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(Trascrizione dell’intervista televisiva ad Ingrid Betancourt, per Democracy Now, di Amy Goodman, andata in onda il 27.9.2010 – trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

 

Mentre era candidata alla presidenza colombiana nel 2002, Ingrid Betancourt fu catturata dalle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC) e tenuta prigioniera in vari campi nella giungla per sei anni e mezzo, prima di essere liberata da un intervento dell’esercito nel luglio 2008. Nel settembre scorso è uscito il suo libro “Even Silence Has an End: My Six Years of Captivity in the Colombian Jungle” (“Persino il silenzio ha una fine: i miei sei anni di prigionia nella giungla colombiana”).

AMY GOODMAN: Veniamo adesso alla Colombia. La scorsa settimana, una massiccia operazione condotta dall’esercito colombiano ha preso di mira un vasto accampamento di guerriglieri appartenenti alle FARC. Un comandante e membro del segretariato, Jorge Briceño, conosciuto anche con il soprannome “Mono Jojoy” è stato ucciso. Il Presidente colombiano ha dichiarato trattarsi del “più clamoroso colpo inferto alle FARC durante la loro intera storia”.

Io sono qui ora con una donna che ha passato più di sei anni in prigionia nella giungla colombiana, per ordine proprio di Mono Jojoy. Sto parlando di Ingrid Betancourt. Cresciuta in Francia, Ingrid tornò alla sua terra natale, la Colombia, nel 1989. Nel 2002, corse per la presidenza del paese con una piattaforma ambientalista ed anti-corruzione, come candidata della formazione chiamata “Green Oxygen”.

Mentre faceva campagna elettorale, viaggiò sino ad un remoto villaggio dove l’allora Presidente Andrés Pastrana aveva ordinato lo smantellamento di un rifugio dei ribelli dopo il fallimento dei negoziati di pace. Ingrid fu catturata dai ribelli delle FARC e tenuta nel mezzo della giungla sino alla sua drammatica liberazione nel luglio del 2008. Oggi, Ingrid Betancourt è in qualche modo una figura controversa in Colombia. Nel luglio scorso ha fatto causa allo stato colombiano per 6,8 milioni di dollari di danni, citando il fatto di essere stata privata della scorta proprio mentre si accingeva a percorrere in auto un’area piena di guerriglieri. La mossa ha irritato parecchi colombiani, alcuni dei quali hanno detto che i soldati hanno rischiato le loro vite per salvarla, ed infine Ingrid ha ritirato la causa.

Ingrid Betancourt ha appena dato alle stampe uno straziante resconto del periodo che ha passato come ostaggio delle FARC, in cui narra gli abusi che ha subito ed i suoi numerosi tentativi di fuga. Il libro si chiama “Persino il silenzio ha una fine: i miei sei anni di prigionia nella giungla colombiana”. Ingrid Betancourt ci ha raggiunti qui a New York. Benvenuta a Democracy Now!

INGRID BETANCOURT: Grazie, Amy, per avermi chiamata.

AMY GOODMAN: E’ un vero piacere averti con noi. Cosa dici dell’uccisione di Mono Jojoy, il comandante FARC che ti prese come ostaggio?

INGRID BETANCOURT: Penso fosse stato lui ad inventare il rapimento di civili da scambiare con i guerriglieri tenuti nelle prigioni della Colombia. Penso anche che il mio rapimento sia stato così lungo perché lui partecipava alle decisioni. Non voleva che fossimo inclusi nelle negoziazioni e lasciati liberi. Ci considerava dei trofei, che dovevano essere tenuti per aver copertura mediatica sulla scena internazionale.

AMY GOODMAN: Tu lo avevi incontrato prima di essere presa come ostaggio, giusto? Eri una legislatrice in Colombia. Stavi correndo per la presidenza. E così lo conoscevi.

INGRID BETANCOURT: Sì, lo conoscevo. Lo avevo incontrato una volta prima del rapimento. Ero andata in una zona demilitarizzata, data dal governo alle FARC allo scopo di incentivare la loro partecipazione al processo di pace. Mentre parlavo con il gran comandante delle FARC, Manuel Marulanda, Mono Jojoy era là con tutti gli altri comandanti. E ricordo che stavo spiegando a Manuel Marulanda alcune riforme che io ritenevo importanti per avere una migliore democrazia in Colombia, e Mono Jojoy ci interruppe e gli disse: “Non capisco perché parli con i politici. Stai sprecando tempo. Quel che dobbiamo fare è catturarli e scambiarli con i nostri prigionieri.” Fu uno shock. Ricordo di aver guardato Marulanda, il suo capo, e di avergli detto: “Davvero? Sono queste le vostre intenzioni?”. Ed egli fece un gesto con la mano, una mossa del tipo “Non prestargli attenzione”. Ma il tempo ha dimostrato che in effetti Mono Jojoy ha fatto quel che voleva fare, ed ha preso prigionieri molti di noi. C’erano una ventina di politici e centinaia di soldati e poliziotti che erano prigionieri: prigionieri di guerra, per loro.

AMY GOODMAN: Raccontaci cosa accadde quel giorno nel 2002, il viaggio che stavi facendo, quali erano le tue intenzioni. Eri al termine della campagna presidenziale. Eri appena stata a trovare tuo padre che giaceva in ospedale gravemente malato, perciò non avevi molto tempo e avevi ancora molte cose da fare per le elezioni. Perché andasti in quella zona?

INGRID BETANCOURT: La ragione principale fu che i colloqui di pace si erano conclusi e la gente dell’area, che aveva vissuto praticamente con i guerriglieri, temeva ci fossero rappresaglie, in special modo da parte dei gruppi paramilitari, e avevano paura di essere uccisi. Perciò mi chiesero di andare là a fungere in qualche modo da scudo, per mostrare al mondo che c’era chi si occupava di loro. E poi, il sindaco di San Vicente era una persona del mio partito, mi aveva chiesto di andare, e sentivo come mio dovere andare.

AMY GOODMAN: Era l’unico sindaco, vero? L’unico sindaco di “Green Oxygen”.

INGRID BETANCOURT: Sì, l’unico che avevamo eletto. Quel giorno, viaggiai in aereo a Florencia perché l’aeroporto di San Vicente era chiuso, per cui avevamo pianificato un percorso via terra, e ci era stato confermato che avremmo avuto la scorta di un veicolo corazzato. E mentre stavo per partire gli uomini della mia scorta mi dissero che avevano ricevuto l’ordine di non venire con me. Non potevano. Voglio dire, gli era stato proibito di accompagnarmi durante il viaggio.

AMY GOODMAN: Questa scorta armata era composta da soldati colombiani e approvata da Bogotà?

INGRID BETANCOURT: Sì. La Costituzione dà questa possibilità ai candidati alla presidenza perché la Colombia, allora ed ancora oggi, è un paese pericoloso, specialmente per i politici. Perciò la scorta era una garanzia costituzionale. Probabilmente, l’ordine fu dato perché anche il Presidente sarebbe stato a San Vicente; non posso saperlo ma credo pensasse che avermi nello stesso posto potesse fargli ombra, o render meno importante quel che avrebbe detto. Qualunque fosse la ragione, lui diede l’ordine agli uomini della mia scorta di non venire con me. Io riflettei su che decisione prendere, perché pensavo: “Se lui mi toglie la scorta ed io per questo non vado dove devo andare”, capisci, allora ogni volta in cui lui avrebbe voluto che io non andassi da qualche parte…

AMY GOODMAN: Lo avrebbe deciso lui.

INGRID BETANCOURT: Sì, e questa sarebbe stata la fine della campagna elettorale, perché lui avrebbe avuto il controllo sulla mia campagna, avrebbe preso le decisioni per me, dicendomi dove andare e dove non andare. Pensai che sarebbe stato un brutto precedente per la nostra democrazia. Perciò finii per partire. Per me era una questione di principio.

AMY GOODMAN: C’erano due opzioni: avrebbe potuto permettermi di prendere l’aereo presidenziale, quell’aereo che andava giusto dove tu dovevi andare, o lasciarti viaggiare via terra con la tua scorta.

INGRID BETANCOURT: Esattamente.

AMY GOODMAN: Ma entrambe non furono permesse.

INGRID BETANCOURT: Sì, non permise nessuna delle due. Allora, quando fui rapita, raccontarono una storia diversa. E poiché io non ero in grado di rispondere, perché ero prigioniera, la gente ha pensato che la versione ufficiale fosse la versione vera, il che non è. Hanno detto che non potevano farmi viaggiare sugli elicotteri, perché ero in campagna elettorale. Ma la contraddizione sta nel fatto che io non avevo chiesto gli elicotteri, avevo pianificato un viaggio per strada, e mi avevano dato un veicolo ufficiale per fare quel viaggio.

Hanno anche detto che ero stata avvisata. E questa è una menzogna. Se quella era una zona di guerra, come hanno detto, se era così pericolosa, se non potevo andarci, perché non mi hanno fermata? Ho passato un posto di blocco dell’esercito, e i soldati mi hanno lasciata andare come tutti gli altri: voglio dire, il traffico era normale. Ricordo gli autobus, e i tassì, e le motociclette ed i veicoli civili che attraversavano il posto di blocco.

Penso che il problema era questo: poiché mi avevano tolto la scorta, temevano di essere chiamati in causa come responsabili del rapimento. Per me, è sempre stato chiaro che i responsabili del mio rapimento erano i guerriglieri, le FARC. Quello che non mi piace è che si dica che io stessa sono stata responsabile del mio rapimento, perché non è così.

AMY GOODMAN: Raccontaci cosa accadde il giorno del tuo rapimento.

INGRID BETANCOURT: Passai il posto di blocco. Mi fermai ad una stazione di servizio lungo la strada. Vedi, quella era una strada che avevo percorso centinaia di volte. Parlai con la donna che gestiva la stazione e le chiesi “Com’è la situazione?”. Lei rispose: “E’ tutto tranquillo. Sono proprio contenta che i guerriglieri se ne siano andati.” Perché quello che il governo stava dicendo a tutti era che i colloqui di pace erano terminati, che avevano di nuovo il controllo di quella zona, e che le FARC erano semplicemente scomparse. E questa donna confermò che i guerriglieri se ne erano andati. Per cui, capisci, ero molto tranquilla.

Prendemmo la strada ed arrivammo ad un ponte, ma il ponte era impraticabile. Era una cosa abbastanza usuale, io c’ero abituata. Per cui, bisognava passare sotto il ponte e attraversare il rivo – eravamo nella stagione di secca – e prendere un sentiero dall’altro lato. E questo facemmo, ma quando arrivammo dall’altra parte, in un punto che non potevamo vedere da dove eravamo prima, scorsi gli uomini in tuta mimetica. E non potevo sapere, davvero non potevo dire se erano guerriglieri o soldati. L’unica cosa che distingueva gli uni dagli altri erano gli stivali. Se gli stivali erano di gomma, si trattava di guerriglieri; se gli stivali erano di cuoio, si trattava di soldati. E quando vidi che gli stivali erano di gomma seppi che erano uomini delle FARC. Fermarono l’automobile, e mi chiesero se ero Ingrid Betancourt. Io dissi di sì. Allora ci chiesero di deviare su una strada sterrata. E poi fui presa prigioniera.

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