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L’uomo di quarant’anni massacrato di botte su un autobus a Genova, il 14 luglio scorso, perché creduto omosessuale da un gruppo di giovani (maschi e femmine) è ancora grave. Gli inquirenti hanno però rintracciato l’autista di cui la vittima, prima dell’aggravarsi dell’ematoma cerebrale, della conseguente operazione e del coma farmacologico, aveva detto: “Sono riuscito a rialzarmi, lo chiamavo ma lui faceva finta di niente.”

Raggiunto dall’avviso di garanzia per favoreggiamento (in un tentato omicidio) Simone Furfaro, il 33enne guidatore dell’autobus, ha commentato: “Io non ho visto nulla e sapete una cosa? Mio nonno mi ha insegnato che nella vita è meglio farsi i fatti propri.”

Anche mia nonna era di questo avviso. Però io credo di averlo inteso correttamente, a differenza del signor Furfaro e del branco di picchiatori.

Come una persona a me estranea si veste, parla, si muove; se risponde o meno agli attuali criteri di “avvenenza”; se appartiene ad un gruppo etnico / sociale diverso dal mio: qualsiasi cosa io pensi al proposito sono tenuta a farmi gli affari miei, e cioè a non sbattere in faccia a questa persona le mie valutazioni sul suo conto. Mi faccio gli affari miei per educazione, per mancanza di conoscenza (di una persona sconosciuta posso dire solo quanto le sue azioni, non il suo “look”, rivelano), per consapevolezza del limite che devo osservare nell’interazione con un altro essere umano e che si chiama rispetto.

Personalmente, mi faccio gli affari miei anche perché le mie opinioni su quale atteggiamento / aspetto un individuo sarebbe tenuto a mostrare agli altri differiscono notevolmente dalla vulgata popolare. Io non credo che gli altri esseri umani esistano per soddisfare le mie preferenze, per servire da “sfogatoio” ai miei malumori o per essere utilizzate da me a guisa di oggetti. Non credo di essere legittimata ad invadere la loro sfera personale. Non credo che la loro presenza in uno spazio pubblico equivalga a sfilare su una passerella per ricevere giudizi, ne’ che la loro presenza in uno spazio pubblico provochi / inciti / giustifichi qualsiasi atto compiuto nei loro confronti. Non credo che nella comunità umana dovrebbero sussistere gerarchie di “valore” grazie alle quali negare diritti e rendere arduo l’accesso alle risorse a gruppi dei suoi membri o a singoli individui.

Perciò, farmi gli affari miei prende la forma dell’ahimsa – il non nuocere di gandhiana memoria che incorpora nel proprio significato originario il non avere ne’ il desiderio ne’ la volontà di infliggere nocumento a qualcuno.

Quindi, se vedo una persona cadere, farmi i fatti miei mi impedisce di aiutarla a rialzarsi? Ovviamente no. Se qualcuno che sta male o è in pericolo mi chiede aiuto, farmi i fatti miei mi impedisce di chiamare un’ambulanza, la polizia, i vigili? Ovviamente no. Il senso di dover umanamente soccorrere i miei simili (e le altre creature viventi) che si trovino in uno stato di sofferenza fa parte della consapevolezza del MIO limite: io sopravvivo perché faccio parte di una rete di viventi e la nostra sopravvivenza collettiva dipende da quanto siamo disposti e capaci di prenderci cura l’uno dell’altro. Per voi che leggete, e per l’autista dell’autobus di Genova, le cose non vanno in modo diverso.

Se poi mi trovo in una situazione in cui rivesto un qualche grado di autorevolezza e ho la responsabilità della sicurezza di altre persone – sto tenendo un seminario, sto organizzando il lavoro dei colleghi in fabbrica, sto insegnando a una classe di bambini, sto appunto guidando un autobus – intervenire per salvaguardare la loro incolumità è mio dovere. Intervenire – se ha visto quel che accadeva – era suo dovere, signor Furfaro. Quello stesso dovere che centinaia di altre persone esercitano nei suoi confronti ogni giorno per garantire la sua sicurezza: quando sale su un treno, quando va al ristorante o al cinema, quando pedala in bicicletta, quando (ma le auguro non sia accaduto e non accada in futuro) va al Pronto Soccorso o in ospedale per farsi curare… persone che si fanno i fatti suoi pretendendo il rispetto di leggi e protocolli che tutelano la sua vita.

Ci ripensi, agli insegnamenti del nonno. Potrebbero non essere quell’inno al menefreghismo e all’insensibilità per cui lei li ha presi. Maria G. Di Rienzo

compassion

“La nostra umana compassione ci lega l’uno all’altro, non per pietà o paternalismo, ma come esseri umani che hanno imparato a trasformare la comune sofferenza in speranza per il futuro.” Nelson Mandela

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tramonto

Come una consolazione sul cuore di una tristezza

il tramonto pende da una nuvola;

una bufera dorata di fasci scintillanti,

di bionde e fragili e fluttuanti foglie

il vento selvaggio soffia in una nuvola.

sarojini naidu

(“Canzone d’autunno” di Sarojini Chattopadhyay Naidu, 1879 – 1947: poeta, attivista chiave del movimento nonviolento gandhiano per la liberazione dell’India, donna politica. In patria è conosciuta come “L’usignolo dell’India”. La traduzione è mia.)

Io vi lascio per qualche giorno. Tornerò assieme al vento. Maria G. Di Rienzo

sono fuori

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(“Women and poverty: the hidden face of violence with social consent”, estratto della lezione su Gandhi e nonviolenza tenuta da Ela Ramesh Bhatt, alla McMaster University in Canada, il 17 ottobre 2013. Trad. Maria G. Di Rienzo. Bhatt, avvocata indiana nata nel 1933, lavora con i movimenti delle donne, sindacali e cooperativi a livello internazionale; è la fondatrice di Sewa – Self-Employed Women’s Association of India.)ela bhatt(…) Fra i poveri, ci sono più donne che uomini, e il loro sfruttamento è più intenso e di maggior durata. Le donne sono i bersagli più frequenti e più diretti della violenza nascosta nella società e nell’economia. Pure, nella mia esperienza, le donne povere sono anche la forza più potente e pacifica per affrontare la povertà. Ancora più importante, le donne sono maggiormente inclini a non rispondere alla violenza con la violenza, ma con azioni che sono nonviolente, inclusive e mutualmente benefiche. Perciò, negli ultimi quarant’anni, mentre lavoravo con le donne di Sewa, ho sviluppato una grande fiducia nella guida delle donne povere per costruire una società nonviolenta e prospera. Lasciate che vi parli della nostra esperienza.

La “Self-Employed Women’s Association” è un sindacato di donne povere che lavorano in proprio in India. Ci siamo riunite a formare un sindacato per fermare lo sfruttamento economico; abbiamo formato la nostra banca cooperativa per costruire patrimonio, tirar fuori risorse e migliorare la qualità materiale della vita. Abbiamo messo in piedi cooperative di commercio con donne agricoltrici ed artigiane; abbiamo costruito una rete di sicurezza sociale per i nostri bisogni relativi a maternità, salute ed assicurazione sulla vita. Sewa è forte di oltre un milione e settecentomila donne.

Ci siamo messe insieme non in opposizione a qualcuno, ma per sostenerci l’un l’altra. Il nostro scopo è il benessere della donna povera, la sua famiglia, il suo lavoro, la sua comunità e il mondo in cui tutti viviamo. Cerchiamo l’autosufficienza e la libertà. O, come la chiamò Gandhi, “swaraj”. Ma il Mahatma Gandhi disse pure che “swaraj”, o la libertà, non può essere data: si genera all’interno del sé. Un po’ di pensiero “irregolare” ci ha permesso di trovare un approccio che guarda a ciò di cui i poveri sono ricchi: il loro grande numero. Le mie sorelle di Sewa me lo ricordano invariabilmente: Siamo povere, ma siamo così tante! La loro consapevolezza della forza collettiva ci ha permesso di concentrarci su capacità generalmente non riconosciute, abilità non utilizzate e assetti non monetari. Il nostro modo è usare il lavoro – un lavoro significativo e decente – per costruire vite e comunità.

Nel settore dell’economia formale, l’impiego è creato tramite la creazione di professioni dalle ditte, e questo impiego è in genere regolare, a tempo pieno, protetto, con una relazione chiara fra datore di lavoro e lavoratore. Tuttavia, nel settore dell’economia informale, non ci sono “professioni”. L’impiego è una combinazione di lavoro in proprio, alcuni lavori a stipendio, alcuni lavori casuali, o lavoro part-time con una varietà di condizioni di impiego. In ogni momento, una persona povera può lavorare per un diverso numero di datori di lavoro. Per esempio, una bracciante può lavorare anche come tessitrice e costruttrice di ceste; o una contadina che ha anche bestiame può essere una produttrice di latte; o una lavoratrice edile può tornare a casa e fabbricare bidis (sigarette) con la sua famiglia la sera.

A volte il lavoro è stagionale. Una che raccoglie sale può essere una bracciante durante la stagione dei monsoni, o una che raccoglie stracci può fabbricare aquiloni durante il festival degli aquiloni. Forme multiple di lavoro sono la norma fra i poveri che lavorano, e questa distribuzione del rischio è la chiave della loro sopravvivenza. Sebbene maneggiare diversi tipi di lavoro abbia le sue difficoltà, riduce il rischio, e fornisce l’opportunità di riarrangiare lavoro e vita a seconda delle circostanze. Creare impiego non significa creare professioni nel settore formale, ma rafforzare i lavoratori e i produttori che già lavorano nel settore informale affinché sconfiggano gli impedimenti strutturali ed entrino nei mercati a massimizzare il loro potenziale. Non occorre dirlo, impedimenti e mercati come creati dalla società lasciano che i poveri restino poveri.

Poiché siamo un sindacato, il nostro fondamento è vedere i poveri come lavoratori e produttori, anziché solo come gente senza introiti e vulnerabile. La prima istanza strutturale è il loro posto nell’economia. Dove si inseriscono? Qual è il loro contributo all’economia e cosa ricevono dall’economia? Quali sono le barriere economiche che fronteggiano?

Le nostre strutture economiche sono strettamente connesse alle strutture sociali. Le barriere, per esempio, sono strettamente connesse al genere, alla casta e alla classe. Inoltre, bisogni sociali come salute, cura dei bambini, istruzione e casa sono tutti legali alle capacità economiche, ma anche al provvedere sicurezza sociale da parte dello stato. Perciò, le strutture del mercato e dello stato hanno la capacità di determinare sia la povertà sia il benessere delle persone.

La natura inter-relazionale di tali strutture emerge in piena forza nel nostro lavoro quotidiano. Nelle aree rurali aride, per esempio, la fornitura di acqua è strettamente legata alla capacità delle donne di entrare nel mercato del lavoro, per cui quando tentiamo di intervenire per collegare le ricamatrici con i mercati, scopriamo che dobbiamo anche occuparci della questione dell’acqua potabile con il “Gujarat Water Board” e che dobbiamo disegnare schemi migliori per l’acqua potabile e le donne. Allo stesso modo, mentre organizzavamo le donne impiegate nella lavorazione delle piante di tabacco, ci siamo trovate davanti la necessità di occuparci dei loro bambini, che altrimenti avrebbero passato la giornata nei laboratori, respirando polvere di tabacco mentre le loro madri lavoravano.

La Banca di Sewa è una delle pioniere del microcredito. Molto presto, però, abbiamo scoperto che se non aiutavamo i piccoli imprenditori a interagire con mercati e politiche che cambiano, non potevamo aspettarci che i prestiti funzionassero come riduzione della povertà. Poiché le strutture economiche e sociali sono così interconnesse, le soluzioni devono essere integrate. Ciò significa che non c’è alcuna formula per la riduzione della povertà; piuttosto dev’essere un approccio che tenga conto degli svariati fattori economici e sociali che causano e perpetuano la povertà. Per cui, l’approccio di Sewa è integrato, comprensivo di molteplici approcci, dove vari input sono necessari non uno dopo l’altro ma simultaneamente. La nostra strategia per la riduzione della povertà è un’azione combinata di lotta e sviluppo. Noi crediamo fermamente che l’identificazione delle barriere e dei pregiudizi strutturali nascosti deve venire dalle stesse donne povere: essenzialmente, in se stesso questo processo dà loro potere.

In Sewa ci siamo riunite come lavoratrici e produttrici. Crediamo che il lavoro produttivo sia un filo che tesse insieme dapprima la famiglia, e poi persino la società. Quando hai lavoro, non solo pensi al futuro, ma puoi pianificare per il futuro. Puoi costruire assetti che riducono la tua vulnerabilità. Puoi investire nella prossima generazione. La vita non è più questione di mera sopravvivenza, ma riguarda l’investire in un futuro migliore. Il lavoro costruisce la pace, perché il lavoro dà radici alle persone, costruisce comunità, e dà significato e dignità alla vita di una persona.

Nella mia esperienza, le donne sono la chiave per costruire una comunità. Concentratevi sulle donne e loro faranno crescere radici per le loro famiglie, e lavoreranno per formare una comunità stabile. In una donna, noi abbiamo una lavoratrice, una provveditrice, una curatrice, un’istruttrice e una creatrice di reti. Forgia legami: crea e preserva. Io considero la partecipazione e la rappresentanza delle donne una parte integrale del processo di sviluppo. Le donne portano al mondo soluzioni costruttive, creative e sostenibili.

Basandomi sempre sulla mia esperienza con le lavoratrici povere in India, direi che un’economia ben integrata con la società è quella che risponde ai sei bisogni primari di un essere umano nel raggio di 100 miglia. Io lo chiamo il “principio 100 miglia”. (1) Se cibo, riparo, vestiario, istruzione primaria, assistenza sanitaria primaria e funzioni bancarie primarie, sono prodotti e consumati localmente, avremo la crescita di una nuova economia olistica di cui il mondo dovrà prendere nota. Quando mettiamo l’essere umano al centro, cominciamo ad avere una visione più olistica e integrata dello sviluppo. Cominciamo a mettere in relazione le nostre attività con l’impatto che esse hanno su di noi, sulla società in cui viviamo e sull’universo in cui viviamo. E in questo modo ripristiniamo bilanciamento ed armonia nel mondo.

(1) Un miglio corrisponde a 1.609 metri.

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Gandhi con le operaie tessili del Lancashire, 26.9.1931

Gandhi con le operaie tessili del Lancashire, 26.9.1931

Il 2 ottobre è il Giorno Internazionale della Nonviolenza (giorno di nascita di Gandhi): lo stabilì nel 2007 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite come occasione per “disseminare il messaggio della nonviolenza”, nel desiderio “di assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione”. Vi andrebbe di fare qualcosa che vada in questa direzione, oggi? Io ho un suggerimento: potreste firmare la petizione che si trova al seguente indirizzo:

http://www.change.org/en-GB/petitions/united-nations-secretary-general-the-ohchr-end-stoning-now

Di che si tratta ve lo faccio spiegare da Emma Batha con alcuni brani di un suo articolo del 29.9.2013 per Thomson Reuters Foundation (trad. Maria G. Di Rienzo):

Due mesi fa, in Pakistan, una giovane madre di due figli è stata lapidata a morte dai suoi parenti, su ordine di un tribunale tribale. Il suo crimine: possedeva un cellulare. Lo zio di Arifa Bibi, i suoi cugini ed altri le hanno tirato addosso pietre e mattoni sino a che è morta. E’ stata sepolta nel deserto, lontana dal villaggio. Sembra che nessuno sia stato arrestato.

Il suo caso non è unico. La lapidazione è legale o praticata in almeno 15 fra paesi e regioni. E gli attivisti temono che questa forma barbarica di esecuzione stia crescendo, in particolar modo in Pakistan, Afghanistan e Iraq. Le attiviste per i diritti delle donne hanno lanciato una campagna internazionale per il bando della lapidazione, che è nella maggioranza dei casi inflitta alle donne accusate di adulterio. Stanno usando Twitter ed altri social media per far pressione sul Segretario generale delle NU Ban Ki-moon affinché denunci la pratica.

“La lapidazione è un castigo crudele e mostruoso: è una forma di tortura a morte.”, dice Naureen Shameem del gruppo internazionale per i diritti umani Women Living Under Muslim Laws (WLUML – Donne che vivono sotto le leggi musulmane), “E’ una della forme più brutali della violenza perpetrata contro le donne al fine di controllare e punire la loro sessualità e le loro libertà basilari.” Aggiunge che le attiviste intendono spingere le NU ad adottare una risoluzione sulla lapidazione, simile a quella passata lo scorso anno sullo sradicamento delle mutilazioni genitali femminili, un altro tipo di violenza contro le donne spesso giustificato con motivazioni religiose e culturali.

La lapidazione non è legale nella maggioranza dei paesi musulmani e non vi è menzione di essa nel Corano, ma i suoi sostenitori controbattono che è legittimata dagli Hadith, le azioni e i detti del Profeta Maometto. La lapidazione è indicata come punizione specifica per l’adulterio in molte interpretazioni della “sharia” o legge islamica. In alcune circostanze, anche una donna che denunci l’essere stata stuprata può essere vista come rea confessa di “zina”, o sesso fuori dal matrimonio. In uno dei casi citati da Shameem, una ragazza somala tredicenne, Aisha Ibrahim Duhulow, è stata seppellita sino al collo e lapidata da 50 uomini di fronte ad un pubblico di 1.000 persone, in uno stadio a Kismayu nel 2008. Suo padre ha testimoniato ad Amnesty International che la ragazza era stata violentata da tre uomini, ma che era stata accusata di adulterio quando aveva denunciato lo stupro alla milizia al-Shabaab che controlla la città.

L’Iran ha il più alto tasso di esecuzioni per lapidazione e attualmente vi sono in prigione 11 persone condannate ad essa, secondo l’avvocata iraniana e attivista per i diritti umani Shadi Sadr. L’avvocata, che è stata rappresentante legale di cinque persone condannate alla lapidazione, dice che l’Iran esegue queste sentenze in segreto, nelle carceri, nel deserto o al mattino presto nei cimiteri: “La pressione dall’esterno dell’Iran aiuta sempre. La repubblica islamica pretende di non curarsi della propria reputazione, ma in effetti se ne cura e come.”

dimostranti iraniane

La lapidazione è un castigo legale per l’adulterio in Mauritania, in un terzo dei 36 stati nigeriani, in Pakistan, Qatar, Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Emirati Arabi Uniti e Yemen. In alcuni paesi, come la Mauritania ed il Qatar, la lapidazione resta legale anche se non mai stata usata, ma in altri paesi come l’Afghanistan e l’Iraq, dove è illegale, viene praticata in modo extragiudiziale da leader tribali, militanti, eccetera. “In Afghanistan”, spiega Naureen Shameem, avvocata per i diritti umani di WLUML che sta coordinando la campagna contro la lapidazione, “i signori della guerra stanno manipolando la religione per terrorizzare davvero la popolazione, per i loro scopi politici: la lapidazione è uno dei mezzi che stanno usando.” L’anno scorso, la 21enne Najiba è stata lapidata di fronte ad un centinaio di uomini esultanti, dopo che i signori della guerra della provincia afgana di Parwan l’avevano accusata di “crimini morali”. Uno degli uomini ha filmato la lapidazione, che è visibile su internet. Shameem dice che il caso di Najiba fa chiarezza su quale livello di impunità esista. (…) La petizione contro la lapidazione sarà presentata al Segretario generale e all’Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite il 25 novembre prossimo – Giorno internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: al momento, ha circa 9.000 firme (Ndt: il 1° ottobre aveva oltrepassato tale cifra).

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I complicati zigzag di fili sul pannello – incomprensibili alla maggior parte delle persone che li guardino – parlano chiaro a Mira Bai, nonna 60enne e analfabeta: lei sa come connettere i fili per creare il rapporto tra il sole ed il pannello solare e come trasferire l’energia assorbita alle batterie che illumineranno poi la sua casa. Mira Bai è una delle 15.000 “ingegnere solari” che hanno ricevuto 6 mesi di addestramento alla scuola “Piediscalzi” di Tilonia, Rajasthan, India, affinché portino energia rinnovabile ai loro villaggi. Le sue compagne di classe le assomigliano; sono tutte analfabete o semi-analfabete, sopra i 35 anni d’età e precedentemente non si erano mai mosse da casa. La scuola fu fondata nei primi anni ’70 dello scorso secolo dall’attivista sociale Bunker Roy, fervente seguace del Mahatma Gandhi, e da allora ha formato migliaia dei cosiddetti “professionisti a piedi scalzi” (e cioè poveri e illetterati): donne ed uomini delle comunità rurali che sono diventati insegnanti, medici, ostetriche, contabili e carpentieri. Il corso sull’energia solare, lanciato nel 2005, si basa sull’idea non di far ottenere alle donne un diploma, ma di utilizzare le loro abilità e conoscenze pratiche rispetto alla cura delle comunità in cui vivono. In sei anni, le ingegnere solari hanno provvisto di elettricità oltre 600 villaggi in 33 stati indiani, prevenendo ad un milione e mezzo di litri di kerosene di inquinare l’ambiente. Una volta tornate a casa nei remoti angoli dell’India da cui provengono, le donne sono le responsabili in loco della fabbricazione, dell’installazione, dell’uso, della riparazione e della manutenzione delle unità di panelli solari. “Tutte le esperte e tutti gli esperti ci sono già nei villaggi. – spiega il fondatore della scuola – Perciò, che bisogno abbiamo di portare gente da fuori, persone che non hanno la più pallida idea di come un villaggio vive e funziona? Il bello dell’approccio “a piedi scalzi” è che diminuisce la dipendenza dalle risorse esterne, ed incoraggia il massimo utilizzo delle risorse che sono già presenti nei villaggi.”

Circa 80.000 villaggi indiani sono a tutt’oggi privi di elettricità e più del 40% della popolazione non ha accesso alcuno all’energia, ma con una media di 300 chiari giorni di sole l’anno l’esperimento di cui sono parte le ingegnere ha lo scopo di attingere ad una delle risorse naturali più abbondanti, beneficiando nel contempo le persone più povere. Nel villaggio di Mira Bai non c’è elettricità. Mira è arrivata alla scuola dallo stato di Madhya Pradesh dopo un viaggio di quasi tre giorni. Vivendo in uno degli stati più negletti dell’India, Mira lavorava come bracciante a giornata per metà anno, coltivando i campi altrui, e per l’altra metà faceva la manovale nei cantieri di Raigada, la città più vicina, assieme ai due figli. L’intera famiglia vive in una capanna di fango illuminata da lampade a kerosene. Mira non conosce gli effetti nocivi del bruciare kerosene e non sa nulla del cambiamento climatico, pur essendo fra coloro che subiscono maggiormente l’impatto dell’inquinamento ambientale, ma ha notato da tempo che “il kerosene è sporco” e che il clima nel suo villaggio è cambiato: “L’anno scorso non c’è stata pioggia, e le febbri e le malattie sono aumentate, ed io pur avendo dolori in tutto il corpo sono dovuta andare a lavorare in città.” La scuola “Piediscalzi” funziona interamente ad energia solare: illuminazione, cucina, riscaldamento, fotocopiatrici, computer. E persino diffusori stereo, fissati ad ogni tetto di paglia delle capanne che sorgono in un’area dalla vegetazione lussureggiante. Tutti i moduli e le connessioni elettriche sono frutto del lavoro delle ingegnere, che raccontano come prima ascoltassero musica solo dai telefoni cellulari e come l’aver luce durante la sera abbia permesso a molte di loro di cucire o di svolgere altri mestieri, liberandole dalla miseria. Mira Bai spera di migliorare la vita dei suoi compaesani in questo modo, è ciò che l’ha motivata a studiare con tanta determinazione nella scuola di Tilonia. “Stanno tutti aspettando.”, dice con un sorriso quest’eroina della “rivoluzione rurale sostenibile”, “Aspettano che io porti loro la luce.” Maria G. Di Rienzo

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