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(di Gabriela del Carmen, 11enne, dal Guatemala per Let Girls Lead, 2014. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

guatemala bimbe

Io sono una bambina. Immagino un mondo in cui noi bambine siamo rispettate, dove non si abusa di noi e dove i nostri diritti sono riconosciuti da chiunque attorno a noi. Un mondo in cui siamo amate, ci si prende cura di noi, siamo protette, siamo istruite e legittimate.

In questo mondo, ogni bimba nascerebbe per scelta dei suoi genitori, non per obbligo o per sconsideratezza; questa è una cosa che non deve essere presa alla leggera.

I genitori dovrebbero essere preparati ed assicurarsi di poter provvedere una casa decente, sicurezza, protezione, amore e istruzione. Per ottenere questo, i genitori dovrebbero essere informati e consigliati. L’idea è che dovrebbero essere pronti ad insegnare in modo piacevole, con giochi e canzoni, il che permette alle bambine di imparare a conoscere i loro corpi e la sessualità, libere da paure e tabù, perché queste ultime cose possono dare loro un’idea sbagliata di se stesse. I nostri genitori dovrebbero essere preparati ad insegnare e consigliare senza picchiare e senza gridare, mai pensando che siamo loro proprietà o che loro sono superiori a noi bambine.

L’istruzione dovrebbe essere scevra da tutte queste cose, così come dagli stereotipi sulle bambine che devono cucinare e cucire, o il colore rosa, o l’esistere solo per compiacere i loro mariti, e diventare madri per forza. Dovremmo anche essere libere dalle pressioni che fanno apparire come un dovere l’assomigliare alla bambola Barbie. Lo stereotipo classico per le donne è qualcuna che è alta, bionda e magra, desidera cose non necessarie come le scarpe e i jeans all’ultima moda, e si strugge per trovare il cosiddetto Principe Azzurro.

Nel mondo che io immagino, noi saremmo libere. Potremmo esprimere i nostri dubbi sui nostri corpi e sulla sessualità. Potremmo anche essere noi stesse senza venir giudicate, qualsiasi cosa noi si decida di fare, sapendo che saremo sempre sostenute dai nostri genitori.

Quando disegno questo mondo, capisco che è completamente diverso dal mondo in cui viviamo oggi.

Noi bambine abbiamo diritti che non devono essere violati. Ad ognuno attorno a noi si deve insegnare a rispettarci e non a vederci come oggetti da manipolare. Non non siamo le principesse e le regine di nessuno, ne’ siamo le attrici del nostro destino: noi siamo le autrici della nostra strada.

Adesso, lasciate che tutte noi bambine usiamo le nostre belle voci e radunate ciascuno ad ascoltare come disegniamo il mondo. Tu come lo immagini?

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Problema: come si cambia una comunità che conta oltre 26.000 persone e una nazione che ne conta 14 milioni, se si è in 15 ragazze? Soluzione: si comincia con il raccontare le proprie storie. Ma andiamo per ordine. Agali (acronimo di “Adolescent girls’ advocacy and leadership initiative”) è un’organizzazione internazionale che lavora per il miglioramento delle condizioni di vita delle adolescenti in Africa e America Latina: fornendo seminari, piccoli finanziamenti ed assistenza tecnica, incoraggia le adolescenti e le giovani donne a disegnare i propri programmi e a proporre legislazioni su istruzione, servizi sanitari e opportunità economiche. Sino ad oggi, Agali ha lavorato con 4.000 ragazze e collaborato con 600 organizzazioni locali.

Le ragazze di Agali

Due anni fa, ha cominciato a sostenere la partecipazione democratica delle giovani indigene negli altipiani occidentali del Guatemala. Si tratta di una regione in cui solo il 14% delle ragazze frequenta le scuole medie e più della metà di esse diventa madre prima di compiere vent’anni. Quindici di queste fanciulle hanno trovato così interessanti i suggerimenti su ricerca e analisi dei bisogni di una comunità, diritti umani, rapporti con i media, organizzazione di campagne, eccetera, da aggiungervi questa idea: avrebbero raccontato le loro storie a chi poteva operare cambiamenti a livello istituzionale, e si sarebbero impegnate per entrare di persona a quel livello Due di loro, infatti, sono state successivamente elette al Consiglio comunale: le prime due ragazze a raggiungere questo traguardo in Guatemala. Ma nel frattempo avevano già ottenuto dall’amministrazione il finanziamento delle loro dettagliate proposte per migliorare la salute e l’istruzione delle adolescenti.

Per illustrare nella pratica la necessità dell’approvazione di queste misure, hanno raccontato: di come sono state forzate a lasciare la scuola per occuparsi dei fratelli minori e delle faccende domestiche, e di come le loro sorelle e amiche siano rimaste incinte a 14, 15, 16 anni perché non avevano accesso ad informazioni sulla salute riproduttiva ne’ a sistemi contraccettivi. Il sindaco le ha ringraziate per il loro coraggio e l’associazione che le aveva sin lì sostenute ha pensato di spingersi oltre e di condividere questa storia con un pubblico ancora più vasto.

Così, in questo momento, la documentarista Lisa Russell sta producendo assieme alle ragazze “¡Poder!” (“Potere”) un film breve che illustrerà la vicenda dal loro punto di vista, e in cui due di loro – Elba Velazquez and Emelin Cabrera – recitano da protagoniste, sebbene si possa dire che l’intera comunità è diventata protagonista del film grazie alle interviste a chi sta beneficiando dei progetti, ai familiari di costoro e ai funzionari pubblici, e grazie all’interesse dei media che ne hanno già fatto un “caso”. Iniziative simili, di partecipazione e progettazione e proposta tramite la narrazione personale si stanno diffondendo fra le giovani guatemalteche: avere i dati, avere idee, creare spazi, aprire il proprio cuore e lasciarlo parlare… sanno farlo, e lo fanno.

Elba e Emelin sul set

La prima visione del film, locale, è in programma per l’11 ottobre prossimo, Giorno internazionale della Ragazza; la premiere internazionale è prevista per l’8 marzo perché le ragazze hanno attestato di voler onorare il Giorno internazionale della Donna. Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Agali, The Guardian, Safe World for Women)

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Fra il 1960 e il 1996, la guerra civile in Guatemala ebbe come risultato la morte o la sparizione di oltre 200.000 persone, di cui più dell’80% appartenevano a popolazioni indigene Maya. Secondo le ricerche effettuate dalla Comisión para el Esclarecimiento Histórico (CEH – Commissione per la chiarificazione storica) le donne subirono non solo omicidi e sparizioni, ma torture e stupri, alcune a causa del loro impegno sociale e politico o delle loro convinzioni, mentre altre caddero vittime nei 600 massacri perpetrati in quegli anni. Il periodo maggiormente violento di un conflitto durato 36 anni fu il quinquennio 1978/1983, sotto la dittatura dei generali Romeo Lucas García (1978-1982) e Efraín Ríos Montt (1982-1983). Quest’ultimo, assieme al comandante Jose Mauricio Rodriguez, è attualmente sotto processo per genocidio. A partire dal 1° aprile scorso, le donne sopravvissute hanno cominciato a testimoniare ciò che hanno sofferto per mano di forze militari e paramilitari; misure eccezionali sono state prese per proteggere l’identità delle donne, i cui volti erano completamente coperti e i cui nomi il giudice ha chiesto alla stampa di non pubblicare. Le testimoni vittime degli abusi sessuali sono infatti preoccupate di come potrebbero reagire i loro familiari e le loro comunità: “Se la mia famiglia lo scopre sarò picchiata. La mia famiglia non sa.” Le seguenti sono dichiarazioni rese dalle donne il 2 aprile, l’ottavo giorno del processo:

“Uno mi ha afferrata e pugnalata, ho ancora le cicatrici. Sono qui a testimoniare perché ho sofferto, sono stata violentata per tre notti di seguito. Non riuscivo a muovermi, non riuscivo a camminare. Mi prendevano a calci come una palla. E’ questo che mi ferisce, che mi addolora. Tenevano chiusa a forza la bocca del mio bambino. A mio figlio usciva sangue dal naso, dalla bocca, dagli occhi. Mio figlio è morto. Quello che mi ha pugnalata e stuprata mi ha poi lasciata con i suoi compagni. Quando mi sono fisicamente ripresa dovevo preparare loro da mangiare. Io non mangiavo con loro, ero terrorizzata.”

“Mia figlia 17enne era in casa con i fratelli più piccoli. I soldati l’hanno spogliata, le hanno separato le gambe e hanno cominciato a stuprarla violentemente di fronte ai bambini, che piangevano spaventati.”

“Mi hanno stuprata in così tanti che non riuscivo più a muovermi. Rimasi là ferma per un bel po’ e loro intanto avevano deciso di uccidere un uomo. Mi chiesero se era il mio compañero. Lui non poteva dire niente, non aveva più la lingua, gliela avevano tagliata.”

“Volevano violentare mia zia e lei disse: Non voglio, è meglio che mi uccidiate. Così la uccisero, e uccisero anche i suoi tre figli.”

Molte donne ricostruivano le esperienze di fronte alla corte singhiozzando. Alcune hanno descritto il dover ricordare e dire quanto accaduto come “un secondo stupro”. E nonostante il dolore, nonostante la paura di ritorsioni e di rigetto, ognuna è venuta in tribunale perché:

“Voglio solo chiedere giustizia a questa corte.”

“Voglio giustizia.”

“Ciò che sto chiedendo è giustizia.”

“Se giustizia sarà fatta, vi ringrazierò.”

guatemala

Lo striscione rosso delle loro sostenitrici fuori dall’aula recita: La vostra verità è la nostra verità. Maria G. Di Rienzo

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Ciudad Juarez - Messico

(Intervista ad Ana Carcedo di Cefemina – Centro Feminista de Información y Acción, Costa Rica, di Gabriela De Cicco per Awid, 30.11.2012. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Cosa si intende per “femicidio” e “femminicidio”?

Ana Carcedo (AC): In Honduras e in Costa Rica, quando cominciammo nel 1994 ad indagare sulle morti delle donne, adottammo il concetto di “femicide” sviluppato da Diana Russell (http://www.dianarussell.com/) e lo traducemmo come “femicidio”. Contemporaneamente, senza che noi lo sapessimo, nella Repubblica Dominicana Susy Pola stava conducendo ricerche simili alle nostre e tradusse “femicide” come “feminicidio”. Marcela Lagarde espanse il concetto di Russell includendo l’impunità: lei sostiene che questo è qualcosa di nuovo e che si chiama “feminicidio”.

Per cui, nell’America Centrale ci sono due differenti termini per descrivere due tipi di crimine. Il femicidio è l’assassinio di donne da parte di uomini perché sono donne, a causa della loro “subordinazione” di genere. Tale subordinazione è dovuta alle relazioni diseguali di potere fra donne e uomini a cui ci si riferisce nella Convenzione Inter-Americana sulla prevenzione, la sanzione e lo sradicamento della violenza contro le donne, chiamata Convenzione “Belem do Para”.

Questa violenza non è casuale. E’ il prodotto di una particolare struttura sociale in cui le donne occupano una posizione più bassa e subordinata, il che facilita la violenza contro di esse. Il femicidio è la forma più estrema di violenza contro le donne.

Femminicidio si riferisce all’impunità e alla complicità relative ai femicidi. Il crimine non viene commesso solo quando si uccide una donna, ma anche quando lo Stato non investiga accuratamente e si fa complice. In questo caso, noi diciamo che lo Stato commette il crimine di non garantire alle donne una vita libera dalla violenza e di non garantire il loro diritto alla giustizia.

Cosa vi ha spinto ad indagare sulle morti delle donne nel 1994?

AC: Sin dagli anni ’80, le femministe hanno lavorato duro per rendere visibili le differenti forme di violenza contro le donne. Fu durante il primo incontro latino-americano e dei Caraibi (Bogotà, Colombia, luglio 1981, ndt.) che il 25 novembre fu stabilito come Giorno Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Che la violenza uccidesse era una realtà che avevamo compreso da prima, ma durante gli anni ’90 cominciammo a voler portare attenzione su questa realtà. In questo periodo un legge che includeva misure protettive passò in Costa Rica, ma non era quella che le femministe avevano proposto. Le organizzazioni femministe, inclusa Cefemina, avevano proposto una legge che proteggesse le donne all’interno delle relazioni, ma quella che passò parlava invece di proteggere le “persone”. Per cui, nel 1997, cominciammo a lavorare per avere una legge che criminalizzasse la violenza contro le donne.

Restammo irremovibili rispetto al fatto che doveva essere un legge che rispettasse la “Belem do Para”, e non una legge neutra rispetto al genere, ad uso e consumo degli uomini. In quel contesto volevamo dimostrare che la violenza non è simmetrica, non è lineare; volevamo provare che i femicidi esistevano e che non esisteva situazione paragonabile per gli uomini. Fu così che la prima ricerca sul femicidio ebbe inizio in Costa Rica.

Secondo te i femicidi stanno aumentando? Se sì perché pensi che accada? Dove sono maggiormente prevalenti?

AC: In Honduras, Guatemala, El Salvador, i femicidi sono aumentati, non solo di numero, sono cresciuti anche in brutalità. Nel resto dell’America Centrale il dato fluttua, ad eccezione del Messico che ha un tasso permanentemente alto di femicidi. L’ipotesi che noi avanziamo nella ricerca, che si intitola “Noi non dimentichiamo, Noi non accettiamo. Femicidio nell’America Centrale.”, è che l’aumento sia collegato agli attuali contesti economici e politici della regione. L’imposizione dell’economia della globalizzazione ha significato perdite consistenti per i nostri paesi, in special modo per le donne. Ciò ha dato come risultato il crescente successo degli affari di mafia. Le condizioni che nutrono la violenza contro le donne sono create nei nostri paesi, come il traffico di donne e di droghe. Anche la migrazione comporta rischi seri per le donne. A livello economico esse sono relegate nelle maquilas (laboratori in cui operano in condizioni di semi-schiavitù, ndt.), e anche la militarizzazione e le maras (gang criminali giovanili, ndt.) sono problemi.

Per il passato, le reti mafiose avevano una sorta di codice di condotta che lasciava le donne fuori da tutto. Oggi è l’esatto opposto: i criminali usano le donne come leve. Per esempio, usano le donne delle famiglie “nemiche”, perché esse sono comunque “a disposizione” e i nemici si sentiranno minacciati. E’ quella che Rita Segato (femminista brasiliana, ndt.) chiama il messaggio orizzontale inviato da uomini ad altri uomini uccidendo donne. Esso dice: “Questo è il mio territorio. Se oso uccidere senza temere ritorsioni è perché mi sono già comprato a mazzette le autorità locali.” Le giornaliste e le difensore dei diritti umani delle donne, poiché apertamente espongono queste situazioni, sono particolarmente vulnerabili a tale forma di violenza.

Dove hanno fallito le politiche per contrastare i femicidi nei paesi in cui essi sono in crescita?

AC: Nonostante tutte le leggi, il problema continua ad essere la fallacia dell’indagine legale. Non c’è interesse a farla in modo corretto. In Costa Rica noi abbiamo leggi che criminalizzano la violenza contro le donne, ma a più del 70% delle denunce che ricadono sotto queste leggi non viene dato proseguimento legale: il magistrato decide che nessun crimine è stato commesso. Alle donne che chiedono giustizia per le loro figlie si risponde che le ragazze erano mareras (appartenenti alle gang criminali giovanili, ndt.), puttane, tossicomani, quando in effetti erano solo studentesse. E inoltre, cosa importerebbe anche se fossero mareras o prostitute? Alla denuncia deve seguire un’indagine, punto e basta.

Gli Stati reagiscono solo quando organismi internazionali esercitano pressione su di loro. Il Guatemala ha risposto bene alle pressioni: nel 2008 hanno approvato la legge “Contro il femicidio ed altre forme di violenza dirette alle donne”. Ora hanno avvocati e magistrati specializzati in materia. E quest’anno hanno risolto casi di femicidio commessi dalle maras, dimostrando che la cosa può essere fatta se c’è la volontà politica di farla.

Quali cambiamenti sono necessari affinché queste politiche siano efficaci? Cos’altro dovrebbero fare gli Stati?

AC: Quasi tutti i paesi dell’America Centrale hanno leggi specifiche sulla violenza contro le donne. Abbiamo bisogno di magistrati che sappiamo come indagare e presentare le accuse, e che vogliamo farlo. Dobbiamo chiedere che il pm raccolga tutte le prove e gli esami specifici richiesti. Più polizia dev’essere istruita ad un responso rapido, in particolar modo nelle situazioni ad alto rischio. A livello regionale ed internazionale dobbiamo creare spazi dove agli Stati si richieda di rispondere per quanto sta accadendo.

Puoi dirci qualcosa del “Modello di protocollo per investigare e documentare efficacemente il femicidio/femminicidio”?

AC: Ci stiamo lavorando. Tentiamo di mettere insieme alcune linee guida specifiche per indagare sui femicidi, che tendono a non essere seguite quando i femicidi sono indagati come omicidi ordinari. Sviluppare l’ipotesi è cruciale: il primo che arriva sulla scena del crimine crea un’ipotesi basata sulle sue prime impressioni. Ad esempio, se un cadavere di donna è scoperto in uno spazio vuoto, si può concludere che l’attacco è derivato da un tentativo di rapina; se questa ipotesi diventa la sola ipotesi in campo non c’è altro da fare, il caso è chiuso. La chiave è avere una buona ipotesi investigativa che non sia chiusa e, soprattutto, che contempli la possibilità di un omicidio intenzionale, commesso da persone che conoscevano la donna. Per le analisi tecniche non è diverso: secondo il nostro modello gli esperti fanno le autopsie al modo solito, ma stanno più attenti (e riportano al magistrato) se vi sono segni di morsi, marchi di coltello, se la parola puta (puttana) è stata incisa sul petto della donna, eccetera.

Io sono fra quelle che pensano che ogni omicidio di donna dovrebbe essere investigato dapprima come possibile femicidio, scartando l’ipotesi qualora nulla la comprovi. Ciò permetterebbe di evitare la perdita di informazioni importanti e più casi potrebbero essere risolti.

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(tratto da: “Guatemala: Peaceful Resistance in the Face of Violence”, un più ampio servizio di Dawn Paley per Upside Down World, 24 ottobre 2012. Trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

 

“Voglio dire al mondo intero che in Guatemala c’è una resistenza pacifica in atto, e che siamo preparati a restare qui il più a lungo possibile.” Telma Yolanda Oquelí Veliz è seduta su una sedia di plastica, all’interno del presidio permamente di protesta che blocca l’ingresso ad un sito minerario per l’estrazione dell’oro, a circa 30 chilometri da Guatemala City. “Abbiamo sempre sperato che non si sarebbe versato sangue durante questa lotta. E’ stato versato il mio, ma penso sia stato un test importante e oggi sono di nuovo in azione, e so che non mi faranno stare zitta. Finché dio mi darà vita, io andrò avanti.”

Il tentato omicidio di Telma è avvenuto il 13 giugno scorso. Mentre usciva dall’accampamento del presidio, il suo veicolo è stato bloccato da un’altra automobile e da una motocicletta. I suoi aspiranti assassini hanno aperto il fuoco e l’hanno colpita tre volte. Una delle pallottole ha attraversato l’addome e non è stato possibile rimuoverla, perché si è situata troppo vicina alla spina dorsale. Telma soffre di dolori continui. I suoi aggressori, che lei pensa connessi alla municipalità di San José del Golfo ed alla compagnia mineraria, non sono mai stati identificati.

“Da allora, sino ad oggi, non ho voluto rilasciare dichiarazioni o essere intervistata perché davvero non voglio parlare di me stessa, voglio che ci si concentri sulla resistenza, sulle persone che sono presenti qui.” Mentre Telma parla, molti degli attivisti presenti si fermano ad ascoltarla. Altri tagliano legna, i bambini giocano lungo i bordi dell’accampamento e alcune delle donne preparano cibo e bevande per l’intero presidio, che è attivo dal marzo di quest’anno. Sei squadre composte da un minimo di dieci adulti si danno il cambio in turni di sorveglianza di ventiquattr’ore ed ogni settimana una delle squadre resta al campo la domenica. Un tentativo di sgombero è stato effettuato l’8 maggio scorso, quando nelle prime ore del mattino le persone presenti nell’accampamento sono state avvisate che un convoglio di auto della polizia e della compagnia mineraria si stava dirigendo verso di loro. I residenti di San José del Golfo e delle vicine comunità si sono mobilitati a centinaia e la polizia si è ritirata evitando il confronto.

Il progetto della miniera, quando Telma è stata assalita, era di proprietà della Radius Gold di Vancouver (Canada). La Radius lo ha venduto alla statunitense KCA (Kappes, Cassiday & Associates) nell’agosto 2012. La KCA è una compagnia privata che fornisce servizi relativi alla metallurgia. La Radius Gold ha familiarità con la violenza verso gli oppositori: Simon Ridgway, il presidente del suo Consiglio d’Amministrazione nel periodo in cui si è tentato di uccidere Telma, era l’uomo di punta della Fortuna Silver quando l’attivista anti-miniera Bernardo Vásquez fu assassinato ad Oaxaca, in Messico, nel marzo di quest’anno.

Irma Esperanza, di turno in cucina all’accampamento, spiega che la miniera distruggerà terreni usati per l’agricoltura di sussistenza: “Non stiamo lottando per l’oro. Stiamo lottando per la vita, per la nostra acqua, per poter continuare a coltivare mais e fagioli, perché è di questo che noi campesinos viviamo.” Miguel Díaz Morales, che dice di passare al presidio molte notti in cui altrimenti non riuscirebbe a dormire, è d’accordo: “Io ho 83 anni ma sono qui a lottare, a lottare per i bambini, per la terra su cui siamo nati. Difendiamo la nostra terra perché siamo liberi e perché abbiamo il diritto di farlo.”

Telma Yolanda Oquelí Veliz ribadisce che è in grado di sopportare minacce e sofferenze grazie alla forza che riceve dalle donne, gli uomini e i bambini che si danno il turno all’accampamento: “Ci sono anziani, qui. Ci sono bimbi con le loro mamme e i loro papà. Questo ci motiva ad agire in modo responsabile, a dare il buon esempio ai più piccoli e ad alleviare le difficoltà dei nostri anziani.”

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(tratto da “Guatemala women defenders defy Canadian mines and plead for help”, di Kara Andrade e Ruth Warner, marzo 2012, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo.)

Canzone delle donne di San Miguel Ixtahuacan

Violano il ventre di Madre Terra.

Prendono l’oro, distruggono le colline.

Ma un grammo di sangue vale più di tonnellate d’oro.

Che sta accadendo alla mia gente?

E tu, mio Dio, dove ti stai nascondendo?

Siamo paralizzati dalla paura.

La mia gente viene venduta e non lo sa.

L’acqua sta diventando scarsa ed ha il colore dell’inferno.

I fumi inquinanti arrivano sino al cielo.

Siamo alla fine e cerchiamo i miracoli,

cerchiamo di guarire i malati ed il danno mortale.

La povera gente si compra facilmente.

Regali, silenzi, sospetti e dubbi.

I salari finiscono nei bar della città,

lasciandosi dietro case oscurate e la mia gente divisa.

Tu hai creato un giardino, non un deserto.

Vogliamo progresso nel rispetto dell’ambiente.

La fame di oro mangia sempre più terra.

E tu, mio Dio, devi chiederti:

“Cosa sta facendo la mia gente?”

http://www.youtube.com/watch?v=LCXgBvxqpkU

“Luoghi come San Miguel Ixtahuacán e Sipacapa hanno subito cambiamenti drastici a partire dal 2004, con l’arrivo della compagnia mineraria “Montana Exploradora”, una sussidiaria del gruppo canadese “Goldcorp”. Avendo ricevuto le testimonianze delle residenti, siamo qui per raccogliere informazioni per conto di Nobel Women’s Initiative (NWI). L’organizzazione, con sede ad Ottawa, è stata fondata da sei donne Premio Nobel per la Pace ed è presieduta da Jody Williams, che vinse il Nobel nel 1997 per il suo lavoro contro le mine antiuomo. (…) Nella luminosa sala comune della piccola città di San Miguel Ixtahuacán, le donne siedono in un largo cerchio mentre il suono della marimba riempie la stanza. Sul pavimento c’è un altro cerchio fatto di foglie secche di granoturco, con le punte rivolte verso l’interno, ed altre foglie che puntano nelle quattro direzioni. Ci sono candele ancora spente, ed il silenzio dell’attesa. Quando anche noi siamo sedute, le donne cominciano a cantare: “Violano il ventre di Madre Terra. Prendono l’oro, distruggono le colline…” al termine del canto ci inginocchiamo con loro condividendo una preghiera ed una benedizione Maya. Poi cominciano a raccontarci le loro storie.

“La compagnia mineraria”, dice Maria Elena, “E’ la nostra peggior ferita. Ha sventrato nostra Madre Terra, che ci nutre, e noi sentiamo il suo dolore. Non abbiamo pace. Le nostre comunità sono divise e distrutte.”

“Non vogliamo che l’acqua scompaia e che gli alberi inaridiscano.”, dice Francisca Pastoran in tono disperato, “Noi donne vogliamo essere ascoltate. Non vogliamo rapimenti, violenza ed odio. I nostri antenati ci hanno lasciato un’eredità che era completa. Cosa lasceremo noi ai nostri discendenti, la schiavitù?”

Ci descrivono nel dettaglio i rapimenti, le violenze contro le loro famiglie, la morte delle coltivazioni, le strane malattie che colpiscono i bambini, l’acqua contaminata. Ci dicono come le antiche comunità si stiano frantumando. Per la maggior parte delle donne lo spagnolo è la seconda lingua e molte ci parlano in Mam, la lingua indigena, che altre traducono per noi. Nessuna emozione va perduta. Un intero libro potrebbe essere riempito delle loro storie. Le ringraziamo e promettiamo che le porteremo nel mondo e che non ritorneremo da loro a mani vuote. (…)

Hernández Cinto, a San José Nueva Esperanza, è stata contraria alla miniera sin dall’inizio. Oggi vive praticamente assediata da essa. Nel luglio 2010 due assalitori le hanno sparato in faccia. E’ stata in ospedale per tre mesi ed è sopravvissuta, ma ha perduto un occhio. Ci sono state indagini, ma nessun arresto. Successivamente Hernández Cinto è stata aggredita da un uomo armato di machete e intimidita da colpi d’arma da fuoco diretti alla sua casa. Ma rifiuta di vendere la terra alla compagnia mineraria, perché lei, i suoi figli ed i suoi nipoti non hanno altro luogo dove andare. “Penso sempre, perché la compagnia mineraria non mi lascia stare? Io sono in pace, qui. Siamo stati in pace qui per lungo tempo.”, dice Hernández Cinto fra le lacrime, “Ma ora non più. Vogliono mandarci via.” (…)

A San Marcos incontriamo Crisanta Pérez, sulla cui testa pende l’ennesimo mandato d’arresto per le attività anti-miniera. Era stata aggredita così spesso da lasciare la sua comunità per sei mesi, ma non appena è tornata è stata arrestata di nuovo. Vive fra minacce continue, ma quando le chiediamo perché continua a rischiare la vita e la prigione ci risponde con un timido sorriso. Poi dice: “Abbiamo bisogno che voi portiate le nostre voci in altri luoghi, in altri paesi, dove ci ascolti chi può darci sostegno. Siamo molto vessati da questa situazione. Speriamo, attraverso di voi, che altra gente ascolti le nostre storie e ci aiuti.”

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(Estratto di un’intervista a Jessica Lagunas, “The Daily Femme”, 21.3.2011, trad. Maria G. Di Rienzo. Jessica Lagunas è nata in Nicaragua ed è cresciuta in Guatemala, dove ha studiato grafica e design. Attraverso una varietà di media – installazioni, video, dipinti, scrittura – esplora la condizione delle donne nella società odierna, soprattutto l’ossessione per l’immagine corporea e per la bellezza.)

 

Le tue “video performance” e le installazioni artistiche mandano un messaggio femminista molto forte. Cosa ti ha condotta a queste particolari forme d’arte e al femminismo?

Crescere in Guatemala mi ha esposto alle diseguaglianze di genere ed all’ingiustizia verso le donne, ma all’inizio non sapevo molto del femminismo. Quando mi trasferii a New York con mio marito divenni più cosciente rispetto ad esso; la mia conoscenza del femminismo era empirica, da autodidatta. In quel periodo lessi un gran numero di libri, tutto quel che trovavo, in modo disorganizzato, ed ebbi l’opportunità di assistere a conferenze di Gloria Steinem e di Naomi Wolf, il cui libro “Il mito della bellezza” ebbe un’enorme influenza sui miei primi lavori. Nelle mie opere sono interessata a guardare all’interno, per scoprire parti di me stessa in modo onesto e rispettoso, e diventare una persona migliore. Uso mezzi differenti, come le installazioni, i video, i ricami, i collage, cerco il media con cui l’idea verrà rappresentata meglio.

Ispirandoti alla favola di “Cappuccetto Rosso” hai prodotto una serie di quattro video in cui continuamente ed in modo esagerato ti metti il mascara, e lo smalto per le unghie, e il rossetto, e ti depili il pube. Cosa puoi dirci al proposito?

Voglio indagare l’ossessione delle donne per la loro immagine e i loro corpi. Uso l’esagerazione in modo molto consapevole, per mostrare l’assurdità della pressione che la società esercita su di noi affinché si appaia in un certo modo. Non sarebbe stato lo stesso, nei video, se avessi usato una quantità “normale” di trucco. Attraverso la ripetizione dei gesti volevo mettere in questione il potere della seduzione che si suppone sia dato dal truccarsi. Quando vedi l’enorme ammontare di immagini di donne dovunque, dai cartelloni alle facciate degli edifici, in ogni tipo di pubblicità, capisci che la pressione sulle donne perché siano desiderabili e si curino della loro apparenza arriva ad ossessionarle. E la pressione non viene solo da quel che si vede nelle riviste, in televisione e online, ma anche dalle famiglie, dagli amici e, ironicamente, dalle donne stesse. L’immagine ipersessualizzata della donna proiettata dai media è del tutto irreale, pure è diventata lo “standard” della bellezza. Mi sono chiesta quante donne sono cresciute considerando questo un ideale e credendo che si tratti del solo aspetto accettabile.

Ho usato il mio corpo perché sentivo che era il media migliore per esprimere l’idea dell’ossessione. Mi piace fare da me le performance perché attraverso queste esperienze imparo molte cose su me stessa, e perché mi aiutano a maneggiare e risolvere cose di cui sono curiosa. La maggior parte delle volte – in modo inaspettato – la mia attitudine o la mia visione dell’istanza di cui mi occupo nelle performance cambia. Per quanto riguarda questi video, il risultato è che ho smesso completamente di usare cosmetici. Ne sono disgustata.

C’è movimento femminista nell’arte e nella società guatemalteche, e come si manifesta?

Mi è difficile dirlo, perché manco dal paese da nove anni. Resto in contatto tramite le amiche, internet. Non penso tuttavia vi sia un movimento femminista nell’arte in Guatemala, piuttosto ci sono gruppi come “Lesbiradas”, un collettivo di donne lesbiche che però sono più attiviste sociali, e c’è “La Cuerda”, un quotidiano femminista che ha circa 12/13 anni e vende 20.000 copie. Ci sono alcune femministe che hanno spazi nei giornali locali e il cui focus sono i diritti umani delle donne. La violenza e l’oppressione, anche se non le soffri personalmente, sono cose che in Guatemala vedi e senti tutti i giorni, sempre attorno a te; non vedi e senti solo amiche o conoscenti, proprio le donne in generale. Accade a tutti i livelli della società.

Il tuo ultimo lavoro, “Storie intime”, è un libro che raccoglie i 25 racconti scritti da donne delle tua famiglia sulle loro prime esperienze relative alle mestruazioni. Perché questo particolare argomento era importante per te e cosa vuoi mostrare con questi racconti?

Principalmente, volevo onorare le donne della mia famiglia che hanno condiviso le loro storie sulle prime mestruazioni, in special modo entrambe le mie nonne che sono state molto generose nell’aprirsi. Con questo progetto volevo anche dar voce alle storie dimenticate, o “vergognose”, che ci viene richiesto di tacere. Mentre facevo ricerche sulle mestruazioni, parlandone con una delle mie nonne notai immediatamente che discuterne la metteva a disagio, perciò le chiesi di scrivere. La sua lettera fu così rivelatrice, e la sua esperienza era stata così diversa dalla mia, che chiesi a mia madre e all’altra nonna di fare lo stesso. Ciò che scrissero era talmente sorprendente, soprattutto l’ignoranza altrui che circondava alcuni aspetti di ciò che stava accadendo loro, che fui spinta a fare la stessa richiesta alle mie zie, e alle cugine, e alle nipoti, per scoprire come gli assetti culturali e geografici avevano influenzato le loro esperienze. E per quanto l’argomento sia tabù, tutte si prestarono in modo volonteroso.

Dopo aver letto le loro lettere, ho capito che i loro ricordi e sentimenti non erano mai stati menzionati, e che tutte ci siamo sentite parecchio sole in questo viaggio. Desidero che la prossima generazione della nostra famiglia non si senta così: il progetto è dedicato a loro, di modo che possano avere le nostre voci ed il nostro sostegno, e sapere che le mestruazioni sono un’esperienza naturale della vita di una donna. Ricordo ancora un paio di lettere le cui autrici pensavano che avrebbero sanguinato a morte… Attraverso il progetto sono anche interessata a che uomini e donne comincino a dialogare sull’argomento, di modo che il tabù si rompa.

Tu hai detto: L’intento della mia arte è che le donne, guardandola, diventino più consapevoli. Per me, è la cosa più importante. In che modo il tuo lavoro raggiunge questo scopo?

Mi piacerebbe che le donne pensassero criticamente a perché fanno quel che fanno. Spero che il mio lavoro, a qualche livello, le renda più consce di se stesse. Voglio che la mia arte sia uno specchio per le donne, in cui possano guardarsi onestamente. Forse vedranno qualcosa di diverso da quel che era stato insegnato loro, forse rideranno o piangeranno guardando l’immagine riflessa, forse si sentiranno più forti e agiranno. Questo momento di autocoscienza, l’essere consapevoli rispetto ad un’istanza o una situazione, o vedere le cose in modo diverso: questo è quel che mi interessa, perché dopo si ha il potere di scegliere. Vorrei sottolineare che io non sono contraria all’essere “femminili” o al vestirsi bene per qualche occasione speciale: sono contraria all’ossessione per l’immagine ed alle insicurezze che essa causa, al metterci due ore per riuscire ad uscire di casa, al non andare alla festa dell’amica perché non abbiamo un vestito abbastanza bello, al rimuginare costantemente su come “mettere a posto” il nostro corpo. Ho perso il conto delle donne che mi hanno detto: “Mi ricordo dei tuoi video ogni volta che uso del trucco.” E’ il miglior complimento che potessero farmi.

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(di Lien De Coster per Women International Perspective, 18.6.2010, trad. e adattamento M.G. Di Rienzo)

Giorno internazionale contro la violenza sulle donne, 2010

 

Entrando nel cortile trovo immediatamente difficile respirare. Circola un’energia carica di emozioni talmente forti che è impossibile non esserne toccati. Il cortile è zeppo di gente, per lo più donne vestite di nero. Scorgo con felicità una delle mie colleghe e, con qualche sforzo, vado a sedermi accanto a lei.

Questo non è il solito pomeriggio di novembre, a Guatemala City. Oggi non stiamo dando conto di una storia qualsiasi. Stiamo visitando “Sobrevivientes”, un’organizzazione che dà sostegno alle famiglie e agli amici delle vittime di femminicidio. E cioè, per metterlo in chiaro, a coloro le cui madri, figlie o amiche sono state assassinate semplicemente perché donne. Io ho scritto la mia tesi di laurea su questo soggetto, ma oggi non potrei essere più sconvolta.

Una ragazzina, Ana Virginia Nuyens Cardenas, racconta il brutale omicidio di sua madre, che ha ricevuto 23 colpi di arma da fuoco. L’assassino ha spiegato in tribunale che l’ha colpita così tante volte affinché soffrisse di meno. Ha avuto una riduzione di pena, per questo. Mentre la voce della fanciulla si spezza, sento le lacrime corrermi lungo il viso.

Quando le testimonianze sono terminate, comprendo che dovrei parlare alla gente, fare qualche intervista, raccogliere più materiale per l’articolo. Invece mi trovo a fissare le croci rosa nel corridoio. Ogni croce simboleggia una delle donne che sono morte. Ogni croce porta il nome e l’età della vittima, ed è “vestita” con gli abiti della stessa. Quando arrivo a tre piccole croci vicine l’una all’altra, appartenenti a Diana, Wendy e Geidi, dell’età di sette, otto e dodici anni, comincio a sentirmi male.

Il giorno dopo resto a letto, e mi perdo il Giorno internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Mi chiedo come le donne del Guatemala, del Messico, e di altri posti al mondo in cui si dà una simile violenza, stiano maneggiando questa realtà: io non riesco neppure ad ascoltare le loro storie. Al mondo più del 70% delle donne fa esperienza di violenza fisica o sessuale da parte di uomini durante la vita. Secondo il sito di UNIFEM, in Guatemala vengono uccise due donne ogni giorno.

Di ritorno in Olanda, continuo a seguire la questione del femminicidio. Partecipo alla conferenza “Hester”, una serata per parlare di come porre fine all’estrema violenza contro le donne a Ciudad Juárez, città di confine dello stato messicano di Chihuahua. In Europa, Juárez è diventata l’emblema del crimine di femminicidio, in parte per le alte percentuali (le autorità riportano che circa trenta donne sono vittime di femminicidio ogni anno) e in parte perché nel 1998 una ventottenne olandese che si chiamava Hester Van Nierop fu crudelmente assassinata in questa città. L’incontro di stasera porta il suo nome.

La descrizione dell’atmosfera pericolosa di Ciudad Juárez mi ricorda Guatemala City. “Le emozioni della popolazione sono ormai vicine alla disperazione. E’ impossibile uscire di casa. Usare i trasporti pubblici equivale a rischiare la vita, così come camminare sole per strada. E persino nelle proprie case la gente non si sente più sicura.”, racconta Paul Jaspers, che è appena tornato da una visita alla sua fidanzata a Juárez. Durante l’incontro, l’importanza del rafforzamento di uno stato costituzionale e della fine di una cultura dell’impunità sono continuamente sottolineate. E c’è accordo sul fatto che maggior pressione dall’estero può essere d’aiuto.

Molti fattori influenzano l’estrema violenza sessista a Ciudad Juárez. Questa città ha un’economia fiorente: non solo è un importante punto di transito per l’ingresso di droghe e migranti negli Stati Uniti, ma numerose compagnie multinazionali con base negli Usa hanno trasferito le loro fabbriche oltre il confine per il minor costo del lavoro, incluse le tasse e gli stipendi dei lavoratori.

Un bel po’ delle vittime del femminicidio di Juárez lavoravano in tali fabbriche, in condizioni orribili, con orari lunghi dal giorno alla notte. Il 35% degli abitanti di Juárez vengono da fuori e molti di essi non si stabiliscono in città in modo permanente, aspettando di poter passare il confine con gli Stati Uniti. Questi fattori hanno avuto come risultato un costante cambiamento della popolazione ed una mancanza di reti sociali di sicurezza.

Su un altro fattore che facilita l’estrema violenza sessista di Juárez, ovvero il ruolo del machismo, si sorvola troppo facilmente durante la conferenza. Forse la paura di spiegare la violenza da una prospettiva culturale è troppo grande persino per dare ad essa riconoscimento. Ma è un fatto che nella situazione sociale a Juárez si registra pressione rispetto ai tradizionali ruoli di genere.

Molte donne lavoratrici della città raggiungono un discreto livello di autonomia e sono economicamente indipendenti dagli uomini. Soprattutto, viaggiando per andare e tornare dal lavoro, le donne sistematicamente compaiono nello spazio pubblico, anche di notte. In questo modo non si conformano ai codici socioculturali di genere e gli uomini “macho” reagiscono perché non vogliono perdere il loro potere. Combinandosi con l’eccezionalità delle situazioni economica, politica e giudiziaria che si riscontrano in città, questo responso si manifesta troppo spesso nella sua forma peggiore, il femminicidio.

Dunque, non c’è speranza per le donne di Juárez? C’è, e ci deve essere. La sera della conferenza in Olanda, io l’ho trovata negli occhi di Arsène van Nierop, la madre dell’assassinata Hester: irradiava una combinazione di fragilità e combattività dalla forza innnegabile. E a Juárez le madri stanno giocando un ruolo cruciale nella lotta per la giustizia.

Nel marzo scorso, Ciudad Juárez è diventata un oggetto importante per l’agenda nazionale messicana: il Presidente Felipe Calderón ha visitato la città tre volte in 45 giorni. La prima volta, Calderón si è recato nella città di confine dopo un massacro avvenuto durante una festa di compleanno fra adolescenti. Il Presidente ha rubricato il fatto come un’altra battaglia sulla scena della droga, un’affermazione per la quale ha dovuto in seguito scusarsi con le madri delle vittime. Cinque di esse gli hanno letteralmente voltato la schiena mentre parlava.

Le madri delle vittime adolescenti hanno ottenuto il sostegno delle madri delle donne assassinate: insieme esse formano un movimento che chiede trasparenza morale e politica.

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