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(“Private sector, development agenda and women’s human rights: synergies or contradictions?” di Corina Rodríguez Enríquez per DAWN – Development Alternatives with Women for a New Era, marzo 2017. Corina, in immagine, è un’economista argentina.)

corina

Di recente, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha garantito lo status di “osservatore” alla Camera di Commercio Internazionale. Ciò significa che tale istituzione, la quale rappresenta gli interessi delle più grandi compagnie multinazionali, sarà in grado di prender parte a ogni sessione assembleare e avrà anche la possibilità di intervenire: molte più opportunità d quante ne abbia la società civile. Questo evento può essere considerato come un ulteriore passo nel processo di consolidazione di una grande influenza del settore delle corporazioni nello stabilire l’agenda dello sviluppo.

All’interno delle NU, l’influenza del settore delle corporazioni, così come quello degli interessi privati, è cresciuta senza mai fermarsi. Dalla promozione negli ultimi anni ’90 del Global Compact alla partecipazione formale o informale dei rappresentanti della corporazioni economiche e dei filantropi nelle discussione sugli obiettivi di sviluppo sostenibile, le loro visioni vengono incorporate nel discorso sullo sviluppo. Come Adams e Martens fanno notare (2015), c’è “un crescente fare affidamento sulle soluzioni ai problemi globali suggerite dalle corporazioni”, il che nega come, nella finanza globalizzata e nel dominio dell’autoregolazione del mercato, il settore privato contribuisca molto di più a creare problemi che a creare soluzioni.

La rilevanza del settore privato come attore dello sviluppo è inevitabile in un contesto capitalista. Tuttavia, il fallimento nel regolare la sua attività, così come al mettere limiti alla sua influenza sulle politiche pubbliche a livello locale, nazionale e globale, costituisce una minaccia alla promozione e al rispetto dei diritti umani. Di seguito discuterò tre dimensioni in cui questo può essere percepito in relazione ai diritti umani delle donne.

La prima è la consolidazione del concetto di “economia delle donne” e il fatto che persino alcune organizzazioni di donne e agenzie l’hanno incorporato. Il termine, più familiare alla nozione di “economia intelligente”, è usato per riferirsi all’idea che l’avanzamento economico delle donne migliorerà l’economia nel suo complesso, e che ciò dovrebbe essere “la” ragione per promuovere politiche pro-equità di genere. In particolare, da questa prospettiva, è importante spingere per l’accesso delle donne all’impiego (per la maggior parte nel settore privato) e ad attività generatrici di reddito. Molti programmi di imprenditoria e di microfinanza si basano su questo assunto e favoriscono la partecipazione delle donne alle attività di mercato. Inoltre, da questa prospettiva, si comprende che la discriminazione di genere e la violazione dei diritti delle donne sono economicamente inefficaci. Per esempio, ci sono costi economici relativi alla violenza di genere (nella forma di perdita di guadagno, minor produttività, ecc.) e questa è la ragione per cui dovrebbe essere superata.

Ci sono un paio di svantaggi in questo punto di vista. Se l’efficienza economica è “la” ragione per promuovere l’eguaglianza di genere e l’avanzamento economico delle donne, cosa accadrebbe se alla prova dei fatti non fosse così? Per esempio, cosa dovremmo fare se, in determinate circostanze, il costo della violenza contro le donne non fosse così alto? Dovremmo permettere agli uomini di continuare ad abusare delle donne? Cosa dovremmo fare se il costo dell’implementare politiche pubbliche per restringere il divario di genere nel mercato del lavoro si provasse più dispendioso del guadagno economico che tale divario fornisce alle imprese? In breve, è molto rischioso stabilire l’avanzamento economico delle donne e il rispetto e la promozione dei diritti umani delle donne solo perché ci si preoccupa dell’efficienza. In maniera inversa, l’opposto può essere lo stesso asserito e cioè che la diseguaglianza di genere e lo svantaggio economico delle donne sono le basi per la crescita economica. Per esempio il “Modello Maquila”, che ha sostenuto economie in crescita in molti paesi del mondo, è fondato sull’ultra-sfruttamento dei più bassi standard sul lavoro delle donne.

La seconda dimensione di preoccupazione è il fatto che c’è scarsa evidenza per asserire che l’investimento privato è o sarà più positivo per le donne di quello pubblico. Il caso delle partnership privato-pubblico (PPP) è un buon esempio. Le PPP vengono promosse assumendo che la maggior parte dei governi siano incapaci di perseguire i richiesti investimenti pubblici necessari a espandere l’accesso della popolazione ai beni pubblici di base (per esempio alle infrastrutture sociali) che sono i perni delle vite delle donne. Inoltre si ritiene che il settore privato possa introdurre tecnologia e innovazione per rendere la fornitura di servizi pubblici maggiormente efficiente. Dovrebbe anche essere un sistema per sviluppare le capacità di settori privati locali, tramite accordi di collaborazione fra imprese locali più piccole e le corporazioni multinazionali. Le PPP dovrebbero pure essere un modo per migliorare le capacità istituzionali del settore pubblico, sia per trasferimento di abilità sia per l’adozione nel settore pubblico di criteri commerciali di efficienza ed efficacia.

Di nuovo, questa prospettiva è controversa dal punto di vista della capacità delle PPP di contribuire davvero a restringere il divario di genere e a migliorare le vite delle donne. La maggior parte delle valutazioni esistenti sulle partnership privato-pubblico si limitano a misurare l’efficienza e l’efficacia gestionali, la capacità di trasferire tecnologia e conoscenza, il contributo alla finanza relativa alla fornitura di servizi sociali. Tuttavia, i rapporti esaminati indicano che non è possibile dare giudizi conclusivi su questi effetti potenziali. Al contrario, ci sono prove degli effetti negativi delle PPP, specialmente in termini di rischi fiscali (costi spropositati e insostenibilità fiscale) che dovrebbero essere considerati quando si analizzano gli effetti a rete. C’è un caso emblematico che riassume questa realtà, quello di una PPP nel settore sanitario in Lesotho, implementata per ideare, costruire e cominciare a rendere operativo un ospedale. Tre anni dopo l’apertura dell’ospedale (nel 2011) le spese a carico del governo aumentarono al 64% e il bilancio di questo ospedale rappresentava la metà del budget dell’intera sanità pubblica (Oxfam, 2014).

Infine una terza area critica, correlata alla precedente, si riferisce al dato che le corporazioni sono di fatto responsabili della mancanza di spazio fiscale per i governi nazionali e perciò dell’incapacità di questi ultimi di implementare politiche che proteggerebbero e promuoverebbero i diritti umani delle donne. Ciò è dovuto agli e persistenti di livello di abuso delle tasse da parte delle corporazioni. La tassazione è la più sostenibile e prevedibile fonte di finanziamento per la fornitura di pubblici beni e servizi, così come un attrezzo-chiave per affrontare la diseguaglianza economica, inclusa quella di genere. Tuttavia, le politiche legate alle tasse attualmente non riescono a genere abbastanza introito da finanziare le spese governative, la chiusura dei divari nell’eguaglianza di genere e la promozione dei diritti umani delle donne.

Dopo decenni di globalizzazione finanziaria e crescente potere delle corporazioni la tassazione dei capitali è minima e i programmi che incentivano le tasse sono sbilanciati. I governi forniscono trattamento fiscale favorevole alle compagnie multinazionali in molti paesi, come sistema per attirare investimenti stranieri diretti. Il risultato è che si rinuncia a considerevoli entrate. Quando uno stato non attiva risorse sufficienti e ha problemi di bilancio può solo fornire servizi insufficienti e di bassa qualità (i.e. istruzione, sanità, trasporti pubblici, infrastrutture sociali, servizi di cura), nel mentre le diseguaglianze di genere si perpetuano o sono addirittura esacerbate, il che a sua volta impedisce il miglioramento delle vite delle donne e il restringimento dei divari di genere (Grondona et. al., 2016).

In breve, il settore privato è un attore controverso nell’agenda dello sviluppo. Il ruolo dell’investimento privato nel promuovere performance economiche è innegabile, ma la mancanza di adeguati sistemi di controllo delle attività corporative che assicurino, tra l’altro, la loro aderenza agli standard relativi ai diritti umani, permette abusi molteplici. Il ruolo che le corporazioni economiche stanno giocando nella globalizzazione finanziaria suggerisce che esse sono più spesso parte del problema, anziché parte della soluzione.

Perciò, c’è il bisogno urgente di rivedere l’ingenuo convincimento nelle sinergie positive fra eguaglianza di genere e crescita economica, e pensare piuttosto costruttivamente a un modo di costruire governance che renda il settore privato tenuto a rispondere in materia di diritti umani delle donne.

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