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lena

(“Upon Arrival”, di Lena Khalaf Tuffaha – in immagine – poeta, scrittrice, traduttrice, saggista e giornalista. Lena è l’Autrice di due famose e premiate raccolte di poesie, “Water & Salt” e “Arab in Newsland”. Di origini palestinesi, giordane e siriane, attualmente residente negli Usa, ha vissuto e viaggiato all’interno del mondo arabo e spesso il suo lavoro racconta l’esperienza dell’attraversare confini geografici, culturali e politici, nonché i confini fra i linguaggi e i differenti tempi delle nostre vite. Trad. Maria G. Di Rienzo.)

IN MERITO ALL’ARRIVO

Dovrai dichiarare la ragione della tua visita.

Non dire è perché voglio camminare lungo vecchie strade

e accarezzare mura di pietra del colore della mia pelle.

Dovrai dichiarare la ragione della tua visita.

Non dire è perché le olive sono pronte per il raccolto

e io attirerò il frutto giù dagli alberi,

lo spremerò in oro liquido.

Dovrai dichiarare la ragione della tua visita.

Non dire è perché la casa dei miei genitori

siede ancora vuota su una scogliera che si affaccia sul mare,

le persiane verdi che mio nonno aveva appena dipinto

restano chiuse e sigillate

e l’esercito ha registrato i titolari della proprietà

come assenti.

Dovrai dichiarare la ragione della tua visita.

Non dire è perché sto portando nella valigia preghiere

per un popolo che attende,

e distenderò per loro

lenzuola ricamate di versi

e le distribuirò su tutta la terra.

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Khawla al-Sheikh

Khawla al-Sheikh, nell’immagine, è una donna giordana che di professione fa l’idraulica. Nel 2004 frequentò un corso specifico offerto da un’agenzia per lo sviluppo assieme ad altre 16 donne, ma fu l’unica a mettersi poi effettivamente in affari. Nel 2015 ha messo in piedi una cooperativa a Amman offrendo lei stessa l’addestramento alle aspiranti idrauliche: la cooperativa oggi consta di 19 donne di differenti nazionalità, native e migranti. Allo stesso modo, nella città di Irbid, la rifugiata siriana Safa Sukariya ha costituito nel 2016 la prima ditta femminile per le riparazioni idrauliche con altre due profughe dal suo paese e due donne giordane.

Il mercato del lavoro per le donne, in Giordania, non è dei più favorevoli: anche quelle che hanno un alto livello di istruzione e trovano un impiego sono spesso spinte a lasciarlo da un cumulo di fattori – sono pagate clamorosamente meno degli uomini nelle loro stesse posizioni, sono loro richiesti orari più lunghi di quelli maschili, i trasporti pubblici sono inadeguati, gli asili per i loro figli mancano, gli ambienti di lavoro sono ostili, eccetera. E poi, la sanzione culturale per una donna che provveda a se stessa e alla propria famiglia uscendo di casa, magari svolgendo una professione ritenuta “maschile” come quella di idraulico, è ancora pesante.

Quindi, qual è la notizia che vi sto dando? E’ che Khawla e Safa (e le loro colleghe) se ne fregano.

“Questo mestiere ha bisogno più di donne che di uomini in Giordania. – ha spiegato la prima alla stampa – Nelle nostre comunità a un maschio estraneo non è permesso entrare in una casa se non ci sono altri uomini presenti. All’inizio non accettavano l’idea di donne idrauliche, ma adesso le richiedono esplicitamente: e noi guadagniamo abbastanza per vivere.”

Safa Sukariya, che come Khawla ha frequentato un corso offerto da un’organizzazione tedesca per la cooperazione internazionale, ha tre figli a cui pensare. Anche lei dice che, dopo l’iniziale rifiuto: “La gente ha cominciato a tollerare l’esistenza di una ditta composta da donne che vivono sole, in special modo le siriane che hanno perso i mariti in guerra. Tramite la nostra professione noi stiamo lottando per far quadrare pranzo e cena, pagare gli affitti e acquistare necessità di base.”

Per cui, chi storce il naso si rilassi pure e si ripari il lavandino da solo – le idrauliche non hanno intenzione di smettere. Maria G. Di Rienzo

(Fonti: Al-Monitor, UN Women, Reuters)

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(“Meet Milia Eidmouni, Syria” – Nobel Women’s Initiative, 26 novembre 2016, trad. Maria G. Di Rienzo.)

milia

Milia Eidmouni è una giornalista freelance che ha lasciato Damasco per la Giordania a causa di pressioni politiche. Assieme alla collega Rula Asad ha fondato la Rete delle giornaliste siriane. Il lavoro di Milia promuove una migliore comprensione del ruolo delle donne siriane nella sollevazione e rompe gli stereotipi che circondano le donne giornaliste nella regione.

Com’è essere una giornalista in Siria?

Nessuno ti protegge. Non c’è protezione o sicurezza per i cittadini giornalisti che stanno scrivendo della guerra. Come donna giornalista non puoi andare sui fronti perché ti dicono: “Ah, sei una donna, vai con uomo così ti protegge.”

Come si collega il tuo lavoro di giornalista al promuovere giustizia in Siria?

Sto facendo del mio meglio per promuovere la giustizia addestrando altri reporter. In Siria, pochi giornalisti sono istruiti su come scrivere delle istanze delle donne. Dare visibilità alle storie taciute è come noi contribuiamo alla giustizia.

Puoi dirci di più della Rete delle giornaliste siriane?

La Rete ha tre scopi: migliorare le capacità nello scrivere di giustizia di genere e diritti delle donne; suscitare consapevolezza nell’opinione pubblica tramite campagne e creare un codice di condotta professionale per rompere gli stereotipi sulle donne nei media.

Cosa manca dalla conversazione sulle donne siriane?

I media stranieri tentano di ritrarre le donne siriane come unidimensionali: lei è una vittima, la madre di un detenuto, la moglie di un prigioniero, un ostaggio in un paese ostile che attende aiuto umanitario. Ma sin dal Primo Giorno, le donne sono state parte della sollevazione. Sono scese in strada, hanno lavorato negli ospedali da campo, hanno creato centri comunitari per sostenersi l’una con l’altra nelle loro comunità locali. Le rifugiate stanno pure rompendo stereotipi e cambiando l’immagine delle donne siriane. Nessuno parla delle difficoltà che affrontano (in Giordania) dopo quattro o cinque anni da rifugiate.

In che modo il giornalismo dei cittadini sta dando forma al mondo in cui il mondo vede il conflitto in Siria?

Durante la rivoluzione, moltissimi cittadini in Siria hanno scritto e pubblicato online quel che stavano testimoniando. Ogni cittadino può contribuire alla giustizia tramite la documentazione, scrivendo le proprie testimonianze, promuovendo pace e giustizia nella propria comunità. I media giocano un grosso ruolo: possono cambiare mentalità e attitudini nelle comunità.

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(tratto da: “She aims for Jordan’s parliament”, di Karin Råghall per Kvinna till Kvinna, 3 luglio 2015, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo. L’immagine di Fatima Bani Yaseen è sempre di Karin Råghall.)

fatima bani yaseen

Per la terza volta di fila, Fatima Bani Yaseen è stata eletta al Consiglio comunale di Kura, nella Giordania del nord. Questa donna è stata tutto fuorché incoraggiata a fare politica. Dieci anni fa, le veniva concesso a stento di uscire di casa per andare agli incontri promossi dall’ “Associazione volontaria Donne di Kura”, gruppo in cui oggi è molto attiva. I suoi fratelli si sono opposti a che partecipasse alle elezioni locali, ma lei ha puntato i piedi.

“Quando sono stata eletta al Consiglio comunale nel 2003 ero la sola donna fra dodici uomini. Per loro è stato un grosso problema accettarmi.”, dice Fatima Bani Yaseen. Ma non appena cominciarono a farlo, Fatima li sfidò di nuovo. Nel momento in cui si doveva eleggere il nuovo capo del Comitato comunale per gli appalti, lei annunciò di essere interessata.

Gli altri membri del Comitato le risero dietro: “Come potresti essere, tu, il nostro capo? Sicuro, ti rispettiamo, ma questa roba lasciala perdere.” Di nuovo, lei non rinunciò: “Gli dissi che avevano due scelte: nominarmi o andare al voto. Seguì una lunga discussione e alla fine scelsero di nominare me e poco più tardi ottenni la posizione.”

In Giordania, nei Consigli comunali un seggio ogni quattro è riservato alle donne. Nelle ultime elezioni Fatima Bani Yaseen ha ottenuto il proprio in aggiunta alle quote, il che le ha fornito una buona reputazione: “Le donne che arrivano in Consiglio tramite il sistema delle quote non ottengono lo stesso rispetto, ma abbiamo lavorato per cambiare questa attitudine.”

Oggi Fatima è una donna politica nota e riconosciuta che vede come ancora a troppe donne manchi il potere di decidere delle proprie vite: “Alle giovani non si insegna a diventare cittadine attive, l’unica cosa che si dice loro è di sposarsi e crescere una famiglia. Se hanno uno stipendio, ci si aspetta da loro che lo diano al marito.”

I suoi anni in politica non sono stati facili, ma Fatima sembra avere una volontà di ferro: “Io reclamo il mio posto in politica e costringo le persone ad ascoltarmi e a rispettarmi. Quelli che in precedenza hanno tentato di impedirmi di diventare una donna politica, inclusa la mia famiglia, oggi sono i miei sostenitori. C’è ancora qualcuno che mi parla alle spalle, perché è insolito e non del tutto accettato che le donne reclamino uno spazio in politica, ma sono moltissimi quelli che mi incoraggiano. E sono diventata un’ispirazione per le altre donne che vogliono impegnarsi in questo ambito. Una donna mi ha detto: Vorrei ci fossero un centinaio di Fatima a Kura.

Fatima è fermamente convinta che la società abbia bisogno di più donne nelle posizioni decisionali e sta pensando di candidarsi alle elezioni nazionali: “Il mio più grande desiderio è avere un seggio in Parlamento. Voglio cambiare le leggi, di modo che esse proteggano i diritti delle donne.”

Nell’ “Associazione volontaria Donne di Kura” Fatima organizza seminari per le donne sui loro diritti umani e sui modi per sostenere se stesse. In questo momento, sta lavorando con le donne religiose che hanno posizioni “sacerdotali”. “Le invitiamo nella nostra sala dei computer, dove insegnando loro ad usarli discutiamo insieme dei diritti delle donne. Il piano a lungo termine è rafforzare i diritti delle donne con l’aiuto della religione.”

L’Associazione sta pure cominciando a coinvolgere uomini in alcune attività perché, spiega Fatima: “Sebbene noi si stia cambiando la visione che le donne hanno dei loro diritti, nessuno ci ascolterà se non cambiamo anche le attitudini degli uomini.”

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Tima Shomali, attrice comica, è la creatrice del programma di intrattenimento più popolare nel suo paese, la Giordania. Ha fatto tutto da sola, su YouTube, e in tre anni si è guadagnata 25 milioni di spettatori.

tima shomali

Lo spettacolo di Tima si chiama “Female Show” e parla di donne, uomini, sesso, molestie con una sensibilità e un’intelligenza rare. In un contesto sociale che usa spesso la censura, internet è una grande opportunità, dice Tima: “Su tutti i nostri canali televisivi ci sono limitazioni, regole, ma online hai lo spazio per parlare di ciò che vuoi. La prima serie del mio show era concentrata sulle relazioni, l’uscire insieme eccetera, il che non è tipico per una tv araba, non è tipico neppure nelle conversazioni quotidiane. Avere un appuntamento è vivere una doppia vita, le famiglie non ne sanno niente.”

Il suo lavoro non sfida solo gli stereotipi all’interno della Giordania e del mondo arabo, forza anche l’occidente a confrontarsi con i propri, di stereotipi, quelli che presumono ogni storia relativa alle donne arabe debba trattare di oppressione. “Mostro l’altro lato. – spiega Tima – Noi ridiamo, piangiamo, siamo umane.” Uno degli argomenti ricorrenti nei suoi spettacoli sono le molestie, soprattutto verbali, cui le donne giordane sono soggette in strada: “Non puoi camminare in pace. C’è sempre qualcuno che ti segue, qualcuno che dice qualcosa.” Nei suoi sketch, Tima fa la parte di un’insegnante per uomini e chiede agli studenti maschi: “Quando andate dietro ad una donna fischiando cosa vi aspettate? Che si innamori di voi? Che salga nella vostra automobile?” Attivismo e umorismo, dice ancora, devono andare a braccetto: è più facile essere ascoltate.

Di norma, alle donne si dice di ignorare gli uomini che urlano loro per strada. La nostra attrice la pensa diversamente: “Non ignorateli. Quando vi confrontate con loro e chiedete che cavolo pensano di fare, vi lamentate del trattamento o chiamate la polizia – scappano.”

Quando Tima diede inizio alla sua impresa comica, dovette fronteggiare la solita (per noi donne) sequela di insulti e stupidaggini, con gli uomini che le consigliavano di “trovarsi un marito”. I suoi parenti, sebbene la sostenessero, avevano sentimenti ambivalenti rispetto allo show, in special modo sua madre che fungeva da bersaglio per le scelte della figlia. “Non mi ha mai chiesto di smettere, ma non era felice. Ora anche i parenti critici si sono accorti che nulla di quel che faccio è una vergogna per la famiglia e mi dicono di essere d’accordo con me. Sto facendo cose che migliorano un pochino la vita delle persone e regalano loro una risata.”

Anche il tono degli attacchi online è cambiato. Oggi i troll non la attaccano più per i contenuti dello spettacolo, ma per il suo aspetto. “Non mi piacciono le tue sopracciglia.” “Vai a farti mettere a posto i denti.”

ecco qua, stolti

Da buona comica, Tima ne ride. “E’ un miglioramento. – assicura – E inoltre, quando posto un’immagine o un video e non arriva nessun commento maligno dico sempre a me stessa: devi aver sbagliato qualcosa.” Maria G. Di Rienzo

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(“We are fighting for no early marriages” – Meet Asma Khader from Sisterhood is Global Institute, Jordan, di Julia Lapitskii e Malin Ekerstedt per Kvinna till Kvinna, agosto 2014. Trad. Maria G. Di Rienzo. La foto di Asma Khader è di Karin Råghall.)

Asma Khader è membro del Senato giordano, Segretaria generale della Commissione nazionale giordana per le Donne e fa parte della direzione dell’ “Istituto La Sorellanza è Globale”. E’ una prominente figura del movimento delle donne giordano da quarant’anni e la sua lotta per i diritti umani è cominciata a scuola.

asma

Come sei diventata un’attivista per i diritti delle donne?

Ha avuto inizio con la mia famiglia. La nostra società ha una tradizione per cui i genitori sono chiamati non con i loro nomi, ma padre/madre del loro figlio più anziano. Io ero la prima figlia e sino a che non ebbi 11 anni avevo solo due sorelle, perciò ero abituata a sentir chiamare i miei genitori “madre di Asma” e “padre di Asma”. Poi nacque mio fratello e in men che non si dica tutti li chiamavano “madre di Samir” e “padre di Samir”, che è il nome di mio fratello. Mi sono sentita improvvisamente perduta, come se fossi stata lasciata indietro e lui fosse molto più importante di me.

Allora cominciai a notare le differenze anche nelle altre famiglie: come i ragazzi potessero giocare in strada dopo il tramonto o andare al cinema e le ragazze no. Ciò mi fece odiare le faccende domestiche: mi rifiutavo di lavare i piatti e di aiutare mia madre a pulire la casa e insistevo nel voler indossare pantaloni e andare a giocare fuori con i ragazzi.

Alle elementari diventai l’avvocata delle mie amichette, perché difendevo il loro diritto di esprimersi. Alle superiori ero nel movimento studentesco delle donne e partecipai alle elezioni per il sindacato degli studenti. Fui eletta e diventai l’unica femmina del comitato esecutivo, che era composto da sette membri. Poi decisi di studiare legge, perché era un modo da usare per proteggere i nostri diritti.

Su che tipo di casi lavori?

Da principio pensavo che sarei stata un’avvocata per le donne. Ma le donne non si fidano delle donne: poiché sentono debole la loro posizione nella società pensano che un’avvocata non sarà abbastanza forte per difenderle. Perciò, per cinque anni, ho lavorato di più per gli uomini. Ho difeso molti prigionieri politici e ho lavorato attivamente nel Comitato per i diritti umani dell’Associazione degli avvocati. Sono diventata nota come un’avvocata efficace per i diritti umani, che era la precondizione affinché le donne si fidassero di me. A questo punto ho potuto cominciare a concentrarmi sui diritti delle donne.

Com’è successo che da avvocata sei diventata un Ministro del gabinetto giordano?

Ero molto attiva nella società civile, presente ad ogni manifestazione. Perciò fui invitata a far parte di un gruppo che avrebbe incontrato il Re, per parlare del processo a una donna che aveva sfidato la poligamia religiosa e i sottotesti contro le donne nelle interpretazioni religiose. All’incontro io fui molto aperta, gli parlai della situazione come se lui non fosse il Re. Per esempio, durante lo svolgersi della democratizzazione, avevano detto che avrebbero liberato tutti i prigionieri politici. Ma io avevo ricevuto comunicazione da 67 di loro che erano stati esclusi da quest’amnistia. Perciò portai con me quella lettera, da loro firmata, e dissi: “Maestà, lei ha dichiarato che non ci sono più prigionieri politici in prigione, ma questi 67 sono ancora dentro.” E il fatto è che nel giro di due/tre giorni tutti loro furono rilasciati. Penso di essere rimasta in mente al Re per quell’episodio, e quando nel 2003 lui volle un gabinetto che dimostrasse come il governo fosse davvero intenzionato a riformare la società, io fui una di quelli nominati per farne parte. Ho accettato, perché sentivo che avrei potuto avere l’opportunità di operare cambiamenti.

Tu sei stata Ministra della Cultura e dell’Informazione e in precedenza sei stata nel Comitato reale che ha vergato la Carta Nazionale. Ci sono state istanze importanti per le donne che hai potuto spingere in avanti?

Nella Carta Nazionale siamo stati in grado di far avanzare con successo principi democratici, diritti umani e libertà civili. Abbiamo anche dato interpretazioni al testo costituzionale: per esempio, nell’Art. 6 della Costituzione si dice che tutti i giordani sono uguali di fronte alla legge, senza distinzioni di lingua, religione o razza. Ma il genere non è menzionato. Perciò, abbiamo stabilito che tutti i giordani, uomini e donne, sono uguali di fronte alla legge senza distinzioni di questo e quello. Cioè abbiamo interpretato “giordani” come “ambo i sessi”.

Durante il periodo in cui ho fatto parte del gabinetto siamo stati in grado di far passare alcune leggi progressiste, come quella sui rifugi per le donne e per l’eguale diritto delle lavoratrici di passare l’assicurazione sanitaria alle loro famiglie. E anche, per la prima volta, abbiamo dato licenze a stampa, radio e canali televisivi privati.

Sei attiva nell’organizzazione per i diritti delle donne “Istituto la Sorellanza è Globale” da molti anni. Su quali questioni si concentra l’organizzazione?

(http://www.sigi-jordan.org/)

Lo scopo principale è proteggere e promuovere i diritti umani delle donne, in special modo per coloro che sono sopravvissute alla violenza. Al momento stiamo anche lavorando con le donne siriane rifugiate in Giordania.

Tramite le campagne contro i matrimoni precoci, nel 2008 siamo riuscite ad alzare l’età minima per sposarsi a 18 anni. Ma ci sono ancora eccezioni e un giudice può dare il permesso quando si hanno fra i 15 e i 18 anni. La legge sullo stato civile del 2010 ha portato maggiori restrizioni su questa possibilità ed ora stiamo lottando perché tutte le eccezioni siano proibite. Bisogna andare passo dopo passo.

Quanto grave è questo problema?

Nel 2012, il 12% dei matrimoni ad Amman erano matrimoni precoci, il che fa più di 8.000 casi. Poi ci sono i matrimoni non registrati, che avvengono principalmente nelle zone rurale ed ora in special modo fra i rifugiati siriani. Tengono pubblicamente una cerimonia familiare, così la gente sa che è un matrimonio, ma non lo registrano come richiede la legge. Fanno così perché quando la ragazza sarà incinta il matrimonio diventerà legale qualsiasi sia la sua età; perciò aspettano che ciò accada e poi registrano il matrimonio.

Abbiamo anche un progetto contro l’Art. 308 del Codice penale, che permette agli stupratori di sfuggire alla pena se sposano le loro vittime. Su queste ultime si fa molta pressione, da parte della famiglia del perpetratore, che preferisce pagare il padre di lei, e da parte della sua stessa famiglia che non vuole rimanga in casa dopo lo stupro, perché ciò “danneggerebbe” le sue sorelle e le sue altre parenti di sesso femminile. E’ una coalizione patriarcale contro il suo diritto di avere sostegno invece dell’essere forzata a sposare una persona che la stuprerà ogni giorno. Comunque, l’opposizione a questo articolo del Codice penale sta crescendo, e sembra che ce la faremo ad avere la sua abolizione.

Quali sono le tue speranze per il futuro?

Penso che siamo in una posizione tale da sperare che le riforme continueranno. E che andranno verso una società laica e democratica, dove tutti i cittadini sono eguali e le leggi sono sviluppate in modo da non discriminare le donne.

Naturalmente ci sono problemi, la mentalità patriarcale esiste ancora, i “crimini d’onore” stanno ancora accadendo, c’è violenza contro le donne e discriminazione nei salari. Stiamo lottando ora per avere una legge che distribuisca equamente le proprietà di una famiglia all’atto del divorzio. Attualmente, una donna divorziando non ha diritto a niente che sia registrato come proprietà del marito e vede tutti i suoi anni di sostegno alla famiglia conteggiati come nulli.

Voglio vedere più donne in politica, perché quando abbiamo la massa critica, in un consiglio o istituzione, riesci a sentire come le donne diventano più forti. Per esempio, nelle elezioni comunali del 2007 per la prima volta avevamo una quota del 20% dei seggi riservati alle donne, ma noi abbiamo fatto una campagna enorme e alla fine il risultato fu del 25% di elette! Nel 2013, il turno elettorale successivo, avevamo una quota del 25%, ma le donne riuscirono a prendere il 35% dei seggi. Penso sia un ottimo indicatore di come le donne in tutto il paese si sentano più forti e incoraggiate a prendere posizioni guida.

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(The International Labour Organization (ILO) News, 3.7.2013, trad. Maria G. Di Rienzo.)

Rania

Sahab, Giordania. Due volte la settimana, la trainer specializzata Rania Shanti visita una fabbrica di indumenti nella città industriale di Sahab, e parla a piccoli gruppi di lavoratrici delle molestie sessuali. Tenta di creare un’atmosfera confortevole e confidenziale (è cruciale) che incoraggerà le partecipanti a parlare liberamente. Una di esse è Indrani, una donna dello Sri Lanka che lavora in fabbrica dal 2009: “Ho sempre pensato che parlare di molestie sessuali, per le donne, significasse che erano state stuprate. Adesso ho compreso che le molestie possono prendere molte forme diverse.”

Come Indrani, numerose sue colleghe operaie sono straniere: vengono principalmente dallo Sri Lanka, dall’India e dal Bangladesh. Perciò Shanti, nel portare avanti il programma “Lavoro Migliore” per l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, spesso comunica tramite una traduttrice. “E’ difficile definire le molestie sessuali in queste fabbriche, per via della natura “sensibile” della questione e del timore di rappresaglie da parte delle lavoratrici.”, spiega, “Non è affatto garantito che le operaie escano allo scoperto come vittime di molestie.”

Due anni fa, giravano notizie di stupri diffusi commessi contro le lavoratrici di una delle fabbriche di indumenti più grandi di Giordania. Anche se le accuse non sono state sostanziate, i rapporti sulle molestie sessuali nei confronti delle operaie sono comuni nel settore globale della manifattura dei tessuti. Il lavoro d’indagine del programma “Lavoro Migliore” per la Giordania ha scoperto che molte delle lavoratrici non avevano una chiara comprensione di cosa fosse rubricato come molestia sessuale, anche se erano assai preoccupate al proposito. Il programma ha quindi lanciato un progetto pilota sulla prevenzione e la consapevolezza in materia con il datore di lavoro di Indrani, la “Jerash Garment and Fashion Manufacturing Company”. Il progetto mira ad insegnare alle lavoratrici, ai manager e ai supervisori come identificare, prevenire e denunciare le molestie sessuali.

Durante una sessione tenutasi a metà giugno, Indrani si è unita ad un gruppo di donne che timidamente e a voce bassa hanno raccontato alle colleghe dei palpeggiamenti, delle gonne sollevate e degli assalti da parte dei tassisti. Priyadorshani, un’altra lavoratrice dello Sri Lanka presente in questa fabbrica, dice che il progetto l’ha aiutata a capire meglio le leggi e i regolamenti della Giordania che fanno riferimento alle molestie sul luogo di lavoro: “Noi siamo straniere, per cui non sappiamo molto di leggi, regole e procedure. Grazie al training, adesso ho un’idea migliore di come maneggiare la situazione se accade qualcosa.”

Rania Shanti fa notare che sebbene alcune leggi di rilievo esistano, gli interventi più efficaci sono le politiche create e adottate all’interno delle fabbriche, che riguardano tutte le forme di molestia sessuale. “Parte del training consiste nell’aiutare le fabbriche a creare il proprio modello di prevenzione delle molestie. Noi condividiamo il nostro, che loro possono adattare se lo desiderano. – spiega Rania – Questo ha un grande impatto sull’andamento della fabbrica, perché fornisce un alto senso di responsabilità: ora sentono che maneggiare la situazione spetta a loro e che possono prenderne il controllo.”

Sanil Kumar, uno dei dirigenti della compagnia, è d’accordo. “Il training ha aiutato i manager e i supervisori su questioni che non conoscevano prima, come certe forme di molestia sessuale e come prevenirle o maneggiarle. Seguendo i consigli del team “Lavoro Migliore” abbiamo sviluppato la nostra politica interna di prevenzione delle molestie in fabbrica, che è stata ratificata dalla direzione.” Anche i sindacati stanno provando a giocare un ruolo in questo senso, dice Mervat Abdel Kareem al-Jamhawi, del sindacato tessile: “Tentiamo di suscitare consapevolezza sulla questione con le operaie nelle fabbriche, ma il farlo comporta diverse sfide, quali le barriere culturali e linguistiche. E’ però definitivamente un’alta priorità, per noi, ed abbiamo bisogno di maggior sostegno dai progetti come “Lavoro Migliore” per condurre più programmi in una serie di fabbriche.”

“Lavoro Migliore” per la Giordania intende creare sistemi di riferimento indipendenti per le lavoratrici che subiscono molestie sessuali o che sono minacciate. Il progetto pilota sarà esteso a numerose altre fabbriche il prossimo anno; alcune di esse impiegano sino a 7.000 lavoratrici provenienti da otto differenti paesi. “Continueremo il nostro training.”, dice Rania Shanti, “Continueremo a diffondere il messaggio, in special modo alle lavoratrici migranti, dicendo loro che non sono vittime, non sono deboli: sono venute dallo Sri Lanka e dal Bangladesh e da altre parti del mondo a lavorare qui, sono donne forti per aver fatto questo. Hanno bisogno di sapere che è possibile intraprendere azioni. Se non vogliono parlare ai loro capi delle molestie sessuali, possono parlarne con noi.”

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Per quasi un mese, un gruppo di donne di diversa provenienza chiamato “Mettere in comunicazione le figlie” – http://www.connectingdaughters.com/ – ha viaggiato dal sud della Giordania sino in Palestina ed Israele, ospitato durante il cammino da altre donne: palestinesi, israeliane e beduine. Viaggiando a piedi, su cammelli e cavalli, su autobus e camion, le donne hanno seguito antichi tracciati dal 27 marzo al 21 aprile 2013, portando con sé il meno possibile ed onorando la Madre Terra in un “pellegrinaggio verde”. Il gruppo è sostenuto da vari uomini e due di essi, olandesi, le hanno seguite nel loro viaggio, filmando e documentando la storia. Le donne hanno viaggiato da Petra e Wadi Rum in Giordania e sono arrivate in Israele toccando molti luoghi, villaggi e montagne, luoghi ebrei e luoghi arabi, dal sud al nord e ritorno, passando per Neve Shalom.

(Ndt: l’Oasi della Pace fondata da Bruno Hussar nel 1970. Vedi http://www.neveshalom.org/ oppure in italiano http://www.oasidipace.org/ )

tappeto

Perché queste donne hanno deciso di fare le pellegrine? “Perché condividiamo un desiderio di pace. Siamo donne con diversi retroscena, veniamo dalla Giordania, dall’Olanda, dalla Palestina e da Israele. Durante i nostri viaggi incontriamo altre donne nelle loro comunità, sediamo insieme, fabbrichiamo vasi insieme, prepariamo cibo e tè insieme, ci scambiamo le nostre storie e le nostre danze.”

Tessere un nuovo racconto per terre martoriate da una guerra permanente è il loro scopo ultimo e sanno benissimo quanto lungo e difficile è un percorso con tale meta. Poiché sono attiviste pacifiste da tempo non stanno con le mani in mano: ma visto che c’erano hanno deciso di concretizzare questo nuovo racconto almeno a livello simbolico. Renderlo visibile, fare in modo che si potesse toccarlo… e così hanno tessuto il Tappeto della Pace e se lo sono portate dietro ovunque durante il pellegrinaggio: le donne che hanno incontrato nelle varie tappe sono intervenute aggiungendo al tappeto il loro contributo di ricami, stoffe, nastri, bottoni, colori, parole.

tappeto 2

Nel nostro progetto cerchiamo le somiglianze e celebriamo le differenze. E’ un progetto in cui le figlie delle bibliche Sara, Hagar e Ketura viaggiano insieme per mostrare al mondo che stare insieme è possibile, che fare la pace è possibile. Attraversiamo confini, culture, linguaggi, religioni, per trovare pace e costruire pace, dentro di noi e fuori di noi. Lavorando insieme alla decorazione del Tappeto della Pace abbiamo fatto in modo che riflettesse le nostre preghiere e il nostro potere.”

Marjon Bovens, olandese co-fondatrice del gruppo, ha lavorato come facilitatrice per tutta la vita, sempre cercando nuovi modi di portare attorno allo stesso tavolo, o di far sedere sullo stesso tappeto, persone che normalmente non si sarebbero mai incontrate. Da cinque anni ci prova in Israele e Palestina, con la collaborazione di Lana Nasser, danzatrice, scrittrice e ritualista giordana, e di donne israeliane e palestinesi come Tali, Diana, Ora, Dafna… “La pace è possibile. Le donne possono portarla ovunque. – sostiene Marjon – Gli uomini dovrebbero sostenerle, emularle e seguirle. Nel corso del nostro viaggio abbiamo invitato le donne che incontravamo ad unirsi a noi nel pellegrinaggio sino alla sua ultima tappa, Gerusalemme.” E così quelle che potevano hanno fatto, e il 21 aprile ce n’erano un bel po’ a distendere il Tappeto della Pace e a danzare e a cantare insieme: La mia casa sta dove sta il mio cuore, e il mio cuore è con te. Maria G. Di Rienzo

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A volte il diavolo fa le pentole e i coperchi. E riesce persino a cucinare. Mentre negli ultimi anni le relazioni fra Israele e mondo arabo sono nettamente peggiorate, una band heavy metal israeliana sta unendo migliaia di ebrei, musulmani, cristiani, agnostici ed atei attraverso il Medioriente. Tutti insieme appassionatamente, grazie ad Orphaned Land (Terra Orfana), i pionieri israeliani del “metallo pesante”, i cui fans pullulano in paesi come la Turchia, il Libano, la Siria, la Giordania, l’Arabia Saudita e l’Iran… nonostante in molti di essi la loro musica sia bandita. La comunità che si è formata attorno alla band è davvero consistente: basti dire che la loro pagina ufficiale su Facebook conta oltre 60.000 membri e ragazze e ragazzi da tutto il mondo la usano per postare messaggi, articoli, video e per parlare tra di loro.

La band incoraggia lo scambio ed il mutuo sostegno fra musicisti di diversa provenienza ed ha reso disponibile gratuitamente su internet il suo ultimo album per tutta una serie di paesi mediorientali e nordafricani, dove l’attenzione all’heavy metal è in crescita. Orphaned Land ha sempre collaborato con artisti musulmani ed arabi ed in quest’ultimo lavoro unisce le forze con l’Orchestra Araba di Nazareth e Zen Two, l’artista giordano che ha disegnato la copertina dell’album. Nel tour europeo 2012 erano accompagnati da una danzatrice libanese ed aprivano i concerti con gruppi di spalla turchi ed algerini: il primo tour heavy metal ebreo-musulmano della storia.

La realtà di scambio e relazione che Orphaned Land ha creato, il potere della musica nel trasformare persone rappresentate come inevitabilmente in conflitto in compagni che condividono una passione, e persino in amici, sono elementi sino ad ora sfuggiti ai politici e agli attivisti per la pace. I membri di Orphaned Land fondono il rock duro con gli strumenti, le melodie, i ritmi della tradizione mediorientale: nel far ciò, non solo entrano immediatamente in sintonia con la sensibilità artistica regionale esistente, ma dimostrano come ebrei di affondare le loro radici nella stessa acqua di vita che nutre palestinesi, arabi, musulmani, cristiani e quant’altro. E’ lo stesso battito del cuore per tutti noi. E’ la stessa danza sacra, che noi la si compia scuotendoci al suono di una chitarra elettrica o di un tamburo tradizionale. E ancora, l’attitudine di Orphaned Land ed il successo della stessa dimostrano almeno altre due cose: che globalizzazione non significa necessariamente erosione delle culture locali, e che tali culture non sono fossili ma possono e vogliono essere ricche di differenze e trasformazioni.

Il gruppo canta in inglese, arabo ed ebraico, e mette un po’ di peperoncino ai testi con frequenti citazioni dalla Torah, dal Vangelo e dal Corano: ovviamente c’è chi considera questo blasfemia, peccato mortale e assaggio d’inferno… ma in fin dei conti non stiamo parlando di rock, la musica del diavolo? La visione di spiritualità ecumenica che Orphaned Land trasmette è un altro facilitatore nella diffusione della sua musica, perché si connette alla sensibilità religiosa che è parte del moderno Medioriente. E i fans scrivono di continuo: “Conoscervi ha cambiato la mia vita, il modo in cui vedo gli altri, il modo in cui penso al conflitto, il modo in cui penso al cambiamento.” Credo che per un gruppo di artisti questo sia il trionfo più grande ed il segnale certo di star facendo le cose giuste, più dei premi che come “amici della pace” hanno raccolto in giro per il mondo o dei ritorni di vendite e concerti.

L’heavy metal non è “la mia tazza di tè”, per dirla all’inglese, ma la mia canzone preferita a 10 anni era “Sympathy for the Devil”… Cercate Orphaned Land su YouTube, ci sono un bel po’ di video. Non ve ne pentirete. Maria G. Di Rienzo

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Intervista a Rana Husseini (International Press Service, 23.3.2010 – trad. M.G. Di Rienzo)

Ogni giorno 13 donne vengono assassinate in “delitti d’onore” dai loro stessi parenti, racconta Rana Husseini, attivista per i diritti umani e giornalista che ha dedicato la sua carriera a combattere la barbarica e diffusa pratica. “Sto documentando i casi delle donne, le loro storie, il fatto che vivevano su questa terra e che qualcuno le ha private del diritto di vivere.”, ha detto Husseini a IPS.

Un delitto d’onore accade quando la famiglia ritiene che una parente femmina abbia macchiato la sua reputazione, dice ancora Husseini, di cui è uscito di recente il libro: “Assassinio in nome dell’onore”.

La persona scelta dalla famiglia per eseguire l’omicidio (usualmente un maschio: fratello, padre, cugino, zio paterno o marito) mette fine brutalmente alla vita della parente per ripulire la famiglia dalla “vergogna” che lei ha portato su di loro.”, scrive Husseini nel suo libro. La giornalista del “Jordan Times” ha raccolto le storie di donne in tutto il mondo uccise per aver masticato una chewing gum, per aver riso ad uno scherzo per strada, per aver avuto addosso dei cosmetici.

Secondo Husseini, i rapporti presentati alla Commissione NU per i Diritti Umani indicano che i delitti d’onore avvengono in Giordania, Pakistan, Bangladesh, Brasile, Ecuador, Egitto, Gran Bretagna, Territori Palestinesi, India, Israele, Pakistan, Marocco, Svezia, Turchia, Yemen, Uganda e Stati Uniti, fra gli altri. Non solo gli articoli di Husseini hanno destato l’attenzione pubblica locale ma, nel 2008, ella ha contributo a formare il “Comitato nazionale giordano per l’eliminazione dei cosiddetti delitti d’onore”. Il suo scopo ultimo è cambiare la legge giordana chiedendo maggiori sanzioni per i perpetratori di questi crimini.

Di seguito un estratto dell’intervista a Rana Husseini di Chryso D’Angelo, corrispondente per IPS.

Ci sono stati progressi nel fermare i delitti d’onore?

Rana Husseini: La Giordania è un vero buon esempio di progresso. Se guardo indietro, da dove ho cominciato ad oggi, ci sono stati cambiamenti enormi. Per esempio, nel 2009 c’è stato il primo tribunale speciale per processare uomini che avevano ucciso in nome dell’onore familiare. Per la prima volta, la corte ha rifiutato la richiesta di una famiglia di lasciar cadere le accuse. L’uomo è stato condannato a 15 anni di carcere. La società civile si è attivata ed il governo sta parlando di cambiare alcune leggi.

In che modo si è mosso il governo giordano?

R.H.: In Giordania, il lavoro è stato fatto a tutti i livelli, dalla famiglia reale all’opinione pubblica. La Regina Rania è stata molto chiara. Persino il Re Hussein è stato attivo nell’occuparsi della violenza domestica contro donne e bambini. Quando hai il leader di un paese che parla di questa questione è importante, ed è qualcosa che non vedi in molti altri paesi.

Testimoni un cambiamento nelle attitudini degli uomini?

R.H.: In passato, quando parlavo, gli uomini alzavano le mani e dicevano “Ucciderei mia sorella, e allora? Se lei avesse fatto qualcosa di male.” Ma ora gli uomini sono più aperti e più disposti a discutere. C’è un gruppo di attivisti giordani che sta portando in giro una piece teatrale da cinque anni. Alcuni personaggi sono uomini. La piece parla dei delitti d’onore e ferma la gente per strada per chiedere la loro opinione. E’ importante che gli uomini siano coinvolti.

I delitti d’onore non vengono perpetrati solo da uomini. Per esempio, tu hai descritto un delitto d’onore avvenuto a St. Louis nel 1989 che ha visto la collaborazione di un padre e di una madre. La madre teneva ferma la figlia mentre il padre la pugnalava a morte. Il suo crimine era di essere troppo “occidentalizzata”. Che ruolo giocano le donne nei delitti d’onore?

R.H.: Usualmente sono divise in due parti. La prima è quella di coloro che non possono dir nulla sulla questione: se si oppongono e parlano potrebbero essere uccise esse stesse. E questo è il modo in cui finiscono per diventare complici. Altre credono davvero che la donna in questione debba essere punita.

Ci sono ramificazioni sociali per un uomo o una donna che commetta un delitto d’onore?

R.H.: C’è l’ipocrisia della gente che spinge altre persone ad uccidere. Ho intervistato moltissimi assassini che mi hanno detto che era stato promesso loro del denaro se avessero ucciso, e invece poi le famiglie hanno voltato loro la schiena.

In un’intervista precedente hai detto che i delitti d’onore non sono un’istanza religiosa, ma culturale.

R.H.: Purtroppo molte persone pensano che questi delitti siano in relazione con l’Islam. Questi crimini avvengono in tutte le religioni. Ho riportato le storie di donne uccise in Giordania i cui membri familiari erano cristiani. In Italia, vi sono uomini che uccidono le loro parenti in nome dell’onore. Accade anche nella fede induista.

Perché hai scritto questo libro?

Voglio che sia un riferimento credibile ed una risorsa per chiunque cerchi informazioni sulla questione. Voglio anche suggerire delle soluzioni a persone che vorrebbero sapere come dare una mano.

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