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I “responsabili” di Facebook sono alfieri della libertà. Credetegli. Dicono: “Facebook non permette incitamenti all’odio, ma distingue fra i discorsi umoristici e quelli seri.”; “Prendiamo le segnalazioni in modo molto serio, tuttavia vogliamo che Facebook sia un luogo dove le persone possono parlare apertamente ed esprimere le loro opinioni, rispettando i diritti e i sentimenti altrui.”; “Non riguarda Facebook definire cos’è accettabile. E alla fine, non è la censura la soluzione al cattivo comportamento online.”

Come distinguono fra umorismo e serietà? Rifiutandosi di rimuovere le immagini che glorificano lo stupro e la violenza sulle donne in generale. A loro fanno ridere. L’immagine di una donna legata e imbavagliata su un divano, con la scritta: “Non è stupro. Se proprio non voleva poteva dire qualcosa.” li ha fatti scompisciare e l’hanno lasciata dov’era. Un’altra immagine mostrava un preservativo con le parole “Piano A”, una pillola contraccettiva d’emergenza con “Piano B” e una donna con la faccia insanguinata spinta giù dalle scale da un uomo: questo era il “Piano C”. I responsabili di Facebook non sono riusciti a smettere di ridere, da quant’era divertente. E neppure più di 200.000 firme su una petizione gli hanno fatto cambiare idea. Prendono le segnalazioni in modo molto serio, vedete.

Nel cestino

D’altra parte, quando una donna posta immagini di madri che allattano o di sopravvissute al cancro che hanno subito la mastectomia le rimuovono la pagina in un battito di ciglia: perché non riguarda Facebook definire cos’è accettabile, perdinci. Ci sono un’infinità di gruppi con pagine Facebook il cui unico scopo è incitare all’odio contro le donne e neppure lo nascondono sotto denominazioni scherzose e umoristiche, ma restano tutti indisturbati. Si chiamano “Non è stupro se sono morte e se sono vive è sesso a sorpresa”, oppure “Ad alcune troie bisogna tagliare la gola”: se non è un parlare aperto e rispettoso questo, quale lo è?

Ma naturalmente non c’è alcuna relazione nel rendere triviale, umoristica e accettabile la violenza contro le donne e i tassi allucinanti di quest’ultima. Tant’è che i commenti su Facebook a quelle che protestano sostenendo il contrario sono di questo tipo:

“Fare sesso o no è una scelta tua, stuprarti è una scelta mia.”

“Smettila di dire stronzate o pago qualche mio amico perché ti stupri.”

“Va’ avanti, denunciami. Non è che la polizia possa de-stuprarti, sai.”

“L’unica ragione per cui voi donne siete state messe su questo pianeta è perché potessimo scoparvi. Crepa.”

“Fai schifo, sei un cesso e se ti stuprano dovresti ringraziare.”

A cosa servono? Esattamente come le molestie in strada, servono a rendere una sfera pubblica disturbante e pericolosa per le donne, servono a tenerle in disparte, sottotono, il più possibile silenziose. A tale scopo vanno benissimo anche le foto di volti e corpi femminili ritoccate con finti tagli e lividi a mo’ di avvertimento mafioso: Facebook non ci trova niente di strano, sono divertenti, sono scherzi, non possiamo mica censurarli, voi femministe non avete un po’ di senso dell’umorismo?

Davvero, ragazze, perché non volete ridere delle botte, degli stupri, delle umiliazioni, degli insulti? Provate: Sono una schifosa zoccola da violentare il prima possibile, aha aha aha! Grazie per avermi raffigurata con la bocca sanguinante e il naso rotto, cos’altro potrebbe desiderare una donna, aha aha aha! Cari responsabili Facebook, alfieri della libertà, combattenti rivoluzionari contro la censura, l’immagine di questo post dice esattamente quel che, con senso dell’umorismo, vi auguro. Maria G. Di Rienzo (Smettete di cercarmi su Facebook, cari naviganti: non ho un account e non lo avrò finché vivo.)

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(Visto che ogni tanto qualcuno me lo chiede… ecco il motivo per cui non avrò mai una pagina su Facebook.)

 

Hildur Lilliendahl Viggósdóttir, islandese, è una nota attivista per i diritti umani delle donne. Perciò, come a tutte le femministe del nostro pianeta, le viene propinata ogni giorno una dose variabile di odio e minacce. Di recente, aveva usato Facebook per comporre una pagina chiamata “Uomini che odiano le donne”, su cui ripostava articoli, commenti e immagini sessiste accessibili a chiunque sul web. I curatori di Facebook non hanno alzato un sopracciglio per la foto di una donna in mutande, portata in giro da un gruppo di uomini appesa a due pali e con una mela in bocca, postata sul loro favoloso social network. La didascalia, tra l’altro, spiegava: “Abbiamo scovato una femminista in città stamattina: catturata e messa alla griglia.” Ma quando Hildur ha ripreso questa ed altre espressioni di violenza e sessismo e le ha messe tutte insieme, le “segnalazioni” contro la sua pagina sono fioccate. Agli idioti non piace guardarsi allo specchio e scoprire che sì, sono proprio idioti.

Il mese scorso, uno di essi ha postato un commento sul sito web di un quotidiano islandese e lo ha poi ripostato sulla propria pagina Facebook. Il commento diceva: Se “accidentalmente” dovessi investire Hildur con l’automobile, probabilmente sarebbe l’unica persona sulla Terra su cui farei anche marcia indietro e poi le lascerei l’auto addosso con il freno a mano tirato. Metti questo nella tua raccolta “Uomini che odiano Hildur”, Hildur Lilliendahl.” Ed è esattamente quel che lei ha fatto.

Risultato? Facebook ha bandito Hildur per 30 giorni (è la quarta volta che la pagina in questione viene chiusa, e Hildur l’ha spostata su Tumblr). La ragione addotta da un portavoce di Facebook è che loro sono “contro il bullismo” e che il ripostare segmenti di un’altra pagina “è uno dei modi in cui i bulli violano la privacy altrui.” Lo stesso giorno in cui punivano la “bulla” Hildur (31enne, madre di due figli, funzionaria pubblica al municipio di Reykjavík, collaboratrice di diverse testate giornalistiche online) costei riceveva una telefonata anonima, a cui rispose il marito: “Se non dici a quella cagna puttana con cui vivi di smetterla vengo di persona a sfasciarti la macchina.” Ma in precedenza era stata deliziata da cortesie via mail, del tipo: “Voglio vederti morta. Voglio vederti bruciare viva.”

Hildur resta impassibile, al proposito: “La questione non è se mi disturbano o no. La questione è che nessuno dovrebbe maneggiare roba del genere. La gente non si rende conto del responso che una femminista ha quando solo si permette di parlare. Volevo far luce su quanto basso e vigliacco tale responso è. Comunque, quando le minacce e gli insulti mi fanno sentire a disagio o in pericolo non ho nessun problema a contattare la polizia e a fare denuncia. La pagina Uomini che odiano le donne”, aggiunge, “non ha niente di “radicale”: sto ripostando su internet cose che sono già su internet. Non le sto prendendo da nessuno spazio privato. Non saprei dire se Facebook sia volontariamente sessista. Credo però che non analizzi le segnalazioni in modo appropriato, che non faccia alcuna ricerca su di esse. Quando ho segnalato io una pagina con foto pornografiche ho ottenuto una replica automatica in cui mi dicevano di non aver trovato in essa nulla che non andava. Il loro standard sembra essere: se non ci sono seni nudi o genitali esposti, tutto il resto va bene.”

E infatti, che si provi una mamma a mettere sulla propria pagina Facebook un’immagine di lei stessa che allatta il marmocchietto di casa. A volte non occorre nemmeno che sia visibile un lembo di seno perché gli etici amministratori dell’intelligentissimo social network la cancellino a tutta velocità. Appendere una donna seminuda a dei pali è ironico, suvvia. Vedere un infante che succhia latte è sommamente volgare. Ecco perché posso ampiamente fare a meno di questa roba. E credo che Hildur finirà per pensarla come me: “All’inizio trovavo frustrante l’essere stata bloccata. Poi mi sono resa conto che ciò mi permetteva di concentrarmi su altre cose. Sono passate due settimane dal bando e mi sento fantasticamente bene.” Maria G. Di Rienzo

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