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“La sorellanza – e cioè un amore fondamentale proveniente dalle donne e che le lega emotivamente – è, come la maternità, una capacità e non un destino. Deve essere scelta, esercitata da atti volontari.”, Olga Broumas

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(Olga, poeta e scrittrice, è nata nel 1949 in Grecia. Vinta una borsa di studio per frequentare l’università negli Stati Uniti là è poi rimasta, a mietere premi e riconoscimenti per il suo lavoro cominciando nel 1977 con la raccolta di versi “Beginning with O”, che contiene diverse esplicite poesie dirette alle donne che ha amato. Docente universitaria di scrittura creativa dal 1995, trascorre le estati a Cape Cod dove trent’anni fa ha fondato una scuola per artiste. MG DR)

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(“The refugee crisis is a feminist issue. We can’t just sit by and watch.”, di Helen Pankhurst per The Guardian, 19 settembre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo.)

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L’attuale crisi riguardante i rifugiati è uno dei più gravi disastri umanitari che si dispiega attraverso il mondo nell’epoca attuale. Fra una molteplicità di orrori universali, la crisi presenta specifiche minacce e difficoltà per milioni di donne che sono rifugiate: e, come per tutte le istanze femministe, la risoluzione di quest’ultima dipende dalla solidarietà.

Mentre il mondo guardava dall’altra parte, Care International – http://www.careinternational.org.uk/

e Women for Refugee Women- http://www.refugeewomen.co.uk/ – hanno lavorato insieme anzitempo rispetto al summit (Ndt. : quello sui rifugiati organizzato dalle Nazioni Unite il 19 settembre u.s.) per dare alle donne rifugiate una piattaforma in cui narrare le loro storie – storie di dolore e di durezze che hanno fatto luce su come questa crisi sia davvero molto una crisi delle donne.

Prendete Nadia. Costretta a lasciare il nativo Iraq quando era incinta di quattro mesi, ha cercato una relativa sicurezza attraversando il confine con la Siria. Quanto dev’essere disperata una persona per considerare l’ingresso in Siria come il minore fra due mali? Nel caso di Nadia, la sua motivazione fu l’aver visto un’auto piena di ragazze Yazide come lei bruciate vive dagli estremisti, un destino che lei temeva fosse in agguato per la sua stessa famiglia.

Dopo un breve periodo disperato in Siria, Nadia intraprese il viaggio verso la Grecia in un barca insicura che perdeva acqua quando era incinta di nove mesi. Il suo figlio non nato morì durante il viaggio, risultato inevitabile della denutrizione e dello stress. Al suo arrivo in Grecia, Nadia fu sottoposta a un affrettato taglio cesareo: “Non mi permisero neppure di vedere il mio bambino – ricorda – L’hanno semplicemente portato via e sepolto in una tomba comune… Ho pianto e pianto per giorni. Non posso nemmeno visitare la tomba di mio figlio.”

Quando Care e Women for Refugee Women chiedono trattamenti dignitosi e giusti per i rifugiati, lo fanno per donne come Nadia. Come un’altra donna, Dana, riassume: “In Siria, tu puoi morire a causa di una bomba, un giorno, ma durante questo viaggio tu muori ogni singolo giorno.” Dana, madre di due bambini, attualmente vive in un campo profughi in Serbia. E’ arrivata portando poche cose, ma con addosso un peso di miseria che nessuna donna, nessun essere umano, dovrebbe portare.

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E storie come queste ne hai 10 per un centesimo in tutta Europa, proprio in questo momento. Quando la situazione di una donna è così disperata che è costretta a fare del “sesso di sopravvivenza” per assicurarsi che un uomo la protegga durante il suo viaggio, questa è un’istanza femminista. Quando una donna è costretta a fare centinaia di miglia a piedi, in stato di avanzata gravidanza e con bambini malnutriti fra le braccia, questa è un’istanza femminista.

Quando le ragazzine sono date in spose a un’età così giovane da spezzare il cuore, perché ciò è visto per loro come la maggior probabilità di sopravvivenza; quando le donne abortiscono spontaneamente sul ciglio della strada in un paese straniero; quando le madri sono costrette a mandare via i figli da soli sui gommoni, nel buio, non convinte che avranno l’occasione di rivederli vivi; quando le donne raggiungono il Regno Unito e si abusa di loro e le si degrada, o le si tiene in detenzione per il crimine di aver chiesto rifugio: queste sono istanze femministe. Urgenti, disperate, oltraggiose istanze femministe. E, come femministe, noi dobbiamo agire.

In vista dei summit sui rifugiati globali, noi stiamo facendo alcune richieste molto semplici ai leader mondiali. Primo, assicurare più sostegno per le donne rifugiate nei paesi in via di sviluppo; secondo, stabilire rotte protette, sicure e legale per le donne rifugiate vulnerabili, di modo che esse non debbano affrontare viaggi pericolosi nelle mani dei trafficanti; terzo, intraprendere azioni per proteggere donne e bambine dalla violenza sessuale e dal traffico di esseri umani. E quarto, in special modo per il governo britannico, dare alle donne rifugiate in Gran Bretagna dignità e udienze oneste.

La crisi relativa ai rifugiati è controversa e, in questi tempi turbolenti, chiedere di offrire protezione addizionale ai rifugiati incontra sempre maggiore opposizione. Ma io guardo alla rappresentazione che i media fanno dei rifugiati – l’oggettivazione, la disumanizzazione – e vedo la Storia ripetere se stessa: la stessa Storia che ha indotto i miei antenati a fuggire per salvare le proprie vite.

Perché io sono la figlia e la nipote di rifugiati. Dal lato famoso delle suffragiste Pankhurst, il compagno di mia nonna Sylvia era un anarchico italiano che finì per chiamare il Regno Unito la sua casa; e mia madre originariamente venne dalla Romania, fuggendo l’ascesa del fascismo.

Ogni volta in cui nella Storia vediamo vasti segmenti di persone cacciati fuori – o peggio, spazzati via – puoi star sicuro che ciò è accompagnato, da qualche parte, da propaganda che insinua come quelle vite siano vite a perdere. Come Paese, siamo stati dal lato giusto della Storia quando il fascismo e il nazismo hanno preso piede. Dobbiamo assicurarci che vada allo stesso modo oggi.

La vergogna di questa crisi non sarà candeggiata nei libri di Storia; lascerà una cicatrice nella nostra coscienza collettiva per generazioni. Abbiamo la responsabilità individuale e collettiva di agire ora.

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7 marzo 2015, Tg 1, Matteo Renzi:

“Quest’anno (ci saranno) molte più assunzioni che licenziamenti: sono pronto a scommetterlo e molto dipenderà dal Jobs Act che rende molto più semplice assumere. È una grande rivoluzione perché porterà finalmente l’Italia fuori dalle secche della disoccupazione.”

(Colonna sonora: “Non scommetterci soldi, tesoro.”)

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7 marzo 2015, intervista per Der Spiegel, Alexis Tsipras:

Alcuni credono che gli investimenti possano essere stimolati dal ridurre ulteriormente i costi del lavoro. Ma noi li abbiamo già ridotti del 40% e ciò è risultato, in pratica, in nessun nuovo investimento. I soldi che sono arrivati in Grecia erano mirati a salvare le banche – non hanno risolto i nostri problemi di liquidità. Non vogliamo continuare a prender denaro in prestito per sempre, vogliamo uscire da questa stretta. Ma possiamo impegnarci solo su misure che siamo anche in grado di implementare.”

7 marzo 2015, dati Istat sul lavoro in Italia: tra il 2008 e il 2014 gli occupati sono diminuiti di una media annua di 811.000 persone.

Alla fine dell’anno, com’è facilmente prevedibile, Renzi perderà la sua “scommessa”. Non mi è chiaro come la pagherà. Ma sono dolorosamente consapevole di chi stia pagando ora per le politiche del suo governo: lavoratrici e lavoratori, disoccupate e disoccupati, marginalizzati/e e poveri/e in generale. Persone che conosco, persone che amo, io stessa. Maria G. Di Rienzo

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Le donne che stanno protestando hanno perso il lavoro, in 595 e di colpo, indiscriminatamente, senz’altra giustificazione che la propensione per i “tagli” alle spese pubbliche. Costoro erano infatti pulitrici del Ministero delle Finanze e degli uffici erariali in Grecia. Ma non erano un fardello fiscale: privatizzare il servizio per mantenere condizioni igieniche decenti nei locali summenzionati ha aumentato il suo costo.

Probabilmente alcune di queste pulitrici troveranno un posto nelle ditte private, ma a metà del loro precedente salario, in molti casi senza tutela assicurativa e impossibilitate a rifiutare i ricatti dei datori di lavoro. Naturalmente hanno portato il caso in tribunale, e vinto in prima istanza, ma il governo si è appellato al grado di giudizio superiore e la faccenda starà ancora per aria qualche mese prima del verdetto finale.

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La cosa più folle di tutte è il continuo assalto a cui queste donne sono sottoposte dai media ufficiali, dai politici conservatori e dalla polizia antisommossa. 595 lavoratrici licenziate ingiustamente sono trattate come criminali. Ma non ci si stupisce più quando si conosce la storia di una delle loro leader sindacali, Konstantina Kouneva.

Kouneva, una storica, emigrò in Grecia dalla Bulgaria nel 2001 a causa di problemi finanziari. Nel 2003 fu assunta da una ditta di pulizie privata e dopo aver sperimentato le condizioni di lavoro proprie e altrui si iscrisse al sindacato delle pulitrici. La sua denuncia come sindacalista degli abusi e dei maltrattamenti subiti dalle lavoratrici le guadagnò subito minacce di morte: e non erano ne’ esagerazioni ne’ scherzi, perché infine nel dicembre 2008 fu assalita da due uomini ad Atene, mentre tornava a casa. Costoro le gettarono acido solforico sul volto e la forzarono a bere il resto. Kouneva avrebbe dovuto morire, ma si salvò, nonostante sia costretta ancora nel 2014 ad affrontare operazioni chirurgiche. La polizia non è mai riuscita a rintracciare gli aggressori, impuniti a tutt’oggi. Rimpianti?, le hanno chiesto più volte, e Konstantina Kouneva ha sempre risposto che non può rammaricarsi della sua decisione di lottare per i diritti del lavoro, e che continuerà a farlo.

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L’unica cosa bella di questa storia, oltre alla determinazione e al cuore di Kouneva, è che la stessa è stata eletta con Syriza al Parlamento Europeo, ove intende portare la lotta delle 595 ex colleghe. Maria G. Di Rienzo

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