Brezza di Speranza”, un’ong boliviana che lavora con le bambine e i bambini che hanno subito incesto e violenza sessuale.

Questa è la storia di Brisa, così come lei l’ha narrata a Global Citizen (“This Woman Was Raped by a Family Member at 15 – and Now Fights for Children Who Have Survived Sexual Assault”, Phineas Rueckert, 22 marzo 2018).

“Quando avevo 15 anni un parente, che era anche un pastore per la gioventù, venne a vivere in casa mia e cominciò ad abusare di me. Poi cominciò a stuprarmi.

Ci furono un bel po’ di intimidazioni e minacce affinché io restassi zitta. Perciò, rimasi silenziosa per parecchi mesi – per otto mesi – in cui lui mi violentava ripetutamente, più volte al giorno, quasi ogni giorno. Diceva che se avessi fatto resistenza avrebbe stuprato le mie sorelle e fratelli più piccole/i di me.

Durante la faccenda, minacciò anche che se qualcuno fosse venuto a saperlo, tutto sarebbe crollato. I miei genitori lavoravano con i bambini, per i diritti umani, per i diritti delle donne, e così lui usava questo come minaccia, dicendo: “Come si sentirebbero i tuoi genitori se sapessero che mentre stanno tentando di proteggere altre persone estranee, nella loro stessa casa io mi sto facendo la loro figlia?”

Sapevo che li avrebbe distrutti, e lui usò questo per mantenermi zitta. Entrai in un periodo di profonda depressione. Abbandonai la scuola. Sviluppai bulimia e poi anoressia. Tentai due volte di suicidarmi. La mia vita stava semplicemente andando in rovina. I miei genitori non avevano idea di cosa stesse accadendo, ma erano devastati. Sapevano che c’era qualcosa di sbagliato, ma non sapevano cosa.

Scoprirono cosa stava accadendo dopo uno dei miei tentativi di suicidio e fu allora che decidemmo di portare il mio caso in tribunale. Fu allora, anche, che cominciò la seconda ondata di vittimizzazione nei nostri confronti, perché tutti volevano che io tacessi. La mia casa fu incendiata due volte. Sono stata presa a sassate. Sono stata rapita, più volte, e quasi uccisa.

C’era un mucchio di intimidazione proveniente dal sistema giudiziario, e dalla comunità, perché ero una delle prime adolescenti a denunciare uno stupro. Il pm minacciò di mandarmi in prigione se avessi continuato a parlare di quel che mi era successo. I giudici non volevano trattare il mio caso: continuava a rimbalzare da un tribunale all’altro e alla fine lo mandarono al tribunale agricolo, dove si trattano casi che concernono animali e piante. Non ero nemmeno considerata un essere umano.

Ho dovuto portare il mio caso più volte alla corte costituzionale, ho dovuto affrontare tre processi per via di tutti gli errori nelle procedure e al terzo processo il mio aggressore è scappato. Perciò sta fuggendo dalla legge ed è ricercato dall’Interpol.

Durante la vicenda, ho capito di non essere sola. C’erano molte ragazze che stavano passando quel che passavo io. C’erano molte bambine che soffrivano in silenzio nelle loro case, e a farle soffrire erano in maggioranza membri delle loro stesse famiglie o persone che conoscevano, e non avevano alcun posto in cui andare. Io avevo il sostegno di mia madre, di mio padre e dei miei fratelli e sorelle, ma la maggior parte di queste bimbe non avevano nessuno. Non volevo che attraversassero quel che io avevo attraversato.

Perciò, ho deciso che avrei usato il resto della mia vita per rendere le cose un po’ più facili e più sicure per le bambine e i bambini. A 17 anni diedi inizio all’unico programma per l’infanzia sessualmente abusata nell’intera nazione della Bolivia. Ciò avveniva nel 2004 e sino a oggi siamo stati in grado di fornire gratuitamente assistenza legale e sociale e servizi psicologici ad oltre 1.500 minori.

Quando abbiamo cominciato, la percentuale di condanna per i crimini sessuali era dello 0,2% e l’abbiamo portata al 95%. Per cui è andato tutto nella direzione opposta. Negli ultimi 3 anni, abbiamo avuto il 100% di condanne.

Abbiamo avvocati che seguono i casi dall’inizio alla fine, passando per gli appelli o ogni altro sviluppo, e abbiamo un’assistente sociale che lavora con le famiglie. Sappiamo che la maggioranza delle bambine e dei bambini ha famiglie che usano intimidazioni nei loro confronti o tentano di mantenere il loro silenzio, perciò lavoriamo molto intensamente con l’assistente sociale per assicurarci che la famiglia abbia le conoscenze e il sostegno di cui la vittima ha bisogno per continuare il processo di guarigione.

Forniamo anche un ampio spettro di terapie, in tipi differenti – arte, musica, yoga, meditazione, ludoterapia, terapia cognitiva – così che ogni bambina/bambino possa trovare il suo proprio modo di guarire. E’ tutto centrato su di loro. Siamo una squadra impegnata a essere presente per i minori e il nostro consiglio consultivo è composto interamente da bambini. In pratica sono loro a dirci cosa facciamo di giusto o sbagliato, cosa vogliono che cambi. Il centro è in sostanza diretto dalle sopravvissute e dai sopravvissuti.

Quando io ho cominciato a parlare, circa 15 anni fa, ero l’unica che lo stava facendo e mi sentivo molto sola. E’ molto eccitante vedere altre donne prendere il controllo e spezzare il silenzio e la cospirazione del silenzio, e dire: “Ehi, siamo qui, siamo importanti e questo è quel che ci è accaduto.”

So che per la maggior parte gli abusi sessuali sono scopati sotto il tappeto, perciò anche se moltissime di noi sanno quel che succede non è visibile. Dobbiamo continuare a unire le voci e a mostrare che questo è un grosso problema e mettere la vergogna là dove deve stare: non sulla vittima, ma sull’assalitore.

Questa battaglia va avanti da un tempo assai lungo e i cambiamenti sono piccoli e limitati e tristemente abbiamo persone in posizioni di potere che non vedono la necessità di lavorare davvero sull’istanza. Ci sono bisogni più urgenti nelle menti – infrastrutture, guerre, qualsiasi altra cosa. Anche se c’è molta consapevolezza sul tema all’interno della società, io penso che dovremmo veder passare molti, molti anni per vedere un reale e drastico cambiamento. Non si tratta solo di cambiare le leggi. Si tratta di cambiare l’intero concetto di come vediamo il mondo, come vediamo i bambini, come vediamo le donne. Sino a che non cambiamo e cominciamo a vedere bambini e donne come esseri umani e rispettarli e a riconoscerli come soggetti di diritti umani, il mondo non cambierà. Potremo mutare alcune leggi e altre cose, ma nei momenti critici cadremo nelle vecchie abitudini.

Per quel che mi riguarda, vedere che grazie ai miei sforzi una bimba ottiene giustizia è davvero curativo. Non c’è nulla di più gratificante ed emozionante di vedere una/o di questi bambini, che sono stati così frantumati, aver di nuovo sogni e sorridere di nuovo. Dico spesso alla gente che se qualcuno mi offrisse un lavoro da 10 milioni al mese non lo prenderei, non lo degnerei neppure di considerazione, perché non c’è al mondo nulla che possa darmi la stessa gioia e la stessa soddisfazione di bambine/i che sorridono di nuovo e sognano di nuovo.

Abbiamo creato una società di guaritori feriti, dove sono le nostre ferite a guarirci l’un l’altro.”

Maria G. Di Rienzo

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Il quotidiano britannico “The Independent” riportava il 6 novembre u.s. questa notizia:

Ragazzo stupra ripetutamente la sorella di 9 anni dopo aver visto pornografia hardcore sull’incesto”.

Dall’articolo: “Il ragazzo di 14 anni, non nominato e che era dodicenne quando commise i reati, si è dichiarato colpevole di sei accuse di stupro davanti al Tribunale di Cheltenham. L’esame del suo accesso a internet ha mostrato che inseriva termini di ricerca relativi all’incesto e guardava il materiale. Il pm Ian Fenney ha raccontato che il ragazzo disse alla sorellina, allora di nove anni, che “non sarebbe più stata sua sorella” se lui non avesse potuto avere rapporti sessuali con lei.

Casi come questo appariranno sempre di più nei tribunali”, ha ammonito il sig. Fenney, a causa della facilità d’accesso dei giovanissimi alla pornografia online. (…) Il sig. Fenney ha detto che le offese non erano “occasionali” e che il ragazzo le compiva quando era “sicuro che non sarebbe stato disturbato.” Ma la bimba ha detto alla madre cosa stava accadendo. L’avvocato della difesa Gareth James ha dichiarato che il ragazzo stava sperimentando in modo inappropriato (l’enfasi è mia, ndt.) e che ciò che guardava ha influenzato le sue azioni.”

Per farla breve, la corte ha stabilito per il ragazzo il massimo del cosiddetto “ordine di riferimento”, 12 mesi, un programma di presa in carico e riabilitazione, e cinque anni di “Sexual Harm Prevention Order” (programma per la prevenzione di offese sessuali): il suo comportamento sarà controllato, non potrà avvicinarsi a minori di 16 anni e la sua presenza su internet sarà monitorata dalla polizia.

A parte il fatto che sarei curiosa di sentire dall’avvocato difensore quale tipo di “sperimentazione” sarebbe “appropriata” nell’ambito dello stupro e dell’incesto – che devono essere definitivamente separati dalla naturale curiosità adolescenziale sul sesso – e a parte il fatto che la vita di una bambina è stata danneggiata in modo irreparabile (anche se si riprenderà, anche se andrà oltre e vivrà felice come le auguro di cuore, anche se in qualche misura se lo getterà alle spalle: la memoria di un tradimento così profondo non se andrà), la vicenda mostra una volta di più cosa la pornografia è e cosa la pornografia fa.

Io non ho altro da dire, l’ho già fatto estensivamente: è chi giudica la pornografia divertente e innocua che dovrebbe cominciare a farsi domande. Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Activist, poet, prison abolitionist, human rights advocate, incest and rape survivor”, un più lungo testo di Thea Matthews per Feminist Wire, 26 ottobre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo. L’articolo fa parte del forum “Love with accountability” – quest’ultima parola è di difficile traduzione: la renderò di seguito con “responsabilità” senza sbagliare, ma in effetti indica il “rispondere per il risultato ottenuto” e il “rendere conto dell’azione compiuta” con un unico termine che in italiano non ha equivalente preciso. Thea, che come dice il titolo è attivista, poeta, abolizionista del sistema carcerario, sostenitrice dei diritti umani, sopravvissuta all’incesto e allo stupro, attualmente sta studiando sociologia all’Università di Berkeley in California.)

thea

L’amore è un’espressione enigmatica, una forza innegabile che riverbera dall’interno e di cui si fa esperienza dall’esterno. L’amore simultaneamente dà potere al sé e a chi con tale sé interagisce. Io ricordo con precisione, durante la mia adolescenza, la decisione di odiare me stessa, biasimare me stessa, negare a me stessa l’amore e l’amore per me stessa, a causa di quel che ero stata costretta a subire in giovanissima età.

In modo subconscio ho detto: sì, sono disposta a odiare me stessa, dare la colpa a me stessa, rovinare me stessa e uccidere me stessa perché mio nonno e mio zio mi hanno ripetutamente aggredita sessualmente, e perché sono stata costretta a giocare a “casetta” con uno dei miei cugini. Il dolore era a volte insopportabile e la sofferenza sembrava non avere fine. Il mio rito di passaggio è stato l’incesto. Il bullismo di cui ero oggetto a scuola ha solo versato libbre di sale su ferite aperte e infette.

La mia esistenza era una voragine priva di un modello di cosa fosse l’amore sano, figuriamoci la responsabilità. Dopo aver detto apertamente che mio nonno mi molestava, mi trovavo comunque nella sua casa seduta accanto a lui durante il pranzo familiare del Ringraziamento. Non so se mio nonno, mio zio e mio cugino molestassero anche altre persone. Io so di essere una sopravvissuta all’abuso infantile di terza generazione.

Si è abusato di mia nonna, si è abusato di mia madre e si è abusato di me. Non so molto della mia bisnonna, perché morì attorno ai trent’anni di cancro alla cervice quando la nonna aveva solo cinque anni. Presumo che ulteriori generazioni materne siano state violate e abusate in qualche modo.

Mio nonno morì mentre io ero al liceo e mio zio e mio cugino sparirono dalla mia vita. L’ultima volta in cui ho visto mio cugino, ho rifiutato di abbracciarlo e lui si è sentito così insultato da cominciare un atipico litigio da famiglia disfunzionale con mia nonna. Lei è quasi novantenne e morirà senza sapere che l’amore della sua vita era un molestatore di bambine e che uno dei suoi figli e uno dei suoi nipoti erano pure molestatori di bambine. Dov’è la responsabilità in questo?

Be’, io mi sono ripresa da un tentativo di suicidio nel 2011 e mentre continuo a guarire da assuefazioni attive e comportamenti distruttivi, ho capito presto che la responsabilità deve venire prima e soprattutto dall’interno.

Inizialmente, ho cominciato a domandare responsabilità dalla polizia della nostra nazione quando sono stata coinvolta nelle proteste studentesche con il movimento Black Lives Matter (Le vite nere hanno importanza). Gli omicidi in massa di gente disarmata, il grado di violenza sistemica che si raggiunge quando nessuno viene ritenuto responsabile, hanno provocato rabbia e mi hanno diretta all’azione. Pure, ho compreso: se sono quella che vuole responsabilità dalle persone attorno a me, devo assicurarmi di essere io stessa responsabile per le mie azioni. Cosa devo fare per tener pulito il mio lato della strada?

Sì, ero di sicuro una vittima. L’abuso è cominciato quando non sapevo ancora parlare ed è finito che avevo 9 anni; il bullismo è continuato sino a che ne avevo 13. Gli anni fondamentali del mio sviluppo emotivo e cerebrale sono stati rubati. Sono stata derubata dell’infanzia.

Come persona che si identifica quale lottatrice per la libertà, come attivista, le mie fondamenta devono essere e possono solo essere ristabilite mediante atti consapevoli di amore con responsabilità.

Non ho bisogno di “scuse” da coloro che mi hanno danneggiata durante la mia vita per guarire effettivamente. Non ho bisogno di un riconoscimento pieno di pietà per liberare me stessa. Fare ammenda serve a chi ha fatto del male e al suo karma, non a me.

Io ho bisogno di amare me stessa. Io ho bisogno di essere responsabile delle mie azioni. Io ho bisogno di assicurarmi che il mio comportamento e le mie azioni si trasformino. La verità assoluta è questa: io non posso forzare la trasformazione di nessuno. La rivoluzione è già accaduta dentro di me quando sono quasi saltata dal Golden Gate Bridge.

Per poter fieramente amare e radicalmente accettare ciò che esiste nel momento presente, io sono la sola responsabile dell’apprendimento e della pratica di varie forme di comunicazione nonviolenta. Perciò: atti continuati di amore con responsabilità assicurano infine la trasformazione personale / sociale / culturale.

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… delle NON CONFORMI: in parole, immagini e musica.

mary lambert

Mary Lambert non ha ancora compiuto 25 anni. Ha imparato da sola a suonare il piano e a scrivere versi da accoppiare alla musica quando ne aveva 6: all’epoca, quello era il mondo alternativo nel quale si rifugiava mentre in famiglia faceva esperienza di abusi, stupro e incesto. Oggi la musica è la sua professione. Come sua madre, che rivelandolo pubblicamente si fece espellere dalla chiesa pentecostale cui la famiglia apparteneva, Mary è lesbica. Una delle sue canzoni, “I Know Girls (Body Love)”, parla con incredibile sincerità ed efficacia di come sono trattate le ragazze che non rispondono ai modelli di bellezza in voga: “E’ il pezzo con cui voglio cambiare il mondo. Davvero, sono seria. Sono le parole che avrei voluto sentire quando avevo 18 anni, odiavo il mio corpo e avevo bisogno che qualcuno mi amasse per sentirmi intera.” Ma visto che Mary la sua “qualcuna” l’ha trovata, ha imparato ad amare se stessa ed è anche capace di insegnarlo ad altre donne, ho scelto per la mia celebrazione delle Non Conformi un’altra sua canzone: “She keeps me warm” (“Lei mi tiene calda”). La frase più bella del testo, per me, è questa: “Lei dice che la gente ci guarda perché stiamo così bene insieme”.

http://www.youtube.com/watch?v=rG4nRI9Wmzk

Jackie Oates

Questa invece è Jackie Oates, violinista e cantante inglese nata nel 1983. La canzone è una ninna nanna tradizionale, “Dream Angus”, e la voce di Jackie è così bella che è facile sospettarla di essere una creatura fatata… Ma è l’intera e umanissima Jackie ad essere splendida!

http://www.youtube.com/watch?v=8Jmtp5aZHMU

Whitney

La riconoscete? E’ Whitney Thore, la ballerina che non dovrebbe ballare perché le ballerine devono pesare 30 chili bagnate. E lei se ne impippa! E danza quanto le pare! E ha pure co-fondato un movimento (“No Body Shame Campaign”) il cui scopo è “dimostrare che il tuo corpo non ti limita, anche se gli altri dicono che è troppo magro, troppo grasso o disastrato. Un movimento che asserisce: tu non devi chiedere il permesso alla società per cercare la tua gioia, proprio adesso. Ama te stessa. Vivi pienamente. Niente scuse e niente vergogna.”

floreale

Così mi piace cominciare la settimana. Amandovi. Maria G. Di Rienzo

inner peace di humon

 

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surviving numbers 1

L’ho detto a quattro parenti stretti.

Mi hanno detto che ora ero una merce danneggiata e che dovevo mantenere questo segreto all’interno della famiglia.

surviving numbers 2

Numero di volte in cui mi ha stuprata: centinaia.

Numero di persone a cui l’ho detto: tre.

Numero di cicatrici fisiche che mi ha lasciato: nove.

Numero di cicatrici che io ho inflitto a me stessa: settantasei.

Numero di assistenti sociali che gliel’hanno fatta passare liscia: cinque.

Lui è mio padre.

surviving numbers 4

Età in cui sapevo che c’era qualcosa di sbagliato (incesto): 5 anni.

La sua età: 26.

Età in cui l’ho detto per la prima volta a qualcuno: 35.

Anni in cui sono stata sola con la mia paura e la mia rabbia: 30.

Persone a cui l’ho detto da quando ho cominciato a parlare: molte.

Familiari a cui l’ho detto: zero.

surviving numbers 5

Età in cui ho perso la verginità: 5 anni.

Foto che lui ha scattato: troppe.

Età in cui ho detto quel che accadeva veramente: 20.

Numero di terapisti: 12.

Numero di terapisti che ascoltavano: 1.

Dopo 2 disordini alimentari, alcune cicatrici, un oceano di lacrime e innumerevoli flashback, sto finalmente comprendendo chi sono.

Io sono e sarò per sempre una sopravvissuta.

surviving numbers 6

L’ho detto a:

un genitore, cinque amici, un consigliere e una nonna.

E dirlo alle persone porta via un po’ del peso e mi permette di respirare più facilmente.

Ali Safran, studentessa 21enne, ha creato un sito che permette alle vittime di violenza di raccontare le loro storie tramite i numeri: il nome del sito, “Surviving Numbers”, è un gioco di parole sulla frase “la forza sta nel numero”. L’idea è venuta ad Ali nell’ottobre 2012, quando ricorreva il terzo anniversario dell’assalto da lei stessa subìto. Surviving Numbers aiuta a rimuovere stigmatizzazioni e vergogna dalle spalle delle vittime: molte hanno detto ad Ali di essere state finalmente capaci di denunciare le aggressioni dopo averle raccontate “in numeri”. http://survivinginnumbers.tumblr.com/

Maria G. Di Rienzo

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(“My Big Idea” di Yasmeen Hassan per Harper’s Bazaar, maggio 2013, trad. Maria G. Di Rienzo. Yasmeen è una figura chiave – global director – di Equality Now, organizzazione internazionale per i diritti umani. La sua foto è di Lynn Savarese.)

Yasmeen

La mia Grande Idea è molto semplice. E’ contribuire a creare un mondo che sia bilanciato e tratti uomini e donne in eguaglianza, così che chiunque abbia l’opportunità di dispiegare il suo pieno potenziale. Sebbene si tratti di un’idea piana e diretta il concetto è in molti modi rivoluzionario, particolarmente nel mondo odierno, pieno di instabilità economica e politica. Io credo che molti dei problemi mondiali in apparenza insormontabili – povertà, conflitto, terrorismo – possano essere risolti assicurando l’eguaglianza a donne e bambine.

Ho sempre creduto nel dire quel che penso e nell’organizzarsi per il cambiamento. Quando avevo tre anni e frequentavo l’asilo in Pakistan, ho organizzato un gruppo di bambine per contrastare i maschi “grandi” che monopolizzavano le altalene in cortile. Il momento definitivo è arrivato quando di anni ne avevo dieci e una dittatura militare ha islamizzato le leggi del Pakistan, rendendo in effetti le donne cittadine di seconda classe e favorendo numerosi abusi, legittimati dallo stato, su donne e bambine. Fui ispirata dal movimento per i diritti delle donne che si raccolse in opposizione a ciò e sapevo di volerne fare parte. A Equality Now favoriamo la mobilitazione delle donne e sosteniamo il movimento globale per i diritti delle donne affinché crei un mondo migliore per tutti.

Mi ispirano tutte quelle donne e bambine che nel mondo intero hanno osato sfidare stereotipi e aspettative, sociali e culturali, che largamente definiscono il ruolo delle donne nella società in modo dannoso. Il loro coraggio e la loro visione ci hanno aiutato a muoverci in avanti. Sono particolarmente ispirata dalle più giovani, che agiscono per il cambiamento che vogliono vedere nel mondo. Dalla tredicenne Makeda, che ha costretto il governo dell’Etiopia a rispondere del fallimento nel fornirle giustizia quando è stata rapita, stuprata e forzata al matrimonio; all’undicenne Wafa che ha lottato per divorziare dal proprio marito adulto in Yemen, dove non ci sono leggi contro il matrimonio di bambine; alla quindicenne Mariam che ha sfidato ogni tabù nel portare il suo caso di incesto in tribunale in Pakistan, dove non ci sono leggi contro l’incesto; a Nimco Ali, una sopravvissuta alle mutilazioni genitali femminili che si sta opponendo alla pratica in Gran Bretagna. Queste sono tutte rivoluzionarie che stanno trasformando il mondo con il loro coraggio.

Sono onorata di essere stata in grado di giocare un ruolo nel sostegno a queste donne e ragazze, come a tante altre attiviste su tutto il pianeta, di modo che il cambiamento nella vita di una persona sia amplificato e tradotto in cambiamento a livello nazionale ed internazionale. I tempi sono maturi per accelerare il processo verso il cambiamento. Chiunque può fare la differenza: facendo pressione sui governi perché cambino leggi, o sulle corporazioni economiche perché cambino pratiche; creando consapevolezza sulle istanze di genere nelle comunità; rifiutandosi di essere complici nel promuovere gli stereotipi di genere; o sostenendo finanziariamente le attiviste sul campo.

Fare la nostra parte nel movimento per l’eguaglianza di genere è forse la cosa più utile che possiamo fare nella nostra vita per migliorare il mondo per tutti.

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