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Trarre un film d’animazione da quel libro “cult” che è “Il Profeta” del libanese Gibran Kahlil Gibran

http://www.gibransprophetmovie.com/

è un’idea splendida: così come il tenere al centro della narrazione il fare esperienza della poesia a livello visivo. Dei 26 poemi originari 8 sono recitati nel film, ognuno illustrato da un diverso artista e accompagnato da un diverso tema musicale.

Un’altra idea geniale è stata rappresentare l’indovina Almitra, che nel libro “aveva creduto” nel poeta-profeta protagonista “sin dal primo giorno del suo arrivo”, come una bambina.

almitra

La creazione di quest’opera vanta molti nomi famosi, dalla produttrice Salma Hayek (il cui padre emigrò dal Libano in Messico) a Roger Allens, il regista de “Il Re Leone” e Joan Gratz, direttrice dell’animazione già vincitrice di un Oscar.

All’inizio del film, una nave arriva per riportare il prigioniero politico Mustafa alla sua terra dall’esilio fra le montagne, in cui è vissuto agli arresti domiciliari. “Il mio crimine? – spiega il prigioniero agli spettatori – La poesia.”

A Mustafa si chiede di rinunciare ai suoi versi e alle sue convinzioni, ma egli rifiuta anche se ciò gli costa l’essere incarcerato: storicamente, il ruolo “politico” della poesia nel contesto mediorientale è sempre stato forte e lo è ancora oggi. Nella casa in cui è prigioniero i suoi unici contatti sono Kamila, una vedova povera incaricata delle pulizie – a cui dà voce Salma Hayek – e la figlioletta di costei, Almitra (interpretata da Quvenzhané Wallis).

kamila e almitra

Quando una guardia si oppone dapprima al lasciar entrare la bambina nella casa, adducendo problemi di sicurezza, Kamila gli risponde ridendo “Giusto, lei è la leader della resistenza!” E la frase sembra prevedere il futuro, per il ruolo che Almitra avrà nel preservare il lavoro del poeta.

Nel momento in cui la incontriamo, la piccola Almitra non parla da due anni: è un silenzio di protesta per la morte di suo padre, dovuta agli scontri etnico-religiosi che piagano il paese e al pugno di ferro con cui i governanti li manovrano. Il retroscena è la Siria ottomana dei primi del ‘900, nella parte che oggi è il Libano, ovvero uno stato di polizia dominato da ufficiali musulmani turchi. Almitra ritroverà la voce per ispirare e confortare Mustafa e sebbene io riconosca il messaggio che ciò vuole dare sull’importanza delle relazioni umane, il fatto che la presenza o l’assenza della sua voce sia legata agli uomini nella sua vita è un po’ problematico.

Lo scenario non è privo di effettiva resistenza popolare, pacifica e simpaticamente maliziosa – il distrarre le guardie con i dolcetti, il brindare all’amore e alla libertà durante un matrimonio – e raramente sullo schermo la molteplicità dei popoli e delle culture arabe è rappresentata in modo così umano e sensibile.

Ciò detto, mi restano alcuni dubbi sulle scelte grafiche e di animazione relative alle donne. Già è difficile credere che uno stato oppressivo si preoccupi di fornire una domestica, Kamila, a un prigioniero politico: era proprio necessario farla camminare ondeggiando le anche come se dal mattino alla sera sfilasse in passerella? Ed era necessario che la maggioranza delle figure femminili per strada o al mercato, indossino o meno l’hijab, fosse dotata di vita sottilissima e seni strabordanti?

E’ un bel film, innovatore e ispiratore in molti sensi, è proprio un peccato che sui corpi delle donne non riesca a sfuggire agli irrealistici parametri disneyani / americani. Maria G. Di Rienzo

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