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Blu

(“Poem in Blue” – “Poesia in blu”, di Noriko Mizuta, poeta contemporanea nata nel 1937. Trad. Maria G. Di Rienzo. Noriko, oltre ad aver pubblicato 6 libri di poesie in giapponese, ha tradotto nella propria lingua i lavori di Sylvia Plath e Anne Sexton e una dozzina di saggi su letteratura, poesia e femminismo. E’ stata anche docente universitaria.)

noriko

Dove la memoria continua a svanire

cielo blu

Ruzzolando verso il campo, io seguo

Dove finisce il blu, potrebbe essere là il distante passato?

Dove il blu diventa vuoto

Un bianco nulla

o meglio ancora, una non-oscurità

Il cielo avvolge ogni cosa tutt’attorno

Un prato è degno di oblio

Da nessuna parte almeno un tanto di traccia

Io

inspiro quel ricordo sbiadito

insipido

blu

fading

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Steph Cha potrebbe essere, al momento, l’unica femminista coreana-americana autrice di gialli: ma sta riscuotendo successo e non è affatto una scrittrice di nicchia. Il mese scorso è uscito il terzo libro della sua serie che ha come protagonista l’investigatrice privata Juniper Song (“Dead Soon Enough”). Juniper condivide il retaggio etnico della sua creatrice, ha alle spalle un’irrisolta tragedia familiare e qualche illusione in frantumi e si muove fra le diverse comunità di immigrati e outsider a Los Angeles. Il ritratto della città che ne esce è ben diverso dall’ambientazione solita delle “detective stories” e assume particolari colorazioni umane, politiche e sociali.

steph

Di recente (agosto 2015), Steph ha concesso un’intervista a Ivy Pochoda del Los Angeles Times e ha detto alcune cose interessanti:

Cosa ti ha spinto a scrivere delle esperienze degli immigrati armeni e del genocidio armeno?

Due dei miei amici intimi sono armeni-americani, e mio marito ed io abbiamo avuto una lunga conversazione con loro sul genocidio durante un fine settimana sul lago Arrowhead. Il genocidio è accaduto un centinaio di anni fa, ma il governo turco non l’ha ancora riconosciuto ne’, per ragioni politiche che nulla hanno a che fare con verità o giustizia, è stato riconosciuto dagli Stati Uniti.

Io sono coreana-americana e sebbene sia nata ben dopo la seconda guerra mondiale e non abbia mai vissuto in Corea, ogni tanto mi arrabbio terribilmente per la negazione che il Giappone fa dei suoi crimini di guerra. Conosco questo sentimento di furia che corre nel sangue e credo che quella conversazione abbia tirato fuori qualcosa da me.

Più tardi, quando ho intervistato i miei amici sulle loro esperienze di vita in famiglie armene migranti, sono rimasta colpita dai parallelismi nel modo in cui siamo stati cresciuti: l’enfasi sull’istruzione e sulla famiglia, l’ossessione per il cibo, le nostre madri davvero esemplari.

Tu ti sei laureata alla Yale Law School e hai sposato un avvocato, pure gli avvocati non se la passano bene nei tuoi libri.

Sono tecnicamente un’avvocata, ma a dire il vero non pratico molto di questi tempi. Ho grande rispetto per la professione e penso sia davvero importante e carica di potere: forse è per questo che un paio di “cattivi” nei miei libri sono avvocati. Uno dei fili narrativi in “Dead Soon Enough” mi è stato ispirato dal caso dello studio legale Mayer Brown, che rappresentava un gruppo il cui scopo era costringere la città di Glendale a rimuovere una statua che onora le “donne di conforto” coreane.

statua glendale

Questa è la statua menzionata, dedicata alle “donne di conforto” e cioè alle vittime della schiavitù sessuale pro soldati giapponesi durante la seconda guerra mondiale. Accanto ad essa c’è una di loro, la sopravvissuta sudcoreana Lee Yong-soo. La statua è una replica di quella presente di fronte all’Ambasciata giapponese a Seul – Corea del Sud.

Ma non si è trattato solo di coreane: l’esercito imperiale giapponese ridusse in schiavitù sessuale donne cinesi, malesi, birmane, thailandesi, taiwanesi ecc. – in maggioranza provenienti dai paesi occupati dal Giappone – ed anche un piccolo numero di donne di origini europee.

O erano rapite direttamente dalle proprie case e villaggi, o erano ingannate dalle promesse di lavorare in fabbriche e ristoranti e cliniche ospedaliere: una volta in mano all’esercito, erano imprigionate nelle “stazioni di conforto” in paesi diversi dal loro. Molte di quelle che sono sopravvissute non sono tornate a casa. Temevano lo stigma che società e famiglia avrebbero posto su di loro, in quanto donne “usate”.

comfort women

Io ho visto due documentari e letto un bel numero di testimonianze al proposito. Una volta superato lo strazio – perché non c’è modo di evitarlo mentre emerge dalle parole, dagli sguardi, dalla memoria fisica di corpi femminili resistenti, piccoli, solidi, radianti che si contorcono al ricordo di quel che hanno subito – il “sentimento di furia” di cui Steph Cha parla è corso anche nel mio, di sangue. E non lo provavo solo per chi i crimini di guerra ha perpetrato e per chi i crimini di guerra li nega: era diretto, ed è diretto, a ogni connivente idiota che parla dell’inesistente “diritto umano a fare sesso”, intendendo sempre e comunque l’abuso dei corpi delle donne da parte degli uomini. Maria G. Di Rienzo

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(“Woman to Man”, di Ai Ogawa, nata Florence Anthony, 1947-2010. Trad. Maria G. Di Rienzo. L’Autrice cambiò legalmente il suo nome perché, nelle sue stesse parole, era nata da una “scandalosa relazione” che sua madre aveva avuto “con un uomo giapponese incontrato ad una fermata del tram”. Non lo conobbe mai. In giapponese il suo nome significa “Torrente d’amore”.)

ai

DA DONNA A UOMO

Il fulmine colpisce il tetto

spinge il coltello, l’oscurità,

in profondità nei muri.

Essi sanguinano luce dappertutto su di noi

e la tua faccia, il ventaglio, si ripiega,

così che io non veda quanto spaventato

sei dall’essere con me.

Noi non ci mescoliamo, neppure a letto,

dove continuiamo a finire.

Non c’è bisogno di nasconderlo:

tu sei neve, io sono carbone,

ho le cicatrici che lo provano.

Ma apri la bocca,

ti darò un assaggio di nero

che non dimenticherai.

Per un po’, lascerò che ti renda forte,

che faccia del tuo cuore un leone,

e poi lo prenderò indietro.

fulmine

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Entrare in un gruppo di idol-girls? Non è per niente la mia tazza di tè, ma una volta compiuti 80 anni, età minima per far parte delle KGB84, potrei farci un pensierino… e avere del tè decisamente favoloso. Il gruppo di cui parlo è composto da 33 nonne cantanti e danzatrici (la più anziana, Haru Yamashiro, ha 97 anni) provenienti dall’isola giapponese di Kohama. A luglio 2015 hanno appena terminato un tour del loro paese: ogni data ha visto il tutto esaurito.

nonne pop

“Quando ci hanno definite “idoli” per la prima volta pensavo che il termine indicasse qualcuno che aveva vissuto una lunga vita e si trovava ai cancelli del paradiso. – ha spiegato alla stampa Tomi Menaka, 92enne, mentre continuava a curare il suo orticello di erbe medicinali – Poi a Tokyo mi hanno spiegato che significa “intrattenitrici”, il che è stato un sollievo perché pensavo proprio di essere sul punto di andare in cielo. E sapete, non volevo andarci prima di aver visto Tokyo e Osaka, non c’ero mai stata.” Normalmente Menaka cammina aiutandosi con un bastone, letteralmente piegata in due, ma sul palco lo getta via e balla con gioioso abbandono al suono di musica tradizionale riverniciata in salsa pop.

“Ci siamo sentite come delle vere star a Tokyo. – ha aggiunto l’86enne Hideko Kedamori – Ogni persona nel pubblico aveva un grande sorriso e questo ci ha dato l’energia per cantare sino a consumarci il cuore. Siamo fortunate ad essere nate a Kohama, i nostri testi parlano dell’isola e della natura: balene nel mare che spruzzano acqua e delfini che fanno salti mortali.”

Quando non si esibiscono, non registrano i pezzi (hanno di recente firmato un contratto discografico) e non sono il soggetto di documentari, le nonne continuano a fare le loro cose di tutti i giorni, lavori agricoli e domestici, e poi amano sedersi tutte insieme “a spettegolare sulla vita”, racconta ancora Kedamori: “Se litighiamo, facciamo subito pace, proprio come quando eravamo bambine. Siamo insieme, abbiamo un solo cuore, come i moschettieri: Una per tutte e tutte per una.” Maria G. Di Rienzo

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walk a mile

“Walk a Mile in Her Shoes” (“Cammina un miglio nelle scarpe di lei”) è un’iniziativa nata da un’idea di Frank Baird che va avanti ormai da anni: gli uomini indossano scarpe femminili e camminano letteralmente per la distanza suddetta. La marcia è un modo per suscitare consapevolezza e una protesta contro violenza sessuale e domestica, durante la quale si raccolgono fondi per i centri antiviolenza e i rifugi per le donne in pericolo e così via.

Durante il 2014 queste marce si sono tenute in numerose città statunitensi, ma anche a Sofia in Bulgaria; a Dbayeh in Libano; a Lusaka in Zambia; a Launceston in Cornovaglia, a Port of Spain – St. George in Trinidad; a Camrose, Whitecourt, Brooks, Ottawa e Toronto in Canada, a Thokoza in Sudafrica; a Brisbane in Australia; a Ginowan – Okinawa, Giappone…

Spesso gli uomini partecipanti lasciano a memoria dell’iniziativa brevi poesie e riflessioni: ne ho usate alcune per legare insieme le immagini dei loro simili che usando il “mettiti nei suoi panni” protestano contro la violenza di genere in tutto il mondo. Gli scritti sono anonimi – ringrazio chi li ha creati e resi disponibili -, la traduzione è mia. Maria G. Di Rienzo

no a tutte le forme di violenza

Uomini afghani in burka, 2015

Lei non sa com’è sopravvissuta sino ad ora

da dove ha tirato fuori la volontà e la forza.

E tu non sai nulla guardandola,

nulla delle sue fatiche e delle sue difficoltà,

sino a che non fai un passo nel suo mondo,

e cammini nelle sue scarpe.

uomini turchi

Uomini turchi in gonna, 2015

Cammina un miglio nelle sue scarpe

e finirai per provare la sua malinconia.

Guarda il mondo attraverso i suoi occhi.

Come ti senti ad ascoltare tutte le bugie?

uomini kurdi

Uomini curdi in abiti femminili, 2014

Tutto quel che volevamo,

mettendo le sue scarpe,

era mostrarle che a noi importa,

che può alzarsi in piedi e non aver paura

e che non deve fingere di sorridere,

se il sorriso non è quel che ha dentro.

in her shoes 2013

Uomini statunitensi, 2013

Salta dentro le sue scarpe

Nuota nel suo oceano

Fai un passo

Cammina con lei

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Qualche giorno fa, un articolo sul quotidiano britannico The Guardian riportava la testimonianza di una bambina di 8 anni che ha appena fatto esperienza della prima molestia in strada. Mentre camminava mangiando un muffin un signore completamente sconosciuto si è sentito in dovere di metterla in guarda, perché il pasticcino “va diritto sui tuoi fianchi”. La bimba ha qualche nozione di biologia appresa a scuola: “No, non lo farà. – ha risposto serena al ficcanaso – Deve prima passare per il mio stomaco.”

muffin al cioccolato

La piccola è la mia eroina di oggi, ma l’aneddoto ha la funzione di mostrare quale sia l’ambiente che induce creature della sua età ad essere ossessionate da diete e peso e apparenza. Perché non si tratta solo dell’idiota per strada, com’è ovvio. Pubblicità, programmi televisivi, film, abbigliamento, giocattoli, pressione da parte degli adulti, pressione da parte del gruppo di coetanei, richiedono alle bambine di aderire a degli standard che definirebbero l’essere sexy. Sexy non significa “bella”, anche se i due termini tendono a sovrapporsi. Significa “appetibile sessualmente” (per gli uomini, in genere). Sto cercando un motivo decente e sensato per cui una decenne – o una bimba ancora più piccola – debba sentirsi obbligata a soddisfare il voyeurismo maschile, ma continua a sfuggirmi.

“Stiamo perdendo corpi con la stessa velocità con cui perdiamo linguaggi. – dice la psicoterapista Susie Orbach – Proprio come l’inglese è diventato la lingua franca del mondo, così il corpo bianco, “biondificato”, dal naso piccolo, dal petto prominente e dalle lunghe gambe sta sostituendo la grande varietà di corpi umani esistenti.”

La frase è tratta dal materiale che forma il documentario “The Illusionists” ed è la 35enne italiana Elena Rossini che lo sta girando. Ha ormai viaggiato in otto nazioni, per un totale di sette anni, attraversando America del Nord, Europa, Asia e Medioriente per registrare come il modello descritto da Orbach sia commercializzato su tutto il pianeta.

“Gli ideali di bellezza occidentali, o più esattamente gli ideali di bellezza occidentali creati dagli uomini, – ha detto Rossini in una recente intervista – si sono diffusi nel resto del mondo con la globalizzazione e ora sono considerati il modello a cui far riferimento anche in luoghi come l’India e il Giappone, e ciò ha conseguenze assai pericolose.”

Per fare un paio di esempi, se in Giappone il 30% delle ventenni sono in stato di denutrizione nel tentativo di diventare le immagini magrissime delle modelle che vedono nei magazine, in Libano circa una donna su tre si sottopone ad interventi di chirurgia plastica: perché nel paese, negli ultimi 15 anni, il concetto di “bellezza” è cambiato e adesso per essere “belle” devono assomigliare alle celebrità occidentali.

“Se domani le donne in tutto il mondo guardassero nello specchio e piacesse loro l’immagine che vedono riflessa, dovremmo riformare il capitalismo così come lo conosciamo. – dice sempre in “The Illusionists” Gail Dines, docente di sociologia, femminista e scrittrice – Se cancelli il disgusto di sé che le donne hanno, vedrai industrie su tutto il globo far bancarotta.” Che le donne detestino se stesse, aggiunge “è un modo per generare profitti astronomici che mantengono pochissime persone molto ricche.”

Ricordarsi – e ricordare al mondo – che siamo autorizzate e legittimate ad amare i nostri corpi per quello che sono, così come sono, non è semplice quando tutto attorno a noi dice il contrario. E se i documentari come “The Illusionists” stracciano il fondale per mostrare il ribollente oceano di danaro e di oppressione che sta dietro la cosiddetta bellezza fatta di deprivazione, chirurgia plastica e photoshop, fotografe come la statunitense Substantia Jones si dedicano da anni a celebrare i corpi più insultati che ci siano.

substantia 3

“Ho scoperto accidentalmente che ciò che troviamo spiacevole alla vista, quando la spiacevolezza è stata costruita dai media, può essere alterato dalla ripetuta esposizione positiva ad esso. Il mio progetto è in parte lavoro sull’immagine, in parte femminismo e in parte… andate a fanculo.” (Sottoscrivo tutte e tre le parti.) Dal 2007 la fotografa ha ritratto centinaia di donne di larghe proporzioni, una manciata di grossi uomini e circa quaranta coppie. Molte donne hanno posato senza veli.

“Non ogni persona accetta il posto che il suo corpo occupa sullo spettro delle normali variazioni umane. In parecchie sperimentano svergognamenti e spesso sperano e/o tentano di alterare i loro corpi affinché corrispondano ad un ideale più ristretto. Posare nude in questa situazione è una decisione importante. Perciò io non chiedo a nessuna di saltar fuori dalle proprie mutande: come in altri aspetti della vita, volontariamente è grandioso. Entusiasticamente, meglio ancora. Il mio scopo è incoraggiare la gente ad informarsi sulla politica dei corpi, a seguire la pista del profitto e a cercare informazioni scientifiche che non provengano dalla manipolazione dell’industria dietetica. Voglio che amino i loro corpi e che permettano ad altre persone di amare i propri. Perciò non ho nessun problema a difendere il mio progetto: promuovo il benessere delle persone aiutandole ad amare e ad avere cura del corpo che hanno oggi, invece di mettere a rischio la loro salute tentando di ottenere l’impossibile. Dormo fra due guanciali, a questo proposito.”

substantia 2

Ma se i suoi soggetti sono persino più deliziosi di un muffin, come potete vedere dai particolari di due sue foto che illustrano questo pezzo, non altrettanto si può dire di tutti i passanti quando decide di prendere foto in spazi aperti: “Mi hanno urlato contro, mi hanno cacciata via, minacciata di arresto, minacciata di cose peggiori dell’arresto, espulsa da un’isola e accusata di non rispettare il mio paese. Non è inusuale che una delle mie modelle mi senta dire: Ok, eccoli che arrivano. Lascia che sia io a parlare.” Maria G. Di Rienzo

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Una gentile lettrice mi ha chiesto perché non ho scritto nulla sulla versione cinematografica di “Cinquanta sfumature di grigio” e cosa penso della scena BDSM ecc. La prima risposta è che non essendo un servizio pubblico non mi sento in dovere di commentare tutte le notizie più “in” del momento. La seconda la darò al termine del paio di spiegazioni che seguono.

Innanzitutto, la situazione descritta nel film e la scena BDSM non coincidono. Manca l’elemento fondamentale di quest’ultima, il consenso. Top e bottom, dominatore/dominatrice e sottomesso/a, si accordano sempre sullo scenario in cui reciteranno le loro parti e nella maggioranza dei casi concordano una parola chiave per la sicurezza (“safe word”) che chi subisce userà in caso la recita si stia spingendo oltre quello che lui/lei vuole. Personaggi pubblici della scena BDSM stanno ripetendo in questi giorni in una varietà di lingue, per chi li vuole ascoltare, che con le cinquanta sfumature di abuso loro non hanno nulla a che fare: safe, sane, consensual è il loro motto, e cioè quel che fanno risponde a criteri di sicurezza, salute e consenso.

Rose di DogaYonv

Una di essi, Samantha Field, racconta di essere stata fidanzata con un tipo come Grey per tre anni, tre anni di “abuso verbale, fisico e sessuale”: “Ruppe il nostro fidanzamento tre mesi prima del matrimonio. La sua sola spiegazione fu che non poteva fidarsi del fatto che sarei stata adeguatamente sottomessa. Ero stata orgogliosa, avevo avuto un’aria di sfida, gli avevo disobbedito in mesi recenti e a causa di ciò lui non mi avrebbe conferito il titolo di “moglie”. Nella sottocultura religiosa alla quale appartenevamo entrambi io avevo commesso un grave peccato quando gli avevo detto che non poteva più trattarmi così male: secondo il punto di vista della maggioranza dei miei amici e delle nostre guide, meritavo di essere scaricata.

Perciò, ieri sera, quando ho visto Christian Grey colpire Anastasia Steele per aver espresso frustrazione dopo che lui aveva rubato la sua automobile e gliel’aveva venduta sotto il naso io mi sono sentita Anastasia Steele. Ho trovato allarmante che il film si sovrapponesse alla mia esperienza d’abuso e il modo in cui il pubblico è condizionato ad accettare Christian come “un romantico”. Quale membro della comunità BDSM ero orripilata e nauseata da quello che mi veniva mostrato. Ma mentre sedevo al cinema fra un centinaio di altre donne ero ancora più orripilata dal fatto che stavamo tutte prendendo lezioni per l’abuso.

Quando lui arriva dove lei lavora, dove averla incontrata una sola volta e senza sapere nulla di lei eccetto il suo nome e la scuola che frequenta, non è disturbante che agisca da stalker: è dolce, si sta interessando a lei.

Quando lei si sveglia in un letto estraneo, con addosso abiti che non ha scelto, non è una clamorosa violazione dei limiti: mostra solo che lui è premuroso.

Quando lei rigetta l’offerta di essergli sottomessa, non è disturbante che lui irrompa nel suo appartamento: lo fa perché la desidera moltissimo – e ha persino portato del vino.

Il pericolo in “Cinquanta sfumature di grigio” è che fa quel che chi abusa fa: indurci a pensare che l’abuso sia normale.”

E non è per nulla nuovo. E’ quel che fa l’intera serie di “Twilight”. E’ quel che fanno un buon numero di manga giapponesi e drama coreani. Molti di tali prodotti condividono questo tipo di narrativa: lei è una fanciulla innocente e pura, dal cuore limpido, che si innamora di un uomo incredibilmente attraente (de gustibus) e più spesso che no ricco sfondato. Quelle rare volte in cui si accorge di lei, lui la tratta come immondizia, la umilia, la aggredisce verbalmente e fisicamente, può persino rapirla, forzarla ad abbracci e baci, e distruggere le sue cose (Boys over Flowers: che si apre con un tentativo di suicidio causato dal bullismo dell’incredibilmente attraente e dei suoi compari).

Tuttavia, lei lo ama: perciò non denuncia quest’emerito stronzo, ma continua a saltellargli intorno e a mostrargli solo sorrisi e gentilezza sino a che il gelido cuore dell’uomo si scioglie e lui si innamora di lei. Nell’ultima puntata la loro relazione è ufficiale (sovente si sposano) e il tutto si chiude sulla convinzione che vivranno il resto delle loro vite felici e contenti.

Cioè, noi raccontiamo alle ragazzine – che sono le principali fruitrici di prodotti del genere – che non importa quanto da schifo un uomo le tratti, non importa se le degrada e abusa di loro, perché basta continuare ad essere pazienti e dolci e lui cambierà. MA NON E’ VERO.

Nella vita reale, uno dei modi più comuni con cui il compagno/fidanzato/marito violento trattiene la donna nella relazione d’abuso è l’assicurarle che le cose “cambieranno”, sino a che la vittima interiorizza il convincimento di essere la sola ad avere il potere e la responsabilità di metter fine alle violenze essendo carina, obbediente, comprensiva, mielosa, più attraente, eccetera. MA NON E’ VERO.

L’abuso domestico tende a crescere proprio perché chi lo commette pensa di non avere alcuna responsabilità al proposito. Come Grey, “non può farci nulla” e tu puoi prenderlo – e basta, lasciarlo è un’altra decisione che non spetta a te, perché tutte le decisioni spettano a lui. Non c’è niente che la vittima possa fare per cambiare chi abusa di lei. E nessuna relazione sana comincia con lo stalking, il furto o la manomissione di una proprietà privata, il rapimento, le umiliazioni, le molestie, le minacce e la costrizione. Normalizzare questo è tossico per le menti di ragazze e ragazzi e incredibilmente pericoloso per chi si trova già in una relazione violenta.

Perciò, cara lettrice, questa è la mia seconda risposta: io non compro aria fritta in assoluto, ma meno ancora quando puzza di marcio. Maria G. Di Rienzo

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la svastica sul sole

E’ un adattamento televisivo in quattro puntate, “si ispira a”: vediamo di non metterci a strillare “Hanno saltato pagina 32!” – come fece un fan di Tolkien al cinema dopo i primi minuti de “La Compagnia dell’Anello”… inoltre, ragazze/i, è l’adattamento di un libro di Philip K. Dick (“The Man in the High Castle” – “La svastica sul sole”) complesso e intrigante, in cui non osavo sperare.

E’ inevitabile, sul piccolo e grande schermo, che i lavori letterari siano interpretati per rispondere ad un media diverso e risultino quindi differenti dagli originali: per quanto riguarda Dick, il mitico “Blade Runner” è e non è “Do Androids Dream of Electric Sheep?”; se “A Scanner Darkly – Un oscuro scrutare” ha poche discrepanze con il romanzo, “Rapporto di minoranza – Minority Report” prende a prestito un’idea e racconta tutt’altra storia.

Ma eccoci a “La svastica sul sole”: la prima puntata è uscita il 15 gennaio, l’ho vista e la promuovo senza esitazioni soprattutto per la minuziosa, squisita, attenzione ai dettagli. La realtà alternativa, in cui i nazisti hanno vinto la II guerra mondiale e si sono spartiti il territorio statunitense con il Giappone è resa a livello visivo in modo assai credibile e coinvolgente (e non era facile).

Nel 1962 alternativo le camicie nere controllano le strade di New York, su quelle di San Francisco sono all’opera i poliziotti giapponesi; la tv mostra di continuo nazisti in uniforme nei telegiornali e nei programmi di intrattenimento; le vie cittadine sono un tripudio di svastiche e poster di Hitler; gli ospedali eliminano e cremano disabili e malati terminali: le loro ceneri al vento cadono sulle fatalistiche scrollate di spalle degli altri cittadini. La popolazione americana sembra infatti acquiescente e rassegnata, dopotutto il nazismo ha portato la crescita economica (suona qualche campanello?), ma ovviamente c’è un gruppo di “resistenti” che non si rassegna alla scomparsa dei diritti civili e al pugno di ferro con cui la cittadinanza è governata/controllata.

Nel mentre seguiamo i protagonisti e i loro contatti, fortuiti o voluti, con la resistenza, capiamo come essi si intrecciano alle grandi manovre in atto fra le due potenze alleate ma non leali l’una all’altra – e come forse finiranno per determinarne l’esito: i giapponesi temono che con la morte dell’anziano Hitler, stimata per prossima (nel telefilm si dice che abbia il morbo di Parkinson, non so se ricordo male ma nel libro mi pare avesse la sifilide), il fragile equilibrio sarà spezzato dalle mire degli altri gerarchi e vi sarà di nuovo guerra…

Notevole anche, in questa prima puntata, che l’unico personaggio femminile degno di rilievo nel romanzo, dove assumeva gradatamente un ruolo di spicco, sia qui invece il motore della storia sin dall’inizio.

Nel libro era istruttrice di judo, nel telefilm pratica l'aikido

Nel libro era istruttrice di judo, nel telefilm pratica l’aikido

Juliana, compagna di un ebreo in incognito che teme costantemente per la propria vita, viene in possesso tramite la sua sorellastra Trudy di un filmato che sembra vero, un documentario, in cui fra immagini di Winston Churchill e di soldati che tornano dal fronte si dice che i nazisti la II guerra mondiale l’hanno persa! Trudy, uccisa subito dopo dalla polizia giapponese che la stava braccando, lascia assieme al filmato delle indicazioni per un incontro, e Juliana le segue prendendo il suo posto. Ma quando si imbatte in quello che per tutta la puntata è stato raffigurato come un neofita della resistenza, noi spettatori lo vediamo fare con discrezione una telefonata rassicurante al capo della polizia nazista… e aspettiamo la puntata numero 2 mangiucchiandoci le unghie. Maria G. Di Rienzo

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Oggi Marcela Loaiza, colombiana, ha 35 anni ed è nota come attivista che dirige un’ong contro il traffico di esseri umani. Quando ne aveva 21 era una ragazza madre con una bimba di 3 anni e mezzo, e per mantenere se stessa e la figlia lavorava come cassiera di giorno e come ballerina in un club di sera.

marcela

“Al club un uomo mi si presentò come talent scout che cercava danzatrici disposte a lavorare all’estero. Io non accettai l’offerta ma presi il suo biglietto da visita. Qualche settimana dopo, la mia bimba ebbe un attacco di asma e io restai con lei in ospedale per due giorni mentre si riprendeva: ma non era previsto io potessi prendere permessi dai miei due impieghi, così li perdetti entrambi. Ero disperata. Non avevo i soldi per saldare il conto dell’ospedale. Mi misi in contatto con quell’uomo e lui si offrì di pagare per le cure di mia figlia. Mi disse anche che se volevo potevo essere una danzatrice professionista in Giappone e che il lavoro era assai remunerativo. Io pensai che avrei potuto finalmente provvedere alla mia bambina, e magari comprare una casa per mia madre, che era il mio sogno. Lasciai la piccola a lei e partii.”

Arrivata a Tokyo, Marcela fu accolta dai magnaccia della yakuza (mafia giapponese): costoro le sequestrarono il passaporto e la informarono che il suo debito nei loro confronti ammontava a 50.000 dollari. Una volta che lo avesse pagato, era libera di andarsene. Se ne fosse andata prima, o comunque senza il loro consenso, sua madre e sua figlia in Colombia non se la sarebbero passata bene.

“Mi diedero una parrucca bionda e lenti a contatto celesti. Mi prostituivo per strada, cambiando posto ogni dieci giorni circa. A volte mi prostituivo nei centri per massaggi. Un magnaccia era sempre nei paraggi a controllare quanto guadagnavo. Dividevo un appartamento con altre donne che lavoravano come prostitute per la mafia. Venivano dalle Filippine, dalla Russia, dal Venezuela, dalla Corea, dalla Cina, dal Perù e dal Messico. La casa aveva tre camere da letto e 6/7 di noi per camera. Dormivamo in sacchi a pelo o su materassi per terra. I nostri pasti erano fatti di tonno in scatola, uova bollite, riso e bibite energetiche. Non avevamo il diritto di parlare, di scegliere, di avere un’opinione. E poi ti facevano una specie di lavaggio del cervello: continuavano a ripeterti che quello era il prezzo da pagare per muoversi in avanti, era il sacrificio che dovevi fare per migliorare la tua esistenza.”

human trafficking

La vita da prostituta di Marcela è talmente sana che, dopo un anno e mezzo, è ridotta quasi senza capelli e con i denti che le cadono; ancora non lo sa, ma è diventata anche anemica: “Per 18 mesi ho lavorato giorno e notte, avevo dai 14 ai 20 clienti al giorno, sette giorni fu sette. A questo punto ero certa di aver ripagato quei 50.000 dollari e così cominciai a pensare di fuggire. Ho parlato con uno dei miei clienti, uno di quelli assidui: gli dissi che ero stata raggirata, rapita e intrappolata. Lui non voleva credermi. Mi rispose che ero lì perché volevo esserci, perché mi piaceva. Mi ci è voluta un’eternità per convincerlo del contrario, ma infine mi ha aiutata a scappare. Mi lasciò un cambio d’abiti e una parrucca nel bagno di un McDonald’s e non appena fui travestita mi aiutò a prendere il treno per raggiungere l’ambasciata colombiana a Tokyo. Quando ci arrivai piangevo senza riuscire a controllarmi. Ero terrorizzata all’idea che i magnaccia mi avessero seguita. Continuavo a ripetere fra i singhiozzi: Sono una prostituta, sono una prostituta… e il Console mi abbracciò e mi disse: Sei una vittima del traffico di esseri umani. Era la prima volta che sentivo quella definizione.”

La simpatia per Marcela, però, finì lì. Una volta tornata nel suo paese non le furono fornite l’assistenza medica e psicologica di cui aveva bisogno per guarire, e che le erano state promesse. “Ero traumatizzata. Non riuscivo a parlare con nessuno, mi vergognavo troppo. Mi sentivo disgustosa e colpevole per aver accettato di andare in Giappone. Volevo suicidarmi. A mia madre c’è voluto un bel po’ di tempo per capire cos’era accaduto davvero. Ho passato tre anni in terapia e la svolta è accaduta quando ho messo per iscritto i miei sentimenti. Ho pubblicato due libri sulla mia esperienza, per aiutare altre donne che sono state trafficate. Molte donne e ragazze in Colombia sono vulnerabili per via dell’alto tasso di disoccupazione e per la mancanza di istruzione. Lo stato non sta aiutando le sopravvissute come dovrebbe. Adesso io sono sposata e ho altri due bambini. La mia intera famiglia sostiene il mio lavoro di attivista contro il traffico di esseri umani: il mio scopo è mostrare che questo accade davvero, accade a persone vere, a persone che conoscete. Non mollerò mai. E’ importante che la verità sia conosciuta, perché parte del problema è proprio il silenzio.” Maria G. Di Rienzo

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kintsugi di akimaro

21 giugno, Solstizio d’estate. Che facciamo, sorella?

Aprite le finestre, è tempo di lasciar entrare il Sole: questo è il giorno dell’anno in cui vi sono più ore di luce.

Accendete un falò e danzatevi attorno, donne ed uomini fanno questo al Solstizio da secoli.

Piantate un seme, piantate un albero: tradizionalmente ci troviamo alla metà esatta della stagione che va dalla semina al raccolto, quale momento migliore per onorare la Terra?

State all’aperto, in un parco, in un giardino, lungo un fiume, o solo in terrazza fra vasi di fiori, se non potete fare altrimenti, e ascoltate i canti degli uccelli, leggete un libro, sognate ad occhi aperti.

Inoltre, le credenze popolari dicono che se camminate a piedi scalzi sulla rugiada, in questo giorno, la vostra pelle guarirà dalle screpolature o sarà fortificata contro di esse. Ma… su screpolature, incisioni, ferite, ho qualcos’altro da dirvi. Date un’occhiata a questi oggetti.

oro

ciotola

Sono stati riparati secondo una tecnica giapponese chiamata kintsugi (unione con l’oro) o kintsukuroi (restauro con l’oro). La ceramica a pezzi presenta, dopo la saldatura effettuata appunto con oro liquido – ma anche argento o platino liquidi – una rete di linee dorate, unica, irripetibile, preziosa.

La frattura del vaso diventa parte della sua storia, anziché qualcosa da occultare. Il vaso non dev’essere gettato via perché rotto. L’oro delle sue ferite lo rende persino “speciale”. Vi viene in mente qualche paragone, con le vicissitudini dell’esistenza, vostre o altrui? State pensando a qualcuna/qualcuno andata simbolicamente in frantumi, a voi stesse/i?

Permettete al Sole del Solstizio di splendere sull’oro che tiene insieme i vostri pezzi, i pezzi altrui. Avere una storia è bellezza. Anche una storia triste, perché anch’essa ha fatto di voi quel che siete. La filosofia che sta dietro alle ciotole rimesse insieme con l’oro stima l’autenticità più della “perfezione”: dice che asimmetria e irregolarità sono naturali, vere e belle.

Voi siete belle/i, segnati da lunghe linee d’oro che si intersecano.

Voi siete forti, perché la vostra forza è scaturita da fratture, ferite e cicatrici, “e dai graffi che vi hanno procurato le fronde mentre attraversavate una profonda, oscura foresta” (Terri Windling).

E’ il Solstizio. Uscite fiere e fieri alla luce, mio popolo d’oro.

Maria G. Di Rienzo

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