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(“No One Should Work This Way – Ending the Abuse of Asian Women Domestic Workers”, di Karen Emmons per l’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Trad. Maria G. Di Rienzo. Dal 2012 al 2014 la giornalista Karen Emmons, insieme con il fotografo Steve McCurry, ha raccolto nella regione asiatica del Pacifico le testimonianze di persone che lavorano come domestiche/i.)

Per due anni ho viaggiato attraverso l’Asia con il fotografo Steve McCurry per documentare gli abusi che alcuni lavoratori domestici sopportano nelle case dei loro datori di lavoro, nei loro paesi e all’estero. Abbiamo trovato casi di lavoro minorile, lavoro forzato, traffico di esseri umani, stupro, denutrizione, eccessiva lunghezza dell’orario lavorativo, scarso salario o nessun salario e restrizioni sulla libertà di movimento e di comunicazione.

Abbiamo parlato con persone che sono state picchiate con pentole, scope, bastoni e tubi di metallo.

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Abbiamo sentito le storie delle donne che sono tornate a casa in coma o in una bara. Le vittime erano femmine e maschi, giovani e anziani, istruiti e illetterati (e chi aveva abusato di loro condivideva questa varietà: femmine e maschi, ricchi e classe media, vecchi e giovani). Ciò che le univa era una combinazione tossica di disperazione, nata dalla povertà, e di mancanza di protezione da parte della legge; nella maggioranza delle nazioni i lavoratori domestici non sono protetti dalle leggi sul lavoro, e in alcune sono visti come un forma di “proprietà”.

Abbiamo incontrato una donna nepalese che è rimasta cieca a causa dei ripetuti pestaggi a lei inflitti dalla sua datrice di lavoro in Arabia Saudita, che le sfregava pure feci sul volto. La schiena di una donna indonesiana era stata pesantemente piagata – in modo surreale nella forma di ali d’angelo – da acqua bollente gettatale addosso dal suo datore di lavoro maschio in Malesia. Ho tentato di contare le cicatrici sul corpo di un’altra donna indonesiana ma ho perso il conto dopo essere arrivata a 20.

domestic worker

In Nepal abbiamo intervistato una donna incinta che, quando disse alla sua datrice di lavoro in Oman che il marito poliziotto di costei l’aveva stuprata, fu gettata in prigione per cinque mesi per “seduzione”. Poiché aspettata un bambino rimaneva nascosta, nel timore che la sua famiglia l’avrebbe respinta. Un’altra donna nepalese, assunta da una famiglia in Kuwait affinché badasse a 13 bambini, ha subito un pestaggio per essersi rifiutata di lavorare nel bordello familiare.

In un rifugio di Hong Kong una donna indonesiana mi ha raccontato come la sua datrice di lavoro si rivolgeva a lei: “Vieni qua, cagna. Sei stupida. Sei una cagna. Qua, serva, muoviti.” Nello stesso rifugio, una sua compatriota ricordava come, a causa del poco cibo che le davano, perse quasi 14 chili prima di riuscire a scappare.

Una donna filippina ci disse che le era stato assegnato come letto il ripiano della lavatrice. Spiegò che il suo datore di lavoro preferiva fare il bucato di notte, perciò lei doveva tentare di prender sonno mentre la lavatrice ribolliva e si scuoteva. Ma che poteva fare? A Hong Kong (uno dei pochi paesi al mondo che ha effettivamente una legislazione riguardante il lavoro domestico) la legge stabilisce che i domestici devono vivere con i loro datori di lavoro, anche se la loro “stanza” è un armadio, una rampa di scale, un bagno – o il ripiano della lavatrice.

Non si tratta solo di cattivi datori di lavoro e di leggi inadeguate. Anche le agenzie per l’impiego sono colpevoli di questi abusi. Abbiamo fotografato una donna indonesiana ad Hong Kong a cui chi l’aveva assunta disse: “Se ti pesto e ti uccido, non lo saprà mai nessuno.” La sua agenzia reagì offrendole un aumento di stipendio perché restasse. Quando lei rifiutò, l’agenzia mandò al suo posto un’altra donna. Quando anche questa lasciò il posto, l’agenzia la rimpiazzò con la cameriera indonesiana Erwiana Sulistyaningsih (1), i cui otto mesi di orripilanti abusi hanno avuto titoli internazionali e sono risultati in accuse penali contro il datore di lavoro.

Un’ulteriore donna indonesiana che abbiamo incontrato era scappata, in Malesia, a causa delle battiture inflittele dal giovane datore di lavoro maschio. Ha perso un dente quando lui le ha tirato una scarpa in faccia per aver riscaldato la zuppa “sbagliata” ed ha un’orecchia deformata in modo permanente dal costante torcergliela di costui. Pure, la polizia l’ha riportata indietro e l’agenzia di impiego l’ha minacciata di azioni legali se fosse fuggita di nuovo. Oggi sta considerando, riluttante, l’idea di tornare all’estero per lavorare come domestica perché suo marito non riesce a trovare un’occupazione.

Non si tratta di esperienze poco comuni. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, che ha finanziato il nostro progetto fotografico, stima vi siano più di 52 milioni di lavoratrici / lavoratori domestiche/i al mondo. Se anche solo un piccola percentuale di esse/i fa esperienza di stupefacente meschinità e di azioni criminali, si tratta sempre di un vasto numero.

Ovviamente, molte persone che svolgono lavoro domestico hanno esperienze buone. E ci sono certamente molti datori di lavoro decenti, in ogni paese. Ma noi vogliamo far sapere a chi abusa che quel che accade dietro le porte chiuse non può essere tenuto segreto.

Steve McCurry ed io volevano che si sapesse come tali abusi lasciano le loro cicatrici sulle esistenze delle persone quanto le lasciano sui loro corpi. Steve, che è l’autore della famosa copertina del National Geographic detta “Ragazza afgana”, sa come i ritratti riescano a portare istanze alla luce e a rendere l’impegno per il cambiamento irresistibile e indimenticabile. Insieme, volevamo sostenere la campagna che chiede per le domestiche / i domestici la stessa effettiva protezione legale garantita agli altri lavoratori.

Nel 2011, una nuova Convenzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro che tratta nello specifico i diritti di svolge lavoro domestico è entrata in vigore. (2) Sino ad ora, è stata ratificata da 16 paesi – solo uno (Filippine) appartiene all’Asia del Pacifico e nessun paese l’ha ratificata in Medioriente. Ratificare la Convenzione n. 189 è importante, non solo perché obbliga i governi ad allineare ad essa le loro leggi nazionali, ma anche perché manda alla società il messaggio che le domestiche / i domestici hanno gli stessi diritti degli altri lavoratori.

Nessuno dovrebbe lavorare nelle condizioni in cui hanno lavorato le persone che abbiamo fotografato.

(1) Vedi anche:

https://lunanuvola.wordpress.com/2015/05/17/una-donna-come-me/

(2) Ndt.: L’Italia ha ratificato la Convenzione n. 189 nel 2013.

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eni lestari

Eni Lestari, indonesiana (nell’immagine), andò a lavorare come domestica in Hong Kong quando le politiche di sviluppo nel suo paese d’origine gettarono la sua famiglia nella povertà e nel debito, lasciando a lei nessuna possibilità di continuare a studiare o di trovare un impiego. Come milioni di altre giovani donne, in tutto il mondo, mise le sue speranze nel diventare una lavoratrice migrante, ma dovette accorgersi presto che la realtà le offriva solo sfruttamento e abuso. Lestari è oggi la guida dell’Alleanza Internazionale dei Migranti e membro dell’Asia Pacific Forum on Women. Questo è il discorso che ha tenuto alle Nazioni Unite il 19.2.2015 – trad. Maria G. Di Rienzo.

Parlo a nome dell’Asia Pacific Regional Civil Society Engagement Mechanism (Meccanismo di coinvolgimento della società civile – regione dell’Asia del Pacifico) e dell’Alleanza Internazionale dei Migranti, per assicurare che la voce di chi è più affetto e marginalizzato dal corrente modello di sviluppo sia udita.

Io sono una lavoratrice domestica migrante. Noi siamo fra i lavoratori più sfruttati e più soggetti ad abuso.

Come la maggior parte di voi, anch’io volevo istruzione, prosperità e dignità. Ma i diktat della globalizzazione e del neoliberismo, che esposero l’Indonesia ad una grave crisi, minacciavano la sicurezza e la sopravvivenza della mia famiglia, lasciandomi la sola scelta di migrare per lavoro. Similmente a quanto accade ad altri, ho scoperto presto che le promesse di un miglior guadagno e di un miglior futuro erano solo finzione. Debito, abuso e negazione dei diritti umani sono la realtà del sistema che promuove l’esportazione e lo sfruttamento della forza lavoro migrante.

Che significa, questo, per la Dichiarazione Politica post 2015 (Ndt.: Obiettivi del Millennio delle Nazioni Unite)? Significa stendere un impegno e creare un sentiero per smantellare le fondamenta del sistema economico globale che promuove diseguaglianza, migrazione forzata e dipendenza da lavoro a poco prezzo.

La Dichiarazione deve disegnare una visione per nuovi sistemi globali economici e politici davvero democratici, che siano giusti, sostenibili ed equi. Noi chiamiamo questo “sviluppo in giustizia” e io vi chiedo di incorporarlo nella Dichiarazione Politica.

Significa che dovete riconoscere come il sistema attuale dipenda dall’ingiustizia e produca ingiustizia e prendere l’impegno di porvi rimedio. Per fare ciò, tutti i cinque spostamenti fondamentali devono essere incorporati.

Primo, giustizia redistributiva che redistribuisca benessere, potere, risorse e opportunità fra le nazioni, fra ricchi e poveri e fra uomini e donne. La vostra dichiarazione deve essere un impegno alla democratizzazione delle istituzioni globali e del potere; allo smantellamento del commercio ingiusto, della finanza ingiusta e dei sistemi di investimento ingiusti; all’equa redistribuzione della terra e alla riforme agrarie che beneficiano i piccoli coltivatori e le comunità.

Secondo, giustizia economica, che significa costruire economie basate sulla solidarietà, la condivisione e la giustizia, nonché sull’eguale valore dei lavori e dei contributi di tutte le persone. Le economie non devono basarsi sulle rimesse di denaro dei migranti e sul loro sfruttamento.

Terzo, giustizia ambientale che abbia lo scopo di rendere questo pianeta abitabile per tutte le genti, in particolar modo quelle più marginalizzate, ora e in futuro.

Quarto, giustizia sociale e di genere, che non promuova solo l’eguaglianza di genere ma cerchi di metter fine al patriarcato e ai sistemi che si assicurano di pagare poco le donne per il loro lavoro o di non pagarle affatto, sul mercato e in casa.

Quinto, responsabilità trasparente nei confronti del popolo: un processo che renda i governi finalmente responsabili per gli impegni che hanno ripetutamente preso e ripetutamente disatteso nei confronti di miliardi di persone.

Spero che onorerete questa richiesta che non è solo mia: è ciò che chiedono i migranti e le donne come me. Per favore, siate ambiziosi, siate coraggiosi, siate onesti e giusti. Incorporate lo “sviluppo in giustizia” in questa Dichiarazione: e se non è così, ditemi per favore dove devo andare per ottenerlo.

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(e cinque donne che lo incarnano)

Un nuovo portale online, creato per mettere in contatto femministe di differenti culture, le donne che lottano per il cambiamento, “uno spazio per sognare, immaginare, crescere ed esplorare in teoria e in pratica”: WELDD (“Empowering Women and Leadership Development for Democratization”) è stato ideato dal Women’s Centre Shikat Gah pakistano, dall’Institute for Women’s Empowerment di Hong Kong e da Women Living Under Muslim Laws (Donne che vivono sotto le leggi musulmane, il link è nella colonna a destra “Donne, notizie e attivismo”).

( http://www.weldd.org/ – Lo spirito delle fondatrici è visibile nell’immagine qui sotto.)

weldd

Nella presentazione si legge, tra l’altro: “Il portale fornirà alle attiviste e alle organizzazioni femministe e a chi agisce per un mondo giusto ed egualitario un luogo per condividere risorse utili ed esperienze; la sezione blog “Pubblica Piazza” sarà lo spazio informale per l’espressione di opinioni e la riflessione su notizie ed eventi. Poiché siamo impegnate nella produzione di conoscenza globale riguardo al sud del mondo, avremo sezioni per esplorare concetti e teorie provenienti dai contesti a maggioranza musulmana in arabo, bahasa, inglese, francese e urdu.”

La rete di queste donne collega già venti paesi (fra cui Egitto, Gambia, Indonesia, Iran, Libano, Libia, Nigeria, Pakistan, Senegal, Somalia, Sri Lanka, Sudan, Siria e Tunisia) in cui ha organizzato a livello transnazionale seminari, conferenze, azioni dirette, ecc. allo scopo di “promuovere l’eguaglianza di genere e la giustizia sociale, rafforzare la partecipazione politica delle donne e i diritti economici, costruire la pace, mettere fine alla violenza contro le donne – che viene giustificata culturalmente.”

Di una delle organizzazioni che partecipano a WELDD ho già scritto un paio di volte: si tratta dell’associazione femminista Warvin che opera nel nord dell’Iraq. Di recente, un gruppo militarizzato di estremisti sunniti che si fa chiamare “Stato islamico dell’Iraq e della Siria”, che conosciamo con la sigla IS o ISIS, e con cui non sappiamo bene come “interfacciarci” a meno di prendere lezioni dal maestro on. Di Battista, è arrivato dalle loro parti. Costoro hanno occupato armi in pugno gli uffici di Warvin e sequestrato tutta la documentazione presente. Le donne dello staff sono fuggite in montagna a raggiungere gli altri profughi ed hanno dovuto attendere con loro i soccorsi. Ma ci sono quelle che non sono riuscite a fuggire: sono confinate nelle loro case e non è permesso loro neppure andare al mercato a fare la spesa. Hanno l’ordine di non uscire se non nei casi di emergenza e in questi ultimi possono farlo solo se indossano il niqab (che le copre dalla testa ai piedi).

Ovunque ISIS metta piede, le donne possono: cercare di scappare; vivere recluse e senza diritti; soffrire rapimenti a scopo di traffico per schiavitù sessuale, stupri singoli e stupri di gruppo, matrimoni forzati con gli eroici combattenti; oppure morire. La risposta di Warvin è visibile nella seconda immagine di questo pezzo.

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Hanno annunciato in conferenza stampa, il 4 settembre u.s., la formazione di un gruppo specifico (“5+ Group for Women’s Aid”) per indagare e documentare gli abusi perpetrati da ISIS nei confronti delle donne nella regione curda dell’Iraq. Lo scopo principale è soccorrere un migliaio di donne yazide attualmente nelle mani dei loro rapitori dell’ISIS.

Le cinque attiviste che stanno facendo questo pubblicamente, con i loro volti esposti e le loro identità note, senza cappucci in testa e senza fucili a tracolla, sono Mhabad Qaradaghi, Lanja Abdullah, Huda Zangana, Shler Bapir e Gulan Salim.

Maria G. Di Rienzo

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(tratto da: “Fighting for the Sisters I Left Behind”, un più ampio testo di Myrna Padilla per World Pulse, 23.4.2014, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Myrna Padilla

Sono nata fra i più poveri di un povero villaggio, un villaggio di pescatori sottosviluppato, su un’isola delle Filippine nel 1960. Ex vittima del traffico di esseri umani, oggi ho una ditta che si occupa di tecnologia informatica, con focus sui telefoni cellulari e i social media. Io uso la tecnologia anche per l’attivismo, per dare potere a milioni delle donne più vulnerabili fra noi, per la lotta contro il traffico di esseri umani e la schiavitù moderna.
Permettete che vi racconti come sono arrivata sino a qui.
Ho una sola fotografia di me con la mia famiglia quando ero una bambina. Stiamo di fronte a una piccola capanna di bambù, la casa della mia infanzia, a pochi metri dal mare. Io sono alla sinistra di mia madre, con addosso uno dei vestiti migliori che io abbia mai avuto: l’amore di mia madre lo aveva tirato fuori da un sacco di farina candeggiato sino a diventare bianco.
Alcuni dei miei primi ricordi sono le lacrime negli occhi di mia madre quando andavamo a dormire affamati. A dieci anni, per aiutare a dar da mangiare alla mia famiglia, facevo pesca subacquea da sola, con una specie di fiocina che mio padre aveva ricavato da un vecchio ombrello. Raccoglievo anche alghe da vendere nella vicina città di Loboc.
Ero fatta molto scura dallo stare in mare sotto il sole bollente e l’acqua salata lasciava macchie bianche sulla mia pelle e mi arricciava i capelli. Quando andavo a vendere le alghe le anziane mi prendevano in giro. Le ricordo ancora, mentre dicevano: “Nessuno sposerà mai una bambina così brutta.” Per vendere per strada non puoi essere timida. Devi essere intrepida. Io imparai a parlare con gli estranei, a farli sorridere, a cantar loro una canzone. Presto mi accorsi che potevo guadagnare più denaro cantando che vendendo alghe e cominciai a cantare nei concorsi dei festival locali.
Fu dopo uno di questi concorsi che fui avvicinata da una “reclutatrice” di Manila. Lei mi raccontò la stessa storia che viene raccontata a migliaia di ragazzine. Mi disse che ero bella. Mi disse che ero speciale. Mi disse che potevo avere un lavoro come cantante in Giappone. Mi disse tutte queste splendide bugie. E infine, disse qualcosa a cui credetti, e cioè che potevo salvare la mia famiglia dalla miseria. Mi diede speranza e un sogno ed io mi trovai a fidarmi completamente di lei.
Poiché non avevo nulla da mettermi addosso che andasse bene per la città, mio padre mi diede il suo miglior paio di pantaloni e la sua migliore camicia. Erano enormi per me, ma indossarli mi faceva sentire al sicuro. Andai con la reclutatrice a Manila, infagottata negli abiti di mio padre.
A Manila, scoprii subito che dovevo aver capito male. Prima che la donna potesse organizzare un’audizione per me affinché andassi in Giappone, c’erano da pagare i miei “debiti”. Lei aveva faticato così tanto. C’erano i costi dei trasporti. E la sua parcella. E le lezioni di canto. E mi aveva dato da mangiare. Mi sembrò di aver compreso tutto: sarei stata la più indefessa lavoratrice che lei avesse mai avuto e l’avrei ripagata dei miei debiti. Ero profondamente grata e non smettevo di dirglielo. Ero così ingenua.
Trascorsi l’anno successivo a lavorare come schiava (non c’è un’altra parola per dirlo). Lavavo panni a mano. Dodici ore al giorno. Sette giorni la settimana. Nessun giorno di ferie. Niente paga. Niente lezioni di canto. Il lavoro duro non significava niente per me, ci ero abituata da tempo. Facevo pratica di canto mentre lavavo i panni e sognavo. Presto fui raggiunta da Ling Ling, una ragazzina di quattro anni più giovane di me. Veniva dalle montagne sopra il mio villaggio e parlavamo lo stesso dialetto. Divenne la mia migliore amica. Notte dopo notte ridevamo e condividevamo i nostri sogni. Io sarei diventata una cantante in Giappone. Avrei salvato la mia famiglia. Nessuno sarebbe più andato a dormire avendo fame. Per quanto strano possa sembrare, non provavo mai disperazione. Negli anni successivi, mi sono spesso chiesta come una schiava potesse avere in cuore tutta quella gioia. Adesso so la risposta, che è diventata il cuore del mio attivismo: nelle Filippine la chiamiamo “pag-asa”, speranza.
Infine la reclutatrice organizzò l’audizione e per la prima volta dopo un anno uscii dal recinto. Ci recammo in un vicino edificio, dove un truccatore mi sistemò e mi fece indossare un magnifico abito. Ma non c’era reggiseno e la mia schiena era scoperta; mi sentivo a disagio ma lui mi rassicurò dicendo che andava tutto bene, perché ero un’intrattenitrice. Fui condotta su un piccolo palco circondato da un gruppo di uomini. La reclutatrice mi disse che quelli erano i miei “giudici”. Ebbi da subito l’impressione che qualcosa non andava, ma volevo così disperatamente credere ai sogni che trassi un profondo respiro e cantai per loro “My Way” di Frank Sinatra con tutto il cuore. Ero a metà canzone quando uno dei giudici salì sul palco e fece scorrere la mano lungo la mia schiena. Seppi in quel momento che il sogno di salvare la mia famiglia dalla povertà era svanito. E capii esattamente cosa ci si aspettava da me. Quel che feci mi venne naturale. Lo schiaffeggiai.
E non fu lo schiaffo di una ragazzina. Fu il duro, pieno schiaffo di una donna, dato con tutta la forza di una ragazza il cui lavoro principale era stato pestare riso dall’età di nove anni. Fu il duro schiaffo di una ragazza che aveva fatto pesca subacquea nel mare, da sola, per periodi interminabili. Fu il duro schiaffo di una schiava che aveva lavato biancheria sette giorni la settimana per quasi un anno. La mia reclutatrice si mise a gridare ed io scappai. Recuperai i pantaloni e la camicia di mio padre e corsi al recinto a dire addio a Ling Ling, e poi fuggii, sino ad una chiesa a Baclaran dove passai la notte: libera, senza un soldo, senza una casa. Per la prima volta da quando ero arrivata a Manila piansi. E per la prima volta in vita mia mi sentii priva di alcun valore.
Quando nasci fra i più poveri dei poveri smetti di piangere molto presto. Tutto è difficile, la vita è dura. Ma quello era diverso. Quando sei povero, è raro avere un sogno che arrivi quasi a toccare. Quella notte io piansi disperata per il sogno che era andato in pezzi.
Fu Ponyang, una giovane domestica, a trovarmi là. Pianse con me e mi indirizzò ad un panificio che avrebbe potuto assumermi come venditrice ambulante. Io dichiarai al panettiere che sarei diventata la migliore delle sue venditrici. Invece di gridare “pane” per dimostrarglielo, lo cantai, al meglio che potevo. Lui rise a crepapelle ma mi assunse immediatamente. Giravo per le strade di Manila con un cesto in testa, vestita degli abiti di mio padre, schivando la reclutatrice e i suoi sottoposti. E diventai davvero la miglior venditrice ambulante che il panificio avesse mai avuto. Ling Ling mi aveva ritrovata pochi giorni dopo la mia fuga. Avevano abusato di lei pesantemente. Un cucchiaio di riso bollente le era stato infilato in bocca come castigo. Io non la lasciai tornare al recinto e la aiutai a tornare dalla sua famiglia. Quel giorno era iniziato il mio attivismo. Lo so, io sono fortunata. Il cuore mi si spezza se penso ai milioni di ragazze che sono reclutate in modo assai più brutale del mio e che non hanno l’opportunità di ribellarsi.

migranti filippine in Iraq

Gli anni passarono e io fui benedetta dall’arrivo di due splendide figlie, e ogni sogno che avevo per me stessa fu rapidamente rimpiazzato dai sogni che avevo per loro. Sebbene io non avessi alcun diploma, sapevo che la via per portare le mie figlie oltre la povertà era l’istruzione. Sognavo l’università, per loro, ma sapevo che non sarebbe accaduto sino a che io avessi continuato a vendere pane per la strada. Come molte altre donne povere filippine, l’unica possibilità che avevo per farlo accadere era andare a lavorare all’estero. Divenni una lavoratrice migrante. Ce ne sono dieci milioni, di filippine migranti, in giro per il mondo. Il 10% della popolazione del nostro paese lavora all’estero. Andai dapprima a Singapore, poi ci fu Taiwan, e poi Hong Kong. Ho dormito su pavimenti gelati di cucine in pieno inverno. Ho mangiato avanzi che andavano bene per un cane. Ma nessuno degli abusi, verbali e fisici, mi addolorava quanto l’essere distante dalle mie bambine. Questo è il prezzo terribile che milioni di donne hanno pagato e pagano per tenere i figli fuori dalla povertà.
Dopo 12 anni di lavoro all’estero, finalmente trovai un datore di lavoro gentile. Avevo aiutato a crescere il figlio di questa famiglia, Jonathan, e questo ragazzino cinese di 8 anni mi insegnò ad usare il computer. Come al solito, quando ero intimidita non dovevo fare altro, per sconfiggere le mie paure, che ripensare alla ragazzina da sola in mezzo al mare. Se avevo potuto fare quello, potevo imparare ad usare un mouse. E cominciai ad usare internet. Quando le mie figlie si laurearono, i miei sogni tornarono ad essere per me stessa. Nel 2006, rimisi piede nelle Filippine dopo vent’anni e fondai la mia compagnia, Mynd Consulting. Abbiamo cominciato con due impiegati e un vecchio computer, offrendo assistenza tecnica. Oggi, la mia piccola ditta fornisce servizi di programmazione a lungo termine a clienti europei e statunitensi.
Altri ne parlano come dell’industria che ha creato 800.000 posti di lavoro l’anno scorso. Ma io devo dirvi cosa significa per me. Per me significa che 800.000 madri, padri, figlie e figli resteranno nelle Filippine invece di essere strappati alle loro famiglie e imbarcati per l’estero. Di questo sono fiera. E devo dirvi che nessun cumulo di successi negli affari cancellerà i vent’anni di ricordi che ho di me stessa come lavoratrice migrante. Non sempre sono stata trattata con il rispetto e la dignità che ogni donna merita. E nessun cumulo di successo mi farà dimenticare che in questo stesso momento ci sono milioni di donne vittime di datori di lavoro che abusano di loro, vittime del traffico di esseri umani e della schiavitù. Nessuno le ascolta, quando chiedono aiuto. Il mio lavoro mi dà l’opportunità di agire a beneficio di queste sorelle lasciate indietro. E’ il progetto OFW (Ndt: acronimo di Overseas Foreign Worker – Lavoratori stranieri oltremare) Watch, che usa i social media e la tecnologia dei portatili per aiutare le donne ad aiutare se stesse e ad aiutarsi l’un l’altra. Mentre ne scrivo, abbiamo creato una rete di oltre 14.000 lavoratici migranti istruite nell’uso di tecnologia informatica e decise a dare una mano ad altre lavoratici meno fortunate di loro. Insieme lottiamo contro il traffico di esseri umani. Il solo entrare in contatto con la rete dà alle vite di queste donne un significato ulteriore ai pavimenti che spazzano o alle toilette che puliscono. Stiamo imparando ad usare la tecnologia per condividere ciò che ha reso la mia storia possibile, la cosa di cui troppe donne che lavorano all’estero hanno disperatamente bisogno: speranza.

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(Brani tratti dalla video intervista di Celeste Headlee a Ziyi Zhang per NPR – http://www.npr.org/ – trad. Maria G. Di Rienzo)

ziyi zhang

Ziyi Zhang è conosciuta soprattutto per i suoi ruoli nei film vincitori di Oscar “La tigre e il dragone” e “Memorie di una geisha”. E’ ora la co-protagonista del nuovo film su Ip Man – il leggendario maestro di arti marziali che fu l’insegnante di Bruce Lee – “The Grandmaster” (“Il grande maestro”, o anche “Il supremo maestro”), per la regia di un direttore altrettanto leggendario, Wong Kar-wai. Il suo personaggio è una maestra di arti marziali straordinariamente dotata e determinata. Pur apprezzando molto il ruolo, Ziyi Zhang ci tiene a sottolineare nell’intervista che sa fare di meglio del semplice tirar pugni e calci. Sa recitare.

Sul suo personaggio, Gong Er

E’ una donna molto forte. Ai vecchi tempi, in Cina, alle femmine non era permesso imparare il kung fu. Ma il padre di Gong Er glielo insegna segretamente e lei diventa una grande maestra. Suo padre non le insegna solo abilità fisiche, ma come conoscere se stessa, come essere se stessa e fare ciò che sente giusto. Quando incontra per la prima volta Ip Man, penso si innamorino a prima vista perché hanno un combattimento serio. Quella lotta, alla fine, diventa in qualche modo molto romantica. Io chiamo quella scena “amore al primo scontro”.

Sull’addestramento alle arti marziali per il film

Ho studiato danze popolari da quando avevo 11 anni. Sono andata all’Accademia di danza di Pechino. Penso che quest’esperienza mi abbia aiutata molto. Ma per il film abbiamo avuto un addestramento assai intenso. Era una cosa da otto ore al giorno. Ho avuto tre differenti maestri che mi hanno insegnato diversi stili del kung fu.

Sulla decisione di prendere parte al film

A Wong Kar-wai non è che puoi dire di no. Non appena mi ha chiamato, io ho risposto “Sì”. E’ come se Steven Spielberg ti offrisse un ruolo, dici di sì subito. Sapevo ci sarebbe voluto un bel po’ di tempo per girare “The Grandmaster”, ma non immaginavo che l’intera faccenda avrebbe preso tre anni.

Sulla ragione per cui non passa ad Hollywood

Penso di stare ancora aspettando il progetto giusto, perché spesso mi offrono ruoli, ma sono tutti uguali. Credo di saper fare qualcosa di più del tirar pugni e calci. E’ il motivo per cui ho davvero apprezzato, sapete, alcuni anni fa, aver l’opportunità di girare “Memorie di una geisha”. Penso sia ancora la finestra aperta che ha mostrato al mondo come noi si possa recitare davvero, non solo fare le scene d’azione.

Su come le donne sono rappresentate nei film d’arti marziali

I film di questo genere, oggi, sono molto differenti da quelli del passato. “The Grandmaster” è chiaramente un film che ha più strati. Le donne giocano in esso un ruolo importante. Penso che la società è cambiata, anche, così ho potuto far esperienza di questo. Credo di essere davvero fortunata.

Il mio personaggio ha una battuta in cui dice: “Chiariamo le cose. Non sei tu che mi restituisci qualcosa, sono io che me lo riprendo!” Perciò, penso che il suo messaggio sia realmente forte e che tutte le donne possano entrare in relazione con lei. Io mi sono identificata completamente con il mio personaggio, Gong Er. Penso che ogni singola donna abbia una Gong Er dentro di sé. Deve solo trovarla.

P.S. Il film ha tre versioni: quella “cinese”, che dura 130 minuti; la versione proiettata al Festival internazionale di Berlino che dura 123 minuti; e la versione della Weinstein Company. Come sapete già dall’aver letto “Snowpiercer”, la Weinstein è convinta che i propri compatrioti statunitensi capiscano davvero poco, per cui ha ridotto il film a 108 minuti. Sapete, come dicono loro, “nello Iowa” non è che ce la possono fare a vedere intero un film di Wong Kar-wai. Probabilmente leggono a stento l’insegna dei cinema in cui lo proiettano…

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L’attivista cinese per i diritti umani Chen Guangcheng, non vedente, è stato agli arresti domiciliari nel villaggio di Dongshigu (provincia di Shandong) dall’8 settembre 2010, giorno del suo rilascio dalla prigione, a pochi giorni fa. Chen è infine riuscito a fuggire a Pechino, ma la giovane donna che aveva fatto campagna per il suo rilascio è stata sequestrata dalla polizia il 27 aprile scorso e da allora non se ne hanno più notizie.

He Peirong, meglio conosciuta su internet come “Pearl” (Perla), vive a Nanchino. E’ stata insegnante di inglese sino al 2008, ma ha lasciato l’impiego per aiutare le vittime del terremoto che accadde in Cina quell’anno. Dopo alcuni mesi in cui era impegnata a tale scopo, a Sichuan, le autorità locali cominciarono ad arrestare e intimidire cittadinanza e volontari, perché le loro indagini informali stavano portando alla luce il fatto che alcuni edifici, fra cui delle scuole, erano stati costruiti con materiali di scarto e perciò non avevano resistito al sisma. “Perla” decise allora di unirsi ad un gruppo di attivisti che fornivano assistenza ai prigionieri politici ed alle loro famiglie. Nel settembre 2011, dopo aver saputo che alla figlia di Chen Guangcheng, di sei anni, non era permesso andare a scuola a causa degli arresti domiciliari del padre, organizzò tramite internet un’azione diretta nonviolenta che potremmo chiamare “Andiamo tutti a trovare Chen Guangcheng e la sua famiglia”. Non pochi ci provarono, e lei stessa tentò due volte di recarsi al villaggio di Dongshigu ma in entrambi i casi fu fermata e picchiata da un gruppo di delinquenti locali (non si capisce bene perché costoro facciano le veci delle forze dell’ordine, ma sorge il dubbio che non si tratti di altruismo…). Perla non si arrese e continuò la sua campagna per la liberazione dell’attivista online. Produsse, tra l’altro, uno splendido video in cui i sostenitori di Chen Guangcheng appaiono con gli occhiali da sole o bendati, dal titolo “Liberate Guangcheng: ritratto con occhiali scuri”.

Ora Guangcheng è libero ed ha raccontato al mondo intero l’illegale persecuzione che il governo della contea di Linyi, nella provincia di Shandong, ha operato nei suoi confronti. Poche ore dopo la diffusione di tali notizie, di Perla, come detto, si sono perse le tracce. “Il problema non sta solo nel sistema, ma nel silenzio delle persone.”, dice il prof. Ai Xiaoming, attivista per i diritti umani che sta facendo pressione per il rilascio della giovane donna, “La campagna per liberare Chen Guangcheng ha infranto questo silenzio. Il fatto che la fuga sia riuscita dice quanto potente è stata questa azione. Il coraggio ci viene dal praticare la libertà; la saggezza, lo sforzo collettivo, la pianificazione, sono il frutto di una serie di processi che hanno sconfitto la nostra paura. La libertà di Chen è il risultato del coraggio e della perseverenza di Perla ed altri. I cittadini che hanno visitato il villaggio di Dongshigu e sono stati aggrediti dai malavitosi sono in prima linea nella lotta contro il terrore. Quelli che si sono uniti alla campagna via Twitter o che sono apparsi con gli occhiali scuri nel video erano una volta la maggioranza silenziosa, ma si sono uniti per difendere una buona causa. L’oppressione violenta non può estendere il suo potere allo spirito delle persone. Come Perla ha scritto online: La cosa più significativa che la gente può fare è parlare.”

L’ultimo messaggio della giovane su Twitter dice: “Ci sono amici vicino alla zona di Shandong? Per favore, se siete là guidate lungo l’autostrada 205 e cercate Kegui (il fratello di Chen Guangcheng). Ha bisogno di assistenza e di essere portato via. Io non posso più lasciare casa mia, o sarei andata di persona.” La rete, cinese e non, si sta mobilitando per Perla. Una radio di Hong Kong continua a trasmettere questo appello: “Da oggi in poi, ricordate quest’eroina di Nanchino. Il suo nome è “Perla”, He Peirong. Si è sacrificata per salvare Chen Guangcheng, è un’attivista coraggiosa e nobile. Per favore, ridateci Perla, restituite a noi la nostra bellissima Perla!” Maria G. Di Rienzo

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