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Posts Tagged ‘hip hop’

Rebeca Lane - foto di Cynthia Vance

Rebeca Eunice Vargas, in arte Rebeca Lane (in immagine), è nata a Città del Guatemala il 6 dicembre 1984, nel pieno della guerra civile che stava devastando il suo paese. Il nome Rebeca le è stato dato in memoria di una zia, rapita da agenti del governo militare nel 1981 per la sua attività politica e conseguentemente “scomparsa”.

Sin da giovanissima, Rebeca è stata un’attivista nelle organizzazioni che investigavano sui loro familiari rapiti o uccisi dall’esercito e nei movimenti per il cambiamento sociale, movimento femminista compreso. Ha deciso che le sue capacità artistiche potevano essere usate per esporre e condannare la violenza e così è diventata una “artivista”: teatro, cabaret, musica, programmi radiofonici, poesia, graffiti, danza… Rebeca partecipa a gruppi o ha fondato gruppi in tutti questi campi, ma è maggiormente nota come artista hip hop.

La settimana scorsa era in tour in Canada. Jackie McVicar, che lavora con i difensori dei diritti umani in Guatemala dal 2004, ha coordinato le date delle performance di Rebeca e in un lungo articolo del 14 novembre u.s. ha descritto il suo lavoro e l’ha intervistata:

“In ognuno dei suoi spettacoli sulla costa orientale del Canada, durante il suo primo tour nel paese, Lane ha dedicato un brano alle 56 ragazze che bruciarono in un incendio mentre erano chiuse a chiave in “rifugio” statale l’8 marzo 2017. Quarantuno di esse morirono immediatamente tra le fiamme per l’inalazione di fumo e le ustioni, le altre morirono nelle ore e nei giorni seguenti. Lane racconta la storia di come i giovani – ragazzi e ragazze – presi in carico dallo stato abbiano denunciato torture, abusi sessuali, prostituzione coatta e violenze subite nei rifugi.

“Nove delle 56 ragazze erano incinte nel momento in cui sono state uccise. – ha detto Lane – E nessuna di esse era arrivata incinta al rifugio.” (…) Erano rinchiuse da 12 ore in una piccola aula con 22 materassi, senza cibo e senza il permesso di andare in bagno quando diedero fuoco a un materasso per attirare l’attenzione della polizia affinché le porte fossero aperte. Ma la polizia non rispose. Invece, secondo i resoconti delle sopravvissute, i poliziotti schernirono le ragazze chiamandole “puttane” e dicendo che se erano state tanto coraggiose da cercare di scappare la notte prima, avrebbero dovuto essere abbastanza coraggiose da sopportare le fiamme. Successivamente, i poliziotti hanno dichiarato di non aver aperto le porte perché non riuscivano a trovare le chiavi. (…)”

Rebeca ha spiegato che ciò ha cambiato completamente il significato dell’8 marzo per il Guatemala. E pur ritenendo lo stato responsabile per il massacro delle ragazze, ci tiene a sottolineare che la maggioranza delle aggressioni le donne le ricevono per mano dei loro fidanzati, compagni, mariti, padri, fratelli: “Ogni mese (in Guatemala) 62 donne muoiono di morte violenta. Ciò significa 15 donne a settimana. L’anno scorso ci sono 739 morti violente. Quest’anno, contando solo sino alla fine di settembre, le donne uccise sono state 588: 373 per colpi d’arma da fuoco, 144 strangolate, 63 uccise a coltellate. Otto donne sono state smembrate e 1.034 ragazzine minori di 14 anni sono state stuprate e lasciate incinte, impossibilitate a ottenere un aborto legale.”

Rebeca Lane è una femminista visibile e molto attiva in un ambiente ostile verso le donne e verso chi difende i diritti umani. Sa che rischia la vita, ma non vede altra opzione se non continuare: “Mi sento in pericolo, certo. Ma in Guatemala è facilissimo essere uccise in qualunque modo. Preferisco almeno testimoniare, piuttosto che non fare niente.” E lo mette in musica con queste parole: “Io voglio vivere, non sopravvivere. Voglio uscire per le strade senza aver la sensazione di dovermi difendere, voglio sentire che le tue parole non possono offendermi e le tue armi non possono attaccarmi. Voglio costruire un paese che mi permetta di ridere, sorridere, sognare, cantare, ballare, vivere.”

Maria G. Di Rienzo

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“Thunder Thighs” (“Cosce di tuono – Cosciotti”) di Miss Eaves è stato un hit dell’estate appena trascorsa. L’Artista definisce la sua musica “electro – pop – rap – dance” e se stessa una femcee, ove l’ultima parola indica una donna/femminista all’interno della scena hip hop.

Il mix non è il tipo di musica che mi attira (resterò una rocker sino alla scelta delle canzoni per il mio funerale, i gusti son gusti) ma l’operazione che Miss Eaves ha realizzato con il video del pezzo è sublime.

thighs.gif

https://www.youtube.com/watch?v=fY1o9igy0a0

Il pezzo è contenuto nel suo album “Feminasty” (“Femminista cattiva”), uscito lo scorso 4 agosto.

Il testo è in slang e perciò di ardua traduzione, ma in sintesi celebra la diversità dei corpi femminili e l’attitudine positiva nei loro confronti con versi tipo: Cosce grosse, prendisole, ho un bell’aspetto e anche Cosciotti, cosciotti succosi… non essere gelosa/o quando le mie cosce si scuotono.

Nel clip sopra Miss Eaves è quella con la gonna bianca stampata a gatti neri. Oggi farà probabilmente troppo fresco per scendere in piazza con gonne corte, shorts e prendisole ma se riusciamo ad andarci assumendo l’attitudine sfrontata e invincibile e fiduciosa di Miss Eaves e delle sue amiche, ragazze mie, faremo un bel passo lungo verso la nostra liberazione.

La liberazione dalla violenza di genere è infatti anche liberazione dallo sguardo maschile normativo dei nostri corpi. Maria G. Di Rienzo

thunder.jpg

(immagine dal video)

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Naima e Alixa

Naima e Alixa

(“For the courageous”, di Alixa Garcia, 2014, trad. Maria G. Di Rienzo. Alixa Garcia e Naima Penniman, nell’immagine, sono da più di dieci anni il duo “Climbing PoeTree” (“Arrampicandosi sull’albero della poesia” non traduce esattamente il gioco di parole ma rende l’idea). La loro arte – poesia, scrittura, pittura, hip-hop, teatro, installazioni multimediali – è in “prima linea” nei movimenti ambientalisti e per la giustizia sociale. Ne fanno attrezzi per l’istruzione popolare, l’organizazione comunitaria, la trasformazione personale, la guarigione dal trauma. Il duo ha organizzato sino ad ora 25 tour che sono andati dagli Usa al Messico, dal Sudafrica a Cuba. I loro lavori sono appesi alle pareti dei musei e scritti sui muri delle strade di Haiti.)

Tu

che ripianti oggi a dispetto di un terreno non accogliente

così da renderlo un domani degno di radici;

i tuoi figli cresceranno sino a divenire querce.

Tu

che fai crepe nelle bugie

sino a che l’erba si dà abbastanza spina dorsale

da rompere il cemento e gustare la pioggia

per la prima volta;

i tuoi figli canteranno invitti attraverso gli uragani.

Tu

che nomini gli innominati

e parli della loro sofferenza

di modo che noi non si dimentichi la familiarità della loro essenza;

i tuoi figli non avranno vergogna della loro immagine riflessa.

Tu

che premi contro i perimetri seghettati

gettando loro addosso il tuo peso sino a che riesci a plasmare la libertà

malgrado il pericolo;

i tuoi figli danzeranno coraggiosamente anche nella tristezza.

Tu

che vai scalzo e a mani vuote

nonostante i pesanti stivali e il fucile che ti sono stati dati

lasciando il destino intatto;

i tuoi figli saranno profeti,

avranno il fato premuto sui loro occhi.

Tu

che sei stata abbastanza coraggiosa da attraversare i terremoti del cuore straziato

e portare amore e permanenza dentro l’origine;

i tuoi figli perdoneranno i fantasmi che hanno tormentato le loro notti

e apriranno la porta per lasciarli partire al mattino.

albero poesia

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toussa 2

C’era una volta una bambina (ma davvero pochissimo tempo fa, e adesso c’è una giovane donna) di nome Astou Gueye, che nacque a Dakar in Senegal. La musica era la sua gioia principale: hip-hop, pop internazionale, rock, ma anche la poesia ritmica femminile del suo paese, chiamata Taasu e recitata per la maggior parte durante eventi a cui partecipano solo donne o in cui le donne sono centrali. Poiché la cultura Wolof tende ad evitare l’espressione diretta in un discorso, questo tipo di poesia permette alla Taasukat (colei che la ripete) di essere autobiografica, di presentare e creare attivamente un se’ testuale che connette la sua storia e le sue opinioni alla comunità.

A 13 anni, la nostra protagonista è già un’artista hip-hop e rilascia il suo primo singolo, in cui fra l’altro mette in guardia le donne sullo scarso rispetto che gli uomini mostrano loro in ogni ambito. Il suo stile potente combina la tradizione poetica delle donne senegalesi con tre lingue – wolof, francese e inglese – e i ritmi del mondo. Oggi di anni ne ha 22 ed è conosciuta come Toussa Senerap, fondatrice e presidente di GOTAL (ovvero “unità”), un collettivo femminile composto da 11 rapper e cantanti. “Tramite quest’alleanza creativa – spiega Toussa – abbiamo dimostrato che quando le artiste lavorano insieme, possono farsi ascoltare eccome.”

Le donne non restano molto nell’ambiente, di solito. L’associazione dell’hip-hop a sesso / droga / violenza nell’immaginario sociale fa sì che lo si ritenga praticabile dagli uomini, ma compromettente e pericoloso per le donne. Toussa ha in mente di cambiare lo scenario: “Ci stiamo lavorando.”, assicura, perciò ha aperto il suo proprio studio di registrazione, RockTeam Musik, gestito da donne e diretto alle donne musiciste. Nello studio si tengono anche seminari sui ruoli di genere e la politica delle donne, e durante le elezioni del 2012 Toussa fu in effetti una figura chiave dell’espressione della società civile.

Toussa si esibì al Social Forum, nel 2010, e all’inizio di quest’anno cinque membri di GOTAL, lei compresa, hanno scritto e registrato due canzoni sulla violenza contro le donne in occasione dell’8 marzo. Ma fanno anche altro: “Lo scopo della mia musica è parlare di tutto. – dice l’artista, e Toussa significa proprio “tutto” – Quando vogliamo divertire le persone le divertiamo, e quando abbiamo bisogno di tirar fuori un messaggio dalla nostra generazione, lo facciamo.”

Non ho soldi, “rappano” le donne di GOTAL nella loro lingua, Non ho nemmeno degli spiccioli. Ma pur non avendo granché, intendo lo stesso far festa. Maria G. Di Rienzo

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(tratto da “My Emcee Battle Against the Disney Princesses”, di Aya de Leon per Bitch Magazine, 26.3.2013, trad. Maria G. Di Rienzo)

Prima di diventare madre all’età di 41 anni, ero molte cose, fra cui un’artista hip-hop. Per lo più facevo teatro hip-hop, un monologo sulla lotta contro il sessismo nel mondo della musica. Ma ho anche scaldato più di un microfono nei club. Non sapevo che queste capacità mi sarebbero tornate utili nella mia nuova battaglia contro il sessismo: quello contenuto nella letteratura per bambini.

L’anno scorso, quando mia figlia non aveva ancora due anni, amavamo frequentare un ristorante che aveva un mucchio di giocattoli e libri per le famiglie con bimbi piccoli. Mentre sedevo sul divanetto accanto alla tavola per bambini, mia figlia mi allungò un libricino delle dimensioni del mio palmo: era la Biancaneve di Disney. La storia originale era stata ridotta ad otto pagine, ma il senso era il solito: dolce principessa, cattiva regina, mela, dormire per sempre, bacio del principe. Questo accadeva prima che mia figlia fosse solo in grado di dire la parola “principessa”. Toccava a me. Avevo il potere di definire il mondo.

Forse fu per questo che, senza un briciolo di esitazione, offrii una narrazione alternativa alle immagini. Mentre le attività del ristorante fervevano attorno a noi, era come se mia figlia ed io fossimo in una piccola bolla di sapone tutta nostra. Guardai la prima figura e cercai di immaginare una didascalia dove la principessa era una tipa in gamba, invece di una cosa semplicemente giovane e dolce. Respirai, e dissi la prima cosa che mi passò per la mente: “Biancaneve era un’attivista per i diritti degli animali.” Senza nessuno che mi contraddicesse, mia figlia accettò la mia versione e girammo la pagina.

 Biancaneve

Biancaneve era un’attivista per i diritti degli animali.

Sua zia era intrattabile perché stava passando una brutta giornata.

Perciò Biancaneve decise di andare a provare con la sua band.

 Biancaneve 2

Dopo le prove, Biancaneve era affamata, per cui sua nonna le portò uno snack.

Yum!

 Biancaneve 3

Dopo la merenda era l’ora del sonnellino.

Dopo un bel sonnellino, era ora di andare al lavoro per cui la pagavano…

 Biancaneve 4

Come istruttrice di danza!

La mia storia non ha molto senso, lo so. Ma se pensate a quella originale, neppure essa ha senso. Perché una potente regina dovrebbe preoccuparsi se una ragazza nella foresta è più bella di lei? Perché mai gli uomini dovrebbero essere in grado di guarire donne con un bacio mentre queste dormono? L’originale non è solo privo di senso, è disturbante. E l’esperienza mi ha aperto gli occhi sul fatto che, sino a che mia figlia non imparerà a leggere, io posso scegliere la narrazione di tutto quel che leggiamo insieme. Le principesse Disney sono velenose, perché con rarissime eccezioni raccontano sempre la stessa storia: passività femminile, competizione fra donne, salvataggio maschile nel finale.

Quest’anno eravamo ad una festa di bambini e una delle bimbe aveva un set di libretti Disney in una scatola. Sua madre sembrava a disagio quando lei li tirò fuori. Mia figlia trotterellò verso i libretti dai brillanti colori con le figure di ragazze dai grandi occhi e mi chiese di leggerli. Quando cominciai ad interpretare, la madre mi rivolse un sogghigno. Ero orripilata, perché tutte le storie delle principesse finivano con il matrimonio, il ballo con un principe e un bacio. A metà della serie una bimba saltò su: “Ma non dice così!” Io le sorrisi: “La sto leggendo in un modo differente.” Ho rinarrato ogni singolo libretto della serie. E’ stato difficile spiegare il continuo ballare e baciare, ma io ho insistito sul fatto che erano tutte insegnanti di danza molto amichevoli.

Il mio scopo è solo mantenere aperte possibilità alternative nella mente di mia figlia. Voglio incoraggiarla a scrivere da sé il testo della canzone della sua vita. Sì, un giorno la mia bambina imparerà a leggere e vedrà spettacoli televisivi e film. Ma io non metterò la mia firma sotto nessun messaggio folle, non accetterò passivamente quella narrativa come fosse il bacio sulle labbra di una donna dormiente.

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Anisa muore il 2 dicembre scorso mentre torna da scuola, grazie ai sette colpi d’arma da fuoco che un gruppo di uomini le scarica addosso. Aveva, forse, 18 anni (spesso in Afghanistan le nascite delle femmine non sono registrate) ed era una volontaria del Ministero della Sanità del suo paese: vaccinava bambini contro la poliomielite. In queste due frasi sono racchiuse tutte le sue “colpe”: era una donna, andava a scuola, lavorava volontariamente fuori casa. Il governo afgano, per i cui i diritti di metà della sua popolazione non sono mai stati una priorità, è rimasto zitto.

Otto giorni dopo, un altro commando armato uccide Nadia Sediqqi, a capo del Dipartimento per le donne della provincia di Laghman (a circa 150 chilometri da Kabul), mentre si reca al lavoro. La sua predecessora era saltata in aria con la propria auto cinque mesi prima. Nadia aveva più volte, inutilmente, chiesto la protezione del governo: che non riesce a dire nulla neppure per questo caso e che, si può presumere, nulla farà.

sosan firooz

In questo scenario, c’è una giovane donna che vive in una casa fatta di mattoni di fango. Ha 23 anni ed è tornata in Afghanistan, con la sua famiglia, nel 2005: ha passato la sua infanzia come rifugiata in Iran e in Pakistan. Si chiama Sosan Firooz ed è la prima rapper afgana. Il suo unico, per il momento, video autoprodotto dal titolo “I nostri vicini” viaggia attorno alle 90.000 visioni su YouTube. Sosan vi appare come veste di solito, in jeans e blusa, i capelli sciolti, il volto libero e gli accessori tipici (come la bandana) degli artisti hip-hop e rap. E c’è un’intensità vibrante nel modo in cui si china sul microfono e sembra allo stesso tempo pregare e comandare attenzione:

“Ascoltate la mia storia! Ascoltate il mio dolore e la mia sofferenza! Ascoltate la mia storia da rifugiata senza casa. Eravamo perduti, perduti, perduti in giro per il mondo. Quando la guerra è cominciata nel mio paese non vi erano che pallottole, artiglieria, missili. Tutti i nostri alberi sono bruciati. La guerra ci ha scacciati dal nostro paese.”

Ma è meglio non lasciarlo più, canta Sosan, per andare a lavare piatti e raccogliere insulti in altri luoghi: “Abbiamo speranza per il futuro del nostro paese e chiediamo ai paesi nostri vicini di lasciarci in pace.” Dovunque si trovasse con la sua famiglia, spiega la giovane nelle interviste, era la “sporca afgana”. Così la chiamavano in Iran, rimandandola indietro a far la fila per il pane non appena arrivava al banco di vendita. Così la chiamavano in Pakistan. In Afghanistan la minacciano di continuo in modo diretto e trasversale; l’ultima chiamata telefonica è stata fatta a sua madre ed è relativa al fatto che Sosan ha recitato piccoli ruoli in sceneggiati televisivi: “Se tua figlia appare ancora in tv ti taglieremo la testa.” E mentre i parenti fingono di non conoscerla o addirittura tagliano ogni legame con l’intera famiglia, il padre di Sosan si è licenziato dall’agenzia governativa per la fornitura elettrica per permettere alla figlia di seguire la sua vocazione artistica, per poterla accompagnare e proteggere: “Sono il suo segretario e la sua guardia del corpo. Ogni genitore ha il dovere di sostenere le sue figlie e i suoi figli, di aiutarli a progredire.”

Sosan ribadisce che le minacce non la ridurranno al silenzio: “Il sostegno della famiglia mi dà la forza di lottare contro i problemi della nostra società.” E quando sembra afferrare la musica per le braccia, abbracciandola e scuotendola con la sua voce, scandisce a tempo di rap il problema principale: Vogliamo mettere fine a tutte le crudeltà commesse contro le donne e contro i bambini. Maria G. Di Rienzo

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