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(tratto da: “Science doesn’t belong to men. Here’s the proof”, di Afua Hirsch per The Guardian, 2 ottobre 2018, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

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Se c’è un posto che dovrebbe essere immune dal nostro flagello planetario di bufale, pensereste che tale luogo è il regno della fisica nucleare. Il Cern – il Centro di ricerca nucleare a Ginevra, attualmente al centro di un baccano sessista – spende un miliardo di dollari l’anno cercando prove su una particella, per l’amor di dio. Questi individui maneggiano i fatti come nessun altro.

Ciò non ha impedito al fisico di sesso maschile Alessandro Strumia di usare un discorso al Centro per fare affermazioni totalmente prive di senso sulle donne che non avrebbero dato contributi alla fisica e che ora godono di così tanto sostegno per entrare nella scienza che gli uomini sono diventati vittime di discriminazione.

Posso solo pensare che Strumia stia seguendo la ben collaudata tecnica del fare qualche commento essenzialista che non ha base nei fatti e quando si è investiti dal contraccolpo – Strumia è già stato sospeso dall’Università di Pisa – diventare martiri, cadendo nobilmente sulla spada tenuta dalle mani della militanza politicamente corretta.

Solo i politicamente corretti, presumibilmente, sarebbero distratti da una storia di donne che hanno dato contributi fondamentali alla fisica, sebbene a molte sia stato negato lo stesso riconoscimento conferito ai loro contemporanei maschi perché, come Sophie Germain – una pioniera delle scoperte sull’elasticità in era napoleonica – sono state ignorate a causa del loro sesso; o, come Rosalind Franklin, che ha scoperto le strutture interne del DNA, sono morte giovani; o, come nel caso di Ipazia, sono state assassinate da zeloti maschi.

E non perdete troppo tempo con le statistiche contemporanee sulle donne nella scienza, che mostrano come lo scorso anno esse formavano poco meno di un quarto della forza lavoro scientifica nel Regno Unito. La cifra globale delle donne in ruoli di ricerca e sviluppo nella scienza ammonta a poco meno di un terzo.

Non sono sicura di quanto Strumia abbia elaborato al proposito – i suoi commenti sono stati rimossi dal sito web del Cern che, incidentalmente, è guidato da Fabiola Gianotti, una delle fisiche più prominenti. Forse è d’accordo con Tim Hunt, il fisico dell’University College di Londra che nel 2015 disse come il problema nel permette alle “ragazze” di entrare nei laboratori fosse che “ti innamori di loro, loro si innamorano di te, e quando le critichi piangono.”

Questi scienziati possono essere misogini isolati. Ma io sospetto ci sia qualcosa di più profondo che sta accadendo. Viviamo in una società guidata da credenze altamente relative ai generi sulle abilità essenziali. Gli uomini, siamo incoraggiate/i a credere – non per ultimo da una litania di libri di auto-aiuto – sono razionali, orientati al prestigio, competitivi e, è probabilmente ragionevole presumere, bravi nella fisica nucleare. Le donne sono empatiche, emotive e brave nella comunicazione e nel familiarizzare. Affermazioni per cui le donne direbbero 13.000 parole al giorno più degli uomini, sebbene regolarmente sconfessate dagli accademici, aiutano a condizionarci a credere che le donne sono veramente migliori nelle doti comunicative.

Queste idee sono sempre state problematiche in se stesse, ma sono anche caricate di un’ideologia del tutto nuova. Nel Regno Unito, per esempio, la globalizzazione ha creato maggiori opportunità di lavoro nel settore dei servizi e nella manifattura. E questi lavori, in particolare quando implicano il contatto diretto con i clienti, premiano le doti relative a linguaggio e comunicazione. I ricercatori hanno scoperto, per esempio, che i direttori dei call center hanno interiorizzato le credenze sulla superiorità di parola delle donne e favoriscono le loro assunzioni.

Il risultato è un vicolo cieco in cui perdono tutti. L’ansia della classe lavoratrice maschile può ben essere collegata alla sensazione – conscia o no – che gli uomini sono fondamentalmente mal equipaggiati per gli impieghi del futuro, mentre le donne continuano a sperimentare gli stereotipi sessisti e ad essere assiepate in ruoli dal basso salario e di basso livello.

Perché nel mentre l’avere una buona alfabetizzazione emotiva aiuta a lavorare nei call center, non è una strada per arrivare a quel tipo di ruoli guida altamente retribuiti che sono ancora dominio degli uomini. Di certo, non fa nulla per dissolvere vecchi pregiudizi sulla capacità delle donne di lavorare nella scienza e nella tecnologia.

Non posso fare a meno di chiedermi se Strumia stia eseguendo una sorta di rituale territoriale. Prendendo in prestito un altro stereotipo obsoleto sul tipico comportamento maschile: se le donne stanno andando a prendersi altri settori allora la scienza, più che mai, dovrebbe appartenere agli uomini.

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